LE TERMOPILI VALDESI

Cominciamo come i romanzieri d'una volta. Era una bella mattinata

della fine di settembre, sul levare del sole, quando tre amici, ancora

mezz'addormentati, un deputato, un giornalista e.... (la frase è tanto

bella e nuova che non posso trattenermi dal metterla) e _chi scrive

queste linee_, uscivano insieme dal buon albergo dell'Orso, dove si

cucina magistralmente il camoscio, e discendevano la strada principale

di Torre Pellice per recarsi nella valle d'Angrogna, con l'intenzione

di rimontarla fino al celebre Pra del Torno, chiamato “il santuario

e la fortezza delle valli valdesi.„ — Ci vada, — m'avevano detto

Valdesi e cattolici, — è la più originale e la più romantica di quelle

valli, oltre che è la più gloriosa; lei ne ritornerà entusiasmato. — E

m'avevano dato una commendatizia per il pastore d'Angrogna, il signor

Stefano Bonnet, nativo del luogo, un barbone venerabile di ottanta o

novant'anni, m'immaginavo; il quale sarebbe stato per me, dicevano,

il più dotto e cortese cicerone che potessi desiderare. Il tempo ci

favoriva. C'era un cielo, come suol dirsi, tirato, limpido da parere

che non si dovesse più rannuvolar per un mese, e il Vandalino drizzava

la testa granitica in quell'aria pura, tutto dorato dal sole, superbo

come ne' più bei giorni delle sue vittorie.

*

* *

In pochi minuti ci trovammo vicino all'imboccatura della valle,

ai piedi della bella collina di Rocciamaneot, che è come un forte

avanzato di val d'Angrogna; intorno al quale toccarono una delle prime

batoste, nel 1488, le truppe tumultuose del legato d'Innocenzio VIII,

e dove, circa duecento anni dopo, uno dei personaggi più eroici e più

poetici della storia valdese, il capitano Ianavel, respingeva, con

soli seicento de' suoi, tre assalti furiosi dell'esercito di Carlo

Emanuele II. Ma chi volesse arrestarsi a notare tutti i combattimenti

che seguirono su quelle alture, non arriverebbe mai a Pra del Torno. I

Valdesi furono assaliti, nel giro di tre secoli, in tutti i punti del

loro paese, da Pragelato a Lusernetta, da Bobi a Pramollo, in pianura

e sui monti, nella buona stagione e nel cuor dell'inverno, da eserciti

regolari, da volontari, da crociati, da banditi, dopo lunghi apparecchi

e all'improvviso, con vasti accerchiamenti e con forze raccolte, alla

scoperta e a tradimento, con tutte le combinazioni strategiche, con

tutti gl'inganni leciti ed illeciti, con tutte le industrie politiche,

guerresche e brigantesche, che possano cadere in mente umana. Ogni

palmo delle loro terre, ogni rupe dei loro monti ha la sua storia di

sangue, di fuoco e di gloria. Ma le memorie più solenni e le glorie

più antiche sono della valle d'Angrogna. Questa fu la meta suprema di

tutti i capitani cattolici e nello stesso tempo la rabbia, la vergogna,

la disperazione loro. E perciò è la più amata e la più venerata dai

Valdesi, la loro valle sacra, che chiamano anche “il cuore delle

valli„ e di cui è difficile che pronunzino il nome in presenza d'un

forestiero, senza guardarlo negli occhi. E per questo pure, arrivati

che fummo vicini all'imboccatura, affrettammo il passo tutti e tre,

senza parlare, impazienti di sprofondar lo sguardo là dentro, come

in un luogo pieno di maraviglie e di misteri, nel quale i cattolici

profani non potessero entrare che di contrabbando.

*

* *

Il primo aspetto della valle, infatti, è strano, misterioso,

indimenticabile. M'avevan detto: è una valle angusta. Ma non

m'aspettavo di vedere uno strettoio, un imbuto di valle a quel modo,

e così bella malgrado la sua angustia, e così triste nonostante la

sua bellezza. La stradicciuola che pigliammo corre orizzontalmente,

dopo una breve salita, sul fianco dei monti che formano il lato destro

della valle, a una grande altezza dal fondo. Il fondo è così stretto,

che in alcuni punti ci passerebbe appena una compagnia schierata,

o quattro file di soldati da una parte, e quattro dall'altra del

torrente. Dalla strada in giù tutto era ancora nell'ombra. Dopo

pochi minuti di cammino, vedemmo uno spettacolo bellissimo: a destra,

davanti a noi, sulla cima di tre alture successive, ancora immerse

quasi nell'oscurità, una chiesa valdese, una chiesa cattolica, e poi

una seconda chiesa valdese, l'una dietro l'altra, bianche, inargentate

dal sole, che pareva che splendessero, e solitarie in mezzo a una

vegetazione cupa foltissima, che copriva ogni cosa d'intorno. Nella

valle, un silenzio profondo: non un'anima viva nè per la via, nè

sulle alture, nè per i fianchi dei monti, nè in basso. Solo i colpi

affrettati del maglio d'un opificio, che non vedevamo, empivano di

tratto in tratto la valle d'un fracasso assordante, il quale, cessando,

faceva parer più alto il silenzio. I monti essendo squarciati a brevi

distanze da valloni scoscesi per cui precipitano dei rigagnoli e dei

torrentelli fin giù nel letto dell'Angrogna, la via gira dentro a

ciascuno di questi valloni, nell'ombra, passa sopra un ponticello,

riesce fuori sul fianco esterno del monte, al sole; poi daccapo

rientra nell'ombra, poi esce al sole un'altra volta, e così avanti,

con un serpeggiamento serrato e regolare, che fa cangiar veduta a ogni

passo. E quei valloni sono così profondi, oscuri, umidi, affollati

di vegetazione, che entrandovi e uscendone, par di passare di punto

in bianco dal pieno giorno alla notte e dalla notte al giorno, e

si è presi da un brivido ad ogni svoltata. Si cammina sull'orlo di

precipizi rocciosi, sul ciglio di rive ripidissime, simili a grandi

muraglie verdi leggermente inclinate, e tutte tempestate di freddoline,

in mezzo a veri boschi di castagni giganteschi, che vengon su quasi

dal fondo della valle, e s'innalzano ancora d'un grande tratto al di

sopra della via e sul capo di chi passa, dentro a macchie di quercie,

di noci, di roveri, di pioppi, e poi di nuovo tra castagni altissimi,

fasciati di virgulti dal piede al nocchio, coi rami enormi allargati

in mille forme strane, di braccia di candelabri giganteschi, di membra

colossali agitate in atto disperato, o di mostruosi artigli distesi

per afferrare una preda nel cielo. Tutto verde intenso, tutto forte,

grande e austero, alberi, macchie, roccie, scoscendimenti, recessi.

E l'ombra era così turchina, densa in quei grandi squarci dei monti,

che, stando da una parte, non si vedevano quasi affatto i gruppi di

case di pietra grigia, che eran dalla parte opposta, a pochi passi

di distanza, addossati alla china; e i monti dell'altro lato della

valle, visti da quel fondo nero illuminati dal sole e come inquadrati

fra i due fianchi oscuri del vallone, davan l'idea d'un paese in cui

regnasse un'altra stagione, parevano sfolgoranti d'oro, e abbagliavano.

All'uscire da ciascun vallone, vedevamo, da una parte, l'alto della

valle, che sembrava chiuso in maniera da non poter più far mezz'ora

di cammino; e dall'altra, l'imboccatura, chiusa pure dalla gran mole

azzurrina e violetta del Frioland, dalla punta della Rumella e dai

monti lontani di Bagnolo, che fiancheggian la valle del Po, quasi

svaniti nel cielo. Le poche case che trovavamo sulla via erano chiuse e

mute. Non si vedeva nessuno da nessuna parte. Non c'era altro indizio

di paese abitato che quelle tre chiese alte, bianche e solitarie, che

sembravano allontanarsi come case fatate, via via che andavamo avanti.

Anche il rumor del maglio era cessato. Non si sentiva più nulla. Ci

pareva d'esser noi tre soli in tutta la valle, e nessuno parlava. Era

una bellezza, uno stupore, un incanto.

*

* *

Dopo un'ora e mezzo di cammino arrivammo sopra un'altura, alla

sede della parrocchia di Angrogna: un gruppo di casette pulite, una

tettoia, una piazzetta nel mezzo, piantata d'alberi, una iscrizione

a una cantonata, in grandi caratteri: _Pubblicazioni di matrimonio;_

un tempio bianco un po' più in alto, in disparte, e tutt'intorno

verzura, e non un'anima viva. Ma quasi subito sbucò dalla porticina

d'un orto il pastore Bonnet. Io che m'aspettavo una specie di vecchio

della montagna, rimasi molto maravigliato al vedere un bell'uomo sulla

quarantina, con tutta la barba nera, alto e svelto, di viso sorridente

e di modi amabili, vestito di scuro, ma con un certo garbo signorile,

che se non avesse avuto la cravatta bianca, si sarebbe potuto pigliare

per un capitano dei bersaglieri in villeggiatura. E fui anche più

maravigliato, sapendo ch'era nativo d'Angrogna, quando l'intesi parlare

con pronunzia quasi perfettamente toscana. Seppi poi che l'aveva presa

nell'isola d'Elba, dove era stato nove anni, e a Firenze. C'è però

nel collegio di Torre Pellice un bravo professore toscano, dal quale

quasi tutti i maestri e le maestre valdesi piglian qualche cosa del

_parlar celeste;_ per il che non è raro di sentir toscaneggiare fra

quelle montagne. Il signor Bonnet si offerse cortesemente di farci da

guida, e ci trattenne per parecchi minuti sulla piazzetta a discutere

il programma della giornata. Per tutto quel tempo, e per un buon

tratto di strada quando ce n'andammo, c'intronò gli orecchi un canto

altissimo, che usciva da una casetta chiusa, il canto d'un uomo che

lavorava, e che cangiava arietta continuamente, senza interrompersi,

saltando dallo stornello campagnuolo alla _Traviata_, dalla canzone

militare al _Rigoletto_, con una vivacità, con una furia allegra,

con una vigorìa di voce e di pronunzia, che pareva pagato per tener

di buon umore il villaggio. — È più felice d'un milionario, — disse

il Bonnet, sorridendo. — E il deputato soggiunse con ragione, che

non si cantava più, nelle città, a quella maniera. Tutt'a un tratto

tacque, e vedemmo il suo viso alla finestra, un viso beato; ma disparve

subito, e intonò un coro dei Lombardi. Il pastore ci fece vedere il

suo tempio piccolo e nudo, una specie di villino smobiliato, piuttosto

che di casa di Dio. Ma è un tempio storico, il più antico della valle,

fondato verso la metà del sedicesimo secolo, nel luogo dove solevano

radunarsi i Valdesi, all'aria aperta, a deliberare e a pregare;

stato distrutto dai monaci, poi riedificato, servito di caserma ai

soldati del marchese di Pianezza, che s'accamparono là attorno; ed ora

ringiovanito e tranquillo per sempre. Il signor Bonnet ce lo mostrò

con una certa espressione d'affetto e d'alterezza, dicendoci del lungo

ordine dei pastori, alcuni martirizzati ed altri morti di peste, che

l'han preceduto fra quelle mura per il corso di quasi quattro secoli; e

quella sua voce dolce e armoniosa, quelle memorie di pastori antichi,

quella solitudine verde tutt'in giro, e il canto infaticabile di

quell'operaio che si spandeva per la valle silenziosa, ci facevano

un'impressione singolare, come d'un angolo del mondo lontanissimo da

quello abitato da noi, e ignorato da tutti, in cui si godesse ancora

la pace delle età primitive. Il pastore ci propose d'andar a vedere la

_Ghiesia d'la tana;_ la chiesa della tana, una delle meraviglie della

val d'Angrogna. — Sono alpinisti? — domandò. — A ore perse, — risposi.

