Il signor Giovanni Battista Lombriasco, notaro di Pinerolo, buon
cristianaccio, scarso di clienti e di fortuna, ma assestato nei
suoi affari, onesto fino alla dabbenaggine, patriotta di cuore,
infarinato di latino, e ancora forte e florido benchè scendesse già
dalla parte peggiore della sessantina, era tutto glorioso quando si
poteva mostrare sul terrazzino del suo piccolo quartiere di piazza San
Donato in compagnia di Don Enrique de Benavides, nobile catalano, suo
cliente. E non gli passava nemmeno per il capo che i maligni potessero
attribuirgli il matto proposito di convertire il cliente in genero.
— “Tanto non lo accecaua la uanità di padre che a tale sposalitio
potesse riuolgere sue speranze.„ — Così dice (e io ci credo) uno
scartafaccio giallognolo, pieno di raspatura di gallina, col quale
un nipote del buon notaro intese di mandare alla posterità un “caso
molto mirabile„ seguìto nella sua famiglia; scartafaccio che dormì
per più di tre secoli, sotto molte altre carte mal decifrabili, in
mezzo agli atti consolari della città di Pinerolo. Il nobile Enrique
de Benavides, venuto qui da Gerona per la questione intricata d'una
eredità lasciatagli da un parente di sua madre, colonnello francese,
non si capisce se Mortier o Mornier, del presidio di Pinerolo, aveva
affidato l'affare proprio al notaro Lombriasco per la riputazione
d'uomo integerrimo di cui godeva; ma avrebbe potuto attestare alla
città intera che un mese e più dopo il primo abboccamento, e quando già
s'era stabilita fra loro una certa dimestichezza, il delicato notaro
non gli aveva ancora fatto parola della sua famiglia. La relazione era
nata per puro accidente. Un giorno che il Benavides stava ad aspettare
nello studio notarile, la señorita Evelina, certa di trovarci suo padre
solo, era entrata festosamente, d'un salto, tenendo spiegata davanti
a sè una stampa che rappresentava la battaglia di San Quintino, e che
le era arrivata allora per le poste, desiderata da lungo tempo. Visto
appena quel signore, aveva fatto l'atto di ritirarsi, vergognandosi e
chiedendo scusa; ma era rimasta come inchiodata là dalla maraviglia e
dalla gioia quando il signore catalano, letto di sfuggita il titolo
vistoso della stampa, aveva detto in tuono di gentile rispetto, e
con molta semplicità: — Si occupa della battaglia di San Quintino,
señorita? Io ci sono stato.
*
* *
Così il Benavides aveva fatto conoscenza della famiglia; e da quel
giorno, ogni volta che usciva dallo studio del notaro, attraversava il
pianerottolo per salutare la signora e la signorina; con le quali anche
s'intratteneva sovente. La signora, già tutta grigia, sempre malata,
non apriva bocca che di rado, con un sorriso triste, un poco vergognata
di non saper parlare l'italiano, che il Benavides parlava assai bene,
benchè “prononziando„ dice il manoscritto “al modo delli spagnioli.„
La signorina, invece, interrogava continuamente, e l'oggetto delle sue
interrogazioni era sempre il medesimo.
Come ogni piemontese d'allora, al quale non mancasse affatto il senso
dell'alterezza e dell'amor di patria, essa aveva un'affettuosa,
profonda, appassionata ammirazione per Emanuele Filiberto. Nata
sotto la dominazione straniera, della quale aveva potuto vedere
fin dall'infanzia gli effetti miserevoli; educata da suo padre,
un po' corto ma generoso d'animo, alla pietà e all'amore del suo
paese oppresso, smembrato, impoverito da spagnuoli, da svizzeri e da
francesi; facile per gentilezza innata ai grandi entusiasmi, aveva
cominciato a venerare il duca di Savoia all'età di dieci anni, quando
aveva visto la sua città fremere di gioia all'annunzio sfolgorante
della vittoria di San Quintino; e la sua venerazione giovanile per quel
principe glorioso che dai confini di Picardia faceva balenare come una
speranza la sua spada vincitrice alla patria lontana, le era venuta
crescendo nel cuore, coll'ingigantire di quella gloria, fin che oramai
essa viveva tutta di quell'affetto, e della fede di veder entrare un
giorno nella sua città rifatta libera e piemontese il “grande„ duca
di Savoia. Suo padre si ricordava d'averlo visto a Nizza nel 1535,
un anno prima della caduta di Pinerolo, in compagnia di Aimone di
Ginevra, barone di Lullins, suo precettore, quando non aveva che sette
anni, e lo chiamavano il cardinalino, perchè destinato al sacerdozio;
e lo descriveva: piccolo, gracile, d'aspetto pensieroso e nobile.
Ma non poteva dare null'altro in pasto alla curiosità ardente della
figliuola, smaniosa di ragguagli minuti intorno al capitano, al sovrano
e all'uomo; e però essa affollava di domande, timide, ma incalzanti,
lo straniero benvenuto, facendosi rimproverar sovente da sua madre,
alla quale pareva poco conveniente a una ragazza e poco rispettosa
per un nobile quella perpetua interrogazione. No, a lei non pareva
possibile che quel signore, col quale parlava, avesse proprio veduto
e inteso parlare Emanuele Filiberto a pochi passi di distanza, su quel
campo di battaglia famoso, dov'egli aveva tenute in pugno e decise le
sorti della Spagna e della Francia, pigliando in una sola formidabile
retata tutto il possente esercito del conestabile di Montmorency. Era
nondimeno vero, grazie a Dio; il Benavides, ufficiale a diciott'anni,
aveva fatto parte del seguito del barone di Brederode, morto a San
Quintino; era stato testimonio dell'atto superbamente ardito del Duca,
quando, la mattina del dieci agosto, cacciatesi dentro alla corazza,
senza leggerle, le relazioni dei generali che gli stavano attorno,
tutti concordi a consigliarlo di non attaccare battaglia, aveva gridato
ai trombettieri, alzando la spada: — Sonate l'assalto! — l'aveva visto
correre in aiuto, lanciando il cavallo a pancia a terra, ai conti di
Egmont e di Pandeveaux, che stavan per essere soverchiati; avrebbe
potuto disegnare pezzo per pezzo la sua armatura, e sapeva imitare
benissimo la sua pronunzia spagnola, che risentiva più della francese
che dell'italiana. Ma dunque, com'era proprio, a ventinove anni, il
duca Emanuele Filiberto? Come si moveva? Come guardava? Che voce aveva?
E il Benavides doveva ridire per la decima volta le medesime cose.
Non alto di statura, saldo e bello delle membra, una testa scultoria,
i capelli biondi un po' increspati, due piccoli occhi celesti
acutissimi e scintillanti come due punte di spade, la barba folta
e corta, il petto largo e sporgente, le braccia atletiche, le gambe
leggerissimamente arcate, la voce, il passo, il gesto d'un uomo nato
per comandare e per combattere, e per esser più temuto che amato; e
pure una grazia meravigliosa d'atteggiamenti e di mosse. Nessuno aveva
mai visto sui campi di battaglia un cavaliere più principescamente
soldato di lui. Desto e armato avanti all'alba, infaticabile,
abborrente dall'immobilità come da una tortura, parchissimo di
parole, irremovibile nei suoi propositi, frenava gl'impeti di collera
mordendosi a sangue le labbra, dava con un'occhiata o con una parola
delle lodi che inebbriavano l'anima, degli ordini che mettevano la
furia nelle vene e dei rimproveri che facevano tremare le ossa. Ed era
terribile, ma giusto, e rivelava spesso in atti secreti di clemenza
la bontà che non si lasciava mai uscire dalle labbra. Chi gli leggeva
nell'animo lo amava, timidamente ma con devozione ostinata. Era colto:
conosceva il tedesco e il fiammingo; parlava spagnuolo, italiano
e francese; sapeva di latino, studiava le istorie, s'occupava di
scienze. Gli eserciti che gli avevan posto il nome di “testa di ferro„
lo veneravano pure come un sapiente. Gli spagnuoli lo chiamavano _el
sabio_. — O renderà l'anima sopra un campo di battaglia, o rialzerà
la monarchia dei suoi padri — dicevano. Fin da quando sotto le mura di
Ternaux aveva con una stretta della sua implacabile mano ridisciplinato
in un giorno l'esercito tumultuoso di Carlo V, tutti avevan presentito
vagamente ch'egli era mandato da Dio a compiere grandi cose. E quando
passava per i campi a cavallo, in mezzo a quei baldanzosi reggimenti
spagnuoli e fiamminghi, non prorompevano in acclamazioni e in evviva
ch'egli non amava, ma gli facevano intorno un vasto spazio e un grande
silenzio, in cui si sentiva il suono della sua armatura e il respiro
del suo cavallo, e mille sguardi attoniti accompagnavano il suo
pennacchio bianco fin che spariva in mezzo alle tende lontane.
— Un nobile principe, _verdaderamente_, concludeva il Benavides.
— Se la Spagna deve benedirlo, il Piemonte lo può adorare. — E la
signorina stava a sentire, immobile, sorridendo per nascondere la
commozione, e stropicciando con le dita la borsetta e le forbici che le
pendevano dalla cinturina di cuoio; e la sera, quand'era sola nella sua
cameretta, alzava il lume davanti a un piccolo ritratto a stampa del
duca, e gli diceva ingenuamente, con voce calda e tremola, quello che
le dettava l'anima. — Tu ci renderai alla patria, Emanuele Filiberto,
non è vero? Tu ti farai restituire la tua città fedele, che non t'ha
mai visto, ma che t'ha sempre amato e invocato! Tu ci pensi a noi, tu
ci pensasti sempre, tu la vuoi a qualunque prezzo, e la ripiglierai
con la spada, se occorre, la tua Pinerolo, non è vero? mio valoroso,
mio nobile, mio superbo principe, gloria del nostro sangue e speranza
del nostro paese! — Ed era così bella in quell'atto, stretta nella sua
veste di lana oscura, con la sua gorgierina di mussola che le s'alzava
a ventaglio dietro la nuca, col viso un po' inclinato sopra una spalla,
e così grande e così bionda, che se il duca di Savoia l'avesse vista,
avrebbe forse proposto a Margherita di Valois una nuova damigella
d'onore.
