La prima gita a Torre Pellice me la fecero fare i carabinieri. Un
giorno, passeggiando per Pinerolo, vidi un lungo cartellone variopinto
del teatro delle marionette, con su scritto a caratteri cubitali: —
_Questa sera si rappresenta: Le gesta e avventure del famoso bandito
Delpero da Canale arrestato dal vice brigadiere dei carabinieri
Luigi Gamalero, attualmente in riposo a Torre Pellice_. — Come! dissi
fra me: il Gamalero è ancora vivo? Mi pareva che gli attori di quel
dramma terribile, di cui fu protagonista il Delpero, e che terminò
con sei impiccamenti solenni nella piazza maggiore della città di
Bra, dovessero tutti esser morti e inceneriti da un pezzo. Sbagliavo,
perchè non eran passati più di venticinque anni; ma gli avvenimenti
che ci colpirono quand'eravamo ragazzi ci paiono quasi sempre più
lontani del vero, forse per effetto di quella grande ebbrezza della
prima gioventù che vi stese sopra i suoi fumi. Quel cartellone delle
marionette mi richiamava alla memoria una delle commozioni più vive
dei miei primi anni. Rividi la sala da desinare di casa mia, la
famiglia a tavola, la cuoca che porgeva a mio padre la _Gazzetta
del popolo_, arrivata allora, e poi tutta la scena: mio padre dà una
scorsa al foglio, e grida: — Ah! l'hanno agguantato finalmente! — e
noi tutti prorompiamo in una esclamazione di maraviglia e di gioia.
Poi tutti zitti, immobili, a sentir la lettura d'una corrispondenza da
Vigone, nella quale era raccontato l'arresto dell'assassino famoso,
che da molti mesi atterriva e inorridiva il Piemonte; l'apparizione
inaspettata dei carabinieri nell'osteria dove egli stava desinando
con uno dei suoi, la lotta accanita, la resistenza furiosa del mostro,
forte come un toro e svelto come una tigre, le varie vicende di quella
mischia disperata che noi seguitammo con l'animo sollevato, quasi
ansando, come se l'esito fosse ancora incerto; e finalmente il largo e
profondo respiro dato da tutti all'intender quelle benedette parole:
_Si arrese_. Dei carabinieri, non so come, m'era rimasto impresso il
solo nome del Gamalero; e me lo ripetevo sovente, a voce alta, con
gratitudine. Perchè era un pezzo, per dio Bacco, che noi ragazzi,
facendo delle scappate in campagna, tremavamo di veder sbucare da
una siepe o da un fosso lo spaventevole bandito, e scappavamo come
il vento alla vista d'ogni faccia barbuta. Nessun altro masnadiero
ci aveva mai ispirato tanto terrore e tanto ribrezzo. Era perchè
il Delpero non aveva mai mostrato mai neppur uno di quei rari e
istantanei sentimenti di mansuetudine che passan per l'animo anche ai
malfattori più tristi, una di quelle qualità, per esempio, che avevan
reso quasi simpatico, pur troppo, il famoso bersagliere Mottino: egli
era un assassino tutto di un pezzo, una belva crudele e stupida, che
uccideva inutilmente, e torturava prima di uccidere, e infieriva contro
i cadaveri; uno sgozzatore di ragazzi, acceso di libidini orrende,
perverso e feroce fin nel midollo delle ossa. L'avevano agguantato,
dunque! Mentre noi leggevamo la notizia della sua cattura a Vigone,
egli era già arrivato a Pinerolo, legato come un salame, in mezzo a
uno squadrone di cavalleria. Tornavamo a respirare, potevamo rifare
le nostre scampagnate col cuore tranquillo.... Di tutto questo mi
ricordai lucidamente leggendo quel cartellone dei burattini. — Ah! è
ancora vivo, e sta a due passi di qua, il Gamalero! Ebbene, lo andrò a
trovare; e gli farò raccontare le sue gesta in mezzo a due bottiglie di
Barolo vecchio.
*
* *
Tre giorni dopo, infatti, una bella mattina dorata di settembre, mi
trovavo sul treno di Torre Pellice, con due buoni amici pinerolesi
(due editori, tanto per non perder l'abitudine); tutto contento di
rivolare un'altra volta a traverso a quella vasta campagna così verde
e così buona, coperta da una rete infinita di canali, di rigagnoli, di
strade, di siepi, di file di alberi, e chiusa all'orizzonte da quelle
grandi montagne di color celeste, così placidamente superbe. Ma non era
passata una mezz'ora dalla partenza, che lo scopo della mia gita era
mutato. C'erano dei viaggiatori, nel mio vagone, degli uomini maturi e
dei vecchi, d'apparenza così tra il ceto signorile e il ceto medio, che
avevano qualche cosa di singolare nel viso, nel vestire e nel contegno.
Parlavan francese, e si capiva che non eran francesi, benchè si capisse
pure che quella era la loro lingua abituale; erano italiani, e trovavo
in loro non so che di diverso da tutti gli altri italiani, nelle linee
del viso, nell'espressione degli occhi e della bocca, che so io?
nella compostezza degli atteggiamenti, nell'intonazione tranquilla
e quasi grave dei discorsi. Erano sbarbati la più parte, d'aspetto
pensieroso, vestiti d'abiti oscuri; avevano le capigliature lunghe, dei
cappelli bassi, di larga tesa, le cravatte nere; tutti puliti, austeri
e semplici. M'ispirarono subito una viva curiosità. Io non avevo mai
visto alcuno del loro popolo; poichè era evidente che appartenevano
tutti ad una sola grande famiglia. N'avevo inteso molto parlare,
peraltro, da varii mesi, perchè il loro nome si pronunzia assai sovente
a Pinerolo, e con un sentimento di simpatia e di rispetto, anche dal
popolo minuto; nella mente del quale esso risveglia un'idea confusa
di grandi dolori e di grandi glorie passate. Avevo visto anche nella
biblioteca di Pinerolo, sui margini di certi libri di storia, nei quali
essi eran giudicati dall'autor cattolico con parole appassionate e
ingiuriose, delle risposte sdegnose, scritte in furia a matita, delle
sclamazioni ironiche e dei rimproveri amari, che rivelavano l'anima
calda di lettori giovanetti, offesi nella loro fede; e m'era nato
il desiderio di conoscerli e d'interrogarli. Ma confesso che sapevo
assai poca cosa dei fatti loro. Per molti anni, da ragazzo, il loro
nome non mi aveva chiamato alla mente altre immagini che lo strano
emblema della loro fede: una candela che arde in mezzo a una corona
di stelle, col motto _Lux lucet in tenebris;_ e il ricordo d'un bel
quadro d'artista piemontese, il quale rappresentava un gruppo d'uomini
e di donne, sfuggiti alle persecuzioni dei savoiardi, e raccolti sulla
cima rocciosa d'una montagna, pallidi di sfinimento e di terrore,
sotto il raggio rosato dell'aurora. Poco tempo dopo, negli anni della
nostra rivoluzione, la storia delle loro lotte gloriose contro il
despotismo teocratico m'aveva acceso d'un entusiasmo pieno d'affetto.
Poi avevo dimenticato. Ed ora mi ritrovavo, quasi all'impensata,
in mezzo a loro e stavo per entrare nel loro paese, e, cosa che non
prevedevo ancora, nella loro storia, nella quale il mio spirito e il
mio cuore dovevano poi rimanere per molti mesi, come imprigionati
dall'ammirazione. Al nascere di questi pensieri, naturalmente, il
vice brigadiere Gamalero si ritirò in seconda linea. Non desiderai
più di arrivare a Torre Pellice che per veder la capitale di quel
popolo così singolare e ammirevole. E intanto avrei voluto attaccar
conversazione con qualcuno dei presenti. Ma il loro contegno non era
punto incoraggiante. Due parevano assorti nei proprii pensieri, altri
discorrevano a voce bassa d'una _Scuola latina_, che è nel villaggio di
Pomaretto, posto all'imboccatura della valle di San Martino. Uno, che
pareva un ecclesiastico, leggeva un piccolissimo giornale religioso,
che si stampa a Pinerolo, intitolato _Le Témoin_. La sola persona a
cui avrei potuto rivolger la parola era una signora sui quarant'anni,
seduta davanti a me, vestita di nero, pallidissima, con un bimbo sulle
ginocchia; una bella donna che pareva afflitta da una sventura recente,
e guardava le montagne; ma con un aspetto che rivelava un animo così
profondamente addolorato, e così forte, nello stesso tempo, contro
il dolore presente, e così coraggiosamente risoluto ad affrontare
i dolori avvenire, che la riverenza mi ricacciava indietro tutte le
interrogazioni, anche le più gentili, che mi venivano alle labbra.
Stavo non di meno per rivolgerle una domanda sul suo bambino, con
quella timidezza con cui si dirige la parola a uno straniero in un
paese straniero, quando il fischio della macchina a vapore annunciò che
eravamo arrivati a Bricherasio....
