[3] Storico.
[4] Vedi l’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_.
[5] Nel contado milanese soglionsi chiamar spose anche le vecchie,
senza che queste se n’abbiano a male e sospettino di canzonatura.
[6] Les artistes ont des chagrins comme des maladies qui leur sont
propres, et ces chagrins on ne peut ni les plaindre, ni les adoucir,
car on ignore leur nature. DE LA HARPE.
[7] Vedi l’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_.
[8] Napoleone I.º nel 1806, chiamava la regina Carolina «la
moderna Atalia; una donna scellerata, che tante volte e con tanta
sfacciataggine aveva violato quanto gli uomini hanno di più sacro; via
costei dal regno, scriveva; vada a Londra a crescere il numero degli
intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza
ragione; il più bel paese del mondo non porti oltre il giogo de’ più
perfidi tra gli uomini.»
[9] Scrive C. Cantù, (_Storia degli Italiani_ Cap. CLXXVIII).
[10] Il fingere amore per una donna onde poterle strappare qualche
segreto, non è arte nuova negli annali de’ criminalisti.
Il Claro riferisce questa opinione di Paride dal Pozzo. «_Paris dicit,
quod judex potest mulierem ad se adduci facere secreto in camera,
et eidem dicere quod vult eam habere in suam et fingere velle illam
deosculari et ei pollicere liberationem; et quod ita factum fuit
a quodam regente qui quamdam mulierem blanditiis illis induxit ad
confidendum homicidium, quæ postea decapitata fuit._»
[11] Notiamo alcune tra le atrocità commesse dal Salzano e dal
Maniscalco, che potrebbero servire di tema ai bassorilievi di un
monumento d’infamia da erigersi ai re Borboni Ferdinando I.º e
Francesco II.º
Un Vaizo di Messina, giovine d’ingegno, fu imprigionato a Messina e
condotto a Palermo, senza che la famiglia sentisse più a parlare di
lui. Fu prima orribilmente bastonato in casa del commissario Carrega,
poi legato pei piedi ad una colonna e per le mani ad un’altra, e sul
suo corpo, sospeso a quel modo, un birro ballava ripetendo: _su, canta!
canta!_ che vuol dire confessa, confessa!... L’infelice è rimasto
storpio per tutta la vita.
Un vecchio di onesta ed antica famiglia, per sospetto di corrispondenza
coi proscritti, spirava sotto il bastone insieme alla figliuola incinta
di cinque mesi.
Salvatore La Licata, intendente della marchesa di San Marco,
perseguitato della polizia come inquisito di mene rivoluzionarie,
ricoveravasi nel villaggio di Bagheria in una casa di provati amici.
La polizia n’è istrutta, sorprende la casa, vi fruga, vi cerca, ma
indarno; un birro, chiamato il _Corso_, antico sicario ed assassino,
suggeriva un espediente al suo capo, il quale accoltolo con gioja,
faceva condurre in istrada i due conjugi, e là alla presenza del
marito, ordinava si spogliasse nuda la sposa, e restasse così esposta
allo sguardo dei passeggeri; il pudore oltraggiato vinceva la fede
ospitale, e La Licata era consegnato ai suoi persecutori.
In prigione l’infelice soffrì strazio così orrendo che la nuova
della sua morte si sparse per la città; i parenti accorsero presso il
procurator generale Pasciuta, e con caldissime istanze lo indussero
a visitare la prigione. La prima volta gli ricusavano l’ingresso col
pretesto che _La Licata fosse prigioniero della polizia, e non della
giustizia penale_; finalmente le porte dell’antro si aprirono dinanzi
al magistrato, ed egli trovò quasi un cadavere. La Licata gli mostra
le piaghe di cui è coperto il suo corpo, gli racconta le torture
sopportate, ed il procurator generale, vincendo ogni prudente riserva,
redige processo verbale dei fatti, ma dalla polizia è costretto a
lacerarlo, ed il codardo magistrato preferisce il conservar la carica
al dovere ed all’umanità.
Un Giovanni Vienna da Messina nella metà di gennajo dello scorso anno
recavasi a Palermo per affari di commercio; l’arrestavano come sospetto
per ordine della polizia di Messina; frugato, gli trovarono una lettera
in cifre, e senza indirizzo; interrogato non volle palesare a chi era
diretta; la dimane il commissario di polizia Pontillo, l’inventore
_della cuffia del silenzio_, lo faceva deporre in una barca con mani
e piedi legati; indi ordinò ai birri vogassero verso il deserto capo
Zafferano; quivi giunti rinchiudono il Vienna in un sacco, e lo tuffano
nel mare, e ve lo tengono finchè non dà segno di vita. Lo ritirano
allora, e con fregagioni ridestano in lui la vitalità, e lo esortano a
parlare, e perchè l’intrepido uomo tace, lo rituffano in mare, indi lo
ririportano a Palermo semimorto.
Vincenzo La Porta, fabbricante di paste, acciuffato per sospetti, è
tanto tormentato, che perde l’uso delle braccia, essendosi rotte le
articolazioni; il misero ora accatta il pane non potendo più lavorare.
In un villaggio presso Palermo un giovine, certo Scaduti, passando
presso i birri è da costoro interpellato; se ne spaventa e fugge;
un colpo di archibugio lo stende al suolo, e nessuno chiede conto
dell’assassinio.