*
* *
Quella sua adorazione per Emanuele Filiberto era il tormento di un suo
cugino, Antonio Lombriasco, che faceva le pratiche di notaro nello
studio del padre, facendo nello stesso tempo, e con non maggiore
profitto, l'occhio pio alla figliola. Il nipote cronista si piglia
molto spasso di lui, celiando un poco pesantemente, alla maniera dei
novellisti del suo tempo. Lo definisce: “giouine di grosso intendimento
e di picolo e poerile animo„ soggiungendo poco dopo “di rideuole
aspetto.„ Pare che fosse un mezz'uomo, stentito e vanesio, con un
gran naso rincagnato. Persuaso che il duca di Savoia fosse la sola
cagione per la quale sua cugina rifiutava come un omaggio molesto
il suo giovane cuore notarile, egli aveva preso a odiarlo come un
rivale e come un nemico. Quel nome di Emanuele Filiberto, ogni volta
che l'udiva pronunciare, gli metteva un bruciore intollerabile alla
bocca dello stomaco, e San Quintino era per lui il più infausto santo
del calendario. Da principio, per gratificarsi la signorina, aveva
finto anche lui una profonda ammirazione per il Duca, e provato a
rincarare le lodi ogni volta che glie le sentiva intonare; ma lo
faceva di così mala grazia, con una voce così ingrata, che invece
di entrarle nel cuore con quell'artificio, s'era fatto pigliare in
uggia peggio di prima. E allora aveva mutato registro; s'era ingegnato
per un pezzo di scalzare e di abbattere il suo rivale rodendo a poco
a poco col dente della critica la sua grandezza e la sua gloria. —
In fin dei conti, la battaglia di San Quintino l'aveva vinta con un
esercito spagnuolo; la vittoria di Gravelines era principale merito
del conte di Egmont; il Piemonte si trovava sempre in pessime acque;
Asti e Santhià erano ancora in mano degli spagnuoli; il “grande„
Duca non aveva nè fatto trionfare le sue ragioni sopra Ginevra, nè
ritolto alla Francia Pinerolo, Savigliano e Perosa; era certamente
un principe “considerevole„ ma non si poteva chiamare ancora “un
grand'uomo„; bisognava aspettare dell'altro. — Ma la signorina lo
rimbeccava terribilmente. — Tacete! — gli gridava coi denti stretti,
tutta vermiglia d'ira, facendo sibilare col suono d'una lama mulinata
il suo rapido e vigoroso dialetto subalpino — è la più insensata, la
più iniqua delle ingratitudini la vostra. Fin da ragazzo egli s'è
consacrato tutto alla sua patria; egli è andato in esilio per noi;
egli ha ereditato un paese in pezzi e in brandelli, e ne ha fatto uno
Stato; è lui che ha riscattato Torino, Chieri, Chivasso, Villanova,
la Savoia, le provincie del Genevese e del Chiablese; è lui che
ha fondato l'esercito, lui che ha rialzato le fortezze, lui che ha
costrutte le galee che vinsero alle Curzolari, lui che ha riordinato
gli statuti, ristorato l'erario, rianimati gli studi, rilevata
la dignità nazionale e riacceso l'amor di patria.... scimunito. —
L'ultima parola era piuttosto pensata che detta; ma il povero cugino
che l'indovinava, ne rimaneva fulminato. E allora, per qualche
giorno, tentava un'altra via, la cosa più ridicola di questo mondo,
una certa imitazione d'ammiratore, o piuttosto uno scimmiottamento
di certe abitudini e qualità esteriori del Duca: si levava presto,
andava a giocare alla palla sui bastioni per fortificarsi le membra,
sdegnava di aver qualsiasi riguardo per la salute, ruminava dei grandi
pensieri, e parlava a monosillabi. E per un po' di tempo l'esperimento
non riusciva male. Ma poi, un giorno, un dialogo di questa specie lo
rovinava. La signorina domandava: — In che stato sono le strade? —
Egli rispondeva: — Fango. — Ma pare che il tempo si rimetta? — Pare.
— Potremo andar domani all'Abbadìa? — Forse. — Credete che ci sarà
molta gente? — Credo. — Una cordiale risata della cugina lo avvertiva
spietatamente che il suo gioco era scoperto, e gli riattizzava in
cuore un odio rabbioso contro la _testa di ferro_. E l'aveva trovato,
finalmente, il lato vulnerabile del Duca e della ragazza: censurava
il Duca come marito, accennava vagamente alle sue amanti, una signora
di Vercelli, una Doria, una Beatrice Langosco; e diceva di saperne
assai più che non ne sapeva. A quelle uscite, la signorina alzava le
spalle, ma corrugando la fronte e chinando il capo, e rispondeva: —
Questo riguarda la Duchessa... se è vero.... — Ma le rimaneva una punta
nel cuore, e non si tornava a rasserenare che riudendo la voce del
Benavides, il quale le ripresentava l'eroe savoiardo nella luce pura
della sua gloria.
*
* *
Ma non era possibile che una signorina piemontese appassionata per
Emanuele Filiberto udisse parlar lungo tempo del suo idolo un bel
gentiluomo catalano di trentacinque anni, senza che le nascesse nel
cuore, come un rampollo dell'antica passione, una nuova simpatia. Il
Benavides aveva perduto da pochi mesi la madre che adorava. La sua
tristezza, aggiunta alla naturale gravità catalana; il pallore marmoreo
del suo viso regolarissimo, reso anche più pallido da una capigliatura
d'un nero orientale, e da una barba poderosa che gli saliva a metà
delle guance e gl'invadeva il collo e le tempie; la dignità gentile dei
suoi atteggiamenti e dei suoi modi, la sua voce robusta e melodiosa,
le misero a poco a poco una certa timidezza dolce nel cuore. Aveva
una strana bellezza quello straniero. Era un colosso, con l'eleganza
leggiera d'un giovanetto; i suoi occhi fulminavano, e la sua voce
accarezzava; aveva le membra d'un Ercole, e non faceva sentire il
suono del suo passo. Passati i primi giorni, quando si presentava
nel vano della porta, ch'egli riempiva tutto, e restava un momento
immobile con la cappa sul braccio, chinando il mento sul collaretto di
trina di Venezia, che gli si allargava sul giustacuore nero, Evelina
provava una sensazione nuova e quasi dolorosa, come di due piccole ali
che si agitassero rapidissimamente dentro al suo seno. E n'era quasi
sdegnata con sè stessa. Il pensiero della grande diseguaglianza che
era fra loro di fortuna, di nome, di famiglia, di tutto, le faceva
scattare dentro tutte le forze ribelli del suo orgoglio di donna;
di quell'orgoglio che soffoca e nasconde come una vergogna l'affetto
senza speranza, sul quale potrebbe cader l'accusa di ambizione sciocca
e impudente. Il Benavides, dal canto suo, compreso della riservatezza
delicata che gli imponeva in quella casa la superiorità del suo stato
e la nobile prestanza della sua età ancor giovanile, nascondeva di
proposito anche quel naturale sentimento di simpatia tranquilla che
la ragazza gli ispirava, e che ad ogni uomo è permesso di esprimere,
o di lasciar indovinare, a qualsiasi donna. Il suo aspetto e i suoi
modi non significavano che una gentilezza seriamente rispettosa, la
quale avrebbe reso impossibile ogni illusione anche nel cervello di una
señorita meno assennata e meno dignitosa di Evelina. Egli aveva l'aria
di frequentare quella casa perchè ci sapeva di buona gente e non per
altro. Era triste; non aveva sorriso; lasciava cascar la conversazione
quando non lo interrogavano. Ma per fortuna di Evelina, l'argomento dei
discorsi soliti era inesauribile. Dal giorno in cui Emanuele Filiberto,
ragazzo, s'era gettato in ginocchio davanti a Carlo V, a Genova,
supplicandolo che lo conducesse alla guerra d'Algeri, fino all'anno che
correva, 1574, avevano trentadue anni della vita del Duca da ricorrere,
trentadue anni pieni d'avventure da epopea e da romanzo, intorno alle
quali il Benavides, legato d'amicizia con molti personaggi spagnuoli
della Corte e degli eserciti, sapeva mille particolari preziosi, non
noti che a pochissimi. Discorreva delle strettezze compassionevoli in
cui s'era trovato il Duca al tempo del suo primo viaggio in Germania,
della sua vita d'accampamento, quando comandava, appena diciottenne,
la cavalleria fiamminga e borgognona contro la lega di Smalcalda, e
dell'astio geloso preso contro di lui da Filippo II dopo la battaglia
di San Quintino, e dei suoi viaggi avventurosi, quando tornava nei
propri Stati e ne ripartiva travestito come un congiurato vagabondo,
con l'angoscia nel cuore; e quando pareva che avesse tutto detto,
le interrogazioni ingegnose della ragazza gli richiamavano alla
mente e gli facevano dire nuove cose. Un giorno raccontava in che
maniera avesse salvato Barcellona dallo sbarco notturno dei francesi;
descriveva un altro giorno un suo vezzo di stropicciare l'elsa della
spada quando s'impazientiva, in modo che tutti i circostanti fissavano
la sua mano sinistra con trepidazione; una sera pure, aveva imitato
con la penna la enorme e strana firma del Duca, che pareva fatta a
colpi di pugnale, ed era fiancheggiata da un lunghissimo tratto nero
inclinato simile all'asta d'un'alabarda. E ad Evelina brillava l'anima
a quelle notizie, e ad ogni nuovo particolare prorompeva in una viva
esclamazione; e poi rimaneva un momento pensierosa, come per risentire
dentro di sè l'eco della voce che aveva parlato; e in quei momenti
teneva l'occhio fisso sul cappello di feltro scuro del Benavides,
appeso alla spalliera d'una seggiola; intorno al quale girava una penna
nera di struzzo, fermata sul davanti per mezzo d'un piccolo anello
d'oro ingemmato: un ricordo della madre morta.