— Perchè bisogna rampicare, — soggiunse. E si mise a salire per il

primo, con la sveltezza d'un montanaro.

*

* *

Era una caverna che serviva di chiesa e di rifugio ai Valdesi al

tempo delle persecuzioni. Se non si sa dov'è, è quasi impossibile

trovarla. Dopo dieci minuti di salita ripida su per un terreno

erboso e fradicio, vedemmo un ammasso di roccie, nel quale però non

appariva alcuna apertura. Si continuò a salire, poi si discese per

un sentiero da capre, appoggiandoci ai macigni, aggrappandoci agli

arbusti, sedendoci qualche volta improvvisamente, fin che s'arrivò

dentro a una specie d'atrio della caverna, mascherato da alcuni tigli.

L'entrata è larga, ma di pochi palmi d'altezza, tutta punte di sopra

e di sotto, simile a una bocca di roccia che digrigni i denti; in

maniera che non ci si può entrare che accoccolandosi col mento sulle

ginocchia, o allungandosi in terra, sul fianco, e strisciando, come

un ferito che cerchi aiuto. L'entrata della grotta azzurra di Capri

è un portone di palazzo in confronto di quella maledetta buca da

lettere: a ficcarcisi, par proprio di impostar sè stessi per l'altro

mondo. Il pastore accese un moccoletto, e s'infilò per il primo; noi

ci coricammo sui pietroni, l'un dopo l'altro, in atteggiamento di

gladiatori morenti, e badando bene alla cappadoccia, rotolammo dentro,

senza gravi ammaccature. Appena entrati ci trovammo al buio; ci volle

qualche momento per raccapezzarsi. La caverna è stretta e lunga, della

forma d'una grande spaccatura, capace di circa a duecento persone,

rischiarata fiocamente dall'alto, per tre aperture sottili, che paion

tre feritoie orizzontali, e ingombra in fondo di massi enormi di

roccia. Quel po' di luce che vi scende le dà l'aspetto sinistro d'una

carcere sotterranea di castello, dove i prigionieri ricevano il cibo

dalle fessure della volta. Il pastore ci diceva che alle volte vi si

piglian dei pipistrelli nei vani delle pareti, così, allungando la

mano. È una luce giallastra, tristissima, più ingrata delle tenebre,

che dà ai visi delle persone una pallidezza di gente spaventata.

L'angolo opposto all'entrata era oscurissimo: il signor Bonnet, ritto

là in fondo sopra un macigno, col moccoletto che gli rischiarava il

viso di sotto in su, aveva l'apparenza d'uno spettro. Certo che doveva

destare una commozione profonda il pastore dalla lunga barba bianca

che da quel pulpito di roccia, al chiarore d'una fiaccola, predicava

con voce sommessa alla folla, pigiata in quella specie di cripta

selvaggia, in cui ciascuno poteva temere di essere entrato per non

uscirne mai più. Mentre il pastore predicava o i fedeli cantavano i

salmi a mezza voce, dei giovani valdesi stavano alla vedetta sulle

alture vicine. Al lontano apparir delle avanguardie nemiche, davan

l'avviso, e allora, giù nella grotta, si faceva un silenzio di tomba,

e si stringevan gli uni agli altri, tremando e pregando col pensiero,

fin che i nemici fosser passati, inoltrandosi nella valle. Ma così non

seguiva sempre. Qualche volta le spie, qualche volta i cani, addestrati

alla caccia dell'uomo, guidavano i soldati per il giusto sentiero;

e allora le vedette accorrevano col viso esterrefatto a portar

l'annunzio tremendo: le madri si stringevano i bimbi sul cuore, i padri

benedicevan le famiglie, gli amici si scambiavano l'ultimo saluto,

e poi, immobili, muti, col respiro sospeso, tendevan l'orecchio,

raccomandando l'anima a Dio.... Ah! quel suono delle alabarde picchiate

nelle rocce dell'apertura! Quelle voci tonanti che gettavan per gli

spiragli il comando di uscire! Quel rumore delle legna e delle foglie

secche ammucchiate davanti alla buca, e i primi nuvoli di fumo che

entravano, accompagnati da uno scoppio di bestemmie e di risate di

scherno! Pensando a questo, par che quella piccola fessura per cui si è

entrati a fatica, si debba chiudere di momento in momento, e si prova

un senso d'affanno, come in quei brutti sogni, nei quali aggirandoci

per i meandri d'un sotterraneo, vediamo spegnersi tutte le fiaccole

e udiamo sbarrar le porte da ogni lato. Tant'è vero, che nonostante

l'invito del pastore, non ci volemmo ficcare in altre due tane, ultimo

rifugio dei disperati, le quali sono come due ripostigli della caverna

grande, difficili molto a scoprirsi; e salvarono forse la vita a più

di un infelice. Già che non c'erano i soldati del conte della Trinità!

E poi splendeva un così bel sole di fuori! Ci tornammo ad allungare

in terra.... Ma questa volta fui meno fortunato della prima, e diedi

una capata che mi mise sottosopra centocinquanta pagine delle _Porte

d'Italia_. — Badi alla testa! — gridò il Bonnet, che era già fuori. —

Grazie! È già fatto! — risposi. — E mi parve che sorridesse della mia

risposta. Ma sorrideva forse con un altro pensiero, vedendoci strisciar

tutti e tre a quella maniera, come tre schiavi sotto il bastone. —

Ci avete fatto passar di lì tante volte voialtri, — avrà pensato; — è

giusto che vi ci facciamo passare un poco anche noi, cani di papisti. —

Ma il suo viso dolce non rivelava punto la compiacenza della vendetta.

Aspettò che avessimo rimesso a posto i panni e le ossa, e poi riprese

la direzione della marcia, saltando di macigno in macigno, con la

sicurezza di un pastore antico, esercitato alle battaglie dei monti.

*

* *

Ripigliammo la via della valle, udendo per un buon tratto la voce del

felice angrognino che cantava l'_abbietta zingara_ del _Trovatore,_ e

passammo sopra a un torrente, chiamato Vengíe, quasi nascosto dalla

vegetazione, che riempie il suo vallone ripidissimo; il quale forma

una prima linea di difesa di val d'Angrogna contro l'assalitore che

venga da val di Luserna. Da una parte del torrente s'alza una enorme

roccia diritta, simile al piedestallo d'un monumento titanico, alla

quale si lega una leggenda graziosa. Una volta all'anno, dicono i

valligiani, tra la mezzanotte e il tocco, una vecchia sta sulla cima di

quella roccia a filare, lasciando spenzolar giù il fuso, che dondola,

girando, nelle tenebre. Il giovane che passa di là, è chiamato, perchè

cerchi d'afferrare il fuso, alla cieca: se l'agguanta, la sua felicità

è assicurata; canterà anche lui per tutta la vita, come quel tale

fortunato. Ma non è la sola cosa notevole del luogo, quella roccia.

Il torrente Vengíe divide in due parti il territorio della parrocchia

d'Angrogna; e questo è curioso, che di qua e di là, a pochi passi di

distanza, si parlano due dialetti notevolmente diversi; l'uno, quello

della parte bassa, più simile al dialetto del Piemonte, l'altro con

molto maggior fondo francese. _Scrivou cista dua grissa per fa vou

conoisce lou langage d'Angreugna, che a smiglia ren dar tout a noste

parlà_. Più strano è che, anche da Valdesi a Valdesi, c'è una certa

rivalità, per non dire inimicizia, fra gli abitanti delle due rive. I

giovani di qua dal torrente che vanno a far all'amore con le ragazze

dell'altra parte, corrono il rischio molto spesso di essere conditi

a sugo di bosco. Così pure negli affari comunali: ciascuna parte

fa l'impossibile perchè riesca un sindaco suo. Ma è rarissimo che

seguano risse. I carabinieri di Torre Pellice non arrivan fin là che

a urli di lupo, come il medico, il quale dice che ci va soltanto per

i parti e per le morti; chi non partorisce e non muore, sta sempre a

maraviglia. Ci faceva specie sentir parlare di abitanti e di costumi,

e non veder mai nessuno. Eppure la popolazione della valle conta circa

mille settecento Valdesi e settecento cattolici, con tre templi, due

chiese cattoliche e sedici scuole. Ma a quell'ora eran quasi tutti

al lavoro, o giù in fondo, lungo l'Angrogna, o sull'alto dei monti,

dentro e di là da quei boschi che ci pendevan sul capo. Quasi tutti

sono piccoli proprietarii: le terre sono divise molto minutamente,

anche tra i cattolici, dei quali un grande numero sono trovatelli,

perchè da molti anni, a Pinerolo, è uso di mandare i trovatelli, i

_venturini,_ come si dice graziosamente in quelle campagne, nella

valle d'Angrogna; dove crescono, lavorano e si maritano, lontani dal

mondo che li ha rinnegati. Domandai al signor Bonnet se nascessero mai

litigi tra cattolici e valdesi. — Mai, — mi rispose. Il pastore e i

preti cattolici si salutano cortesemente, senza stringere amicizia, e

i contadini vivono di buonissimo accordo. Qualche volta degli operai

dell'una e dell'altra religione, lavorando insieme nella stessa casa

o nello stesso campo, entrano in discussioni religiose, di dommatica,

pigliano anche un po' di caldana; ma non vanno mai più in là. Quando un

Valdese muore, i cattolici vanno ad accompagnarlo al camposanto; quando

muore un cattolico, lo accompagnano i Valdesi. Non c'è più ombra nè

d'odio nè di antipatia.

