Da Caserta.
Desta l’Aurora omai dal letto scappa
E cava fuor le pezze di bucato;
Poi batte il fuoco, e cuocer fa la pappa
Pel suo giorno bambin che allora è nato;
E Febo, che è il compar, già colla cappa
E con un bel vestito di broccato,
Che a nolo egli ha pigliato dall’Ebreo,
Tutto splendente viensene al corteo.
(L. LIPPI, il Malmantile).
Il 15 ottobre 1860, uno splendido sole _seguiva il corteggio
dell’aurora_, e rallegrava colla sua benedizione di luce
l’impareggiabile piano d’Erba, che in quella stagione era animato da
numerosi villeggianti.
Nel mezzo di un viale, ombreggiato da una doppia fila di plàtani che
conduceva ad un palazzotto annerito dal tempo, e quasi per intero
rivestito da piante rampicanti, passeggiavano a godervi il puro aere
mattutino, la contessa Emilia ed una bionda giovinetta, la quale,
tuttochè camminasse, era intenta ad un lavoro domestico.
— Tarda Carlambrogio! disse la contessa fermandosi e guardando giù per
lo stradone che, passando dinanzi al viale, mette ad Erba.
— Poveretto! è vecchio, rispose la giovinetta; poi da qui ad Erba la è
una bella tirata.
— È una passeggiata, mia cara, una passeggiata! dì piuttosto che
Carlambrogio avrà trovato per istrada qualche compare e se incomincia a
chiacchierare, chi lo ferma?
Carlambrogio, quasi a smentire le poche caritatevoli parole della
contessa, si affacciò in quella al viale.
— Eccolo, eccolo! gridò la giovinetta correndo incontro al vecchio
contadino.
Raggiungerlo, strappargli di mano una lettera, e rivolare dalla
contessa, fu per la giovinetta l’affar d’un istante.
— È di lui? chiese sorridendo la vecchia.
— Sì.
— Come ti sei fatta rossa!
— È la corsa...
— Già la corsa!... Ora via carina, calmati.... guarda come ti batte
il cuore... Benedetta gioventù!... Vieni qui, Dalia, sediamo su questa
panchetta all’ombra...
La giovinetta la seguì, e le si assise al fianco aprendo la lettera.
Come mai la povera orfanella si trovava in compagnia della contessa
Emilia?
La c’era da parecchie settimane, ed ecco il come.
Dalia, incaricata da Roberto di annunziare alla contessa la morte del
di lei nipote, aveva adempiuta l’incresciosa commissione con tanti
riguardi, con una delicatezza tanto affettuosa, consolando la vecchia,
piangendo, soffrendo con lei, che quest’ultima (la quale aveva sempre
visto di buon occhio la giovinetta) l’aveva pregata di farle compagnia
durante la villeggiatura.
Dalia in sulle prime aveva esitato, chè, fiera come era, temeva sempre
di incontrare qualche dispiacere, qualcuna di quelle umiliazioni con
che i signori, generalmente parlando, sogliono (lontani le mille miglia
dal farlo per cattiveria) amareggiare e talvolta disgustare affatto
chi (al di sotto di loro in fatto di denari e di posizione sociale)
vogliono carezzare.
Ma la contessa aveva insistito con tanta buona grazia, dicendole che
aveva bisogno di lei e delle sue consolazioni, e che non le sarebbe
mancato lavoro, caso mai temesse di mangiare il pane a tradimento, che
in fine Dalia aveva ceduto, e pigliata licenza dalla _maestra_, aveva
seguita la contessa alla campagna.
Nelle città, nelle provincie d’Italia, o meglio, in tutto il mondo, in
que’ dì non parlavasi che di Garibaldi e di Cialdini, dei due eserciti
e delle loro gloriose gesta. Questi erano quindi i temi favoriti anche
dei villeggianti in quella parte di Brianza, i quali ogni mattina
portavansi ad Erba ad attendervi la posta ed i giornali. E questo era
il compito giornaliero di Carlambrogio, il quale per altro non soleva
interessarsi gran che per quelle notizie, ripetendo egli sempre questo
prosaico ritornello: Vinca Erode, vinca Pilato, noi povera gente saremo
sempre in miseria.
È però giustizia il dire che queste cose, il povero vecchio, le
brontolava sottovoce.
L’ultima lettera ricevuta da Dalia portava la data di Messina; in essa
Roberto le parlava del prossimo tragitto, dei pericoli che andavano
ad incontrare, e dei pesci cani, del cui teschio aveva sbozzato il
ritratto nel margine di quella lettera. Dalia ne fu tanto spaventata,
da non poter chiuder occhio per tutta una notte.