*
* *
È un bel modellino di piccola città campagnuola, che fa i conti delle
sue rendite, beatamente, ai piedi d'una collinetta da giardino,
coronata d'una chiesetta candida, in mezzo a una benedizione di
frutteti e di vigneti, tutti bianchi d'ombrellifere, che metton fame e
sete a guardarli. — Gran bella cosa la proprietà agricola! — avrebbe
esclamato il Prudhomme, affacciandosi al finestrino.... — migliore
forse della proprietà letteraria. — Tutto spira un'aria d'abbondanza
là attorno, e di vita grassa e contenta; l'aria d'un paese in cui
non ora soltanto, ma da tempo immemorabile regni una pace da Bengodi,
non stata mai turbata fuorchè dalle schioppettate dei cacciatori di
quaglie.... Ma è un puro inganno di quel bel verde impostore, che
dà l'aspetto innocente a ogni luogo. Dov'è ora la chiesetta bianca,
ci fu per secoli un castellaccio; intorno alla cittadina graziosa
girava una rude cintura di bastioni; e dal tempo che vi apriva la
testa a mazzate la soldataglia dei feudatarii fino al giorno in cui
il marchese di Parella vi vendicò il carnaio di Cavour, macellando
il presidio francese venuto da Pinerolo, anche qui corse sangue sopra
sangue, e s'ammontarono ossa su ossa. La strada ferrata passa appunto
a sinistra dell'altura dove piantò il suo quartier generale Carlo
Emanuele I, nel 1594, quando strinse d'assedio Bricherasio, difeso
dai francesi, con quel suo poderoso e strano esercito composto di
piemontesi e di svizzeri, di borgognoni e di spagnuoli, di milizie di
Pinerolo e di Barge, e di milanesi, accampati tutt'intorno, lungo le
rive del Chiamona e del Pellice. L'accampamento del duca occupava lo
spazio coperto ora da un ricco vigneto: era come un piccolo castello
di tela e di legno, formato da alti padiglioni conici, congiunti
fra loro, con una piazzetta nel mezzo; e gli s'alzavano accanto da
una parte le tende del Conte di Marino e di don Amedeo di Savoia, e
dall'altra, altre innumerevoli tende e padiglioni bianchi, gialli e
scarlatti, e baracche imbandierate, una città guerresca improvvisata,
dove stavan la corte, la nobiltà, un visibilio d'alti uffiziali di
Piemonte e di Spagna; e alla estremità opposta, Pietro di Padilla,
generale dell'esercito di Filippo II. Lo spettacolo doveva esser
vivo e splendido, se si pensa chi era il direttore di scena. Ora, nel
luogo in cui s'alzavano i padiglioni ducali, su quello stesso tratto
di terreno dove passeggiava a passi concitati, nelle notti insonni,
quel grandioso capitan di ventura, stendendo col pensiero i tentacoli
smisurati della sua ambizione dalla Macedonia alla Provenza, dal trono
del Papa al trono di Boemia, dalla corona di Spagna alla corona di
Francia, e meditando le vaste cabale e le giravolte astute e i colpi
d'audacia che meravigliavan l'Europa; in quel breve spazio quadrato
dove egli intratteneva con la conversazione rapida e scintillante i
pomposi generali dei due eserciti, e divisava acquisti di quadri del
Vasari e del Veronese, e poetava forse, e sognava la gloria immortale,
impotente quasi a contenere nel piccolo corpo difettoso la piena
tumultuante delle passioni; in quello stesso punto il vignaiuolo
avido e astuto quanto il principe savoiardo, ma più cauto, stilla
pacatamente la maniera di fare al padrone ciò che il principe avrebbe
voluto fare all'Europa, e conta sulle dita i miriagrammi d'uva e le
brente di vino che potrà buffare onestamente, ignaro affatto delle
glorie storiche della sua vigna, e fin del nome di Carlo Emanuele.
Così, con l'ignoranza, il contadino si vendica dei gloriosi devastatori
della campagna. Poichè gliel'avevan conciata bene, tra assediati ed
assedianti, a giudicarne da un disegno di quel tempo, fatto sul luogo
dal Caracca, e inciso dal Fornaseri, a _Turino_. È un curioso quadro
che rappresenta mirabilmente il castello, i bastioni di Bricherasio e
tutta la campagna circostante, nel trentasettesimo giorno dell'assedio,
e nel momento dell'ultimo assalto. Gli assediati son sulle mura; grandi
masse di cavalleria spagnuola e piemontese ondeggiano tutt'intorno,
lungo gli accampamenti e le trincee; tutte le batterie, dai lunghi
cannoni, lampeggiano; le baracche dei vivandieri, una piccola città,
posta sulla riva del Chiamona, fumano per apparecchiare il pasto della
vittoria; in ogni parte del campo caracollano e galoppano uffiziali e
carabinieri; tutto s'agita, freme, ribolle, s'avanza; già due colonne
di spagnuoli e una di piemontesi e di borgognoni hanno assalito la
cinta in tre punti, hanno superato il fosso, hanno invase le breccie;
una è già dentro le mura; i difensori resistono ancora, ma vacillano;
le grida di _Viva el Rey_ e _Viva il duca_ arrivano all'orecchio
dei cittadini tremanti nelle loro case; altri pochi minuti e i tre
torrenti umani, infranta l'ultima resistenza, irromperanno nelle
strade strepitando e urlando: — _La ciudad es nuestra! I souma sì!
Abajo las armas! Viva Bricheras! Döerve le porte!_ e convergeranno
tumultuariamente verso la piazza.... Nella quale troveranno la bella
statua del generale Brignone, il bravo soldato di Palestro, che è ritto
là in mezzo al suo caro paese nativo, in quell'atteggiamento austero
e quasi doloroso in cui lo vidi sulla via di Villafranca, il giorno
della battaglia di Custoza, durante la ritirata lenta o muta dei suoi
granatieri.
*
* *
Passato Bricherasio, s'apre con maestà graziosa la bella valle del
Pellice, dai due lati della quale s'alzano il Vandalino, superbo e
triste, e la Gran Guglia, e i monti di Angrogna, e il Frioland, una
varietà maravigliosa di cime cinerine che sorgono dietro alle alture
verdi, di cime azzurre che si drizzano sopra le cinerine, di punte
bianche che fan capolino sopra le azzurre, fino al confine di Francia;
e tutt'intorno, dalle rive del torrente affollate di pioppi, su per le
falde coperte di gelsi e d'alberi fruttiferi, vigneti sopra vigneti, e
campi biondi su campi biondi, divisi da macchie di castagni, e boschi
di pini e di faggi più alti, e ville, fattorie, chiesuole, capanne a
tutte le altezze, come nelle vicinanze d'una città grande; e su tutta
questa bellezza una gran pace. Sulla cima d'un bel poggio, da una parte
della via ferrata, s'alza in mezzo ai castagni il castello severo
di Bibiana; dall'altra luccicano al sole i tetti di San Giovanni;
in faccia, salta fuori dai boschetti del Pellice il campanile bianco
di Luserna. Intanto il treno corre in mezzo a palazzine eleganti, a
giardini fioriti, a grandi mucchi e a lunghissime file di lastre di
gneiss, cavate dai monti vicini, tra un martellare sonoro di operai,
che si spande pei campi come un coro di voci argentine; e la valle
si restringe, i monti si innalzano, la campagna.... Un momento....
Non si passa mica di là come si passa per qualunque altra stretta di
montagne. Mette conto di arrestare per un momento il pensiero, in quel
passo. Noi stiamo per entrare, siamo già entrati anzi, in una regione
famosa e gloriosa, in una piccola Svizzera italiana, che ha là vicino,
in Torre Pellice, la sua Ginevra, in mezzo a un popolo singolare,
che forma come una nazione a parte nel seno della nostra nazione,
raccolto quasi tutto e accampato in una vasta fortezza quadrilatera
di montagne dirupate e boscose, compresa tra l'alta valle del Po, la
frontiera del Delfinato e la valle di Susa. Questo popolo ha una storia
propria, la cui origine si perde nell'oscurità del medio evo, una fede
sua, una sua letteratura, un suo dialetto, un particolare organamento
religioso democratico, che appartiene a lui solo, un'assemblea libera
che tratta e decide dei suoi interessi più delicati, delle istituzioni
speciali, fondate in parte e sostenute dalla liberalità di gente
d'ogni nazione. Non occupa, e scarsamente, che tre valli, di cui
una piccolissima, e otto valloni; e ha corrispondenze e stazioni in
tutte le parti d'Italia, e colonie in Germania e in America, e vanta
amicizie di popoli e di principi, ospita visitatori riverenti e devoti
di tutti i paesi, manda soldati e divulgatori della sua fede in tutti
i continenti. Fra abitanti del piano e montanari non furon mai più, o
molto di più di ventimila, divisi in quindici parrocchie: eppure ebbero
le vicende e la forza d'un grande popolo; ebbero i loro eserciti, i
loro generali, i loro eroi, i loro martiri; trattarono molte volte da
pari a pari con lo Stato cento volte più grande a cui appartenevano:
sostennero trenta guerre, quali contro il Piemonte, quali contro la
Francia, più d'una contro i due Stati riuniti; tennero testa per quasi
un anno alla potenza di Luigi XIV. Come il popolo musulmano, sostennero
urti di crociate fanatiche; furono strappati tutti insieme dalle loro
terre come il popolo ebreo; si riconquistarono la patria come il popolo
iberico. Dispersi, uccisi, distrutti quasi tutti come una razza infetta
di cui si volesse purgare la terra, ripullularono più numerosi e più
ostinati. Infine stancarono con la costanza invitta gli oppressori,
si fecero invocare da loro nei pericoli, combatterono valorosamente
per la causa comune, strapparono ai secolari nemici l'ammirazione e la
gratitudine, li costrinsero a dar loro la libertà per cui lottavano da
secoli, a vergognarsi del passato, e a festeggiare quella concessione
come un bene e una gloria di tutti. E nonostante le mille persecuzioni,
e le guerre spietate, e i lunghi esilii, che avrebbero dovuto spezzare
intorno a loro ogni legame, e soffocare nel loro animo ogni altro
affetto fuor che l'amore dei propri monti e l'orgoglio della propria
storia, essi si mantennero sempre italiani nel cuore, e come furono
del vecchio Piemonte, sono ancora una delle provincie più nobilmente
patriottiche della nuova Italia. Onore ai valdesi, dunque! Eccoci a
Ginevra... Voglio dire a Torre Pellice. Vediamo un po' questo illustre
minuzzolo di capitale.