*

* *

Andavamo avanti, sempre in mezzo ai castagni, all'ombra, dentro a un

verde vivissimo, sparso di piccole macchie di sole, simili a strisce

e a mucchi di scudi d'oro, che ci rammentavano i bei boschetti freschi

del Calderini. Di tanto in tanto vedevamo spuntare fra gli alberi una

casetta rustica, con due finestre e una porticina; erano le scuole,

che si aprono nell'inverno. Il pastore ci indicò, in un luogo ombroso,

amenissimo, che pareva un angolo di parco, un piccolo spazio rotondo di

terra battuta, alquanto rialzato sul piano erboso, con un grosso tronco

piantato nel mezzo. Era la sala da ballo della “balda gioventù del

loco.„ In certi giorni di festa, la sera, vi si radunano i giovani e

le ragazze; i suonatori siedono sulle pietre e sull'erba; due lanterne

appese al tronco rischiarano le coppie, e al servizio di rinfreschi ci

pensa il ruscelletto vicino. Il pastore brontola, naturalmente; non

vede di buon occhio quel saltellìo di tentazioni e di peccatucci. Ma

anche la gioventù valdese non rinuncia così facilmente ai suoi gusti.

I costumi, nondimeno, non si può dire che siano liberi, quantunque

i giovani e le ragazze non siano tenuti a catena. Gli innamorati son

lasciati star soli insieme fino a tardi, al lume della luna, e credo

anche quando non c'è luna, purchè non sia proprio un buio da tagliarsi

a fette. Una graziosa canzonetta, che traduco in prosa, lo dice:

Alle Serre, l'altra sera,

Ero a letto, e m'addormentavo,

Quando sentii venire il mio amante,

E mi tornai a vestire.

— Benchè sia giovinetta,

Sedetevi qui, sulla panca;

Discorriamo dell'amore

Fin che la rondanina canti.

O rondanina bella,

Sei una traditora;

Ti sei messa a cantare

Che non era ancor l'ora.

N'avessimo vista almeno una di queste belle della panca! Ma da nessuna

parte si vedeva un'effigie umana. Solo dopo un bel pezzo di cammino,

incontrammo un contadino sui trent'anni, una bella figura, un tipo

di antico valdese guerriero, alto, coi capelli lunghi e biondi come

l'oro, con gli occhi celesti chiarissimi, con un gran cappello nero,

di cupola emisferica e di ampia tesa, simile ai cappelli pastorali

dei vescovi; una forma molto usata nella valle. Poi passarono alcune

vecchie, curve sotto dei gran carichi di fascinotti, facendo la

calza. E tutti, passando, salutarono il pastore con una certa dolcezza

d'accento: _Bonjour, monsieur Bonnet_. Ed egli rispose a tutti colla

stessa intonazione di benevolenza amichevole, chiamandoli per nome,

poichè di quasi tutti i suoi parrocchiani sa il nome. Una volta gli

avrebbero detto: — Buon giorno, barba, — che significa zio, e ch'era

il titolo dei pastori antichi; da cui nacque il nome di barbetti dato

ai Valdesi. Ora quel nome è caduto in disuso. Osservammo che tutte le

vecchie ch'eran passate avevan la cuffietta bianca. La cuffia bianca la

portano tutte le donne, ma dopo la pubertà solamente; le bimbe portano

la cuffietta nera. Ma si va perdendo anche quell'uso, a poco a poco. —

Una volta, — diceva il pastore, non senza un po' di rammarico, — non ci

vedevo che delle cuffie nella chiesa, bianche e nere, semplicissime,

tutte valdesi genuine. Ora le ragazze che sono state a servire a

Torino, a Nizza o a Marsiglia, tornan con le cuffie infronzolite,

con cappellini coperti di fiori e di nastri.... È tutt'altra cosa! —

Ah! caro il mio pastore, — avrei voluto dirgli; — bisognerà che lei

si prepari a vedere anche le gonnelle a sgonfi e le vite alla Sara

Bernardt. — Per ora, nondimeno, dal mento in giù, vestono ancora quasi

tutte semplicissimamente, di colori oscuri, con le vite liscie; e

quando portano anche quella cuffia bianca e nuda, hanno qualche cosa

di monacale all'aspetto, un'apparenza di gravità ascetica e di rigida

pudicizia, da farvi trattenere sulle labbra una parola galante, per

timore di essere rimbeccati con un versetto della Bibbia.

*

* *

La via proseguiva a giravolte, sempre alla stessa altezza, passando

di tratto in tratto sopra un ponticello, che accavalciava un rigagnolo

precipitoso. Alle volte ci trovavamo chiusi d'ogni parte dagli alberi,

come smarriti in un bosco oscuro, da cui non si vedeva più la valle.

In altri punti gli alberi si diradavano, e dalla proda della via

vedevamo cader giù la china lunghissima, per la quale, a lasciarsi

andare, saremmo rotolati come botticelli per una mezz'ora; e giù, a

una grande profondità, fra i tronchi fitti degli alberi bassi, dei

pezzi del letto della valle, verdi e lisci, come tappeti di bigliardo,

segnati di tante sottili _esse_ d'argento, dall'Angrogna. In tutti

quei luoghi, all'ombra del loro “albero nazionale,„ il castagno, si

radunavano i valdesi, prima della fondazione dei templi, per udir la

parola dei loro pastori; ed era uso, per annunziar l'arrivo del barba,

— uso che dura ancora su certi monti, — di stendere un lenzuolo bianco

per terra, nel punto dove il barba avrebbe pronunciato il suo sermone.

In un luogo dove passammo, tutto coperto da un castagneto, e chiamato

Cianforan, forse da un gruppo di case che c'era anticamente, fu tenuta

l'adunanza famosa del 1532, detta il Sinodo d'Angrogna, al quale, oltre

i pastori delle valli, intervennero dei barba dell'altra parte delle

Alpi, e molto seguito di fedeli delle colonie provenzale e calabrese,

per trattare insieme dell'adesione dei Valdesi alla riforma; e là fu

redatta quella dichiarazione di fede, in diciassette articoli, che

rimase poi, con quella primissima del secolo duodecimo, il fondamento

scritto del valdismo. E là pure, non molto lontano da Cianforan, dopo

lo spietato editto di Vittorio Amedeo II, ebbe luogo quella tragica

assemblea, iniziata con una preghiera solenne di Enrico Arnaud,

il futuro capitano della “rientrata gloriosa„, presenziata dagli

ambasciatori dei sei cantoni protestanti di Svizzera, e interrotta

da scoppi di pianto e da grida di angoscia; nella quale si discusse

intorno a quei due soli partiti disperati che si potevano prendere:

o rassegnarsi a perder la patria, o difendersi, senza speranza, fino

all'ultimo sangue. Ed altre riunioni memorabili, nei momenti di grande

pericolo, e in ispecie al tempo della peste e della carestia terribile

del secolo diciassettesimo, tennero i pastori sui monti d'Angrogna,

doppiamente consacrati dalla vittoria e dalla sventura. — Quasi tutta

la nostra storia è scritta qui, — ci diceva il Bonnet, accennando le

alture d'intorno; — di tutto il nostro paese, questo è il luogo in cui

s'è più pregato, più combattuto e più pianto. — E quelle solennità

religiose dei primi Valdesi, ch'egli ci descriveva, l'immagine di

quelle folle inginocchiate e preganti all'ombra degli alberi, ci

facevan pensare agli antichi riti druidici delle foreste, e ci parevano

anche più poetiche e più solenni per effetto della solitudine e del

silenzio da cui eravamo circondati. Veramente, quel non vedere e non

sentir nessuno, nè vicino nè lontano, ci cominciava a parere molto

strano; ed eravamo tentati di domandar sul serio al pastore se quei

duemila quattrocento abitanti fossero una bugia vanitosa dei registri

o una cosa vera. Ci sembrava di camminare in una di quelle valli

maravigliose e sconosciute dei racconti arabi, delle quali è padrone

il primo che capita, e vi fonda un regno e una dinastia. Oh il bel

romitorio fatto apposta per venirci a scrivere una storia universale!

Eppure c'è un giorno dell'anno, ci diceva il Bonnet, che anche la

valle d'Angrogna fa del rumore: l'anniversario del giorno in cui Carlo

Alberto firmò l'atto d'emancipazione dei Valdesi. Quello è un caro

giorno per tutti, festeggiato veramente con affetto, fin dai contadini

più poveri. I valligiani accorrono da ogni parte alla sede della

parrocchia; i ragazzi, divisi in sedici drappelli, convengono là dalle

sedici scuole, a suon di tamburo, con la bandiera nazionale, guidati

dai maestri e seguiti dalle famiglie; si raccolgono nella chiesa, dove

il pastore fa un discorso d'occasione, cantano, declamano poesie; poi

ciascuno riceve in regalo un pezzo di pane bianco, che è una festa, e

un arancio, che è un tesoro; i maestri e tutte le autorità del comune

desinano insieme; la sera si fanno dei fuochi di gioia sui monti; e

i ragazzi se ne ritornano cantando, per i sentieri dove i loro padri

combatterono e morirono, tutti contenti, con un opuscoletto in mano,

donato anche quello, un episodio, per lo più, della storia valdese,

scritto e stampato apposta; che essi leggeranno poi cento volte, nelle

lunghe serate d'inverno, dentro alle loro piccole case, mezzo sepolte

nella neve.

*

* *

Arrivammo a un gruppo di case, chiamato le Serre, posto sopra una bella

altura, accanto a un tempio fondato nel 1555, e ricostrutto pochi anni

sono; piccolo, tutto bianco, fiancheggiato da un campaniletto, con la

candela emblematica dipinta sopra la porta. Dal piazzale del tempio,

come da un belvedere, si domina tutta la parte bassa della valle,

fino a Torre Pellice, che biancheggia laggiù alla sua imboccatura,

come l'accampamento d'un esercito, preparato ad assalirla. I generali

cattolici si debbono essere messi molte volte in quel punto per veder

sfilare le colonne che andavano a tentar la presa di Pra del Torno. Di

là si vedono i monti dell'altro lato della valle, vicinissimi, erti

come muraglie, tutti vestiti di tigli, di faggi, di piccole quercie,

di nocciuoli e di pruni, e rocciosi sulle cime: specialmente la Costa

Roussina, sulla quale furono aspramente malmenati i soldati di Emanuele

Filiberto, tutta scoperta e nuda, in maniera che vi si vedrebbero,

anche dalle Serre, le vicende d'un combattimento di due pattuglie.

Là pure c'era una pace profonda, e avremmo creduto di essere in un

luogo disabitato, se non avessimo sentito i colpi di piccozzo di tre

muratori che lavoravano a fabbricare una casetta. Il signor Bonnet,

nondimeno, compì il miracolo di farci trovar da colezione. Ci condusse

in casa di un contadino, il quale ci apparecchiò la tavola sopra un

terrazzino di legno, e ci servì, per trattarci da signori, tre dozzine

d'uova al guscio, domandandoci se doveva metterne al fuoco dell'altre.