*
* *
Il solo che riuscisse qualche volta a far sorridere il Benavides era il
vecchio Lombriasco, con le sue tirate di politica internazionale. Dopo
che aveva l'onore di quella nobile clientela spagnuola, si dava per
grande partigiano della Spagna; ciò che feriva il senso delicato della
figliuola, la quale si ricordava d'averlo inteso molte volte inveire
con alte declamazioni contro “il mostro insaziabile„ che divorava
la Lombardia dalla Sesia all'Adda, e i regni di Napoli e di Sicilia
e di Sardegna, e i presidii toscani “che Dio lo faccia tristo.„ Ma
il notaro non badava agli scrupoli della ragazza. — La Spagna, care
mie! — esclamava, voltandosi alla moglie e alla figliuola, con la
coda dell'occhio verso il cliente; — ecco la nostra alleata naturale,
necessaria, perpetua. _Nuestra amiga_. La protettrice provvidenziale
dei Duchi. Chi aveva divinato il genio guerriero di Emanuele Filiberto
se non Carlo V? Chi, se non Filippo II, gli aveva fornito i mezzi
di farsi glorioso e potente a benefizio del suo paese? Chi aveva
imposto nel trattato di Cambray la restituzione del Piemonte, con la
minaccia di ricominciare la guerra? La Corte di Madrid, insomma, non
aveva mai abbandonato in tutto neppure Carlo il Buono. Aveva preso
la sua parte, ma senza violenza. Si poteva dire che “usurpava„ più
per necessità che per cupidigia. Gli facevan scrollare le spalle i
fiorentini, i veneziani, i genovesi, e gli sforzeschi e gli estensi con
le loro tenerezze francesi, manifeste o coperte. Non erano che sfoghi
di dispetto, gelosia del colosso, una gran voglia d'esser liberi per
fare alto e basso e mettere il mondo a soqquadro con le loro matte
ambizioni. Naturalmente, non poteva patire la Francia; e in questo
era sincero. Ah sì! La vista d'un francese gli metteva il cuore a
traverso. Ma, in realtà, quella sua furiosa avversione derivava anche
in parte da un suo rancore privato: dal fatto che, essendo egli stato
anni addietro del Consiglio dei Cento, e gloriandosene sopra modo,
era stato offeso mortalmente da un bisticcio ingiurioso d'un uffiziale
francese, il quale, in occasione d'un litigio insorto tra il Consiglio
e il Siniscalco del Re, aveva detto: _Ce n'est pas un Conseil décent_.
Questa l'aveva serbata sullo stomaco per anni ed anni e gli tornava
in gola di tanto in tanto. — Il Consiglio dei Cento! — esclamava nei
giorni di cattiva luna, gesticolando dietro ai vetri, quando vedeva
passare per la piazza un uffiziale francese. — Ma la vostra famosa
monarchia era ancora nelle fasce, quando il Consiglio dei Cento era
già in piedi, forza e decoro di Pinerolo, assemblea legislativa,
supremo magistrato politico, rispettato in tutta la sua autorità da
quanti passarono fra le nostre mura, da abati, da marchesi di Susa,
da principi d'Acaja, da conti di Savoia! _Ce n'est pas un Conseil....
décent!_ Ma l'avete dovuto rispettare anche voialtri, padroni
illustrissimi, e sarà ancora rispettato quando non ci sarà più neppure
la semenza dei Valois e degli Angiò, credetelo pure! — E se l'uffiziale
francese, per caso, si voltava a guardare la finestra, lui, da savio
padre di famiglia, si ritirava dalla vetrata, e continuava a sfogarsi
in mezzo alla stanza. Ma non era mai tanto ameno come quando canzonava
il nipote, del quale conosceva la passioncella innocua, e le comiche
imitazioni del Duca. Diceva d'averlo sorpreso a lavarsi il capo con
l'acquavite per fortificarsi la testa, e lo chiamava _testa di ferro_,
battendogli la mano sulla nuca, come per sentire a che grado di durezza
l'avesse già ridotta: di che il giovane andava sulle furie, e si faceva
pavonazzo, che parea sul punto di schiattare.
*
* *
Il Benavides, frattanto, andava pigliando a poco a poco una secreta
compiacenza a far vibrare con la sua parola quella bell'anima, così
giovanilmente innamorata delle cose grandi. Senz'avvedersene egli
si preparava prima certe frasi e certe immagini che gli parevano più
efficaci a dilettarla e a farle battere il cuore. Una contrazione quasi
di pianto infantile, leggerissima e dolcissima, che le era passata sul
viso una sera che egli descriveva l'atto regalmente gentile con cui
Emanuele Filiberto aveva carezzata la fronte del conte di Siegelberg
ferito a morte, gli era rimasta impressa nell'animo per varii giorni.
Come mai era nata quella bell'anima in quella casa così umile, fra
quella gente mediocre, in mezzo a una città dominata dagli stranieri,
dove nulla era accaduto da tanti anni che potesse scuotere e innalzare
gli spiriti? La sua stessa figura non riportava in nulla nè il padre
nè la madre, e contrastava in mille modi con tutta la gente e con
tutte le cose che aveva d'intorno. Quella era veramente una nobiltà
pura e legittima, stampatale nell'anima e sulla fronte da Dio. Certo,
egli non sentiva punto amore per lei. Solamente la sua voce gli
cagionava un'illusione singolare: lo accompagnava alle volte giù per
la scala, lo seguitava per la via, gli si faceva sentire ora come
un'eco lontana, ora come una nota staccata che gli suonava tutt'a un
tratto nell'orecchio, e non di rado pareva che gli empisse per qualche
minuto tutta la stanza come la vibrazione prolungata ed eguale d'una
corda sonora. E allora gli sembrava che, rivedendola, avrebbe sentito
il bisogno di sorriderle e di parlarle con una cortesia più familiare
e più affettuosa di quella che aveva usato fino allora con lei. Ma
quando poi si ritrovava con la famiglia, al vedersi circondato di un
così profondo rispetto, considerato quasi come una creatura d'un'altra
razza, al punto che non avrebbero osato uscire dal discorso solito
per timore di parergli troppo entranti, allora si richiudeva in sè,
imponendosi maggior riserbo di prima, e rimproverandosi quasi il
desiderio che aveva provato di fare un passo innanzi in quell'amicizia.
Una sera, per altro, la signorina gli raccomandò la sua Pinerolo
con una grazia così affettuosa e timida, con parole così caramente
ingenue, ch'egli dovette fare uno sforzo per non risponderle con lo
stesso tuono di voce. — Vostra Signoria, — gli disse la ragazza con
un sorriso, incrociando a più riprese le dita delle sue belle mani, —
dovrebbe persuadere il suo grande Re a restituire Asti e Santhià al
duca e allora la Francia ci renderebbe Savigliano e Pinerolo, e noi
ritorneremmo piemontesi. Mi pare che lo dovrebbe comprendere il re
Filippo che non ci sarà mai pace fin che il Piemonte sarà così diviso
e esposto a tutti i pericoli. Vostra Signoria può dire che tocca al
re di Francia a fare il primo passo, intendo bene. Ma continuando
così.... Non sarebbe naturale che lo facesse il più forte, che ha
meno da temere, il primo passo? Quando il Piemonte fosse tutto unito,
ora che è con la Spagna, sarebbe anche più sicura la Lombardia, non
è vero? mentre la Francia, fin che ha Pinerolo, può scendere nello
Stato di Milano quando le piace, con molti soldati. Ah signore! Io non
sono che una povera ragazza; ma darei tutto il mio sangue per sentir
sonare a Pinerolo le trombe delle nostre milizie, e veder inalberare
sul castello la nostra bella bandiera, che non ho mai veduta... vederla
una sola volta! un momento solo! Dio buono! — E stette un momento con
le mani giunte, guardando verso la piazza, con gli occhi umidi, in
un atteggiamento da strappare i baci. Il Benavides tardò un minuto a
rispondere. Poi con un accento benevolo, come d'un fratello: — Tutto
vi sarà reso, señorita, — rispose. La señorita poteva andar sicura che
i negoziati per la liberazione di Pinerolo erano in buone mani. Ella
doveva sapere che Emanuele Filiberto chiamava Pinerolo e Savigliano:
_le chiavi della mia casa,_ e le aveva in cima d'ogni suo pensiero.
La restituzione non poteva tardare. Carlo IX, malato, lacerato dai
rimorsi, sputava sangue da molto tempo, sarebbe morto fra pochi mesi;
e il suo successore, il re di Polonia, avrebbe trovata la Francia
in un tale stato, avrebbe veduto così chiaramente l'impossibilità
di tentare nulla di utile per molti anni di qua dalle Alpi, che per
levarsi l'inquietudine e la spesa dell'occupazione, e amicarsi il Duca
di Savoia, gli avrebbe rese le due città spontaneamente. — Caterina dei
Medici — concluse — sarà la prima a consigliarglielo, per levare l'armi
di mano ai propri nemici. E allora, signorina, ella sentirà sonare in
piazza San Donato le trombe delle milizie ducali... senza bisogno di
dare _su preciosa sangre_. Il cuore mi dice che ciò accadrà assai prima
che ella non creda. Io non sarò più qui; ma ne godrò con tutta l'anima
anche da lontano. — Detto appena questo, rimase meravigliato del senso
improvviso come di solitudine triste che il suono delle ultime sue
parole gli aveva svegliato nel cuore; e quella sera la signorina sentì
come un'oppressura all'animo, una voglia di piangere senza sapere
di che, una tristezza grande che la fece stare seduta sul suo letto
per lungo tempo, col gomito appoggiato sopra il guanciale, e la mano
tuffata nei capelli biondi.
*
* *
Qualche cosa per aria c'era, in fatti, di quei giorni. Non era un
mistero per nessuno che parecchi negoziatori fidati del Duca avevano
fatto più volte in pochi mesi il viaggio da Torino a Parigi, e che
tra la Corte ducale e il Governo di Madrid si trattava daccapo, con
alacrità insolita, la vecchia quistione della resa della città. Gli
stessi ufficiali francesi del presidio, fra i quali il Benavides aveva
dei conoscenti, parlavano non della restituzione, ma della “concessione
graziosa„ di Pinerolo, come d'un fatto facilmente prossimo; e non
se ne dolevano, perchè neanche a loro era gradevole lo stare così
sull'ala, in una città di confine, coll'incertezza del domani, in
mezzo a gente che sospirava palesemente la loro partenza. La città
si animava: i giovani e le donne, in special modo, si rallegravano.