*
* *
Scendiamo alla stazione, usciamo nella piazza.... Dove diamine
siamo? In Italia, o in una città di passo della Svizzera e del Reno?
C'era pieno di gente. I due amici mi spiegarono: era la stagione in
cui vengono a passar le vacanze dai loro parenti i molti valdesi
che esercitano l'insegnamento in quasi tutte le parti d'Europa, e
specialmente in Olanda e in Inghilterra. Erano anche i giorni nei
quali si raduna a Torre Pellice il sinodo annuale, a cui intervengono,
in segno di simpatia per “il popolo dei martiri„ rappresentanti
di tutte le chiese evangeliche del mondo: una specie di piccolo
concilio ecumenico, di parlamento ecclesiastico, composto però di
ecclesiastici e di laici in parti quasi eguali, il quale tratta
tutte le questioni relative alle leggi e ai regolamenti che reggon
la chiesa valdese, e i suoi istituti di beneficenza e d'istruzione.
Molta gente arrivava, molta aspettava. Era un rimescolìo di maestri,
d'istitutrici, di istitutori, di famiglie, un ricambiarsi di strette
di mano e d'abbracci, un mormorìo di saluti in francese, in inglese
e in tedesco; poichè non son pochi anche i tedeschi e gl'inglesi che
soggiornano là durante l'estate. C'erano anche dei valdesi venuti
dalle stazioni delle varie provincie d'Italia, da Venezia, da Roma,
da Napoli; parecchi personaggi del Sinodo, pastori, evangelisti
laici, professori, ministri emeriti, e anziani e diaconi di tutte le
valli, quasi tutti con quell'aspetto particolare d'austerità benevola,
vestiti di abiti neri, coi capelli lunghi e ravviati, coi visi lisci e
placidi, composti senza affettazione, e come serenamente pensierosi.
Apparivano pure, qua e là, degli ecclesiastici stranieri, delle
canizie biondeggianti, dei visi ascetici, d'una carnagione di altri
paesi: ministri protestanti degli Stati Uniti forse, o d'Australia; un
pastore di Livonia, si diceva che ci fosse, e dei membri della chiesa
riformata del Capo di Buona Speranza. Era uno spettacolo curioso a
vedersi, in quella borgata nascosta fra i monti, tutta quella gente
così diversa d'aspetto, di modi, di linguaggio da quella che si vede
in tutti i paesi vicini. Pareva di ritrovarsi in mezzo a una di quelle
grandi carovane di viaggiatori, messe insieme dagli impresari di viaggi
internazionali, la quale non fosse discesa a Torre Pellice che per far
colezione, e dovesse ripartire fra pochi minuti per ripassare le Alpi
e risparpagliarsi per l'Europa. Tutti s'avviavano verso il paese, a
passo lento, discorrendo pacatamente; e in mezzo alle tube lucide e ai
grandi cappelli patriarcali di feltro nero, si vedevano spuntare delle
cuffiette bianche di contadine valdesi, delle lunghe penne di soldati
delle compagnie alpine, dei veli azzurri di signore e di signori,
armati di alti bastoni, raccolti a brigatelle, che s'apostrofavano in
piemontese e in italiano; poichè a Torre Pellice è il quartier generale
degli alpinisti della sezione dell'Alpi Cozie; e il bel quadro aveva
da una parte, sull'orlo d'un prato, le macchiette indispensabili di
due carabinieri, immobili, che parevano venuti là per tenere nei giusti
limiti la libertà di coscienza. Un bel quadro, una mescolanza bizzarra
di gravità e di gaiezza, di accademico e di campestre, di nostrano
e d'esotico, in mezzo a quelle alte montagne, sui confini d'Italia,
dentro al verde immenso e quieto d'una delle più gentili valli delle
Alpi.
*
* *
Infilammo la via principale, passando davanti a una fontana pubblica
che fece erigere il re Carlo Alberto, in segno di gratitudine per
l'accoglienza affettuosa che gli fecero i valdesi nel 1844. Il paese
stretto e lunghissimo, è tutto pulito e lindo, che par fabbricato da
pochi anni. Somiglia a un villaggio svizzero. Le casette colorite
di fresco, i salici piangenti che sporgon fuori dai muri bassi dei
giardini, le torrette bianche delle chiese evangeliche che spiccano
sulla vegetazione bruna dei monti, e le viti fronzute che formano delle
tende verdi sulle facciate delle case turchine e rosee, gli danno una
grazia singolare; guastata un poco dai grandi casoni nudi e grigi dei
molti opifici, fabbriche di tessuti la maggior parte, che empion la
valle d'un brontolio cupo e affannoso. Non ci sono che quattromila
abitanti, metà dei quali, a un di presso, cattolici, e quasi tutti
operai. Ma il carattere generale della piccola città è vistosamente
valdese. C'è quella nitidezza, quell'aria di semplicità quasi ingenua
che si ritrova nei sermoni dei pastori delle valli. Quelle iscrizioni
insolite nei nostri villaggi, come _Circolo Letterario, Sala di
Conferenze, Scuola normale, Pensionnat,_ che inalzano gli abitanti
nella stima del visitatore, pare che nobilitino, in certo modo, anche
l'aspetto materiale del paese, e gli aggiungano all'occhio qualche cosa
d'originale. I vetri delle finestre tersissimi, le botteguccie anche
più misere, ordinate e lucide, e non so che apparenza d'assestatezza
in tutte le cose, mi ricordarono certi villaggi della Frisia e di
Groninga. Le piccole strade erano animate; giravano molte cuffiette
bianche; passavan dei signori, con delle palandrane scure, dei visi di
professori, che leggevano le loro piccole gazzette locali, _Le Témoin_
o l'_Avvisatore alpino_, m'immagino; delle frotte di bimbi, coi libri
sotto il braccio, uscivan dalle scuole, allegri ma senza far chiasso,
vestiti da povera gente, ma senza cenci. Non osservai nulla di diverso,
nell'aspetto della gente del popolo e dei campagnuoli, dal tipo comune
piemontese; ma so che dei naturalisti stanno studiando se non esistano
nella famiglia valdese certi particolari caratteri fisici, per effetto
del numero grandissimo di matrimonii fra consanguinei che vi seguon
da secoli: essi ci diranno qualche cosa. Noi, in un breve giro,
incontrammo parecchi ragazzi bellissimi, punto somiglianti a quelli
che credeva di trovare tra gli eretici il duca Carlo II, con un occhio
in mezzo alla fronte, e sei file di denti pelosi. Incontrammo anche
una signorina valdese, alta e superba, una vera bellezza, una donnina
del Michetti ingigantita, che avrebbe fatto cader la bolla della
scomunica dalle mani di Torquemada. E fu questa la sola vista che turbò
un momento, per noi, la quiete serena di Torre Pellice. C'era in ogni
parte un'operosità tranquilla, e come un buon odore di vita ordinata e
raccolta; l'apparenza d'un paese in cui non fosse mai stato commesso
un delitto, nè seguito un tumulto o una sventura pubblica, e dove i
carabinieri stessero in villeggiatura.... A proposito: la passeggiata
pei dintorni, naturalmente, la riserbammo a più tardi: la nostra prima
visita fu per il vice brigadiere Gamalero.
*
* *
Domandammo di lui all'albergo; ci dissero che faceva il garzone da
un liquorista! Andammo dal liquorista. C'eran tre uomini seduti a
una piccola tavola, in una piccola stanza, in mezzo ad una nidiata di
bimbi. Dissi subito: — Dev'esser quello là; — non si poteva sbagliare.
Egli ci portò il vermut. È veramente una figura da carabiniere
piemontese dell'antica stampa; alto, membruto, d'aspetto grave, quasi
cupo, con due grandi occhi scrutatori e i baffi grigi. È vicino ai
settanta, ne dimostra dieci di meno: si capisce alla prima occhiata
che doveva avere una forza erculea, e che l'ha conservata quasi
tutta. Gli domandammo se voleva venire all'albergo dell'_Orso_ a bere
un bicchiere con noi, e a raccontarci il famoso arresto. Rispose di
sì, senz'altro, come se fosse una cosa già convenuta, e fece subito
un'uscita da vecchio carabiniere, abituato alle formalità del servizio.