Questo grandioso imbanditore era un ex-sindaco d'Angrogna; una figura

singolare, con due grandi occhi oscuri vivacissimi e un sorriso pieno

d'arguzia: senza baffi, la barba nel collo, un Valdese pretto, di

quegli angrognini, di cui ci parlò il Bonnet, frequenti nella parte

alta, rari nella parte bassa della valle, i quali danno alle volte

sui sermoni dei pastori dei giudizi critici d'un'acutezza e d'una

precisione di parola, da far rimanere. Era vestito rozzamente; ma

pareva piuttosto un banchiere o un impresario di strade ferrate andato

a male, che un contadino. Con la sua famiglia parlava il dialetto, col

pastore il francese, e con noi, alla meglio, l'italiano, scherzando, ma

con garbo. Vedendoci impicciati a mangiar l'ova senza ovarolo, tagliò

una grossa fetta d'uno di quei pani neri, durissimi, che fanno una

volta al mese, ci aprì dentro un buco della forma d'un ovo, e la mise

davanti a un di noi, dicendo lentamente, col tuono di chi sa di dire

una cosa che farà effetto: — Il bi-so-gno fa na-sce-re l'in-du-stria.

— Tutti i suoi figliuoli avevan quegli stessi occhioni pieni d'ingegno;

uno principalmente, un bel ragazzetto che ci porgeva da bere con molta

grazia, poco più che decenne; dell'età appunto in cui li cercavano

le patrizie torinesi dopo che quell'anima pia della marchesa di

Pianezza aveva messo alla moda di portar dietro alla carrozza un lacchè

barbetto, a modo di trofeo vivente strappato all'esercito dell'eresia.

Di là, guardando dalla parte opposta a Torre Pellice, al disopra

degli alberi dell'orto, rossi di mele e di lazzerole, godevamo d'una

veduta ammirabile: l'alto della valle, chiuso da tutti quei monti, che

par che s'incastrino gli uni fra gli altri, e cerchino di coprirsi

a vicenda; dietro al contrafforte che si spicca dal Vandalino, le

Rocciaglie che si staccano dal monte Servin, e dietro alle Rocciaglie

un altro monte, e di là da quello il monte Roux, il re delle valli, in

berretta bianca; simili, così di lontano, a una successione d'immense

muraglie verticali, tagliate obliquamente, e così strette fra loro, da

lasciare appena il passo ad un uomo. Si capisce come quello spettacolo

dovesse destare una viva inquietudine nei soldati cattolici non esperti

della montagna, la prima volta che vi si trovavan davanti. A chi non

sapesse nulla, parrebbe infatti di non poter fare due miglia innanzi

senza andar a battere il capo in una gigantesca parete di granito. Non

sembra più che debba continuare la valle dietro al primo contrafforte;

ma serpeggiare non so che orribile corridoio, in cui manchi l'aria

e la luce, una formidabile trappola da eserciti, dove una colonna

assalitrice abbia da rimaner presa e schiacciata come una processione

di formiche in mezzo alle pietre d'una macina, o arrestarsi appena

entrata, stupefatta, inchiodata alle rocce da un terrore misterioso.

Chi mai ci potrà esser là dentro, pensavo, fuorchè dei lupi e degli

orsi, o una specie di popolo d'Oga Magoga, separato dal mondo?

*

* *

Dall'altura delle Serre la strada comincia a scendere, ma sempre

in mezzo ai castagni, ai noci, a ogni sorta di alberi montani, che

gettano le loro grandi ombre sopra dei vasti tappeti di velluto

verde, stelleggiati di freddoline. Via via che scendevamo, la voce

del torrente ingrossava, come la voce d'una folla irritata che salisse

verso di noi. Ci andavamo avvicinando al punto più stretto della valle,

a quel luogo tremendo e memorabile, che si può chiamare le “Termopili

dei Valdesi.„ Probabilmente la strada che percorrevamo era la medesima

che avevano percorso quelle colonne degli eserciti cattolici, le quali

tentavano di penetrare in Pra del Torno lungo il torrente, mentre

le altre cercavano di calarvi dalle montagne; quella stessa strada,

per la quale retrocedevano poi, disordinatamente, turbe di soldati

senz'armi, aiutanti di campo bianchi di terrore, e generali che si

mordevan le mani, vermigli dall'ira e dalla vergogna, bestemmiando

tutte le più sacre cose in nome di cui erano andati a combattere.

Poichè, per circa duecent'anni, quel maledetto Pra del Torno fu

veramente la cittadella del diavolo per gli eserciti papisti. Sulla

fine del secolo decimoquinto lo assale l'arcidiacono di Cremona, il

famoso De Capitaneis, coi suoi famosi crociati; e n'esce rotto, pesto

e sbaragliato, giurando di non riporvi più i piedi. Lo investe nel

1561, con un esercito, il conte della Trinità; e vi è sconfitto nel

mese di febbraio, schiacciato nel mese di marzo, tagliato a pezzi nel

mese d'aprile, ributtato e incalzato fino al piano, dove s'ammala di

dolore e di rabbia. Tenta d'impadronirsene il marchese di Pianezza, e

vi è sgominato; vi slancia le sue colonne il marchese di Fleury, e v'è

disfatto. È tempo e sangue buttato via. Pra del Torno rimarrà inviolato

per due secoli, dal 1488 al 1686, come una rocca inaccessibile, difesa

da una forza più che umana. E cadrà nel 1686, per la prima volta; ma

bisognerà che l'assalgano insieme, dopo lunghi apparecchi, la Francia e

la Savoia riunite; un grande principe e un grande generale; l'esercito

di Luigi XIV, movendo da Pramollo, e salendo sul colle della Vachère;

l'esercito di Vittorio Amedeo, gettandosi sui monti d'Angrogna da

Bricherasio, da Bibiana, da Garzigliana, da Torre Pellice; il generale

Catinat coi battaglioni del Delfinato, coi presidii di Pinerolo e di

Casale, con le artiglierie, coi dragoni famosi; Gabriele di Savoia,

coi reggimenti di Nizza, di Savoia, di Monferrato, della Croce

Bianca, con le guardie del corpo, con la cavalleria, coi gendarmi, coi

volontari di Mondovì, di Barge, di Bagnolo; eccitati tutti dai capi

come ad una grande impresa, carichi di munizioni, di sacchi, d'ascie

e di pale come per l'assalto d'una città forte; tutta quest'ira di

Dio bisognerà che si rovesci sulla valle d'Angrogna per aver ragione

d'un pugno d'uomini spossati e senza speranze, che pure romperanno

ancora una volta, prima di cedere, l'onda irruente dei battaglioni. E

quella sarà festeggiata come una grande vittoria, tanto parrà strano

a tutti, e quasi maraviglioso, di esser riusciti a ferir quel nemico

nel “cuore;„ una grande vittoria.... simile a quella del marchese di

Pianezza, quando mosse con ottomila soldati e duemila contadini contro

i diciassette Valdesi di Rorà. Ma non era mica il pastore Bonnet che

diceva queste cose, strada facendo: eravamo noi. Egli non vantò mai i

suoi padri valdesi durante la passeggiata. Non faceva che dipingerci

lo spettacolo solenne e lugubre che doveva presentare quella valle,

quando, all'avvicinarsi d'un esercito, tutti gli abitanti dei luoghi

vicini correvano a rifugiarsi a Pra del Torno; e per quella strada, e

sulle cime dei monti, e giù lungo il torrente passavano famiglie dietro

a famiglie, portando le loro robe e i loro malati, e da tutte le parti

si sentivan cantar salmi e cantici, come da gente che andasse alla

morte. E ci facevan tanto più effetto quelle cose per la maniera con

cui le diceva, senz'ombra di retorica predicatoria, aggiustandosi ogni

tanto il cappelletto di paglia gialla e il soprabito che s'era buttato

sulle spalle, come un buon giovanotto, che ci parlasse amichevolmente

d'un avvenimento doloroso della sua famiglia, non per cercare la nostra

pietà, ma per espander la sua.

*

* *

Intanto eravamo arrivati nel fondo della valle.

Qui, una maraviglia di bellezza. Il torrente vien giù, grosso, rotto

da pietroni enormi, a salti e a sprazzi, come scendendo per una scala

informe di roccia, e occupa quasi tutto il letto della valle. Di qua

e di là si levano quasi a picco i monti altissimi, rocciosi, boscosi,

orridi, quasi neri, dalla parte dell'ombra. Par di essere in fondo a

una grande crepa della terra: bisogna torcere la testa in su per vedere

il cielo. Il luogo è maravigliosamente sonoro. Alle cento voci del

torrente s'unisce il rumorìo vario e assordante d'un'immensa quantità

d'acqua che vien giù dalle montagne. Grossi rigagnoli limpidissimi

corrono lungo la strada con l'impeto di torrentelli contenuti a stento

fra le sponde; dentro ai massi, qua e là, s'aprono delle piccole grotte

nere, dove cadono miriadi di stille, che risonano nei laghetti di

sotto, formando per aria dei brevi arcobaleni e svegliando degli echi

sommessi, da cui par di sentirsi chiamare, passando; da tutte le chine

scendon larghe vene d'acqua, le quali si rompono e si sparpagliano

in ruscelli rumorosi, in cascatelle sonanti e spumeggianti, che

biancheggian tra il verde, su in alto, quasi sul capo di chi passa,

da ogni parte; altri ruscelli più alti, che par che caschin dal

cielo, si slanciano con grida di gioia infantile dalla sommità delle

alture; delle fontanelle solitarie mormorano fra i macigni: le rocce

grondano, sudano, piangono, gemono; mille voci che par che facciano

a soverchiarsi, e a dir ciascuna la sua, mille note gravi, acute,

argentine, trillanti, carezzevoli, lente, precipitose, empiono l'aria;

un canterellìo, un gridìo, un baccano, una baldoria che stordisce,

rallegra l'anima, mette fresco nel sangue e fa fremere i nervi di

piacere. Non ci sentivamo più parlare, quasi. Ridevamo, senza sapere

perchè, come in mezzo a una festa di ragazzi. Tutto quel chiasso

ci aveva colti all'improvviso. Eravamo ben lontani dall'aspettarci

un'accoglienza così gioiosa. L'acqua correva, saltellava in tale

abbondanza e con tanto impeto al di sopra del nostro capo, che in

certi punti c'era da temere di fare un bagno involontario, e non

sarebbe stato inutile aprire gli ombrelli. La musica ci accompagnò per

un pezzo, crescendo. In certi tratti pareva che si chetasse un poco;

le voci dell'acqua si facevan più rare e più basse. Poi, tutt'a un

tratto, alla svoltata d'una roccia, un altro scoppio più rumoroso di

grida, di trilli, di vocioni del torrente, di borbottii di fontane, di

risa di cascatelle, di note profonde e cristalline rapidissime, che

pareva ci volessero dire, raccontare, spiegare, persuadere qualche

cosa, affannosamente; un diluvio di chiacchiere incomprensibili,

da far perdere la pazienza, e gridare: — Ma sì! Ma chetatevi! Ma

abbiamo capito! — E allora, per pochi momenti, si tranquillavano, e

noi tornavamo a poter discorrere, senza bisogno d'urlare. Ma ecco,

improvvisamente, un nuovo fragorìo, un coro altissimo e concitato di

saluti sonori, di chiamate, di esclamazioni, di risatine, di versi

d'uccello e di tintinni di campanelli, come d'una moltitudine nascosta

dietro ai macigni, tra le piante e nelle grotte, come di centinaia

di donne e di bimbi, che da tutte le altezze ci apostrofassero,

motteggiando il conte della Trinità, domandandoci come stava il

marchese di Pianezza, ridendosi degli inquisitori e dei frati. Era

un'armonia, uno spettacolo da metter voglia di batter le mani o di

sventolare il fazzoletto. — Eppure, — ci diceva il Bonnet, — questa non

è la migliore stagione per venir qua: bisogna venirci di maggio, quando

tutte le isolette e le rive del torrente sono fiorite, e formano come

un mosaico mobile di mille colori, e sui monti c'è ancora la neve, che

si va squagliando. Bisogna sentire allora, che orchestra. — Oh bella,

benedetta natura! Oh! voglia il cielo che non si compia l'orribile

cosa da cui la valle d'Angrogna è minacciata: stian lontani di qui

gli alberghi americani o inglesi, e le tavole rotonde, e le sale di

lettura, e i concerti! Per un altro secolo almeno!