D’allora in poi non aveva più avute notizie di Roberto. Aveva letto
in compagnia della contessa i giornali; sapeva quindi dello sbarco,
de’ continui trionfi di Garibaldi, del meraviglioso di lui ingresso in
Napoli, e infine della sanguinosa battaglia del 1 ottobre; ma nulla di
chi tanto le stava a cuore.
Ora immagini il lettore con che ansia, con che tremito, con che
sussulto di cuore, Dalia aprì quella lettera.
— Da dove viene? chiese la contessa.
La giovinetta, letta la data, rispose: da Caserta.
— Ih! com’è lunga quella lettera!
— Uno, due, quattro fogli, disse Dalia sorridendo di compiacenza. To!
c’è anche due pagine di stampato... È un proclama di Garibaldi.
— Ora mo, da brava! leggi... Comincia dalla lettera.
Onde non ripetere il già detto, noi riprodurremo la lettera del
garibaldino, incominciando là dove egli racconta cose da noi non per
anco toccate. Diremo solo che Dalia, lette poche righe, mandò un grido
balzando in piedi si improvvisamente, con tal impeto, che la contessa
sbigottita fu a un punto dal non cader riversa dall’altra parte della
panchetta.
— È capitano! è capitano! gridava Dalia ebbra di gioja.
— Chi?
— Ma lui... Roberto..., l’hanno fatto capitano!»... e baciava la
lettera, ripetendo colle lagrime agli occhi: Garibaldi è un angelo!
Calmata quell’ebbrezza, continuò la lettura. Il volto di Dalia
prendeva un’espressione d’ambascia mano mano che progrediva, leggendo
i pericoli, le fatiche, le privazioni sofferte da Roberto e da’ suoi
compagni nelle lunghe marcie da Reggio a Napoli. «La sete ci tormentava
più di tutto (scriveva Roberto); il sole ci bruciava la pelle, la
polvere ci soffogava; c’era dei momenti in cui i nostri occhi vedeano
tutti gli oggetti color violetto, alberi, strade, sassi, erba, cielo,
tutto insomma. I nostri cavalli non potevano più reggersi in piedi. Ti
basti sapere, per aver una idea di quanto soffrivamo in quei momenti
noi e le bestie, che un mio amico, il maggiore Setti di Treviglio
(uno dei migliori uffiziali della divisione Cosenz, e che ha fatta
la campagna di Roma e quella dell’anno scorso), fece con un colpo di
_revolver_ saltare le cervella al suo cavallo, non reggendogli l’animo
di vederlo soffrir tanto.»
— Poveri giovani! gridò la contessa; se il mio Ernesto si fosse trovato
con loro, chi sa cos’avrebbe sofferto, lui sì delicato...
— Egli ora ha finito di soffrire, rispose Dalia, e per non lasciar
tempo alla contessa di ricadere in quelle malinconie, continuò a
leggere.
Roberto, quasi a mitigare la penosa impressione che il racconto dei
sofferti patimenti doveva produrre sull’animo della sua amica, aveva
mutato argomento e stile. Parlava quindi della sua splendida dimora di
Caserta, poi del miracolo di san Gennaro.
Anche il Du Camp nelle sue memorie parla sì di Caserta che del santo
patrono di Napoli, e con tanto brio, da vincere quanto Roberto scrisse
sullo stesso argomento; perciò daremo la preferenza al Du-Camp. Ecco
ciò ch’egli scrive in proposito:
«Il palazzo di Caserta è uno dei più grandiosi concepimenti
architettonici usciti da mente umana. Vanvitelli che lo ideò, ebbe
la sorte di vegliare all’esecuzione sino al suo compimento, cioè fino
all’anno 1752 e ciò per ordine di Carlo III. La facciata è imponente,
benchè monotona; quattro corti quadrate dividono la costruzione
interna; attraverso di esso sorge un porticato splendido, sorretto da
sessantaquattro colonne di marmo; lo scalone è di una maestà imponente;
è tutto in marmo, e sormontato da una cupola i cui dipinti, che
rappresentano gli Dei che ammirano una Venere, le fattezze della quale
non mi parvero senza seduzione. Il teatro del palazzo è graziosissimo;
è sostenuto da sedici colonne tolte al tempio di Serapide, di
cui le ruine veggonsi lambite dal mare sulla strada di Pozzuoli.
L’appartamento di Ferdinando II ti inspira un’indifinibile tristezza:
non un mobile vi è rimasto; dal muro vennero graffiate via le pitture;
si abbruciarono le tappezzerie, le armi, gli intagli, tutto insomma. Vi
sarebbe stata una specie di barbara grandezza nel seppellire un re coi
suoi tesori, le sue donne, le sue guardie; ma è puerilità l’incendiare
le camere di un re morto, a meno che ciò non sia imperiosamente imposto
dall’igiene; e tale vuolsi sia stato il caso presente.