Ma i vecchi dondolavano il capo, increduli. Anche nel 1562, al tempo
della convenzione di Fossano, s'era sperato; e la speranza durava
da dodici anni. — È inutile, — dicevano; — noi siamo nati sotto un
cattivo pianeta: Pinerolo verrà alla coda; ha da passarle davanti fin
l'ultimo villaggio del Monferrato. — Sarebbe stato tempo nondimeno,
per l'anima di San Donato! In quei trentotto anni di dominazione
straniera, quel povero paese, trattato come territorio militare,
soggetto a mille danni, trascurato dal Governo in tutto quello
che non riguardava la difesa, minacciato di giorno in giorno dalla
guerra, era caduto in una grande miseria. Molti edifizi di Pinerolo
erano stati distrutti per ristringere la cerchia dei bastioni. La
popolazione della campagna era scemata. Le industrie e le arti erano
a terra. L'inquietudine, l'incertezza d'ogni cosa disamorava la gente
dal lavoro, distoglieva le famiglie dal risparmio, scoraggiava i
privati facoltosi da ogni impresa utile, e l'infelicità del paese era
sentita anche più dolorosamente da tutti per effetto del confronto che
si faceva con le altre provincie del Piemonte, le quali s'andavano
rialzando rapidamente sotto l'amministrazione saggia e vigorosa
del Duca di Savoia. Oltrechè, — i cittadini colti lo vedevano, —
quella dominazione francese nè violenta nè mite, quell'aspettazione
continuamente delusa, quel tirare avanti così alla stracca una vita
ambigua e bastarda nè di francesi nè d'italiani, snaturava il carattere
del popolo, sfibrava la sua virilità e corrompeva la sua coscienza.
In altri pochi anni di quello stato tutto sarebbe infracidito. E
ad ogni nuovo barlume di speranza, la città fremeva di desiderio e
d'impazienza. Ma questa volta pure, passato il primo fremito, i giorni
succedevano ai giorni, e nulla accadeva. Ad ogni arrivo di corriere
da Torino o dalla Francia, si aspettava per ventiquattr'ore il grande
annunzio; ad ogni radunata straordinaria del Consiglio dei Cento,
si sperava la lettura d'un messaggio solenne del Re o del Duca; i
consiglieri, dice il cronista “per tutti li luoghi dove passauano
ueniuano con molta anzietà dimandati se fossero buone nouelle gionte
di Torino per la restituttione della città.„ Ma nulla era giunto. E
quel grullo cascamorto d'un cugino ne faceva un gran chiasso in odio
a Emanuele Filiberto. Egli perdurava nella sua beata illusione di non
avere altri rivali che il Duca. Veramente, una vaghissima idea gli
era lampeggiata dentro alle tenebre del cranio che il nobile catalano
c'entrasse anche per qualche cosa; ma l'idea d'avere un rivale di
quella fatta, presente, parlante e sfolgorante, col quale ogni lotta
sarebbe stata impossibile, gli metteva un tale sgomento nel cuore,
ch'egli l'aveva scacciata subito, bruscamente, come un'immaginazione
insensata; e continuava a tirare di punta e di taglio contro il
vincitore di San Quintino. — Con le armi, — diceva all'Evelina — s'ha
da riconquistar Pinerolo, con le armi, come fanno i grandi capitani,
e non con i negoziati e con le chiacchiere. Ha fatto un bel pezzo di
lavoro, in dodici anni, il gran Duca! Ci troviamo nelle peste peggio
di prima. — Evelina, — soggiungeva poi a bassa voce, con enfasi; — io
sarei più grande di lui se mi amaste! — Ma rimaneva tutto stupito al
vedere che la cugina non aveva sentito nè la puntura, nè la carezza. Da
due giorni era distratta e taciturna, aveva come l'ombra d'un pensiero
doloroso sulla fronte bianca, e i suoi begli occhi celesti parevano
gonfi di pianto. Il buon notaio Lombriasco, due sere innanzi, stando
a tavola a desinare, aveva esclamato improvvisamente: — Sia lodato il
cielo! Sono finalmente arrivate quelle benedette carte da Gerona e da
Parigi. Tutto sarà finito tra pochi giorni. E il nostro illustrissimo e
amatissimo don Enrique de Benavides y Zeballos se ne potrà tornare alla
sua Catalogna.... carico di quattrini.
*
* *
Ma ecco, l'una dopo l'altra, come colpi di cannone, la notizia della
morte di Carlo IX, il messaggio di Caterina de' Medici alla Corte di
Savoia, il viaggio di Emanuele Filiberto a Venezia e la novità più
meravigliosa di tutte: la venuta di Enrico III, nuovo re di Francia,
a Torino. La signorina si riscosse tutta a quegli avvenimenti, e si
riaccese della passione antica, rifacendosi per qualche tempo più
rosea, più gaia e più alteramente bella di prima. Il re di Francia a
Torino! Ah! non occorreva altro. Se Enrico III — diceva — vive tre
giorni soli col duca Emanuele Filiberto, è impossibile che non gli
renda Pinerolo! È impossibile che non rimanga ammaliato, soggiogato
da lui! Gli darà tutto quello che vorrà, ne sono certa come della
luce del sole! — Ed ecco un'altra notizia inaspettata: il duca di
Savoia che accompagni la re di Francia a Lione con cinquemila fanti
e quattrocento cavalli. Era un'idea luminosa, da grande cavaliere e
da grande politico; di quelle cose che pensava e faceva egli solo,
l'ardito e profondo Emanuele Filiberto. Senonchè, a interrompere
bruscamente l'allegrezza suscitata da quegli avvenimenti, venne pochi
giorni dopo l'annunzio della malattia grave di Margherita di Valois
e del principino. Tutti ne furono atterriti. Se quell'unico figliuolo
del duca moriva, il Piemonte toccava di diritto ai principi di Savoia
Nemours, mezzi francesi, per non dir francesi dalla testa ai piedi;
e la Spagna non lo avrebbe mai consentito. — Il che vorrebbe dire,
— esclamava il notaro, con calore, — che noi cadremmo dalla Francia
nella Spagna (e guardava intorno, se ci fosse l'ombra del Benavides),
dalla padella nella brace, dall'inferno alla dannazione! Ma c'è
proprio piovuto la sperpetua, dunque, su questa povera Pinerolo! —
E si piantava con le braccia incrociate davanti alla figliuola che
teneva il mento sul petto. Il principino guarì, come Dio volle; ma la
gioia pubblica fu soffocata immediatamente dalla notizia della morte
della Duchessa. E la ragazza ne fu afflitta sinceramente. Si seppe
che nessuno del seguito del Duca a Lione aveva avuto il coraggio di
annunciargli subito quella sventura, e che quando l'aveva intesa, n'era
rimasto fulminato. — Dio lo vuol provare in tutte le maniere, — diceva
la signorina; — ma egli avrà forza di vincere il dolore; egli è nato
per essere grande nei trionfi e nella sventura. — Intanto, la notizia
che Emanuele Filiberto, ritornandosene da Lione, avesse lasciato i suoi
cinquemila soldati al re di Francia, era venuta a rinfiammare ancora
le speranze già vivissime dei pinerolesi. Ma quel benedetto notaro
Lombriasco era proprio un ambasciatore male ispirato. La stessa sera,
anzi nello stesso punto che annunziava in casa quell'atto cavalleresco
e sagace del Duca di Savoia, dava pure, stropicciandosi le mani, il
“felicissimo„ annunzio che la lite del Benavides con la famiglia
Mortier o Mornier era finita, e che il suo nobile cliente aveva
disdetto per la metà del mese il quartierino di via Porta di Francia.
*
* *
La settimana seguente, sull'imbrunire d'un giorno triste di dicembre,
nevicava; la stanza da desinare del notaro era mal rischiarata da
un'alta lucerna posta nel mezzo d'un tavolino intorno al quale la
signora e la ragazza facevano delle nappe da tenda; e il Benavides,
seduto un poco in disparte, aspettava da qualche minuto il signor
Lombriasco, guardando attentamente Evelina, che da parecchio tempo gli
pareva mutata. Tutti e tre stentavano singolarmente, quella sera, a
trovar materia di discorso, e parole; e tacevano di tratto in tratto
per alcuni momenti, durante i quali non si sentiva nella stanza che
il fruscio leggiero dei grandi stivali di daino del catalano, non
statuariamente immobile come sempre.
All'improvviso, si spalancò la porta, e apparve il notaro ansante, con
una notizia solenne sul viso.
— Pinerolo è resa al Duca! — urlò alzando le braccia. Evelina gettò un
grido dall'anima e gli saltò al collo d'un balzo.
— E il Duca.... — soggiunse il padre col fiato grosso, mettendo le mani
sulle spalle della figliuola, e parlandole nel viso: — Il Duca....
— Viene! — gridò Evelina.
— Viene! — gridò il vecchio, buttando il cappello a traverso la stanza
e lasciandosi cadere spossato sopra una sedia.
La ragazza si mise a ridere, poi si fece seria un momento, poi di
nuovo rise, e poi ruppe in un singhiozzo violento e cadde in ginocchio
davanti a sua madre e le nascose il viso nel seno.
Per un minuto nessuno parlò; non s'udiva che la respirazione asmatica
del vecchio, e il singhiozzo soffocato di Evelina, a cui la madre
carezzava le treccie e le spalle. Poi, mentre il Benavides, ritto in
piedi, commosso, avvolgeva e riavvolgeva collo sguardo la ragazza,
lunga e nobilissima in quel suo atteggiamento abbandonato di bella
donna e di bella bambina, e cercava inutilmente una parola che le
potesse dire fra le mille che avrebbe voluto dirle; il trionfante
signor Giovanni Battista Lombriasco, dimentico per la prima volta del
rispetto dovuto all'ospite, si mise a passeggiare in lungo e in largo
per la stanza, gesticolando e declamando.