*

* *

Andando avanti, al di là d'una bella cascata detta Gorg Nie (che

può significar gorgo nero), si vedono nel letto del torrente delle

incavature profonde, chiamate _tompi_ dai valligiani, nelle quali

l'acqua ristagna, alta parecchi metri, e chiara, che si vedrebbe la

foglia d'un fiore nel fondo. Paiono grandi conche scavate apposta per

servir di tinozze da bagno a dei giganti. Ciascuna ha un nome proprio,

parecchie hanno una leggenda. Una delle più profonde, chiamata _tompi

Saquet,_ è storica, per esservisi annegato, precipitando da una roccia,

un tal Saquet di Polonghera, ch'era uno dei capi dell'esercito del

De Capitaneis, nel 1488, e che poco prima di morire, combattendo

lì presso contro gli Angrognini, aveva giurato di mettere in pezzi

quanti gli fossero caduti nelle mani. Dopo trecentonovantaquattr'anni

il _tompi_ conserva ancora il nome del suo morto, e lo conserverà,

come dicono poeticamente in quelle valli, fin che un padre valdese

percorrerà quella strada accompagnato dal suo figliuolo. La strada,

via via che la valle si serra, si va mutando in un sentiero, il quale

striscia ai piedi delle Rocciaglie, quasi paurosamente, minacciato dai

macigni da un lato, e dalle acque del torrente dall'altro. L'aspetto

delle Rocciaglie, in quel punto, è veramente maestoso e terribile.

Dei massi enormi, in cui si potrebbero scavar delle case, s'avanzano

fin sulla sponda, intercettando quasi il cammino; alcuni staccati,

franati dalle alture; altri incastrati nei fianchi del monte, simili a

mostri smisurati che sporgan fuori la testa deforme; altri inclinati

come torrioni che minaccin rovina, sospesi quasi sopra il sentiero,

da potervisi riparar sotto venti persone, così male intenzionati,

all'aspetto, che, passandovi sotto, vien voglia dire: — Un momento,

di grazia! — In alcuni punti ci son dei vasti ammontamenti di macigni,

che paiono rottami di palazzi giganteschi, buttati giù dal terremoto.

Il letto stesso del torrente, molto ripido, e tutto ingombro di

colossali massi bianchi, dà l'immagine delle rovine d'una gradinata

titanica, che scenda dal monte Roux fino a Torre. La montagna va su,

quasi inaccessibile, tutta a pareti diritte, a scaglioni di roccie,

a spigoli, a denti, a piccoli precipizi, a piccole frane, piena di

minaccie, d'insidie e d'orrori; erta, maligna in maniera, da non

credere che ci possan stare degli uomini altro che appiccicati, o

appesi per le corde alle bricche, o rannicchiati nelle buche, come gli

uccelli nei nidi. Eppure anche lassù, tra quelle rocce, ci son delle

scuole, dei gruppi di casette, con piccolissimi tratti di terreno

coltivato, tenuti su alla meglio da muricciuoli di sassi rifatti cento

volte con pazienza da santi; e delle capanne solitarie, che rimangon

per mesi e mesi nelle nevi, e da cui, qualche volta, non si posson

portar giù neanche i morti. Quello è il tratto più angusto della val

d'Angrogna. Il sentiero si assottiglia ancora, la riva si alza, le

falde dei monti delle due parti quasi si toccano: ecco la porta di Pra

del Torno. Un piccolo ponte ad arco accavalcia il torrente, il quale

precipita fra due muraglie. Rasente una di queste passa il sentiero

sopra un sostegno artificiale di pietre e di legna, che si butta giù

con pochi colpi di zappa. Minacciati d'un assalto, i Valdesi rovinavano

quel sostegno, e nessuno passava più. La stretta era fortificata.

Il sentiero era chiuso da una porta. Dietro la porta c'eran due

sentinelle; la disperazione e la morte.

*

* *

Là ci soffermammo un po' di tempo, distesi all'ombra d'una roccia, a

ragionare delle battaglie strane e tremende che s'eran combattute su

quelle due rive, e su tutti i monti, che ci si drizzavano intorno.

In che maniera un pugno di montanari aveva potuto trionfare di tanti

eserciti? Come si difendevano? Com'erano assaliti? Le storie parziali

e le memorie di quei tempi ci danno dei particolari concisi e sparsi,

ma sufficienti a chi voglia rappresentarsi al vivo quei combattimenti.

Gli eserciti cattolici, le prime volte, andavano a combattere di

buon animo, fidando nella superiorità del numero, delle armi, della

disciplina e dei capi; non potendo credere che i rovesci toccati dai

loro predecessori avessero avuto altra cagione che qualche errore di

tattica, commesso per trascuranza. Ed erano anche inanimiti dalla fede

di far opera santa sterminando dei cani d'eretici, e dal veder che i

Valdesi, abborrenti ancora dal sangue, per devozione al loro antico

principio della inviolabilità della vita umana, fuggivano fin che

potevano davanti a loro, per non dover combattere che agli estremi;

ciò che, naturalmente, era considerato effetto di paura. Entravano

dunque nella valle cantando, con la certezza d'andar a segnare sulle

rocce di Pra del Torno l'ultimo giorno dell'eresia. Ma il disinganno

non tardava a sopraggiungere. Era impossibile, innanzi tutto, che

gente della pianura, per quanto avesse inteso dire dell'orridezza

dei luoghi, s'immaginasse appunto la natura e la grandezza delle

difficoltà che presentava quella valle a un esercito assalitore: il

primo aspetto di quelle montagne scemava alquanto l'animo anche ai

più audaci. Inoltre, riuscendo oltremodo difficile ai generali il

calcolare le distanze con esattezza, accadeva facilmente che le varie

colonne non arrivassero nello stesso tempo nei varii punti prefissi

all'assalto, e che si trovassero l'una dopo l'altra ad aver di fronte

tutte le forze del nemico. Partite in buon ordine, serrate e rapide,

s'allungavano a poco smisuratamente per i sentieri angusti e in mezzo

agli alberi fitti, spezzandosi, sfuggendo di mano ai propri uffiziali,

perdendo molta parte della loro forza organica prima di arrivare

sul luogo del combattimento. E la disparità d'armamento che correva

fra loro e i nemici, era quasi tutta in loro svantaggio. Coperti di

caschi, di corazze di ferro, d'armi pesanti, non usati a camminare

sull'erbe liscie e sui sassi malfermi della montagna, sdrucciolavano,

rabbiosi, stramazzavano, perdevano l'impeto dell'assalto a mezza

salita, e arrivavano diradati e trafelati in faccia ai Valdesi freschi

di forze e immobili. Questi, non armati da principio che di fionde,

d'archi e di picche, difesi da corazze di scorza d'albero o di pelli

vellose, leggieri, esercitati a piantare il piede sulle rocce come

un artiglio d'acciaio, destrissimi alle salite ripide e alle discese

precipitose, conoscitori di tutti i passaggi, di tutti i nascondigli,

di tutte le difese naturali del terreno, volavano, si può dire, per i

loro monti, come stormi di aquilotti, quasi non faticando, senz'altra

cura che d'offendere e di difendersi, pronti sempre a cader sul nemico

quando era impigliato in un passo difficile, a sfuggirgli, a svanirgli

sotto le mani quando era sul punto d'afferrarli, a profittare di

tutti i suoi momenti d'incertezza e di spossamento, per sopraffarlo

e scompigliarlo con dei temerarii ritorni improvvisi, che non gli

davan tempo di ritrovarsi. Si facevano ben precedere, i cattolici, da

un piccolo numero di soldati che cercassero i passi più agevoli e le

discese meno pericolose; ma questi erano assaliti inaspettatamente da

gente appostata dietro ai macigni, si vedevan sorgere d'intorno degli

spettri sbucati fuor dalla terra, dai quali erano uccisi o messi in

fuga prima di riaversi dallo stupore, e prima che la colonna arrivasse

in vista della mischia. Arrivava anche sovente una colonna, senza

incontrar resistenza, e senza vedere nemici, a conquistare un luogo

eminente, in cui le pareva di non aver più nulla a temere dall'alto;

ma era un'illusione: dopo brevi minuti, essi sentivan sul proprio

capo le grida e i sassi dei Valdesi, che eran saliti non visti, a

breve distanza da loro, per le incavature e dietro ai massi della

montagna, fin sopra un'altura che li dominava, e che sarebbe stato

pazzia l'assalire. — _A la brua!_ — Alla cima! — La vittoria è in

alto! — era la loro parola d'ordine, il loro grido di guerra in tutti

quei combattimenti. Mettere il nemico sotto i propri piedi. Apparirgli

improvvisamente sul capo, come in pianura si cerca d'apparirgli

improvvisamente al fianco. Ogni capo di manipolo aveva l'occhio d'un

grande capitano in quei luoghi dei quali conosceva ogni arbusto e ogni

pietra. Venticinque montanari, messi a difesa d'una viottola strozzata

fra due roccie, o fra una roccia e il torrente, tenevano indietro una

colonna di cinquecento soldati, dando tempo al grosso delle loro forze

di sbarazzarsi delle altre colonne. Dove la difesa era meno facile,

alzavan bastioni di terra e di ghiaia; delle barricate formidabili,

composte d'una doppia fila di pioli, con dentro alberi e sassi

ammucchiati, e neve pesta che empiva ogni vano; la quale, congelandosi

dopo una bagnatura d'acqua tepida, formava un solo ammasso di ghiaccio,

su cui cadevan di picchio gli assalitori, fulminati a bruciapelo dagli

archibugi. I cattolici non potevano ancora portar dei cannoni sopra

quei monti. Quando minacciaron di portarli, i Valdesi costrussero

un bastione enorme, lungo quasi cinquecento metri, che si vedeva fin

dallo sbocco della valle. Quello che non avevano imparato dalla natura,

l'avevano imparato via via dalla esperienza; non ignoravano nessuna

industria guerresca, non trascuravano alcuna precauzione, facevano una

guerra di leoni e di gatti. Camminavan per lunghissimi tratti senza

scarpe, per non esser sentiti; salivan su per l'erte con la pancia

a terra, per non esser veduti; andavan delle miglia, per la nebbia,

a lunghe file, tenendosi per i lembi dei vestiti, per non perdersi;