— _Mi rincresce soltanto che non mi ricordo più del nome di battesimo
di Delpero_. — Io lo sapevo: Francesco; e anche il soprannome, Nerone:
li avevo visti in sogno più d'una volta, scritti sulla parete, a
caratteri rossi. Fummo maravigliati della sua voce: una voce profonda,
poderosa, un po' tremula, la quale, a' suoi bei tempi, doveva gridare
degli _alto là_ da far accapponare la pelle ai cavalli. Due ore dopo
era seduto a tavola con noi, e ci raccontava la sua vita, modestamente:
figliuolo d'un capellaio d'Alessandria, soldato nella brigata Aosta dal
1835 al 1841, poi carabiniere; promosso vicebrigadiere, non so in qual
anno, dopo un arresto rischioso fatto a Torre Pellice, e servizi resi
durante il colèra, a Villafranca. Al tempo del Delpero, era di stazione
a Vigone. Il bandito era cercato da varii mesi, furiosamente, da tutte
le parti. Da ultimo aveva ancora ucciso a tradimento due carabinieri,
di notte, sulla via di Pollenzo, e cercava di assassinare il delegato
di sicurezza pubblica di Pinerolo, certo Francia, al quale aveva già
dato molti anni prima una stilettata mortale, per cui l'avevan mandato
in galera; donde era fuggito freddando un guardiano. Il Gamalero faceva
continue perlustrazioni, faticose e inutili, nei boschi di Vigone,
dove si credeva che il Delpero s'aggirasse con la sua banda. Una sera
che ritornava stanco morto da una di queste corse, gli dicono che il
brigadiere, uscito poco prima dalla caserma, cerca di lui. Egli va
difilato all'osteria dell'_Orso marino_, dove gli pareva più probabile
di trovarlo. C'era infatti, con un altro carabiniere: li aveva mandati
a chiamare l'ostessa perchè eran capitate all'osteria due “brutte
facce.„ Il Gamalero entra nella stanza grande. A sinistra della porta
d'entrata, all'estremità d'una lunga tavola, c'erano i due avventori
sospetti, seduti l'uno in faccia all'altro, che avevano smesso di
mangiare. Il brigadiere, ritto davanti a loro, col carabiniere accanto,
— un mingherlino, un po' tonto, — li interrogava. Un po' più in là,
a un'altra tavola, stava cenando un altro avventore, un negoziante di
bovi, corpulento, che osservava con curiosità quella scena. — Appena
entrato, disse il Gamalero, appena vidi la faccia di quello seduto di
fronte alla porta, dissi subito tra me: — Quello è Delpero. — Era un
giovine sui ventisei anni, d'alta statura, coi capelli neri e la barba
nera, d'una pallidezza di morto. Il Gamalero s'andò a piantare alle
spalle di lui, vicinissimo, senza fiatare; e il brigadiere gli fece un
cenno col viso: — Occhio alle mani dell'amico. — Intanto continuava a
interrogare. Richiesti delle carte, gli avevan presentato un passaporto
e un certificato patentemente falsi: i connotati non corrispondevano,
le firme eran tutte della stessa mano. L'uno si faceva passare per un
mercante d'agrumi, l'altro per un negoziante di vino. Il brigadiere
incalzava con le interrogazioni, e osservava intanto che una tasca
della giacchetta del più grande presentava un rilievo singolare.
— Datemi di nuovo il passaporto, — gli disse, — e alzatevi, che
riconosca un'altra volta la statura. — To'! — gridò allora il Delpero
cacciando fuori con rapidità fulminea una pistola, e puntandola al
cuore del brigadiere. Ma nel punto stesso il Gamalero gli vibrava un
formidabile pugno nel viso, che lo buttava a terra. Il brigadiere e il
carabiniere s'avventano sul caduto; il Gamalero salta sull'altro, lo
afferra pel collo, e lo porta via di peso, sbatacchiandolo attraverso
alla stanza.... Qui bisognò ridere per forza a sentire come il
Gamalero, interrompendosi, accennò di volo, senza ridere, la sveltezza
prodigiosa, la velocità sovrumana con cui il grosso negoziante di bovi,
al veder la mala parata, non fuggì, ma volò, svanì per la finestra.
La lotta fu tremenda. Il Delpero, armato d'altre due pistole e d'un
coltello, lottava per salvarsi dalla forca; la disperazione gli dava
una forza formidabile, la rabbia l'aveva mutato in una belva, si
scontorceva, ruggiva, picchiava, si rotolava sul pavimento, abbracciato
ai due carabinieri, fra le panche rovesciate e le stoviglie spezzate,
scalciando e addentando, facendo degli sforzi di dannato per afferrare
l'altre armi. Il Gamalero voleva correre in aiuto ai due compagni, ma
non attentandosi ad abbandonare il suo prigioniero, gli andava torcendo
la cravatta, e allentandola a vicenda, quando lo vedeva annerire; gli
dava un po' di fiato, di tanto in tanto, per dirla con le sue parole,
lo stretto necessario per vivere, come si fa con la chiavetta d'un
becco di gas, che non si vuol nè spegnere nè tenere acceso. Il momento
era terribile. C'era da temere che gli altri della banda fossero
appostati là attorno; se accorrevano, tutto era perduto. Una persona
s'affacciò alla porta: fu creduto un bandito; disparve subito; era
un fratello dell'oste, mezzo scemo. Bisognava finirla. Il Gamalero,
con una mano sola, stringendo il laccio più forte, strascinò il suo
impiccato verso gli altri tre, afferrò un braccio all'assassino, gli
fece cascar dal pugno la pistola, lo inchiodò a terra per la gola;
e allora s'arrese, finalmente, e fu ammanettato. Subito accorsero
guardie municipali e guardie nazionali. Il Delpero ansò per molto
tempo. Le sue prime parole furono di rammarico perchè gli fosse mancato
il colpo alla pistola. — Se non mi mancava, — disse con uno sguardo
torvo al brigadiere, — a quest'ora lei sarebbe già in compagnia degli
altri due. — Poi diede in smanie da forsennato, si dibattè, urlò che
voleva morire, tentò di spaccarsi il capo contro il muro. In fine,
si quetò, e fu portato alla caserma dei carabinieri, tra un urlìo
orrendo della folla.... Ma io l'ho sciupato miseramente il racconto
del Gamalero. È difficile farsi un'idea dell'eloquenza, disordinata,
ma calda, gagliarda, scolpita, con la quale egli ci fece veder quella
scena, e sentir quasi gli aneliti, i colpi, lo sgretolìo dei denti, le
grida soffocate dei lottatori. A lui stesso pareva di ritrovarcisi, e
gestiva, raccoltamente, ma con tale vigore, che quando torceva il pugno
noccoluto per render l'atto con cui aveva serrato la strozza al suo
fantoccio, mi pareva di sentirmi il colletto troppo stretto, e me lo
sarei sbottonato con piacere. E tirò innanzi per un pezzo. Ci raccontò
tutti gli altri avvenimenti della sua vita militare, dei quali non fu
mica il più notevole l'arresto del Delpero: combattimenti sanguinosi
con disertori, corpo a corpo, nelle tenebre, dentro a fossi della
campagna; inseguimenti disperati d'assassini per stradoni solitarii,
al lume della luna; lotte contro folle ammutinate, due contro cento,
con la certezza della morte; il salvamento fatto da lui in una città
dell'Emilia, d'un quadro del Guercino, sorprendendo con uno stratagemma
astuto, di notte, i ladri che lo trafugavano; tante avventure e così
strane e drammatiche, da far pensare perchè mai certi matti affamati
di commozioni, che trovan la vita noiosa, non vadano ad arrolarsi
nella “benemerita arma.„ Per la prima mezz'ora, parlò piemontese;
poi, a poco a poco, si mise a parlare italiano, malgrado le nostre
preghiere, quasi forzato da non so che capriccio fonico della memoria;
un italiano stranissimo, tutto intessuto di frasi da _rapporto_ e
di parole vernacole italianate con una desinenza in _i_; ma che non
ci facevan ridere, nè sorridere, perchè eran l'espressione ingenua
e rozza di quello che aveva d'italiano nell'anima, un'eco della gran
voce della patria unita, ch'egli era arrivato in tempo a sentire negli
ultimi anni della sua vita di soldato. E s'accalorava parlando, senza
mai perdere, peraltro, una certa ritenutezza severa d'aspetto e di
modi: ci spiegava certi segreti del suo mestiere, certe prescrizioni
che faceva ai carabinieri novizii, per esempio, per arrivar addosso a
dei malfattori, di notte, per una via di campagna: andar per un pezzo
a passi lunghissimi, tra il passo accelerato e la corsa, in punta di
piedi, nel mezzo della via, dov'è più alta la polvere; poi, a breve
distanza, spiccare una corsa precipitosa, la quale ottien quasi sempre
l'effetto di “far perder la testa„ ai bricconi, che rimangon lì,
intontiti e immobili, senza neanche l'idea della resistenza; e diceva
questo a voce bassa e concitata, fissando nel muro i suoi assassini
immaginarii, con l'occhio scintillante, come se li vedesse davvero. Poi
riferiva gl'interrogatorii imperiosi, che faceva agli arrestati, per
confonderli; con una tale efficacia di espressione li ripeteva, che a
un certo punto del racconto, sentendomi una sua mano sul ginocchio,
e vedendo i suoi grandi occhi fissi nei miei, mentre mi domandava
viso a viso, con quel vocione: — E i mezzi di sussistenza? — rimasi
un momento imbarazzato, e quasi lì lì per rispondergli, timidamente:
— Ma.... non so.... m'ingegno.... — Parlava a cuore aperto, facendo
comprendere, senza esprimerli, tutti i suoi sentimenti più intimi,
vedere tutto il fondo della sua semplice natura: e non si può dire la
rettitudine d'animo, l'abborrimento profondo del delitto, lo sdegno
superbo della viltà, il nobile concetto del proprio ufficio, il forte
e netto sentimento del dovere e dell'onore, che si rivelava dalle
sue parole, dal suo accento, dal suo viso. Non pareva un semplice
carabiniere che parlasse, in certi momenti, ma un giudice, che so
io? uno di quegli austeri monaci antichi, incolti, ai quali la fede
illuminava l'intelletto; tanto il suo parlare era grave, nonostante
la scorrettezza, e sensato, fermo, dettato da una coscienza onesta,
e da un cuore forte, sano e generoso. E non un'ombra di vanteria nel
suo discorso: si sarebbe giurato sulla verità assoluta d'ogni parola;
non un lampo di compiacenza vanitosa nel suo viso, benchè mi vedesse
pigliar delle note mentre parlava. — Signori, comandano altro? —
domandò quand'ebbe finito, come avrebbe detto ai suoi superiori dopo
una relazione di servizio. E dataci una forte stretta di mano, se
n'andò senza cerimonie, serio come sempre, quasi triste, verso la sua
botteguccia.