— Ah, finalmente. È venuto, dunque, il benedettissimo giorno! Siamo
liberi e siamo piemontesi, siamo in casa nostra, siamo gente di questo
mondo, adesso! Li vedremo partire una volta. Abbiamo finito di sentir
suonare gli speroni francesi sui ciottoli di piazza San Donato! E non
si può dire che non fosse tempo, per l'anima.... del Beato Amedeo!
Eran trentasei anni che la commedia durava, dovete sapere! E possiamo
dire d'averne viste passare, in questi quattro giorni, delle faccie
antipatiche di governatori e di siniscalchi e di spillaquattrini
d'ogni colore, che il diavolo se li porti! Quel generale Vassé che
aveva un pino delle Alpi nel corpo! E quel signor Carlo di Cossé,
signore di Brissac, che aveva l'aria di guardarci dalla sommità del
Monviso! E quel famoso Re da torneo, quel gran giuocatore di palla,
che ci degnò di una visita, coi nastrini della sua bella sul petto,
quel caro _Henri deux,_ che ci affamava e non voleva sentir parlare
di miserie! E il duca di Nevers, che sia benedetto con una sbarra
di ferro, l'eccellentissimo signor Luigi di Gonzaga, duca di Nevers,
governatore del Marchesato di Saluzzo, di Pinerolo e di Savigliano, che
minacciò di tagliarsi la testa se il Re di Francia rendeva le terre al
Duca, speriamo che manterrà la parola, ora, da quel gentiluomo onorato
che s'è sempre vantato d'essere! Ah! ah! _Ce n'est pas un conseil
décent!_ Birboni! A che stato ci avevan ridotti! È finita, dunque!
Così è — concluse poi solennemente voltandosi verso il Benavides
che aveva già tentato invano d'interromperlo, e verso la ragazza che
s'era rialzata vermiglia e radiante: — Sua Maestà Enrico III, re di
Francia e di Polonia, ha restituito a Sua Altezza il Duca di Savoia
le città di Pinerolo, Savigliano e Perosa insieme ai loro mandamenti,
giurisdizioni e dipendenze. Il trattato è stato concluso a Torino ieri
mattina. Domani si raduna il Consiglio dei Cento. Il nostro amatissimo
e gloriosissimo Duca Emanuele Filiberto di Savoia, espugnatore di
Torneaux, vincitore di San Quintino e liberatore del Piemonte, farà la
sua solenne entrata in Pinerolo il giorno primo di gennaio del 1575.
Sia ringraziato l'Altissimo! Io non speravo di avere questa santa
consolazione prima di morire. — E quella sera stessa il cavaliere
Enrique di Benavides appigionava per altri quindici giorni il suo
piccolo quartiere di via Porta di Francia.
*
* *
La mattina seguente, sedici di dicembre, era un tempo sereno e
asciutto, e le Alpi Cozie tutte bianche spiccavano in un cielo
azzurro e limpidissimo, che pareva di primavera. Pinerolo tripudiava.
La gente s'affollava in piazza San Donato e in via degli Orefici,
strizzata dal freddo, allegra, confondendo gli aliti fumanti in
mille dialoghi rapidissimi, troncati da strette di mano e da saluti
festosi. Una folla era radunata fin dall'alba davanti a una casa di
via del Duomo, guardata dagli archibugieri del Comune, nella quale
si trovava Giannantonio de Toni dei conti di Piossasco, nominato
governatore di Pinerolo due giorni prima, e arrivato nella notte da
Torino. Il Consiglio dei Cento si dovea radunare nel refettorio del
Convento dei Frati Minori di San Francesco, in via degli Orefici.
I consiglieri arrivavano da ogni parte, a coppie e a drappelli,
ravvolti nelle loro cappe, coi cappelloni calati sulle orecchie,
pestando i piedi, brillanti di contentezza, e tutti si affollavano
al loro passaggio, scoprendosi il capo e tendendo le mani. Molti
contadini erano accorsi dalla campagna, sparuti e laceri, ma di buon
umore, consolati dalla speranza d'un lieto avvenire. A mezzogiorno il
Consiglio si trovò raccolto sotto la presidenza dei sindaci Giovanni
da Prato e Giorgio Bonardi. C'erano presenti il Conte di Piossasco,
rappresentante del Duca di Savoia, il luogotenente generale del
Duca di Nevers, e il signor Servient, consigliere e segretario di
Stato del Re di Francia. La folla che nessuna forza aveva potuto
contenere, era penetrata nel refettorio, e riempiva tutti gli angoli,
pigiandosi senza far rumore contro le pareti bianche dello stanzone
ampio e nudo; e dietro ai vetri delle finestre, dietro alle teste dei
consiglieri, nei vani delle porte, si alzavano gli uni sugli altri
dei grandi cappelli d'archibugieri, dei cappucci di seta di signore,
degli scapolari di frati, dei pennacchi d'ufficiali francesi, dei visi
pallidi e immobili, che non avevano di vivo che gli occhi. In mezzo
a un silenzio profondo furono rimesse al segretario le regie patenti
suggellate del Re di Francia. Il vecchio segretario, notaio del Comune,
esaminò diligentemente i suggelli, secondo le prescrizioni: le sue
mani tremavano, la pergamena gli sfuggì due volte; l'adunanza pareva
soffocata dalla commozione; era quasi mezzo secolo di dominazione
straniera, di avvilimento, di tristezza e di miseria che stava per
finire in quel punto! In fine, i suggelli furon rotti; una voce alta
e tremante lesse l'atto solenne, col quale Enrico III “per la piena
fiducia da Lui riposta nell'amicizia che gli dimostrava suo zio il
Conte di Savoia, e per il desiderio che era in Lui di accontentarlo„
ordinava la restituzione di Pinerolo, di Savigliano e di Perosa,
prosciogliendo gli ufficiali delle tre terre dal giuramento di
fedeltà al Re di Francia. Un'acclamazione altissima, a cui fece eco
la moltitudine dalla via, seguì le ultime parole; i consiglieri si
baciarono; cento visi si rigaron di lacrime. In mezzo a un'agitazione
febbrile fu firmato l'atto di restituzione al “_Serenissimo Domino
Emanueli Philiberto, Duci Sabaudiae_, _Principi Pedemontium, et
principi nostro vero_, _naturali, optatissimo_.„ Un altro altissimo
evviva fece tremare l'edifizio, il Consiglio si sciolse, i consiglieri
usciti nella via furono circondati, abbracciati, portati quasi dalla
folla verso la piazza San Donato. Una gioia fresca e sonora, come di
gente ringiovanita, si spandeva in ogni parte, ravvivata ancora da
quel bel sole, da quel bel cielo terso, che pareva la promessa e il
principio d'una lunga età serena e tranquilla. Ma nonostante quella
gioia, che dominava ogni altro sentimento negli animi, molti, passando,
si voltavano a guardare in viso una signorina grande e snella, che
portava con una grazia mirabile un alto cappello conico, ornato di
cordoncini d'oro e di nappine di seta, appoggiandosi al braccio di
suo padre. E più di tutti la guardava, seguitandola a quindici passi
di distanza, Enrique de Benavides, che pure attirava molti sguardi di
donna con la sua bella eleganza di colosso e con la grossa gemma del
suo _sombrero_ piumato. Egli non perdeva un solo movimento di quelle
spalle graziose, e di quel braccio ripiegato, nascosto in un'ampia
manica serrata al polso. Da quei movimenti leggerissimi egli indovinava
il respiro affannoso, il palpito concitato del cuore, una gioia
violenta e compressa che brillava forse in bellissime lagrime mute, non
vedute da alcuni. — _Pobre nina!_ — andava dicendo tra sè, perdendola
d'occhio e ritrovandola a volta a volta tra la gente; — il nobile
sogno della tua vita s'è compiuto; godi; sii felice. In tutti costoro
l'amor di patria nasconde un interesse, che so io? una speranza; in
te sola è puro come l'aria delle tue montagne. Tutta la gioia di
questa moltitudine non vale una pulsazione di quel sangue gentile
che ti colora il collo in questo punto. Sii felice. I giorni tristi
ritorneranno, forse, pel tuo paese; nuovi stranieri, nuove miserie,
e servitù più lunghe e più dure, forse; ma tu non ci pensi, povera
ragazza; il tuo cuore è tutto nella gioia presente, e vede un avvenire
interminato d'indipendenza e di pace. Va, buona e bella creatura;
ritorna nella tua casetta modesta, ad aprire la tua bell'anima piena di
tesori davanti alle immagini del tuo Dio e del tuo principe: essi non
riceveranno certo da questa terra un omaggio più nobile e più santo del
tuo. — E così pensando, mentre la fanciulla spariva svoltando in via
Porta di Francia, egli sporse leggermente il viso innanzi stringendo
le labbra; e quel bacio muto si perdette tra la folla come un fiore
invisibile travolto dalle acque d'un torrente.