avevano un'abilità maravigliosa a misurar la profondità della neve

con le picche, a notte fitta, anche nei luoghi più scoscesi, a sentir

l'avvicinarsi del nemico dagli echi, e a riconoscere il suo passaggio

dall'erbe e dalle pietre rimosse; erano agguerriti dai dolori e dalla

vita selvaggia, resistevano a privazioni inaudite, si cibavan di

radici e di carni crude di lupi, mangiavan correndo su per le cime,

con l'armi sotto il braccio e le marmitte alla mano; dormivan gli

uni su gli altri, sui ghiacci, ammucchiati e serrati, come gruppi di

biscie, per non morire di freddo. Quasi tutti maneggiavan le armi

meglio dei vecchi soldati. Avevan formato coi giovani più arditi e

più forti una compagnia di cento archibugieri, chiamati archibugieri

volanti, ciascuno dei quali aveva il colpo quasi sicuro. Avevan dei

tiratori di fionde che, a una distanza dove non arrivavan le palle

degli archibugi, in tre tiri spezzavano il petto e il cranio ad un

uomo. Si servivano anche terribilmente delle pietre, facendole franare

dai monti; pochi uomini robusti, appoggiando le spalle e i gomiti alla

roccia, e facendo forza coi piedi o con le leve, smovevano, cacciavan

giù dei pietroni enormi, che precipitando si rompevano, davan la mossa

ad altri pietroni, squarciavan le colonne, spezzavano dei soldati in

due, e portavan via braccia e gambe e file intere, sparpagliandosi come

scariche di mitraglia, a cui l'angustia dei luoghi rendeva impossibile

di sfuggire. Inutilmente, andando all'assalto, i soldati cattolici

si facevano schermo coi mantelletti di legno, alti e solidi, o con

sacconi di paglia, o con fascine: i grossi pezzi di roccia, venendo

giù a orribili salti, con la forza di palle da cannone, travolgevano,

schiacciavano, stritolavano ogni cosa, e andavano a battere in fondo

alla valle, imbrattati di sangue e di visceri, come gigantesche

mazze da macello, scaraventate giù dalle cime. Anche tornavan tutti

in vantaggio dei Valdesi i cambiamenti improvvisi del tempo. Una

colonna d'assalto si trovava in pochi momenti ravvolta da una nebbia

densissima, come da una immensa nuvola di fumo portata dal vento:

i soldati non vedevano più nulla, gli ordini si scomponevano, tutti

andavano e venivano, urtandosi, chiamandosi, cercando inutilmente la

via del ritorno; un tamburo o un corno valdese che suonasse allora,

metteva lo sgomento in tutta la colonna; sentivano nemici da ogni

parte, si credevan circondati, si ammazzavan fra loro, si sbandavano

in tutte le direzioni, come un armento in mezzo a cui piombi una

saetta. Più d'una volta, pure, sbagliato il cammino, combattendo in

ritirata, incalzati da due parti, si trovavano serrati, agglomerati

in un luogo basso, sotto il fuoco dei Valdesi riparati dietro alle

roccie, agli alberi e alle capanne soprastanti, di dove non un colpo

andava in fallo, e non riuscivano a salvarsi che coprendo la via della

fuga di cadaveri e di feriti, e lasciando un branco di prigionieri in

ogni stretta. Altre volte, finalmente, spossati dalle lunghe marcie

e dalle salite affannose, disperati di vincere, sgomenti di quel

nemico infaticabile e invisibile che li minacciava da ogni parte,

che turbinava continuamente sopra di loro come un esercito alato, che

li decimava con mille armi e con mille arti imprevedute, misteriose,

sataniche, un invincibile timor panico li assaliva tutt'a un tratto

nel mezzo d'un combattimento, una paura fantastica della montagna, un

terrore pazzo di quelle roccie enormi e di quelle gole tenebrose, piene

di agguati, di spaventi e di morte, e allora si davano tutti insieme a

fughe forsennate, aggirandosi vertiginosamente fra i massi, scivolando

giù per i macigni umidi, pei rigagnoli convertiti in precipizi di

ghiaccio, saltando l'un sull'altro giù per gli scaglioni degli orti,

spenzolandosi giù dalle rupi con la corda alla vita, abbrancandosi agli

arbusti dei ciglioni, sospesi sopra gli abissi; e non sentivan più

comando d'ufficiali, s'accavallavano, si pestavano, si ferivano con

le proprie mani, buttavan via le armi, s'imbrogliavano nei vigneti e

nelle macchie come belve dentro alle reti, si lasciavan raggiungere,

si lasciavano uccidere, si buttavano nei burroni per salvarsi dagli

archibugi, si annegavano nel torrente per scampare alle lame, si

gettavan incontro alle lame per sfuggire ai macigni, morivan soffocati

nella neve per nascondersi agli insecutori. I più audaci, peraltro, i

capitani, e quelli che avevan prese le armi per ardor religioso, e chi

si trovava a combattere in luoghi senza uscita, resistevano ancora; la

battaglia si rompeva in molte mischie parziali, in combattimenti di

quattro, di otto, di dieci, che s'inseguivan poi lungamente, su per

le bricche, uno per uno, con accanimento feroce, urlando minaccie di

morte e di dannazione; duelli orribili s'impegnavano sopra eminenze

solitarie; ufficiali, raggiunti dopo corse disperate, sopra i dirupi,

cadevano sfiniti, offrendo inutilmente riscatto, come Luigi De

Monteil; altri, come Carlo Truchet, stesi in terra da una sassata, eran

sgozzati, e rimanevan cadaveri nudi sul ghiaccio; altri, scampati a

stento dalla strage, erravano per le nevi, scamiciati, insanguinati,

gridando al soccorso, mezzi pazzi, e tornavan poi al campo e alle case

loro, affetti di malattie strane, di cui morivano, o tormentati per

anni ed anni da un'allucinazione spaventosa, oppressi dalla visione

perpetua di quelle roccie, di quei precipizi, di quelle morti orrende,

di quelle fughe di pazzi frenetici, che empivan la valle d'ululati.

Ah! non eran mica più quegli antichi pastorelli valdesi, dolci come

agnelle, e pazienti fino al martirio! Trattati come fiere, avevan messo

le zanne e gli artigli. Si capisce bene come dovesse avere il braccio

terribile alla fionda il giovinetto a cui avevan torturato la madre,

e il polso d'acciaio alla picca l'uomo a cui avevano fatto a pezzi il

figliuolo; si capisce come dovessero andar molto addentro nelle schiene

dei fuggiaschi le lame confitte da tali mani. Avevano un bel gridare

i pastori, inseguendoli, ordinando che desistessero dal sangue, in

nome del Dio di misericordia e d'amore. Oramai non bastava più vincere

a loro; avevan bisogno di punire, di vendicare, di far scontare la

spietatezza con la disperazione, e la tortura con lo sterminio. Eppure,

anche a quelle feroci battaglie dava qualche cosa di solenne e di

augusto la religione. Quale spettacolo dovevan presentare sui monti

quelle lunghe schiere di Valdesi dai grandi cappelli e dalle chiome

alla nazarena, quei vecchi armati d'archibugi, quei ragazzi con le

fionde, quei giovani con le picche, quei pastori con la Bibbia, quando,

prima di combattere, s'inginocchiavano tutti insieme sulle roccie,

alla luce del sole nascente, alzando il viso e le mani al cielo, a

dimandar a Dio la vittoria; e dietro a loro le donne e i ragazzi, che

tenevan pronte le polveri e apprestavano i sassi; e più in su i vecchi

cadenti, i malati, gl'invalidi, i bambini, che pregavano e piangevano,

mentre giù nella valle i battaglioni si preparavano all'assalto,

apostrofandoli con un coro infernale di bestemmie e di scherni! Poi

sibilavano a traverso alla nebbia le palle, i sassi e le freccie,

i macigni franavano, gli sfracellati urlavano, le roccie stillavan

sangue, i caschi e le spade saltellavano di masso in masso, le colonne

si sfasciavano e voltavan le spalle, e ruzzolavano insieme giù pei

greppi e gli scoscendimenti morti, moribondi, panconi, alabarde,

tamburi, alfieri, pionieri, cavalli, stendardi, mentre sulle alture

dorate dal sole echeggiavano i salmi lenti e solenni della vittoria.

Maledizione del cielo! Tanti bei nobili piemontesi, uffiziali prodi

e ambiziosi, che speravano di raccontar le loro vittorie nei salotti

di Torino, tanti giovani volontari della fede, i quali avevan creduto

fermamente di andar a combattere con gli angeli al fianco, tanti

avventurieri ch'erano andati là come ad una facile guerra di saccheggi

e di stupri, che mortale rabbia, che angosciosa vergogna dovevan

sentire nell'anima durante quelle miserevoli fughe, quando, voltandosi

a guardare in alto, vedevano sulle vette quelle schiere di spettri,

quei branchi di straccioni, d'affamati e di reietti, che nessuna

forza umana poteva domare! Invano i frati, invano i missionarii, ad

ogni assalto d'esercito, aspettavano all'imboccatura della valle che

i vincitori ritornassero, trascinando con sè gli ultimi avanzi dei

miscredenti, per farne dei papisti o dei cadaveri. Gli ultimi avanzi

non tornavano mai. Non tornavano che i soldati dell'Inquisizione,

sbandati, stravolti, sanguinosi, portando sulle barelle i loro compagni

con la fronte spaccata, e celando per vergogna le croci delle loro

bandiere. Chi avrebbe detto allora a quei soldati e a quei monaci che

sotto a quella medesima croce bianca i cannoni di Casa Savoia avrebbero

sfondato un giorno le porte della città del Papa!