*
* *
Quando uscimmo, la valle era tutta piena di sole, il paese faceva
la sua _siesta_, mezzo insonnito, dentro al suo grande letto verde,
sotto la vigilanza guerriera del Vandalino, la sentinella gigantesca
delle valli, la quale da qualunque parte ci trovassimo, pareva che ci
s'alzasse sopra il capo. Quello, e tutti gli altri monti circostanti,
così ridenti alle falde, si fanno terribili di forme e di memorie,
innalzandosi. Nei loro fianchi s'aprono caverne spaventevoli, covi
antichi di saraceni, e poi ricetto di valdesi cercati a morte,
convertite in stanze di tortura e in sepolcri. Ma la vegetazione è
così folta, florida, allegra, che le memorie sinistre dei luoghi vi
rimangono sotto soffocate. Per un buon tratto, camminando, non vedemmo
altro che verde e azzurro. Il terreno saliva dolcemente. Quasi senza
avvedercene, ci trovammo sopra un bel poggio, al confluente del Pellice
con l'Angrogna, dove sorgeva la torre famosa, che diede nome al paese,
e un castello disputato per lungo tempo tra Francia e Savoia, e più
volte rovinato e rifatto; con la storia del quale è legata in gran
parte la storia del popolo valdese. Ora non ne rimangon che pochi
ruderi, quasi nascosti dalle piante. Di là si vede, sotto, tutto Torre
Pellice, e i due torrenti, e più lontano, Luserna, e a destra e a
sinistra, monti dietro a monti, e poi la pianura infinita: tutto così
bello e felice quando splende un sole d'oro nel mezzo d'un cielo di
zaffiro, ripulito da una buona arietta di settembre. Eppure quello è
uno dei più sciagurati e dei più sinistri luoghi del mondo; il luogo
dove risedettero, trincierarono i loro reggimenti, ordirono le loro
trame, e diedero i loro ordini terribili quei governatori di nefanda
memoria, quel conte della Trinità, quel Castrocaro, quel marchese
di Pianezza, quel conte di Bagnolo, al suono del cui nome par di
sentire confusa un'eco lontana di grida di raccapriccio e d'angoscia.
L'enorme macchina di tortura che per centinaia d'anni spremette
sangue, oro e disperazione dal popolo valdese, era piantata là, su
quel poggio così gentile. Di là partivano, a grosse colonne, quegli
eserciti feroci, composti in parte di soldati regolari, in parte di
volontari, di campagnuoli fanatici, d'irlandesi banditi dal Cromwell,
di saccheggiatori e di scampaforche, che i governatori sguinzagliavan
nelle valli come branchi di mastini a fare le vendette del Dio
dell'Inquisizione. E là riparavano, ritornando dalle spedizioni contro
Villar, Bobbio, Comba, Taillaret, Rorà, Pra del Torno, cacciandosi
innanzi il loro bottino vivente, famiglie cariche di masserizie,
seguite dal bestiame delle proprie terre, pastori incatenati come
ladroni, giovani colle orecchie strappate a furia di morsi, vecchi
coperti di lividure, donne insanguinate pazze di terrore, che vedevan
già con l'immaginazione le tanaglie e le ruote del Sant'Uffizio, e
si stringevan contro i fianchi le teste dei fanciulli sfiniti dalla
fatica e soffocati dai singhiozzi. Là intorno, sopra le cime di quei
bei monti, seguirono quelle fughe tragiche di popolazioni d'interi
villaggi, avvertite in tempo dell'assalto imminente, erranti per le
nevi, al lume delle stelle, gli uomini coi ragazzi assiderati sopra
le spalle, le donne coi bimbi moribondi nelle culle, striscianti
nell'ombra delle rupi, al fischio delle palle degl'insecutori,
mentre giù nella valle si alzavano le fiamme delle loro case e gli
urli dei loro fratelli sgozzati. Là, per quei sentieri, lungo i due
torrenti, passarono, nelle giornate memorande della grande espulsione,
diretti alla pianura, per esser dispersi pei conventi e per le
galere, per andare a morire a mucchi, pigiati come bestie da macello,
divorati dalla fame e dai pidocchi, nei fossati delle cittadelle e
nelle prigioni immonde, passarono in file sterminate, a centinaia,
a migliaia, i mariti separati dalle mogli, i parenti divisi dai
figliuoli, poveri, signori, vecchi, donne, infermi, feriti, legati a
due a due, e coppia a coppia, con lunghissime corde, fiancheggiati
dai soci della _propaganda fide_ che tentavan di strappare i bimbi
alle madri, spinti innanzi a calci e a nerbate, coperti di scherni,
di maledizioni e di sputi, come una turba di schiavi infami destinati
alle fiere di un circo. E di là, infine, proprio dalla cima di quel
poggio, fu dato il segnale di quelle stragi di Pasqua, di quella
Saint-Barthélemy dei Valdesi, che strappò un grido d'orrore al mondo, e
quei versi terribili al Milton; e dopo la quale degli uffiziali onorati
buttaron la spada con disprezzo ai piedi del loro generale; là in
quel tratto della valle e per tutto lo spazio che s'abbraccia di lassù
con lo sguardo, famiglie intere, snidate dai nascondigli, raggiunte e
accerchiate per le vie e per i campi, furon palleggiate sulle punte
delle spade e delle alabarde; centinaia di sventurati fatti perire
con quei supplizi inauditi, inventati dalle immaginazioni stravolte di
carnefici pazzi e briachi, con quelle agonie eterne, la cui sola idea
ci oscura la ragione; uomini e donne d'ogni età, sotto gli occhi dei
loro più cari, scaraventati giù dai precipizii scannati, scorticati,
sbranati, ridotti lentamente un carname informe che urlava ancora, e i
bambini sfracellati contro le roccie, in cospetto delle madri mutilate,
a cui schizzavan le cervella negli occhi.... Oh! Maledizione! Dolore!
Vergogna eterna! Esecrabili memorie che inferociscono il cuore, che
destano, con l'immaginazione della vendetta, anche nell'anima dei
miti, la sete di sangue che era nell'anima dei carnefici!... Ma un
altro sentimento tien dietro subito all'indignazione: uno scoramento
triste, un disprezzo infinito della bestia umana, che fu capace allora
di commettere quegli orrori in nome della religione, che li commise
più tardi in nome della libertà, che li commetterà forse domani in nome
dell'eguaglianza; che è capace ancora, dopo sei secoli, di ricordarli
senza ribrezzo e senza rossore, di scusarli, di giustificarli,
di gloriarsene. Non ci è che un conforto a quel pensiero, ed è il
considerare che quelle atrocità obbrobriose furono inutili a chi le
commise, e duplicarono la forza di chi le patì. Non foss'anche stato
il sentimento profondo della propria fede, sarebbe bastato l'orrore,
l'odio che dovevan provare contro i macellatori, a mantener i valdesi
eroicamente immobili nella loro ostinazione; la carne, le viscere loro,
oltre che la coscienza, dovevano abborrire anche dalla sola idea d'una
simulata conversione; dovevano nascere con l'istinto della resistenza
disperata nel sangue i nipoti di quei martoriati. Che gigantesco
orgoglio si saran sentiti nell'anima di fronte ai propri nemici! E
come si capisce che dovessero amare disperatamente il loro paese, e
amarsi tra loro, legati com'erano gli uni agli altri da quelle tremende
memorie, dall'odio mostruoso che li circondava, e dall'immensa pietà
delle sventure comuni!