Infatti re Ferdinando, che era di una corpulenza enorme, morì dopo
una sì lenta e profonda decomposizione, che si può dire di lui, aver
egli assistito, vivendo, alla propria putrefazione. Finì i suoi
giorni implacabile nelle sue idee, e facendo giurare al figlio di
non governare se non coi precetti dell’assolutismo[56]. Tali precetti
dovevan finire col distruggere le forze della dinastia, tanto più che
l’alleato più fedele di questa ben presto la tradiva; voglio parlare di
san Gennaro.
La sua festa avvicinavasi. Napoli era in una commozione da non potersi
dire. Per chi l’infallibile santo avrebbe preso partito? era desso
italiano? borbonico? Grave quistione che si faceva ovunque, e che
nessuno ardiva sciogliere anticipatamente. San Gennaro è l’idolo dei
Napoletani, i quali sono fermamente persuasi che Dio non regna nei
cieli che per concessione di quel santo. Una volta però, presi da
collera improvvisa contro di lui, lo detronizzarono, e misero al suo
posto sant’Antonio qual patrono di Napoli.
Era il 1799; S. Gennaro s’era fatto democratico; il suo sangue erasi
liquefatto al grido di: Viva la repubblica, e quando la reazione
guidata dal cardinal Ruffo giunse a Napoli, abbandonandosi ad eccessi e
a massacri di cui la memoria non è ancora cancellata, non si obbliarono
le velleità democratiche del santo, e lo si destituì, come un semplice
funzionario; si parlava anche di gettarlo in mare, e innanzi la sua
statua si urlò: Abbasso il giacobino! Ma troppo forti ed intimi erano i
vincoli che stringevano i Lazzaroni al loro patrono; cotal separazione
era troppo penosa per essi. Gli uni si pentivano della lor violenza;
l’altro promise di non essere per l’avvenire che un buon realista, e la
pace fu segnata.
Si congedò S. Antonio, e si reintegrò san Gennaro nel possesso di tutti
i suoi onori, titoli e privilegi.
Il suo sangue, raccolto dopo il martirio, si conserva in un’ampollina,
e da secco che è, in certi giorni dell’anno si liquefa e bolle. Il
santo fa attendere più o meno lungamente il prodigio, a seconda della
maggiore o minore sua soddisfazione sulla politica, e sul governo del
paese; ma non havvi esempio ch’ei siasi ribellato al miracolo, neppur
dinanzi al generale Championnet, che non gli concedeva se non dieci
minuti per compire il prodigio. A fronte dei gravi avvenimenti che
avevano nell’estate del 1860 messo sossopra il regno delle Due Sicilie,
come si sarebbe comportato san Gennaro?
Il dì della sua festa, verso le 10 del mattino, io mi recai in duomo:
è una gran chiesa ristaurata sul gusto italiano della decadenza, epoca
nella quale l’arte è assolutamente vinta dal valore o dalla rarità
della materia prima. Tu vi trovi un reggimento di statue d’argento, il
cui valore sta tutto nel peso. Nella cappella di S. Gennaro, che è a
dritta, la folla s’incalza, e si stringe; si soffoca pel caldo; presso
la balaustrata che protegge l’altare, è un urtarsi, uno spingersi,
d’averne rotte le ossa. I posti migliori son per chi ha forza maggiore
nei gomiti. Le donne qui mi sembrano più numerose degli uomini: alcune
recano i loro bimbi che strillano orribilmente. Si canta messa; ma chi
l’ascolta? Nessuno. Tutti sono trepidanti, ansiosi; di tratto in tratto
qualche voce acutissima sorge dalla folla, e si compone al canto; è la
voce di una donna già inspirata, che spera così di affrettare l’arrivo
del santo.
La porta della sagristia finalmente è dischiusa; un grido di gioja
echeggia sotto le volte spaziose; colla massima pompa si reca
l’immagine di S. Gennaro, coperta di un velo rosso ricamato in oro.
Portato da un canonico, preceduto dalle guardie nazionali che fanno
far largo alla folla, il santo si apre una via fra i suoi adoratori,
che furtivamente cercano di toccare colle mani il velo che avvolge le
sembianze del protettore, e avidamente poi baciano la parte avventurata
che toccò il miracoloso tessuto. Il prezioso idolo è finalmente deposto
sull’altare, tolto il velo, appare il busto d’argento. Ciò che allora
io vidi può rendere modesti coloro che nella loro vita si sono creduti
amati, perchè giammai essere umano non ispirò l’amore che si dimostra
per questo immobile simulacro. Le donne gridavano: «O san Gennaro,
o mio piccolo san Gennaro, san Gennarello del mio cuore, delle mie
viscere, dell’anima mia!» A lui protendevano le braccia; le lagrime
sgorgavano copiose dai loro occhi stravolti; le loro labbra tremanti
mandavano suoni confusi, e baci; i muscoli del collo, gonfi come grosse
corde, s’agitavano sotto la precipitata pulsazione delle arterie;
alcune più briache delle altre, strappatasi la pezzuola dal collo,
si percuotevano il petto a colpi di pugno, sollevando lamentevoli
lai. Frattanto si veste il santo; sulla fronte gli si compone una
mitra ricca di pietre preziosissime; sulle spalle lo si adorna con
pallio di porpora a ricami d’oro, e d’amatiste; nel dito gli si infila
l’anello episcopale. Frattanto le grida raddoppiano: «Quanto è bello!