*

* *

Ci rimettemmo in cammino; entrammo in Pra del Torno. Par veramente

d'entrare tra le mura d'una immensa fortezza. Ai primi passi mi

ricordai di quel terribile _défilé de la Hache_, dove il Flaubert

fa morir di fame i ventimila barbari, nel suo romanzo _Salammbô_. Le

roccie altissime presentan delle forme strane di torri, di facciate

di cattedrali, di grandi archi di gallerie; alcune, di palazzi aerei,

ritti lassù nella regione delle nuvole, intorno ai quali volan degli

avvoltoi e delle aquile. Qua e là, a grandi altezze, si vedono ancora

dei piccoli tappeti verdi, dove pascolano le capre, che, a guardarle,

dan le vertigini; e piccole case, che par che stian su per miracolo, o

che siano appiccicate alle roccie come nidi d'uccelli. Più in basso,

altri gruppi di casette rozze e nere, appollaiate sui fianchi dei

monti, sotto la perpetua minaccia delle valanghe e dei franamenti

dei macigni, che qualche volta le seppelliscono e le sbricciolano

come gingilli di vetro. Anche là non vedemmo quasi nessuno, benchè

Pra del Torno sia abitato da circa cinquecento persone, tra Valdesi e

cattolici: qualche pescatore di trote giù tra i sassi del torrente, un

crocchio di bimbi all'ombra d'un agrifoglio, una donna che sfornava il

pan nero in un cortiletto. Il torrente non faceva quasi più rumore.

Dopo mezz'ora di cammino, in silenzio, arrivammo sopra una rocca,

dov'è un tempietto nuovo, d'uno stile misto di gotico e d'arabesco,

e dipinto di bianco e di rosso, come un padiglione di giardino. Ai

piedi della rocca ci son poche case e una chiesetta cattolica. La

valle pareva chiusa da tutte le parti, a sinistra dai monti che forman

la stretta di Balfero, a destra dai monti di Soiran o dall'Infernet,

ripidissimi, nudi, grigi, tutti roccia, che fendevan l'azzurro. Eravamo

come caduti in un agguato della montagna, imprigionati, segregati dal

mondo, in fondo a un enorme sepolcro concavo spalancato verso il cielo.

E tutt'intorno, nè un rumore, nè una forma, nè una voce umana. Non

c'era che una ragazza di dodici o tredici anni, una piccola vaccaia,

scalza, con un cenciuccio di vestito, seduta in terra davanti al

tempio, che leggeva un libro. Guardai il titolo: era una _Histoire de

l'église vaudoise;_ un volume di formato grande e elegante, stampato

a Parigi. Ne presi appunto con piacere sul mio taccuino. Era la prima

contadinella italiana che vedevo leggere.

*

* *

C'eravamo dunque arrivati, finalmente, a quel misterioso Pra del

Torno, fortezza, cuore, santuario delle valli. Là, nei primi tempi

dei Valdesi, era il seminario teologico dei barba, l'antica scuola

“educatrice di pastori, d'evangelisti e di martiri„ nella quale

s'istruivano i giovani alunni nelle sacre scritture e nel latino,

si copiavano i manoscritti della Bibbia, e si componevano trattati

religiosi; e di là partivan poi i nuovi pastori, a due a due, e si

spandevan per il mondo, esercitando la professione di mercanti, di

chirurghi e di medici, per diffondere più sicuramente la parola di

Dio, e andavano a trovare i loro fratelli di Calabria e di Puglia, i

loro discepoli di Moravia, d'Ungheria e di Boemia. Chi sa quali figure

strane d'asceti, di centenari venerandi, di giovanetti inebbriati di

fede, e quali maravigliose vite di umiltà e di sacrificio saranno

passate fra quelle montagne! Essi eran ben lontani allora, senza

dubbio, dall'immaginare che quell'angolo tranquillo delle loro valli

sarebbe stato nei venturi secoli assalito con tanta furia da tanti

eserciti, e irrigato tutt'intorno da tanto sangue. Qui, infatti,

fu come l'ultima ridotta del popolo valdese in tutte le guerre. Ci

accorrevano da ogni valle le famiglie, e gli avanzi delle famiglie,

e ci stavano dei mesi, come rannicchiate, campando d'erbe e di latte.

La compagnia degli archibugieri volanti, coi suoi due ministri, ci si

raccoglieva dopo le sue audaci spedizioni. Ci avean costrutto delle

case, dei forni, dei magazzini, dei mulini; ci fabbricavan delle

picche, ci fondevan delle palle. Migliaia di persone lavoravano,

pregavano, s'esercitavano alle armi, portavan le pietre e i tronchi

d'albero alle barricate, salivan sulle vette a spiare il nemico. Era

come un formicaio, un rimescolìo continuo di gente agitata senza

posa dal terrore, dalla speranza, dalla gioia della vittoria, dal

presentimento dell'ultima sventura. Perchè vedevan tutto di qui:

vedevan le colonne nemiche venir innanzi sulle creste nude dei monti,

scintillando ai raggi del sole, e discendere lentamente; e i Valdesi

salir di nascosto, ad assalirle di fianco; vedevan le mischie, sentivan

le grida, contavano i caduti, stavan là sotto immobili ad aspettare

la fine dei combattimenti che per loro poteva esser la prigionia,

la dispersione, la perdita dei figli, la tortura, la morte. Con che

forsennata gioia si dovevano slanciare incontro ai loro difensori,

quando precipitavan giù vittoriosi, buttando sulle rive del torrente

delle bracciate d'alabarde, di corazze, di morioni, di uniformi, di

pennacchi, fra cui rotolava qualche volta la testa d'uno dei loro

feroci persecutori! Di notte, nel cuor dell'inverno, dopo fughe piene

di pericoli, arrivavan qui delle frotte di fuggiaschi, a cui l'orrore

degli eccidi veduti toglieva per molti giorni la parola: arrivavano

dopo un viaggio di mesi e mesi, travestiti stranamente, e trasfigurati

dagli stenti, i pochi scampati alle stragi di Calabria; ci arrivavano,

scortati dai Valdesi, tremanti di freddo e di paura, delle donne e

delle ragazze cattoliche, affidate loro dai mariti e dai padri per

salvarle dalle violenze della soldatesca; e dei parlamentarii pallidi

e scorati, che annunciavano ogni accordo fallito, e un nuovo assalto

imminente. Ma c'eran pure dei giorni di festa in quel vasto baratro

pieno di dolore e di spavento; i giorni in cui scendevano dalle alte

montagne i deputati valdesi, reduci dalle lunghe peregrinazioni a

traverso all'Europa, portando i denari dell'Elettore Palatino, del

duca di Würtemberg, del marchese di Baden, dei cantoni evangelici

di Svizzera, della chiesa francese di Strasburgo, di tutti i loro

amici lontani, che mandavan l'annunzio di potenti intercessioni

presso la Corte di Torino, e la speranza d'un migliore avvenire: i

giorni in cui tornavano i loro missionarii dai paesi protestanti,

con un carico prezioso di libri sacri, trovati dopo lunghe ricerche

e raccolti a prezzo di gravi sacrifizi; i giorni in cui giungevano i

loro fratelli di Provenza, con le armi nascoste sotto il mantello, i

soldati ugonotti, disertati dalle guarnigioni di Lione, di Grenoble e

di Valenza, i rudi compagni dei Lesdiguières e dei Coligny, accorsi

per combattere e per morire con loro. Allora tutti ripigliavano

animo, i salmi risonavano più alto, i piccoli arsenali lavoravano più

fitto, le promesse e i giuramenti si ripetevano con nuovo ardore; e

le compagnie armate si slanciavano più impetuosamente dall'alto delle

loro montagne a soccorrere i fratelli. Calavano nella valle di San

Martino, piombavano nel vallone di San Germano a rintuzzare i monaci

dell'Abbadia di Pinerolo, si lanciavano nel vallone di San Bartolomeo

a battere i signori di Roccapiatta, correvano a liberare Taillaret,

volavano in aiuto delle popolazioni assediate di Bobbio, di Rorà,

del Villar, irrompevano nella pianura, a vendicar gl'incendi con

gl'incendi, e i macelli coi macelli, fino a San Secondo, a Miradolo, a

Osasco, a Cavour.... Ma n'andava assai più lontano il terrore; n'andò

qualche volta fino a Torino, fin nelle sale dorate dei castelli di

Rivoli e di Moncalieri, fin dentro al cuore dei duchi di Savoia, i

quali affacciandosi di notte alle finestre, torcevan lo sguardo da

quelle grandi montagne nere, come da una immagine di malaugurio e di

rimorso.

*

* *

Il Bonnet ci presentò il maestro, un giovanotto florido e allegro,

il quale abita una cameretta nell'edifizio del tempio; dov'è anche

la scuola, e una stanzina per il pastore. Quel bravo giovane, oltre

alle molte e rare qualità dell'ottimo insegnante, possiede quella

non disprezzabile di fare le frittate gialle come pochi, ma assai

pochi cattolici le sanno fare. Ci sedemmo intorno alla frittata nella

stanzina del pastore: una specie di cella monacale, nuda e bianca,

con un tavolo e quattro seggiole, pulita come se ci avessero lavorato

tutta la mattina quattro fantesche olandesi. Per tre piccole finestre

a sesto acuto vedevamo i monti circostanti, null'altro che i monti, i

quali riempivano tutti e tre i vani, come tre tendine verdi e turchine.

Non si può dire la quiete, la freschezza, la semplicità di quel

luogo. E la voce del pastore, dolce e lenta, era come una musica che

accompagnava e traduceva il linguaggio delle cose. Egli ci raccontava

dell'inaugurazione di quel tempio, fatta sei anni fa; alla quale erano

accorse tremila persone, che non potendo in chiesa, s'eran raccolte

in un prato, e molti oratori avevan parlato alla folla dall'alto d'un

tetto, apostrofando le montagne gloriose e terribili; dopo di che

Pra del Torno, silenzioso da quasi due secoli, era ricaduto nel suo

silenzio profondo, che non sarà forse più turbato per altri secoli.