La polizia di Palermo cercava certo Casimiro Cusimano, e non riuscendo
ad afferrarlo, imprigionò la di lui madre, la consorte ed i figliuoli,
e tutti vennero torturati senza pietà pel sesso o per gli anni.
Alcuni proprietarj di giardini presso Palermo si nascondevano per
non esser vittime della polizia; l’infernale genio di Maniscalco fece
divergere l’aqua che irrigava i giardini, onde i miseri per salvare gli
agrumi, loro unica ricchezza, si dessero in mano ai carnefici.
La tortura poi variava a norma dello spirito inventivo di ciascun
commissario.
Pontillo faceva sedere il paziente nudo su d’un seggiolone a gratella,
guarnito di lame di rasoj con al di sotto un braciere di carboni
ardenti.
L’ispettore Luigi Maniscalco impiegava manopole di ferro con viti a
pressione.
Il carceriere Bruno legava i prigionieri con la testa fra le gambe.
Altri servivansi di cordicine per stringere i cranj, finchè
penetrassero fino alle ossa, stringendo quelle funicelle con un
bastone.
Ve n’era per tutt’i gusti, per tutti gli appetiti.
Basterebbero questi strazj, uniti alla pessima amministrazione, per
santificare la rivoluzione, ma altri ne racconteremo.
Furono arrestati e bastonati a Palermo moltissimi cittadini d’ogni
classe, come impiegati di grado superiore, nobili, avvocati,
negozianti, magistrati; nessuno poteva sottrarsi agli arbitrj ed alle
feroci prepotenze del Maniscalco.
La polizia metteva inoltre le mani nei traffici, nella pubblica annona;
un giorno, per mancati ricolti, i prezzi delle biade aumentarono;
il feroce Carioca mise la mano sui sensali del grano, li accusò
d’intendersela coi rivoluzionarj e li fece rinchiudere nelle segrete.
La città se ne commosse, i parenti implorarono da Maniscalco la
libertà degl’innocenti sensali, e questi si lasciò commuovere ed ordinò
che fossero fatti liberi; ma come i grani rincarivano sempre, nuove
ingiunzioni della polizia imponevano loro di presentarsi dinanzi al
noto Carrega; spaventati fuggirono, e allora la polizia riempì le loro
case di birri che dovevano vivervi a discrezione, e nell’istesso tempo
l’ispettore Maniscalco si faceva consegnare le chiavi dei magazzini dei
più grossi negozianti di grani, e ne faceva vendere a prezzo infimo
quella quantità che a lui piaceva, senza tener conto delle enormi
perdite; si voleva contentare la plebe con la ruina di venti o trenta
famiglie.
[12] Vedi op. cit.
[13] Giovanni Riso spirò pochi giorni dopo nel suo carcere.
[14] Vedi op. cit.
[15] Vedi Rüstow. _La guerra italiana del 1860_.
[16] Vedi op. cit.
[17] V. Rüstow op. cit.
[18] Vedi la relazione fatta dal capitano Marryat al vice-ammiraglio
Sir A. Fanshawe (A bordo dell’_Intrepido_, Malta il 14 maggio 1860) e
inserita nel _Daily-News_.
[19] Ecco come la gazzetta ufficiale (14 maggio) di Napoli raccontava
il fatto:
«Jer l’altro, 11 corrente, all’ora una e mezza pomeridiane, due
vapori di commercio genovesi, denominati il _Piemonte_ e il _Lombardo_
approdavano a Marsala ed ivi principiavano a disbarcare _una mano di
qualche centinaja di filibustieri_. Non tardarono i due RR. piroscafi
_Capri_ e _Stromboli_, che trovavansi incrociando su quelle coste,
a principiare i loro fuochi sui due legni che commettevano l’atto il
più manifesto di pirateria, e dal fuoco dei due mentovati piroscafi
napoletani risultò la _morte di molti filibustieri_, la calata a fondo
del _Lombardo_, che era il più grande de’ due vapori genovesi e la
cattura anche dell’altro vapore il _Piemonte_, ecc. ecc.
[20] Vedi le note di A. Dumas nel giornale l’_Indipendente_.
[21] Nell’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_, ho data la
biografia del martire Ugo Bassi, citando preziosi documenti circa la
sua cattura, il miserevole suo fine, e l’iniquità de’ suoi carnefici,
tra cui si distinse il turpe cardinal Bedini.
[22] Ecco il proclama.
Ai preti buoni.
«Comunque sia, comunque vadano le sorti dell’Italia, il clero fa
oggi causa comune coi nostri nemici, che compra soldati stranieri
per combattere Italiani. Sarà maledetto da tutte le generazioni.
Ciò che consola però e che promette non perduta la vera religione
di Cristo, si è di vedere in Sicilia i preti marciare alla testa
del popolo per combattere gli oppressori.
Gli Ugo Bassi, i Verità, i Gusmaroli, i Bianchi non son tutti
morti, e il dì che, seguito l’esempio di questi martiri, di questi
campioni della causa nazionale, lo straniero avrà cessato di
calpestare la nostra terra, avrà cessato di essere padrone dei
nostri figli, delle nostre donne, del nostro patrimonio, e di noi.