*
* *
Da quel giorno in poi Pinerolo fu in ribollimento come non era più
stata dal tempo dei principi d'Acaja. I soldati del Re lasciavano la
città giorno per giorno, a un battaglione alla volta; molte famiglie
francesi partivano; arrivavano ufficiali e messi del Governo di
Torino; venivano frotte di curiosi dai dintorni. Il governatore conte
di Piossasco aveva messo mano fin dal primo momento a ordinare la
milizia provinciale, istituita da Emanuele Filiberto. Il Consiglio
dei venticinque si radunava ogni giorno per provvedere alle feste. Il
tempo incalzava: erano già arrivati i furieri della Corte. La città
avrebbe voluto fare grandi cose, superare Vercelli che aveva drizzato
sul passaggio del Duca cinque archi di trionfo e cento statue. Ma i
denari mancavano e le ore erano contate. Fu stabilito che il Consiglio
intero, la milizia, gli archibugieri, i personaggi principali della
città andassero ad aspettare il Duca al Belvedere. Fu ornato di tappeti
e di arazzi il palazzo degli Acaja. Il Consiglio fece fare un grande
baldacchino frangiato che doveva essere portato da sei gentiluomini;
ordinò vestiti appositi pei sindaci, pei capitani, per gli staffieri,
per le guardie; fece allestire centinaia di bandiere savoiarde: tutto
doveva essere a lutto per la morte della duchessa Margherita. La città
era sottosopra; nascevano litigi accaniti per la rappresentanza e per
i posti di ricevimento; per tutto si lavorava a preparare stendardi,
ghirlande, corone; quanti fiori era possibile trovare a quella stagione
nei dintorni della città e nelle valli e sulle montagne, le rose di
Bengala, i leontopodii, gli eliotropii d'inverno, le viole a ciocche,
i capelli di Venere, il lauro nobile, l'ellera, l'agrifoglio, i rami di
pino selvatico dei monti di Talucco e di Cumiana, tutto fu ansiosamente
cercato, disputato, pagato, e centinaia di mani bianche s'affaticavano
a intrecciare e a trapungere; mentre per le vie insolitamente
rumorose andavano e venivano consiglieri, operai, archibugieri,
militi provinciali ancora mezzo vestiti da paesani, contadini carichi
di fascine e di legna per i fuochi di gioia, processioni di ragazzi
con le coccarde dai colori di Savoia; e al disopra dello strepito
dei crocicchi, s'alzava la voce acuta dei banditori del Comune ad
annunziare fra cento altre cose “che nissuno habi da andar incontro
a Suoa Altezza a cavalo, salvo queli quali saranno domandati et
avvertiti, sotto pena di venticinque scudi„. Eran giorni tumultuosi,
febbrili e felici. Si capisce. Non era soltanto un capitano possente e
fortunato che aveva empito l'Europa del suo nome, non era solamente il
vincitore di San Quintino colui che doveva entrare a Pinerolo: era un
monarca sapiente e benefico, che aveva compiuto con una perseveranza
maravigliosa, in trent'anni di fatica e di pericolo, l'opera gigantesca
della ricostituzione dei suoi Stati; che aveva rinsanguato la sua
Casa, ridata una nuova gioventù, aperta un'età nuova d'immense speranze
al suo popolo, mentre le altre provincie d'Italia, come invecchiate,
e richiuse pigramente in sè medesime, pareva che non pensassero più
all'avvenire; era un principe che rientrava nella città ch'egli aveva
più lungamente desiderata, e per la quale aveva messo più duramente
e più mirabilmente alla prova la sua costanza e il suo ingegno; e
ci veniva di quarantasei anni, nel colmo della sua forza e della sua
gloria, e reso più venerabile e più sacro da un grande dolore.
*
* *
Quel capo armonico di cugino, col suo naso rincagnato, trovava che
il Consiglio “faceva troppo;„ che tutto quello spreco di “danaro
pubblico„ sarebbe stato a mala pena giustificabile quando con Pinerolo
e Savigliano fosse venuta anche Saluzzo; ma non si curava neanche più
di stuzzicare la ragazza, tanto la vedeva da un pezzo indifferente
ad ogni cosa che le potesse dire. Solamente, egli aveva adottato, per
quando si parlava delle feste, un sorriso leggermente compassionevole,
che cercava di mettere in vista. Evelina, a quando a quando, si
sentiva dentro degli impeti di una gioia immensa. La proposta che
uno dei venticinque aveva fatta, e che il Consiglio aveva approvata,
di mandare incontro al Duca duecento bambini, — _doeciento putti_ —
con una bandiera ciascuno, i quali cantassero tutti insieme a mezza
voce una canzone patriottica, in cui si sentisse un'eco sommessa di
dolore per la morte di Margherita di Valois; quell'idea di mandare
innanzi il canto dell'infanzia a consolare il dolore d'un eroe, le
pareva divina; s'inteneriva a pensarci; avrebbe voluto pettinarli,
lisciarli tutti lei quei ragazzi, metterli in fila e guidarli ella
stessa incontro a Emanuele Filiberto. Non potendo fare altro, preparava
un ampio parato azzurro da stendere sulla ringhiera del terrazzo,
con le parole _San Quintino_ trapunte in bianco, a grandi caratteri.
Aveva ordinato del lauro tino per fare delle corone. Il terrazzo era
al primo piano, all'angolo di via del Duomo, dove la via sbocca nella
piazza, a sinistra di chi va verso San Donato: si sapeva che il Duca
per andare fino alla via degli Orefici, dov'era il Palazzo degli
Acaja, sarebbe passato di là; essa l'avrebbe visto da vicino, dunque;
e ogni volta che questo pensiero le si affacciava improvvisamente,
il sangue le dava un tuffo, la mente le si turbava; aveva bisogno
di moversi, di spalancare le finestre, di sentire dello strepito, di
discorrere, di cantare. E poi si rimetteva con più ardore al lavoro.
Ma di quando in quando — molto sovente — una profonda tristezza le
entrava tutt'a un tratto nell'anima, violentemente, come una mano
brutale le afferrasse il cuore; e allora lasciava cadere il parato
azzurro sul pavimento, e rimaneva con le mani inerte sulle ginocchia,
e con gli occhi fissi alla parete, per molto tempo. Gli affari del
Benavides erano accomodati; dopo l'entrata del duca sarebbe tornato
in Catalogna; egli non rimaneva che per rivedere, dopo diciassette
anni, il suo glorioso generale di San Quintino, forse per l'ultima
volta; e il giorno dopo sarebbe partito, ed essa non l'avrebbe
rivisto mai più, certamente. E allora tutto sarebbe finito. Tutto?
Che cosa? Nulla. Un sogno. Nemmeno un sogno. Eppure si sentiva un
nodo di pianto nell'anima. Egli era così nobile d'aspetto e di cuore,
così rispettabile in quella sua tristezza austera per la morte di
sua madre, e doveva nascondere dei così grandi tesori di bontà sotto
quella compostezza taciturna, che dava tanta dignità alla sua bellezza!
Come doveva essere profonda e generosa l'amicizia, in lui, e l'amore
grande e gentile! E che dolci, ardenti, possenti parole gli dovevano
sgorgare dal cuore, quando un impeto di passione e di tenerezza lo
moveva! No, ella non avrebbe mai più incontrato nella vita un'anima
così nobile e così bella. Ed egli partiva senza averle dato mai un
segno d'affetto e d'amicizia. Era troppo povera cosa per lui. Eppure,
l'avrebbe guardata con occhio assai diverso, l'avrebbe forse anche
amata, a poco a poco, se non fosse stata di una condizione di tanto
inferiore alla sua. Essa avrebbe saputo farsi amare, forse! Non si
sentiva mica indegna di lui, dentro al cuore. Egli l'avrebbe dovuta
indovinare. Come non l'aveva indovinata, come non gli era nato, in
tanto tempo, un sentimento un po' più vivo che una benevolenza cortese?
Qualche volta, ripensandoci, le pareva sì d'aver visto in certi momenti
nel suo sguardo, d'aver sentito nella sua voce non so che d'insolito,
un lampo, un tremito sfuggevole, come l'espressione involontaria e
istantanea d'un sentimento d'amore. Ma come a fissare intensamente
con lo sguardo i caratteri minuscoli d'una scrittura, si finisce con
non veder più che il bianco della carta, così, mettendosi a meditare
profondamente su quei piccolissimi segni, essa finiva con non trovarci
più alcun valore, e con credere fermamente d'essersi ingannata. Ah!
come avrebbe saputo amarlo, consolarlo, entrargli nell'anima, legare
una per una alle fibre del proprio cuore tutte le fibre del suo! La
ragione le si offuscava a pensare a una gioia, all'ebbrezza di essere
amata, serrata contro quel giustacuore di seta, chiamata per nome
nell'orecchio da quella voce profonda e morbida, carezzata da quella
bella mano atletica di gentiluomo intemerato e di soldato valoroso. Ah!
una così grande felicità non poteva essere per lei, lo capiva bene! Ed
egli partiva, solo e malinconico, per un paese lontano, per ritornare
alla casa abbandonata e triste, dove non c'era più sua madre a dargli
il bentornato e a baciargli la fronte. Non sarebbe però stato solo
lungo tempo. Non era un uomo da poter consumare la vita senza affetti.
Una donna, cento donne l'avrebbero amato, adorato.... Ma non n'avrebbe
amata che una sola, lui, Benavides, così nobile e così austero! E
fissandosi in questo pensiero a malgrado proprio, essa vedeva una donna
fra le braccia di lui, una spagnuola orgogliosa e vezzosa, una patrizia
vestita di raso e scintillante di gemme, avviticchiata al suo collo,
in una stanza splendida di marmi e di specchi; e la rivedeva accanto
a lui, altiera e felice, in un ricco legno tirato da cavalli superbi,
su per la Rambla di Barcellona; e abbandonata sulle sue ginocchia
sotto la tenda verde d'una barca dorata lungo le sponde dell'Ebro;
tutta vermiglia in viso, palpitante e pazza d'amore; e liberatasi
da quell'immaginazione sfolgorante e dolorosa, e rivolto lo sguardo
intorno per la propria casa, dove tutto esprimeva la povertà del suo
stato e l'umiltà della sua nascita, che eran forse la sola cagione per
cui una felicità immensa le era negata, provava un dolore più acuto,
un avvilimento angoscioso, una pietà infinita di sè stessa, che le
faceva abbandonare la fronte sulla spalliera della seggiola esclamando:
— No, no, non basta la patria! — e scuotere desolatamente la testa,
piangendo senza lacrime, come una creatura disperata. Ma poi, riscossa
da un grido improvviso dell'orgoglio, balzò in piedi, si passò una
mano sulla fronte, e disse a sè stessa: — Ho sognato. Non pensiamoci
più. Coraggio! — E da quel momento si rigettò tutta nella sua prima
passione, e si rimise a parlare con nuovo e più ardente entusiasmo al
Benavides del suo principe adorato, sforzandosi di mostrare una grande
allegrezza; stupita nondimeno e afflitta dentro, al vedere che il
catalano non le rispondeva più come per l'addietro, e pareva sazio ed
uggito di quei discorsi. — Ancora di Emanuele Filiberto? — le domandò
una sera quasi in tuono di noia. Ed ella disse tra sè tristamente,
quando fu uscito: — Egli s'annoia. Il suo pensiero e il suo cuore sono
già lontani. È già separato da noi. Tutto è finito. Addio.