*
* *
Dì lassù, guardando nel paese col canocchiale, vidi a una cantonata
un cartellone di teatro che annunziava la rappresentazione del
_Ventaglio_ del Goldoni. Non potevo trovare migliore pretesto per
rompere il filo delle riflessioni tristi. Ma la prima volta che
si va tra i Valdesi, è difficile sprigionare il pensiero dal loro
maraviglioso passato. Quelle tre date terribili: 1561, 1655, 1686,
che sono come le tre piaghe sanguinanti della loro storia, mi pareva
di vederle scritte nei muri, incise negli alberi, tracciate sulle
vie, segnate per aria, e che avessero quasi il senso d'un rimprovero
e d'un avvertimento: — Raccogliti, ricorda, medita! Non è questo un
luogo dove tu debba far faccia da ridere, figlio dei persecutori! —
Che volete? Qualche cosa sulla coscienza, un minimo che, leggerissimo,
me lo sentivo anch'io; tanto che i saluti e gli sguardi benevoli che
ci rivolgevano i campagnuoli, incontrandoci, mentre scendevamo, mi
sembravano quasi una gentilezza immeritata. Insomma, tutta quella gente
avrebbe bene avuto un po' di diritto di darci quattro tanagliatine tra
la spalla e il gomito, delicatissime, s'intende, per pura formalità
di contraccambio. Tutti i putti che vedevo seduti davanti agli usci
delle case, mi ricordavano quei cinquanta poveri bimbi dei Valdesi
fuggiaschi da Pragelato, trovati morti gelati nella neve, gli uni
nelle loro cune, gli altri fra le braccia delle madri irrigidite,
lassù, sui monti della valle di San Martino, nella quaresima del
1440. Una ragazza bionda e graziosa, sui quattordici anni, che entrava
in casa con un gran pane sotto il braccio, mi fece pensare a quella
piccola eroina, che sorpresa dai soldati del conte della Trinità in
una caverna, dove s'era rifugiata con l'avolo centenario, e visto
trucidare il suo vecchio, spiccò un salto per scampare alle braccia
degli uccisori, e rotolò morta sformata in fondo a un burrone. Una
coppia matrimoniale, un po' più in là, un ometto sulla cinquantina,
un po' curvo, che dava il braccio a una signora malata, di aspetto
risoluto insieme e amorevole, mi richiamò alla mente quell'infelice
Mathurin, e quella sua brava e buona Giovanna che volle morire con
lui, nel 1560, legata alla stessa trave, sulla medesima catasta di
legna, in faccia all'inquisitore generale e al prevosto generale di
giustizia, nella piazza maggiore di Carignano. Quella stessa campagna
così fiorente, la vedevo nuda in qualche momento, devastata, sparsa
di rovine affumicate e di vestigia turpi d'accampamenti, come doveva
offrirsi allo sguardo quando vi seguivano i casi maravigliosi che la
resero celebre. Casi meravigliosi, infatti, anche per la mescolanza
incredibile che presentavano di solenne, di bizzarro, di tragico, e a
volte di ridicolo dall'una parte e dall'altra. Che strana cosa, quei
brillanti aiutanti di campo che entravan di carriera nei villaggi, a
intimare: — _O alla messa fra ventiquattr'ore, o la morte!_ — e che
riportavano al generale quelle risposte: — _Meglio mille volte la morte
che la messa!_ — E quei legati delle due parti che, nelle interruzioni
dei combattimenti, si radunavano, ancora neri di polvere e stravolti,
a disputare sul sacramento del battesimo, sulla supremazia del Papa
e sulla transustanziazione! Strani, degni del pennello di un grande
umorista, quegli sgomberi forzati dei conventi, quei monaci portati
via sulle spalle dalle donne in mezzo alle grida festose del popolo:
io li vedevo, per quelle strade, beccheggiare al di sopra delle teste
della folla, come barconi sopra un'acqua agitata, e mi pareva che
non fossero mica spaventati, alcuni di quei fratoni, di sentirsi di
sotto le spalle rotonde di due robuste eretiche di venticinque anni,
e che nell'appoggiar le mani sulle teste per non cadere, andassero
palpando le grosse trecce con un'aria sorniona, sorridendo tra le
palpebre semichiuse. E quelle sfide clamorose a disputare sul culto
delle immagini e sulla presenza di Gesù Cristo nell'ostia, che si
slanciavano da un paese all'altro, per lettera, monaci, gesuiti e
pastori, chiamandosi a vicenda ignoranti, bestemmiatori, donnaioli e
dannati; quelle scene tumultuose, quando i due avversari convenivan
nelle chiese, l'uno seguito dai suoi Valdesi, l'altro da un codazzo di
gentiluomini, di frati, di sagrestani e di bifolchi, in presenza d'un
governator militare cattolico, che avrebbe dato fuoco a tutt'e due;
e lì fiumi di chiacchiere, e grida, e gesticolamenti d'energumeni,
e chi sa che birberie di cavilli, che scambietti d'arzigogoli da
bastonate, e quante volte il santo randello sarà accorso in aiuto
delle cattive ragioni! — Ma l'immagine che mi vidi più viva dinanzi
per tutto quel giorno, che mi pesava quasi sull'animo come il ricordo
d'un sogno spaventoso, come l'espressione di tutti i terrori e di
tutti gli orrori della storia valdese, son quei convogli che passarono
molte volte per quelle strade, nei secoli scorsi, quelle commissioni
che venivan da Torino per estirpar l'eresia, in qualunque modo,
con la persuasione, con le minacce e con la morte. Ah! no, studiate
pure: voi non riuscirete a rappresentarvi alla mente un quadro più
lugubre e più tremendo.... Il presidente del parlamento di Torino, dei
consiglieri, dei membri del tribunale dell'inquisizione, una frotta
di domenicani, di gesuiti, di arcieri di giustizia, e un seguito di
contadini infanatichiti, armati di coltelli, e di predatori vagabondi
raccattati per viaggio, e i frati cappuccini, e i birri, e il boia....
Raffigurateveli per una via di villaggio, di notte, che passano
lentamente, fra le case mute, al chiarore delle torcie resinose che
gettan per le finestre nelle stanze un riflesso delle fiamme del
rogo; immaginate quel miscuglio di cappucci, di caschi, di pugnali,
di crocifissi, di corde, quel rumore di catene e di tonache, quelle
faccie barbute, quelle braccia in croce, quel mormorìo di preghiere,
quelle fiamme fumose e quell'ombre sui muri.... Ah! l'orribile cosa!
In pieno giorno, in mezzo a quel bel verde e sotto quel bel cielo, la
scellerata visione mi strappava un grido muto dall'anima: — Via, larve
nefande, spauracchi abbominevoli del passato!.... — e svanivano; ma per
riassalirmi ad un altro svolto di strada, come uno stormo di upupe, che
uscissero improvvisamente da un cimitero.
*
* *
I miei due compagni mi condussero a fare una visita a un loro amico
valdese, un signore sulla sessantina, dotto e amabile, padre d'una
famiglia numerosa e studiosa, sparpagliata per l'Europa. In quei
giorni, ce n'era a casa una buona parte; signorine e giovanetti,
d'aspetto serio e simpatico. La casa mi parve che ritraesse qualche
cosa del carattere della religione: una grande semplicità, le pareti
bianche, una pulizia olandese, un ordine rigoroso: l'apparenza d'una
casa in cui tutti dovessero levarsi prestissimo, e studiare, pregare e
ricrearsi a quelle date ore, a regola d'orologio, come in un collegio.
Parlavano tutti francese. I Valdesi colti parlan quasi sempre quella
lingua fra loro. La introdussero nel paese, dicono, i pastori che
vennero chiamati dalla Francia e da Ginevra dopo che la peste del 1630
ebbe portati via quasi tutti i pastori nativi delle valli; e aiutarono
anche a diffonderla i giovani mandati a studiare di là dalle Alpi,
e i libri religiosi, scritti in francese. Ora, peraltro, in quella
predilezione del francese c'entra anche un po' di compiacenza, l'idea
di parlare una lingua che tutti gli altri italiani vicini vorrebbero
conoscere, e che essi conoscon meglio di tutti, e che è quindi, per
loro, come un segno e un argomento di maggiore cultura. Ma si vanno
italianando, lentamente, da parecchi anni. E intendo dire di lingua,
perchè di cuore sono italianissimi, e non hanno punta simpatia, se così
può dirsi, storica per la Francia; alla quale danno la parte maggiore
di colpa nelle persecuzioni che ebbero a patire; non ostante che gli
scrittori d'oltralpi s'ingegnino di persuaderli che i loro più funesti
persecutori furono in ogni tempo gl'italiani. Certo, la quistione non
è facile a risolvere. Ma questo è incontestabile, almeno: che la più
terribile delle persecuzioni, quella per cui tutto il popolo valdese
venne strappato dalle sue valli e disperso pel mondo, fu opera di
Luigi XIV, e che gli orrori commessi in quell'anno dall'esercito del
gran re nella valle di San Martino, stanno poco al di sotto delle
famose stragi di Pasqua. Ma essi parlano di tutti quegli avvenimenti
senz'ira, e quasi senza rancore, da vincitori che han perdonato; e
perfino nei loro scritti storici, se qualche volta si lasciano sfuggire
una parola violenta, non è quasi mai che una parola; alla quale
segue subito l'espressione d'un sentimento di pietà e di benevolenza.