Poi ci parlava dei suoi viaggi in montagna, di quando va a predicare ai

pastori delle capanne di Soiran, dell'Infernet, di Giacet, della Cella,

della Cella veia; e ascoltandolo, provavo un senso d'ammirazione,

e anche una certa tristezza, a pensare che, mentre io ero nel mio

studio, al caldo, a giocare con l'immaginazione, lui, quell'uomo così

colto e gentile, se n'andava su per i monti, per sentieri dirupati,

in mezzo alle nevi, incontro ai venti gelati, tutto solo, con un

pezzo di pane e con la Bibbia, a predicare la bontà, la rassegnazione

e la preghiera. Ma al vedere com'egli parlava della sua solitudine

e delle sue fatiche con assai più compiacenza ch'io non provi mai a

parlar dei miei giochi, mi rimaneva ancora l'ammirazione, ma scappava

la tristezza, per ceder il posto all'invidia. Sì, quel buon pastore

m'era così simpatico, il suo aspetto e la sua voce eran così dolci,

mi ridestavano così vivamente nel cuore dei sentimenti, o piuttosto

degli echi di sentimenti morti o sopiti da molti anni, che se fossi

stato solo con lui.... non so, gli avrei forse preso la mano come a

un amico, e gli avrei detto: — Vediamo.... parli.... mi persuada....

il mio cuore non è mai stato così ben disposto a sentire, e mi pare

che non ci sia più altra voce che la sua da cui io possa ancora sperar

qualche cosa.... — Chi sa mai come m'avrebbe guardato, che cos'avrebbe

risposto, in che maniera, con quali parole incominciato? Io mi facevo

queste domande, fissandolo, quando egli s'alzò, per condurci sul

piazzaletto del tempio, dove giocavano alcuni bambini valdesi. Proprio

sotto, ai piedi della rocca, c'è la chiesetta cattolica, consacrata

alla Madonna delle Grazie e a San Carlo, scolorita e triste dirimpetto

al tempio nuovo, variopinto e trionfante, e pareva che l'uno e l'altra

si guardassero minacciosamente con l'occhio del loro finestrino

rotondo, quella per slanciarsi all'assalto, questo per farle fare il

ruzzolone. Dio buono! Quanto parevan piccini, in fondo all'abisso,

ai piedi di quelle grandi montagne, quei due mucchietti di pietruzze,

ciascuno dei quali diceva all'altro: — Io son più vicino al cielo di

te! — Ma bastava dare uno sguardo in giro, sui pochi contadini valdesi

e cattolici, che passavano, per accertarsi che non c'è più lotta se

non fra le facciate dei due edifizi. Passavano lentamente e a lunghi

intervalli, salutandosi con un cenno del capo, uomini e donne, con

gli strumenti del lavoro sulle spalle o con la calza tra mano, quasi

senza guardarsi, come persone d'una sola famiglia che girassero per la

casa; e dal viso di tutti, e dai loro movimenti s'indovinava la quiete

infinita della loro esistenza. Essi vivon là, infatti, come il presidio

d'una fortezza solitaria, non visitata che da pochi curiosi, che ci si

trattengono un'ora, in una sola stagione dell'anno. Pochi vanno qualche

volta a Torre Pellice; pochissimi, più di rado, fino alla grande città

di Pinerolo; e si contan certamente sulle dita quelli che sono arrivati

fino alla lontana e immensa Torino. Una cresciuta del torrente,

la caduta d'una valanga, un matrimonio, una morte, sono i grandi

avvenimenti di cui discorrono per mesi, intorno ai lumicini fumosi che

rischiarano le loro lunghe veglie invernali. Delle più grandi cose che

accadono fuori della loro valle, a loro non arriva che un rumor fioco

e confuso, come d'un lontano mare agitato. Il socialismo trionfante

potrà sconvolgere il mondo: essi appena se n'accorgeranno. Dalla casa

al tempio, dal torrente al pascolo, dall'orto al castagneto, tutti

i giorni fanno i medesimi passi, volgendo in mente le medesime idee,

dicendosi, quando s'incontrano, le medesime parole. I loro bisogni non

sono che un po' di pane, un po' di fuoco e il sermone del pastore.

Quand'hanno avuto questo per sessant'anni, muoiono senza lagnarsi

della vita. E dire ch'è per aver questo, non altro, che hanno lottato,

sanguinato e pianto per quattrocent'anni!

*

* *

Avremmo voluto trattenerci ancora un pezzo in quella pace profonda; ma

vedendo che i tappeti d'oro distesi qua e là fra i castagni sparivano

l'un dopo l'altro rapidamente, ci mettemmo in cammino per il ritorno.

Ripassammo sotto le roccie enormi, tornammo a sentire quel fragoroso

diluvio d'acque. La valle era già rotta da vaste ombre nere, in cui

si vedevano appena le case, come macchie più nere; le cime petrose dei

monti erano di color rosa e di porpora; la via, anche più solitaria che

la mattina. Per due miglia di cammino, non udimmo che il tintinnio di

qualche sonaglio di pecora o di capra, invisibili, e a grandi distanze,

il canto d'una gallina o il latrato d'un cane, che risonavano in tutta

la valle, come ripercossi da cento echi. Risalutammo Serre, rivedemmo

la roccia della fata.... Due dei quattro viaggiatori avevan già

l'aspetto e l'andatura dei due crociati dell'arcidiacono di Cremona,

dopo la disfatta famosa delle Rocciaglie. Ma la vista della piazzetta

di Angrogna li rimise su, come l'apparizione d'una bella signora

alla finestra. Là il signor Bonnet ci fece vedere due curiose pietre

storiche: una rotonda, confitta nel suolo, sulla quale è tradizione

che il popolo facesse batter le mele (senza buccia) ai debitori

insolventi, come già facevan i fiorentini ai falliti sul lastrone di

Mercato nuovo; l'altra, della forma d'una lastra da tavola, sostenuta

da un pietrone diritto, intorno alla quale si dice che venissero i

litiganti, in presenza d'un pastore, o d'un vecchio autorevole, a dire

le loro ragioni; il perchè si chiama ancora la pietra della ragione;

ma nè l'una nè l'altra portando traccie di melate o di pugni, si può

credere che tra i Valdesi antichi fossero diffuse molto le due rare

virtù di pagare i debiti e di discutere con pacatezza. La piazzetta era

solitaria come la mattina.... Ma quel diavolo d'operaio cantava ancora,

con la stessa lena e con la stessa allegrezza della mattina! Pareva che

non si fosse mai chetato per tutte quell'ore, e che avesse a continuare

così per anni e anni per schiattare poi tutt'a un tratto come una

cicala. Invidiabile fine! Io che ho tanta paura di dever cessar di

cantare avanti di morire!

Prima di separarsi da noi, il signor Bonnet ebbe la gentilezza

di condurci a casa sua: una casetta bianca, con un muro coperto

di pampini, divisa in piccole stanze linde e chiare, arredate con

semplicità graziosa, e rallegrate da voci di fanciulli e dalle note

d'un pianoforte. Non avremmo potuto chiuder meglio la nostra giornata

che in quella casa sorridente, in mezzo a quella famiglia amabile, in

cui il ministero del padre diffonde come un riflesso di dignità e di

serenità religiosa. Ma io ebbi la cattiva idea di chiedere al pastore,

e di sfogliare un vecchio librone, che non avevo potuto trovare in

commercio: la storia valdese di quel celebre pastore Léger, che visse

nel diciassettesimo secolo, e che ebbe parte importante in molti

avvenimenti, tanto che la corte di Torino mise la sua testa al prezzo

di ottocento ducati. La sua storia tratta con particolare diffusione

delle stragi di Pasqua, riporta deposizioni di testimoni oculari dei

fatti, illustra i fatti con delle incisioni. Dicono che è uno storico

partigiano e leggiero, e che ha detto molte bugie, e fatto molte

frangie. Non lo so. Certo è che non ha mentito in tutto, e che parecchi

di quei disegni rappresentano il vero, pur troppo. Vorrei non averli

guardati. Credevo d'essere andato molto in là coll'immaginazione; ma

dovetti riconoscere che certe cose non si possono immaginare. L'autore

di quei disegni deve aver visto certamente come si torce e come gira

gli occhi una creatura umana sul rogo. Io darei non so che per poter

cancellare dalla mia memoria quelle immagini che son certo di non mai

più dimenticare. E poi all'idea di certi spasimi, di certi dolori si

può resistere coll'immaginazione, facendo uno sforzo; anche all'idea

del rogo. Ma, Dio eterno! quella di vedere, per una via già chiazzata

di sangue, fuggire i propri bambini, bianchi, impazziti dallo spavento;

vederli raggiunti e afferrati; vedere in quei corpicini amati, che

abbiamo coperti di baci, cullati, scaldati col nostro fiato, difesi

con mille cure da un soffio d'aria, per tanti anni, vederci entrare,

frugare delle mani e dei coltelli, e udire le loro grida, e sentirsi

chiamare per nome e non poterli difendere, non poterli vendicare, non

potersi muovere, non poter urlare, e dover star lì, a veder tutto,

e morire.... Ah! non regge neanche l'anima d'un eroe a questa idea,

bisogna scacciarla, scacciarla per non piangere, per non maledire,

per non pigliare in odio il genere umano e la vita, per non lasciarsi

sfuggire dalla bocca le più orrende bestemmie che sian mai risonate

sotto la vòlta del cielo!

Ma come scacciarla? Quell'idea m'accompagnò per tutta la strada,

molto tempo dopo che il caro signor Bonnet ci aveva lasciati, e mi

tenne inchiodata la bocca; e anche i miei compagni tacevano, per la

stessa cagione. C'era un solo pensiero che potesse rifarmi l'animo,

e mi ci attaccai fortemente; il pensiero di quello che era avvenuto

cento novantatrè anni dopo, il giorno 28 di febbraio del 1848, quando

la deputazione dei Valdesi, andata a Torino per festeggiare quello

Statuto che li rendeva liberi per sempre, moveva da porta Nuova per

far la sua entrata solenne nella città. Eran più centinaia di persone;

portavano uno stendardo di velluto con una iscrizione in argento: _A

Carlo Alberto i Valdesi riconoscenti;_ li precedeva un drappello di

ragazze valdesi, vestite di bianco, ciascuna con una bandiera. Già,

per tutto il viaggio dalle valli a Pinerolo, e di qui a Torino, erano

stati accompagnati con le fiaccole e con le musiche, festeggiati

come fratelli che ritornassero da un lungo esilio immeritato. Ma

l'accoglienza che ebbero entrando in Torino fu ben altra cosa. Il

popolo li acclamò con indicibile affetto, le signore sventolavano

i fazzoletti, da ogni parte piovevan fiori, i torinesi rompevan la

processione per abbracciare i vecchi e accarezzare i giovanetti;

perfino dei preti si slanciavano in mezzo a loro e gettavan le braccia

al collo ai primi venuti; molti di essi piangevano. Carlo Alberto volle

che sfilassero per i primi sotto il balcone reale, in quella piazza

Castello dove erano stati bruciati i loro padri. — Sono stati per

troppo tempo gli ultimi, — disse; — è giusto che oggi siano i primi. —

E passarono i primi tendendo le braccia verso il loro re, salutati da

un altissimo grido della moltitudine, circondati, baciati, apostrofati

con parole in cui si sentiva il tremito di chi domanda perdono, e a

cui essi rispondevano con le lagrime agli occhi, con gesti concitati

e gioiosi che volevan dire: — Non abbiamo nulla da perdonare, non ci

ricordiamo più di nulla, siamo fratelli, abbiamo una sola patria, un

solo nemico, un solo avvenire! — Oh bei momenti della vita dei popoli,

belle ore gloriose del cuore umano, pagine d'oro della storia della

civiltà, siate ricordate, amate, benedette in eterno! E benedetta tu

pure, bella e nobile val d'Angrogna, che negli annali della grande

guerra per la libertà dell'anima hai scritto col sangue dei tuoi

pastori una parola vittoriosa e immortale.

Alle porte d'Italia · 第 10 / 20 题