*
* *
Venne finalmente quel sospiratissimo primo dell'anno. Partito
da Torino, col suo grande corteo, il 31 dicembre, il Duca doveva
pernottare a Vigone ed entrare in Pinerolo il primo di gennaio,
avanti mezzogiorno. Spalancando le finestre la mattina presto, Evelina
gettò un'esclamazione di dolore e di dispetto: la piazza San Donato,
i tetti, i rilievi delle case, tutto era bianco, e nevicava ancora,
radamente. Ma l'aria era mite. La città rumoreggiava. Il Consiglio,
le milizie, tutti i personaggi del ricevimento e una grande folla
erano già usciti di Porta Torino. La piazza San Donato si riempiva
di gente a poco a poco; le finestre s'andavano ornando di arazzi e di
ghirlande di verzura e di fiori. Il tratto più trionfale dell'entrata
del principe sarebbe stato certamente là, davanti alla vecchia chiesa
del Santo protettore di Pinerolo, nel cuore della città antica. In
pochi minuti la ragazza levò la neve dalla ringhiera, distese con
le mani un po' tremanti il suo bel parato azzurro, ordinò sopra un
tavolino le sue quattro grosse corone di lauro tino, poi si andò a
infilare il suo bel mantelletto di panno oscuro senza maniche, che le
copriva la nuca col suo ampio bavero diritto, e si mise un mazzetto
di semprevive nei capelli. Il notaro comparve poco dopo, con la barba
fatta, e con un paio di calze nuove ben tese, che mettevano in bella
mostra le sue gambe muscolose di alpigiano. Molti parenti, invitati,
dovevano arrivare da un momento all'altro. A tutte le finestre delle
case di rimpetto apparivano e sparivano visi di signore, di uomini e
di ragazzi, sovreccitati, incuranti del freddo: ogni famiglia aveva in
casa una frotta di parenti e di amici. Sopra le porte, sul davanti dei
terrazzi e sotto i davanzali, a tutte le altezze, si vedevano degli
stemmi di Savoia sormontati dalla corona, coi due cavalli e i due
leoni: delle iscrizioni, dei quadri con la divisa assunta da Emanuele
Filiberto giovanetto: un braccio nudo che stringeva una spada, col
motto: _Spoliatis arma superunt_; altre sue divise d'altri tempi:
l'elefante in mezzo all'armento di pecore: _Infestus infestis_; un gran
cartellone con su scritto: _Pugnando restituit rem_; una corona civica
col motto: _Instar omnium_; altri avevano esposto in mezzo a rami
di mirto e di cipresso lo stemma di Margherita di Valois, la losanga
azzurra coi tre gigli d'oro, e certe sue figure simboliche predilette,
come i due serpenti attorcigliati a un ramo d'olivo, con motti sapienti
e pietosi, che tutti sapevano. La folla ch'era andata sempre crescendo,
riempiva or tutta la piazza, e le strade vicine, del Duomo, del Corpo
di guardia, del Miranetto. Un colpo di cannone avrebbe annunciato
l'apparizione del Duca al Belvedere; di là egli sarebbe arrivato in
tre quarti d'ora a Porta Torino. Una ondata di zie e di cugine aveva
empito la casa del notaro. Oltre al terrazzo, le finestre erano tre:
una fu assegnata ai ragazzi: da tutte si vedeva obbliquamente il
punto dove il corteo sarebbe apparso e quello dove sarebbe sparito. Un
ronzìo diffuso e crescente si spandeva per l'aria. La folla, aperta a
stento da due file di archibugieri, si rimescolava. Erano cittadini
di Pinerolo, abitanti dei villaggi, gente venuta fin da Perosa, da
Cavour e da Saluzzo, montanari discesi dalle Alpi, ravvolti in mantelli
sbrendolati, con le berrettine nere sotto i cappellacci a larga tesa,
con lunghi bastoni nel pugno, alpigiane infagottate in casacconi da
uomini, coi ragazzi per mano. E avevano tutti davanti alla mente una
sola immagine, quella figura quasi favolosa di Emanuele Filiberto,
che nessuno aveva mai visto, di cui tutti parlavano da tanti anni,
e che ciascuno si rappresentava a modo suo, gigantesco, spaurevole,
sorridente come un padre, superbo come un nume, coperto d'oro, irto
di ferro, fantasticamente vestito ed armato. I cuori battevano per la
febbre dell'aspettazione. E batteva più di tutti quello di Evelina.
Ma un pensiero l'atterriva quasi: il sospetto che il Benavides non
venisse. Doveva partire la mattina dopo. Essa avrebbe dato il sangue
per rivederlo ancora una volta. Una scampanellata improvvisa la fece
tremare da capo a piedi. La folla degl'invitati s'aperse, inchinandosi;
il Benavides venne innanzi, grande e elegantissimo, con una ruga
diritta sulla fronte. Evelina diventò bianca: era l'ultima volta che lo
vedeva! Ma subito fece uno sforzo violento per riafferrarsi con tutta
l'anima alla gioia dell'aspettazione del suo principe, e si vinse.
Accesa nel viso, coll'occhio scintillante, colle mani febbrili, andava
e veniva, raggiustando le corone, contando i minuti, apostrofando
ora l'uno ora l'altro con la voce commossa; ed era bella e superba. —
Tu devi esser felice, Evelina! — le dissero le cugine, ammirandola,
e facendosele intorno con tutti gli altri. E allora essa si sentì
come sollevata da terra da un soffio irresistibile di entusiasmo, e
trasfondendo in poche parole fiammeggianti, e nel linguaggio di una
passione sola, tutta la forza delle due passioni che la divoravano,
rispose: — Sì, sono felice, perchè è stato il sogno della mia infanzia
e della mia gioventù questo giorno! perchè sarei morta per provare
questa gioia! Dio mio! Ci ha restituito la patria e l'onore, ed è il
più valoroso e il più nobile principe che abbia mai stretto una spada
colui che aspettiamo! È Emanuele Filiberto, grande, buono, glorioso!
È il nostro sovrano, il nostro liberatore, il nostro.... — Un colpo
di cannone le soffocò la parola in bocca, e la costrinse a cercare la
spalliera della seggiola. Emanuele Filiberto era al Belvedere.
*
* *
Tutti corsero alle finestre per veder l'effetto prodotto nella folla da
quell'annunzio. Il Benavides rimase in disparte. Egli aveva inteso le
parole e visto l'atto di Evelina. Aveva la mente annebbiata e il sangue
sottosopra. Era una di quelle potenti e chiuse nature catalane in cui
la passione brucia per molto tempo nascosta come una lunghissima miccia
restia, e poi scoppia improvvisamente come una mina. L'impallidire
della ragazza al suo arrivo, aggiunto ad altre manifestazioni
leggerissime che egli andava rintracciando nella sua memoria, e
rimeditando da qualche giorno, gli aveva tolto a tutta prima quasi
ogni dubbio sopra una verità ch'egli desiderava ora impetuosamente.
Ma quella sua commozione straordinaria, quella sua esaltazione
quasi vaneggiante per il Duca di Savoia, lo turbava, lo sgomentava,
ricacciandogli nell'animo il sospetto che tutti gl'indizi d'una seconda
passione ch'egli aveva creduto di scorgere in lei non fossero veramente
che indizi mal compresi della prima. Egli sapeva che quelle ammirazioni
entusiastiche per un principe glorioso crescevano qualche volta fino
al più ardente amore, nell'anima delle fanciulle. Questo pensiero
gli faceva salire delle ondate di foco al cervello. Egli si sentiva
nel cuore e nella testa una di quelle tempeste oscure di sentimenti
e di idee che precedono le grandi risoluzioni della vita. Seguitava
coll'occhio fisso tutti i passi e tutti i gesti di Evelina. Non le
era mai parsa, e non era mai stata infatti così ardentemente bella e
viva, e riboccante di gioventù, di tenerezza, di forza, di grazia, giù
dalle sue grandi treccie d'oro, per la lunga vita flessibile, fino ai
piccoli piedi che si contraevano e fremevano come due mani. Ogni suo
movimento, ogni suono della sua voce gli faceva balzar dal cuore una
piena di parole appassionate, umidi, dolci, imperiose, che l'avrebbe
soffocato s'egli l'avesse lasciata arrivare alle labbra. La guardava,
l'inseguiva, e la vedeva confusamente a una grandissima lontananza,
in una sala splendida di marmi e di specchi della sua casa di Gerona,
serrata contro il suo petto, e avviticchiata al suo collo; e poi seduta
accanto a lui, altiera e felice, in un ricco legno, tirato da cavalli
superbi, giù per la Rambla di Barcellona; e poi abbandonata sulle sue
ginocchia sotto la tenda vermiglia d'una barca dorata lungo le sponde
dell'Ebro, pallida e stanca d'amore. E l'amava, la voleva, le avrebbe
inchiodato la bocca sul cuore per suggere e trasfondere nella propria
la sua anima bella. Non sapeva più comprendere come avesse potuto non
curarla per tanto tempo, come avesse lasciato crescere, fomentato
in lei quell'entusiasmo ardente per il Duca, invece di mettersi in
mezzo subito, di separarla dal suo idolo, di farsi amare, di dirle
brutalmente che voleva esser amato. Ed ora una smania lo invadeva di
riguadagnare precipitosamente il tempo perduto, di conquistarla prima
dell'arrivo del principe, di cacciarle dall'anima il suo rivale con una
parola fulminea, tirandola in un canto, e bruciandole il viso con un
bacio. Ah forse era troppo tardi!