Deriva anche questa moderazione dalla cultura, dalla conoscenza della
storia, particolarmente, che è assai diffusa fra loro; per il che non
cadono nell'errore di spinger troppo oltre le giuste recriminazioni,
giudicando il passato con le idee del presente. Non c'è alcuno di essi
che, nel giudicare le guerre atroci di cui furon vittime i loro padri
nel sedicesimo secolo, non mostri d'aver chiaro in mente il concetto
dello stato di quella Europa, divisa in due campi dalla religione,
agitata furiosamente dal Papato, che andava riacquistando le antiche
forze, insanguinata con egual furore da protestanti e da cattolici:
il concetto, dico, della confusione di errori e di passioni di quel
periodo di tempo, nel quale avevan color religioso tutte le guerre,
e la teologia guidava la politica, ed era massima inconcussa in ogni
Stato la necessità dell'unità religiosa, e che fosse fuor della legge
chi era fuor della Chiesa, e che non si dovesse usare in materia
di religione nè pietà nè misericordia. Perciò non si rifiutano di
riconoscere, nemmeno nei più implacabili nemici di quegli anni, certe
ragioni che valgono a scemare alquanto l'odiosità delle persecuzioni,
o a spiegare almeno come le abbiano potute compiere, pure non essendo
mostri di ferocia. Riguardo alla casa di Savoia, in particolar modo,
mostrano una grande mitezza; la quale, per esser giusta, non è men
generosa: pare che non ne ricordino che i benefizi. Rispetto ai primi
duchi, lamentano l'ignoranza in cui eran tenuti, le favole calunniose
con le quali venivano eccitati contro i Valdesi, dipinti a loro come
gente depravata, selvaggia, impaziente d'ogni legge. Rispetto agli
altri, sanno come fossero istigati, forzati alla violenza da Francia,
da Spagna, da Roma; come anche i più severi di essi fossero rampognati,
accusati di mollezza colpevole, specialmente dai Papi; come lo stesso
Emanuele Filiberto, sotto il quale infuriò quel famigerato conte della
Trinità, ripugnasse dalla guerra che il legato pontificio gli predicava
necessaria con minacce e con rimproveri amari, e come manifestasse poi,
con fiere parole, alla Corte di Roma la sua disapprovazione per il
modo di procedere del Sant'Uffizio che “invece di punire, disperava„
e che era più atto “a distruggere, che a edificare.„ Ricordano con
gratitudine l'ammirazione e la pietà di Filippo di Savoia. Non ignorano
infine, che Vittorio Amedeo II resistette quanto potè alle istigazioni
di Luigi XIV prima di rompere quella deplorabile guerra del 1686;
che lo irritò con cento ripulse e con ogni sorta di scappatoie; che
non cedette se non minacciato; che dovette cedere perchè il Re lo
teneva sotto i piedi, per mezzo di Pinerolo e di Casale e con un
esercito accampato in val di Chisone. Con tutto questo, è vero, non
si giustificano pienamente nè gli ultimi duchi nè i primi; poichè,
se non altro, avrebbero potuto fare assai di più per render meno
orribili le persecuzioni a cui furono in parte costretti. Ma è raro
che un Valdese esprima risentitamente questo pensiero. Non era nella
loro indole, — dicono, — non era nell'indole dei duchi quello spirito
di persecuzione implacabile. La forza che trascinava alla crociata
i grandi Stati cattolici, li travolgeva. La società onnipotente _de
propaganda fide_ li circuiva, li premeva, li aizzava, metteva loro
la benda agli occhi e l'arma in pugno, li spingeva al sangue per
disperazione. Dopo ogni persecuzione, infatti, sono come vinti dalla
pietà, la generosità naturale del loro cuore ripiglia il di sopra,
inclinano al perdono, accordano dei patti accettabili. Ma che vale?
Il loro cattivo genio, il nemico dei Valdesi e di loro, che domina
la nobiltà, la corte e la plebe, s'intromette, ristringe i patti, li
nega, li viola, soffia nei rimasugli dell'incendio e fa divampare la
fiamma. Senza dubbio, anche dalla parte dei Valdesi, sorsero qualche
volta ostacoli alla pace e incentivi alla guerra. I loro predicatori
non si restrinsero costantemente a difendere la causa propria, i
ministri ugonotti venuti nelle valli fomentarono spesso la ribellione,
predicando la costituzione d'una repubblica indipendente; e così
gli uni che gli altri, con la propaganda del valdismo, seminarono la
discordia religiosa nelle terre vicine, nè rispettarono sempre nei
cattolici la libertà di culto che volevano in sè stessi rispettata.
Ma sarebbe assurdo il fondarsi su questi argomenti per dire che la
colpa delle immani barbarie commesse non deve cader tutta su quella
inesorabile fazione papista, la quale non volle uscir mai dal dilemma
della conversione o dello sterminio, e su quei generali senza dignità e
senza cuore, che cercaron la gloria nelle carneficine per la rabbia di
non poterla conseguire nelle vittorie. Questi hanno segnato d'infamia
e rammentano con orrore i Valdesi.... Ma neppure contro questi si
scagliano con quella eloquenza d'indignazione che pare dovrebbe
essere irresistibile in loro: li giudicano invece e li condannano con
un linguaggio severo e tranquillo di magistrati, con una specie di
compostezza d'animo, che deriva pure in gran parte dalla loro indole
forte, ma fredda, la quale si rivela massimamente in una mancanza
d'impeto e di colore nelle loro scritture. È però facile riconoscere,
anche sotto quel riserbo dignitoso, un sentimento profondo e vivo di
alterezza, o come ora si dice, d'orgoglio nazionale; poichè nazione
si possono chiamare veramente, sotto certi rispetti. Considerano sè
medesimi come cristiani primitivi sopravvissuti nel nuovo mondo, e
la propria religione come l'essenza stessa del cristianesimo; sono
alteri di rappresentare il solo principio di protesta religiosa che
abbia attraversato vittoriosamente i terrori del medio evo, di essere
stati quasi i padri spirituali della riforma, oggetto per secoli
d'ammirazione e di affetto in ogni angolo della terra dove battesse un
cuore protestante; alteri delle loro sventure e delle loro battaglie
eroiche, di quella “gloriosa rientrata,„ principalmente, e di quella
miracolosa difesa della Balsiglia, paragonabili davvero l'una e l'altra
alle più grandi cose dei tempi antichi; alteri anche del presente;
della floridezza, della istruzione, della operosità, della virtù del
loro popolo, a cui il mondo protestante ha decretato il titolo glorioso
di “Israele delle Alpi.„ Della virtù, dell'onestà sopra tutto, poichè,
sebbene riconoscano essi pure di non essere più i Valdesi d'una volta,
e ammettano che anche nelle valli, come dice uno dei loro scrittori
viventi: “entrarono il lusso, il libertinaggio, la calunnia, la lite,
il gioco, la crapula,„ hanno per fermo nondimeno, e non lo tacciono,
che “il loro grado di moralità sia superiore a quello di tutte le
altre popolazioni italiane.„ E veramente il giudizio della maggior
parte di coloro che li conoscono da vicino, non discorda dal giudizio
loro. Io interrogai anche pochi giorni fa un dottorino veneziano, un
giovinotto allegro che visse molto tempo nelle valli. — Che cosa le
pare? È davvero un popolo più morale degli altri il popolo valdese?
— Con mia grande meraviglia, egli si rannuvolò. — Ah! — esclamò poi
con tristezza, — pur troppo! — E domandato della ragione di quel _pur
troppo,_ mi raccontò una storia pietosa. Era innamorato d'una valdese,
maritata, di umile condizione; ma bellina! ma cara! una delle più
belle bocche che abbiano mai addentato un frutto proibito. E un giorno,
trovandosi solo con lei, non all'aperto, la pregava, la scongiurava;
e quella, che aveva simpatia per lui, resisteva, torcendo il viso,
ma senza violenza, quasi con rammarico, cercando di acquietarlo con
le buone parole, e pareva che non la dovesse durare più un pezzo;
quando tutt'a un tratto s'alzò, corse in un canto, tornò con una
Bibbia aperta, e gli disse: — Legga qui... e poi qui — con un accento
commovente di preghiera, come se avesse voluto dire: — Mi rimetto alla
sua coscienza, caro signore, abbia pietà dell'anima mia! — E il giovane
lesse: _Si un homme dort avec la femme d'un autre, l'un et l'autre
mourra, l'homme adultère et la femme adultère_.... _Les enfants des
adultères n'auront point une vie heureuse, et la race de la couche
criminelle sera exterminée_.... — E a quella lettura rimase lì, per
servirmi della sua parola, come un asino; il quale suol dire d'allora
in poi, come quel tal milanese dei _Promessi Sposi:_ — Quelli che non
credono che ci fossero untori... quelli che non credono alla moralità
valdese, non lo vengano a contare a me, perchè le cose bisogna averle
vedute....
*
* *
Uscimmo da quella casa che tramontava il sole, e la valle e i monti
eran già bruni; eccetto il Vandalino, che aveva ancora sulla testa un
cappuccio d'oro. Per far l'ora della partenza, entrammo in un caffè,
a carezzare il collo di una negrina di Bricherasio, ornata di un
piccolo turbante rosso, che le dava una grazia maravigliosa. Là mi fu
presentato un proprietario valdese, sulla quarantina, alto e poderoso
come un dragone, e d'aspetto grave, ma d'umore lepido; uno di quegli
uomini coi quali si piglia famigliarità fin dalle prime parole. —
Badi, — mi dissero all'orecchio i due amici, scherzando; — questo è un
Valdese _chauvin_. — E infatti, tra un sorso e l'altro, essendo caduto
il discorso sulla storia valdese, io fui meravigliato della cognizione
che n'aveva, non profonda, ma minutissima e precisa oltre ogni credere.