*
* *
Intanto, giù nella piazza, il fermento cresceva; le voci s'alzavano,
la folla ondeggiava; a ogni finestra s'alzavano cinque, sette, otto
visi, gli uni sugli altri; c'era gente sul tetto della chiesa e sui
comignoli delle case; pareva che gli edifizi vivessero e parlassero,
e in tutte le vie circostanti fluttuavano dei fiumi neri. Il notaio
andava e veniva per le stanze, come brillo, battendo le mani sulla
spalla, ora all'uno, ora all'altro, e gridando: — Padre della
patria!... Padre della patria vorrà esser chiamato il nostro grande,
il nostro gloriosissimo Duca Emanuele Filiberto! _Pater patriae!_
Pa-dre-del-la-pa-tria! — E per la contentezza della sua trovata
voleva batter la mano, come al solito, sulla _testa di ferro_ del
nipote; ma lo risparmiò, vedendo che anche lui, quel bestione, pareva
finalmente commosso. Le campane empivano l'aria di una romba continua
e assordante; la gran voce della folla entrava e risonava in tutti i
recessi della casa. All'improvviso il rumore si chetò e una notizia
corse. Il corteo era alla porta di Torino. Tutti si gettarono alle
finestre. Evelina in mezzo al padre e alla madre, sul terrazzo; il
Benavides dietro; gli altri schiacciati contro il muro. Passarono
altri pochi minuti. Tutti i visi erano rivolti verso il fondo di via
del Duomo. Evelina si sentiva saltare il cuore fino alla fontanella
della gola. Nella piazza si taceva. S'udì un suono strano, un mormorio
armonioso come di voci argentine che cantassero sommessamente una
musica festosa e triste ad un tempo; il suono si alzò, avvicinandosi;
e un'onda di bambini, duecento ragazzi puliti e ravviati, ciascuno con
una bandiera nel pugno, empirono la via, stretti e seri, biancheggianti
di neve, cantando, accompagnati dalla folla con un bisbiglio lungo di
parole liete e carezzevoli; e dietro a loro, come un canneto di lancie,
le guardie ducali a cavallo, ferrate e gravi, coi caschi punteggiati
di fiocchi bianchi, salutate dalla folla con uno scoppio di grida.
Immobile come una statua, con tutto il busto fuor della ringhiera,
Evelina aspettò ancora un momento, con gli occhi fissi in fondo alla
via; poi diede un tremito, e trattenne un grido.
Era Lui.
In mezzo alla bianchezza della neve, sotto un alto baldacchino di
seta nera, sostenuto da sei signori vestiti a bruno, e seguito da un
grande corteo, — veniva innanzi lentamente — immobile sopra un enorme
cavallo bianco ingualdrappato a lutto — un cavaliere pallido, bello,
impassibile come un simulacro —, tutto nero dalle piume ricurve del
berretto ai larghi calzoni alla fiamminga, — vestito d'un giustacuore
di velluto, su cui brillava il collare dell'Annunziata, in mezzo alle
rivolte d'una grande casacca oscura, che lasciava uscire l'elsa ritorta
e argentata della spada; — una figura poderosa e nobile di guerriero e
di pensatore, — semplice ad un tempo e magnifica, — piena di una grande
maestà e d'una grande tristezza, — che non era, e pareva colossale, —
che riuniva non so che di gentile e qualche cosa di terribile; e che
avanzandosi così mutamente sul tappeto candido della piazza, come una
forma leggerissima che non toccasse la terra, diffondeva intorno a sè
un senso di stupore e di mistero — e dava l'immagine d'un'apparizione
più che umana.
La moltitudine tacque, infatti, per un momento come sopraffatta da un
sentimento di maraviglia e di timore: poi ruppe tutta insieme in un
grido altissimo interminabile frenetico, in uno scoppio formidabile
di entusiasmo e di gioia, tendendo furiosamente le sue mille braccia
dalla piazza, dai portici, dalle finestre; e una pioggia di fiori
e di corone cadde sul baldacchino, sui cavalli, sui gentiluomini,
sulle guardie, sulla neve, costringendo il corteo a fermarsi come una
carovana sorpresa da un uragano; ed Emanuele Filiberto rimase immobile
per alcuni momenti ad aspettare la fine del grido. Tutti gli sguardi si
confissero nel suo viso. Egli non diede altro segno di commozione che
un istantaneo dilatamento degli occhi. Poi si rimise in cammino.
*
* *
S'avvicinava al punto dove la via del Duomo sbocca nella piazza.
Evelina, inchiodata, muta, affascinata, non aveva più staccato gli
occhi da quella figura. Il corteo enorme e strano che veniva dietro
in grande silenzio: il vescovo di Venza, grande elemosiniere, a
cavallo, accanto al gran Cancelliere Conte di Stroppiana; il presidente
del Senato di Torino, il grande scudiere, fiancheggiati e seguiti
da ufficiali giganteschi degli arcieri, da vecchi ciambellani e
da maggiordomi, da prelati, da curiali canuti, da paggi biondi e
brillanti, da consiglieri e da sindaci di Pinerolo vestiti a lutto, da
capitani della milizia, da staffieri armati di spade e di pugnali; una
folla serrata, maestosa e lenta, dai larghi cappelli di feltro, dalle
lunghe penne nere, dalle ampie casacche brune, di un aspetto austero e
guerresco, come improntata della natura del suo principe, e che pareva
venire piuttosto a una battaglia o a un giudizio solenne, che a una
festa trionfale; questo nuovo e bellissimo spettacolo, dietro al quale
si drizzava un'altra selva di lancie e di caschi imbiancati dalla
neve, non attirò uno solo dei suoi sguardi. La grande e misteriosa
figura del Duca incatenava a sè tutte le facoltà dell'anima sua. Nel
punto che il baldacchino passava davanti al terrazzo, e che un nuovo
scoppio spaventevole di grida faceva tremare la piazza e impallidire
tutti i visi, la ragazza fu come presa da una vertigine d'entusiasmo
e d'audacia, e alzata fuori della ringhiera la corona che era stata
stretta fino allora nella sua mano come in una morsina d'acciaio, la
gettò in aria d'un colpo, con uno slancio del braccio convulso, più
forte che non volesse. Subito, restò pietrificata dal terrore. La
corona, passando al disopra degli archibugieri, era caduta sul fianco
del Duca, ed era rimasta infilata, dondolando, all'elsa ritorta della
sua spada. Allora provò come il senso d'un sogno prodigioso. La folla
applaudì a quel caso; il Duca, dato uno sguardo all'elsa, alzò il
viso verso il terrazzo; il cavallo fece in quel punto un raddoppio; ed
Evelina vide le sfolgoranti pupille azzurre di Emanuele Filiberto fisse
per un momento nelle sue. Non fu che un momento, ma non ci resse: il
corteo, la folla e le case le si confusero agli occhi, le ginocchia le
mancarono, e cadde fra le braccia di sua madre.
*
* *
Subito, in furia, fu portata dentro, adagiata sopra una seggiola,
spruzzata d'acqua; rinvenne immediatamente; si scosse, si vergognò,
domandò perdono, sorrise, — fece cenno che tornassero tutti sul
terrazzo e alle finestre; — tutti sparirono; — rimase sola. Allora
seguì un rivolgimento nuovo, e pur naturale, nell'animo suo. Svanito
l'ultimo resto della gioia che l'aveva soverchiata, fu presa quasi
tutto a un tratto da un grande sgomento, come se quella commozione
sublime fosse stata la fine d'un sogno, il giorno più felice,
e l'ultimo giorno felice della sua vita; come se, appagato quel
desiderio supremo che era stato il conforto e l'alimento di tutta
la sua giovinezza, non le rimanesse più scopo di vivere; le parve
d'essere precipitata da una grande altezza e di ritrovarsi in una
grande solitudine; vide come al chiarore d'un lampo il suo avvenire
vuoto e malinconico, una successione interminabile di giornate grigie
e fredde, la madre morta, la casa solitaria, la sua cameretta povera e
triste, e lei, seduta in un angolo, sola, invecchiata, senza famiglia,
senza speranze, senza amore; e mentre già il cuore le si gonfiava
d'un'amarezza immensa, e il pianto le stringeva alla gola, un nuovo
pensiero doloroso, intollerabile, le attraversò improvvisamente quei
pensieri: — il Benavides partiva fra poche ore. — Il presentimento
della tristezza mortale del dì seguente, diede l'ultima stretta
spietata al suo povero cuore: chinò il mento sul seno, si coperse il
viso colle mani, e lasciò sgorgare, in silenzio, un'onda ardente di
pianto.
In quel punto una voce strana, violenta, sgarbata, tremante di dolore
e di sdegno, le gridò all'orecchio:
— Ma voi l'_amate_, dunque, il vostro Duca!
Evelina balzò in piedi, vide il Benavides pallido, con gli occhi
ardenti, capì tutto, e un grido soffocato di amore pazzo e di gioia
infinita le fuggì dalle viscere: — Enrico!
Era uno di quei gridi che rivelano in un punto la storia d'un'anima, e
che non lasciano dubbi.
Il Benavides stette per un secondo attonito, come trasognato.
— Ah! cara! bella! nobile! adorata creatura! — le gridò poi,
afferrandole e baciandole furiosamente le mani; — amor mio! Evelina
mia! — Strappò in furia dal cappello l'anello d'oro di sua madre,
lacerando i nastri e la penna, lo infilò convulsamente in un dito
alla ragazza, la riafferrò per le mani, l'attirò con sè alla finestra
dov'erano i bambini, e ribaciandole i polsi, le palme, le dita,
ansando, con la voce interrotta, indicando col viso il Duca lontano:
— Amalo... — disse sorridendo — amalo pure... lo ameremo insieme...
perchè a te ha ridato la patria, e a me... ha dato il tuo cuore!
Evelina volle rispondere, ma i singhiozzi le chiudevan la gola.
Arrivato in quel momento in fondo alla piazza, sul punto di sparire nel
vicolo che conduce alla via Porta di Francia, Emanuele Filiberto voltò
il cavallo verso la folla, si rizzò maestosamente sopra le staffe, e
con un gesto vigoroso e superbo alzò tre volte in aria il suo berretto
piumato. E quel poetico saluto parve ai due giovani un buon augurio
ch'egli mandasse al loro nobile amore sbocciato sotto il sole della sua
gloria, e parve alla moltitudine fremente un comando solenne ch'egli
rivolgesse ai suoi sudditi presenti e alle generazioni avvenire, come
se avesse voluto gridare con quell'atto: Le porte d'Italia son nostre!
Emanuele Filiberto ve le affida! Difendetele!