È vero che non è difficile ai valdesi il conoscere la loro storia,
a cagione della sua stretta unità, e del breve spazio che abbraccia.
Ma quello faceva saltar sulle punte delle dita i pastori, i martiri,
i sinodi, i combattimenti, le date soprattutto, come un cronologista
di professione. Poichè era un _chauvin,_ volli provare a stuzzicarlo
un poco, ed egli s'accalorò, senza smettere lo scherzo, ma pure senza
ridere mai, e dando alla discussione una forma curiosissima, come se
si parlasse di fatti del giorno innanzi, ed io fossi ai suoi occhi
il papismo incarnato. Io accennavo alla parte dei torti che avevan
pure avuto i Valdesi, servendomi dello stesso suo modo di parlare. —
Ma scusi, — gli dicevo, — lei mi saccheggia tutte le borgate della
pianura, lei m'incendia i conventi, lei mi macella le pattuglie
piemontesi colte alla sprovvista, lei mi passa ottocento irlandesi
a fil di spada a San Secondo.... — Sta bene, — egli rispondeva, —
ma quando, non avendo io fatto nulla ancora di tutto questo, lei mi
svaligia la casa, m'ammazza i figliuoli, mi fa arrostire la moglie,
apre la pancia ai miei fratelli per cacciarvi dentro dei gatti vivi....
— Un carabiniere ingenuo ci avrebbe messo le mani addosso a tutti e
due. Io era ben d'accordo con lui, in fondo. E mentre tirava innanzi
a ragionare, credendo che non fossi persuaso, non gli badavo, e andavo
pensando che egli poteva essere nipote d'una di quelle sante sventurate
che morirono di stento tra le nevi del Moncenisio, in quel tremendo
inverno della cacciata, o discendente d'uno di quegli eroici vincitori
di Salabertran, che, stremati dalle fatiche, furon ripresi prigionieri
sui fianchi dello Sci, al momento di rientrare nella patria,
riguadagnata a prezzo di tanti dolori e di tanti rischi.... Poveri
e grandi Valdesi! E lui continuava a discutere, e non sapeva che gli
avrei concesso dieci conventi e ottocento irlandesi di più, tanto il
pensiero di quella sua possibile genealogia me lo rendeva simpatico e
mi disponeva ad assentirgli ogni cosa. Ma come cioncava! Delle fiancate
di Campiglione, Dio lo conservi, che se n'avessero ingollato la metà
i campioni assiderati del bravo Arnaud, là sopra i monti bianchi di
val San Martino, i francesi avrebbero lasciato trecento morti di più
fra le rocce. — Bah! — concluse poi, guardandomi, dopo aver sbacchiato
e fatto sonare la lingua, da buon bevitore soddisfatto, — son tutte
cose passate; non si ricomincierà più, non è vero? — Per parte mia,
— gli risposi, — glie lo do per sicuro; non sono mai stato inclinato
alle carneficine; domandi pure informazioni. — Però, — soggiunse il
più giovane dei miei compagni, — se tornando qui a violar la libertà
di coscienza, si potesse sperare di esser portati via, come quei frati
di Villar, da due paia di spalle.... a scelta! — Allora, finalmente,
il valdese si mise a ridere. E _sur cela,_ sopra quelle spalle, ci
separammo amichevolmente; noi per ripartire per Pinerolo, e lui per
andare a trincare in un altro luogo.
*
* *
Era notte. Tutti quegli opifici, con le loro lunghe file di finestre
illuminate, parevano tanti edifizi in foco, come quelle case di cartone
che ci metton dentro un lume i bambini. Nel paese c'era quel brulichìo
di ragazzi che annunzia l'ora d'andare a letto. Passando davanti al
liquorista, rivedemmo a traverso ai vetri della finestra il profilo
minaccioso del Gamalero. Nella piazza c'era un poco di passeggiata.
Mi fece senso, a primo aspetto, dopo tutta quella fantasmagoria di
guerre feroci di valdesi e di papisti, il veder passeggiare là un
prete, giovane ed elegante, che si dondolava con una certa grazia
di zerbinotto, guardando le signore; e mi parve che avesse una
disinvoltura un po' studiata, come un ufficiale parlamentario in
un accampamento nemico. Alla stazione c'eran tre o quattro famiglie
valdesi; qualche bel visetto: due o tre signorine, che avrebbero fatto
bene a portar sempre la Bibbia in tasca, come strumento di difesa.
Credevamo di fare il viaggio soli, quando al momento della partenza,
salirono nel nostro vagone un signore e una signora, che attirarono
la nostra attenzione. L'uomo era una figura straordinaria: poteva
avere dai trentacinque ai quarant'anni: alto, robusto, una gran barba
nera, la fronte ampia, due occhi neri dolcissimi, la carnagione rosea,
un'espressione di grande bontà, una testa di Cristo, non so che cosa
nel viso, o piuttosto nell'aria del viso, che faceva indovinare una
vita sobria e serena, tutta pensieri e propositi benevoli, e un'anima
semplice, ma piena di vigore e di coraggio. La signora pareva poco più
che trentenne, piccolina, bruna di capelli e di viso, con due belli
occhi di bimba, viva e allegra, come se partisse per una scampagnata.
Eran vestiti di scuro tutti e due; il marito aveva una cravattina
bianca. Si guardavano sorridendo, tratto tratto, e poi guardavano
noi, con quell'espressione particolare della gente buona che riceve
sempre una prima impressione favorevole dalle persone sconosciute.
Non tardammo ad attaccare discorso. Dimandammo dove andavano. La loro
risposta ci maravigliò molto. Andavano al Capo di Buona Speranza!
In Inghilterra prima, dove si sarebbero imbarcati, e di là al Capo
di Buona Speranza, e dal Capo nel paese dei Bassutos, della stirpe
dei Cafri. Egli era missionario, nativo delle valli; la sua signora,
figliuola d'un pastore di Torre Pellice. Il suo nome era Weitzecker.
Andava a predicare il Vangelo nella parte della Basutoland non ancora
convertita al cristianesimo, e aveva già imparato qualche cosa della
lingua poetica e musicale di quel paese. Una casetta solitaria,
abbandonata da un altro missionario che s'era spinto più avanti, lo
aspettava laggiù, ai confini della barbarie. Partiva con un piccolo
bagaglio, la Bibbia, e pochi altri libri; e sua moglie l'accompagnava,
per rimaner là con lui. Andavano incontro a una vita di privazioni,
piena di difficoltà, di fatiche ingrate, di pericoli, in una terra
quasi selvaggia, a una sterminata lontananza dal paese dov'eran nati e
cresciuti, ed eran così tranquilli, contenti anzi, come due sposi che
facessero un viaggio di piacere.
— E ci va volentieri? — domandai al marito.
— Sì, — mi rispose, — pensando allo scopo per cui ci vado.
— Non teme dei pericoli d'ogni genere, a cui va incontro con la sua
signora?
— Il Signore ci aiuterà.
— E ritorneranno poi al loro paese?
— Prima di morire, speriamo.
Ma diceva questo con una naturalezza, con una dolcezza da non potersi
esprimere. Gli si leggeva negli occhi che, all'occasione, sarebbe
morto per la sua fede, con la placida intrepidezza di Gian Luigi
Pascal o di Giaffredo Varaglia; e ci guardavano intanto, lui e sua
moglie, sorridendo della nostra ammirazione, con la stessissima
sfumatura di espressione benevola, come se avessero un'anima sola.
Per un pezzo non trovai più parola; non potevo finir di pensare,
con un sentimento di stupore, alla immensa distanza che separava il
mondo morale in cui io vivevo, da quello in cui viveva quell'uomo.
Insieme con l'ammirazione, io provavo quasi un senso di pietà per
lui, e per il suo avvenire; ed egli forse provava un egual sentimento
per me e per la mia vita. E non aveva mica, non poteva avere nessun
secondo fine quell'uomo, nè di gloria, nè di guadagno, nè d'altri
vantaggi. Abbandonava la patria, i parenti, dava un addio a mille
cose care, rinunziava alla vita civile, si esiliava dal mondo forse
per sempre, spontaneamente, col cuore lieto, non per altro che per
andar a dire a gente sconosciuta, all'estremità d'un altro continente:
— Siate onesti, amatevi, perdonate, pregate, sperate! — E poc'anzi,
ricordando le stragi di Pasqua, io avevo parlato di disprezzo per la
natura umana. Oh grande, immensa, maravigliosa natura umana! Quelle
due anime gentili e intrepide valevano bene esse sole a purgarla di
cento sanguinose vergogne. Io li avrei ringraziati tutti e due del
bene che mi faceva la loro vista. E non osando parlare, augurai loro
affettuosamente, dentro di me, che li accompagnasse un tempo felice
sul grande Atlantico, che trovassero buona accoglienza in quei paesi
lontani, che vi fossero amati, che vi vivessero contenti, che non vi
perdessero dei figliuoli, che potessero tornare un giorno alle loro
valli, e che vi fossero festeggiati da tutti, e vi chiudessero la loro
nobile vita senza dolori, amandosi sempre, e benedicendo il passato.
— E mentre pensavo questo, e tacevamo tutti, essi guardavano le Alpi,
disegnate in nero sul firmamento, vedendo forse col pensiero un altro
orizzonte, una pianura sterminata dell'Africa, colla casetta solitaria
che li aspettava.