È lui, proprio lui; o mio caro S. Gennaro!» e ricomincian così le
genuflessioni, i baci, i nervosi tremiti. — Vicino a me stava una
giovine che singhiozzava amaramente.
— Che avete per piangere così? le domando.
— Ah! signorino mio! il santo non mi guarda.
Infatti essa era collocata in modo da non potere vedere il busto.
Una tempesta di clamori orribili, voci di gioja, di disperazione,
di invocazione, cozzavano nell’aere, per ricadere su noi. Le guardie
nazionali stanche e sfinite dal calore, non potevan mettere ordine in
tanto trambusto:
In cotesta immonda commedia che trascinava tanto popolo sino
all’estasi, chi fra noi era pazzo? Il popolo, od io? Giammai spettacolo
di degradazione dell’anima umana aveami colpito sì profondamente;
v’eran momenti in cui mi coglieva la smania di rovesciarmi a colpi di
bastone su questa folla indemoniata, e spezzare l’idolo sull’altare,
come ai tempi primi del cristianesimo, gli eroi di questo rovesciavano
nel templi le statue degli dei.
Un canonico, curvo dagli anni, coperto di splendide vesti, toglie il
velo all’ostensorio che raccoglie la preziosa reliquia. L’ostensorio
è d’argento, e munito di due cristalli, che facilitano la vista
dell’ampolla ivi contenuta, ed ha la forma di una lanterna da
_cabriolet_.
Offerto alla vista del pubblico, il canonico lo bacia e poi divotamente
lo innalza tra le sue mani, ed esclama: _Il sangue è duro_; e quindi lo
agita dall’alto al basso, tenendovi sopra fissi gli occhi, affine di
determinare l’istante preciso in cui il sangue coagulato incomincia a
sciogliersi. Dietro di lui un prete rischiara la reliquia con un cero,
di modo che lo si possa veder per trasparenza. Durante cotal funzione,
si cantano inni, si recitano delle speciali preci, delle quali il
tumulto che regna nella cappella mi toglie di comprendere motto.
Alcune donne del popolo, che passano per parenti di san Gennaro, come
quelle che pretendono discendere dalla vecchia mendicante alla quale
il Santo apparve dopo il suo martirio, onde indicare il luogo ove era
stato deposto il suo corpo, sono schierate in luogo d’onore presso la
balaustrata. Elleno interpellano famigliarmente il santo; le une gli
parlano supplichevolmente, le altre gli fanno violenti ingiunzioni, che
contrastano con tanta adorazione.
— Oh! san Gennaro del cuore, dicevan le une, non ci far languire, e
dinne col miracolo che tu sei felice, che sei contento di noi, e che ci
proteggerai sempre.
— Andiamo, canaglia, brigante! sclamavano le altre; e che! ci credi tu
fatte per aspettarti? Affrettati a sciogliere il tuo sangue, vecchio
sdentato; altrimenti andremo a cercar sant’Antonio, che ti metterà alla
porta.
D’un tratto il canonico solleva l’ostensorio, pronunciando parole che
non compresi, e io vidi quel sangue bollire lentamente nell’ampolla.
Tre minuti eran bastati al miracolo! Uno scoppio di urli fece
quasi crollare il tempio; tutti si prostrano col volto a terra,
singhiozzando, o gridando grazia! Torme d’uccelli svolazzano per la
vôlta spaventati; gli organi mandan suoni giulivi, s’intuonano canti
d’allegrezza, e son gettati a piene mani fiori sul busto; fumano gli
incensi; e cent’uno colpi di cannone dai forti annunziano a Napoli che
il suo patrono veglia sempre su di lei!»
Le nostre donne letta l’istoria di san Gennaro, quale la narrava
Roberto, risero di cuore:
— Poveri Lazzaroni! disse la contessa, come sono ignoranti!
— E noi, objettò Dalia, coi nostri preti che salgono in una nuvola di
carta a pigliare il santo chiodo il dì di Santa croce, in Duomo, ci
mostriamo forse più innanzi di loro? Dunque!
— Non hai torto la mia tosa!... ma finisci la lettera.
Roberto narrava gli avvenimenti che precedettero di qualche giorno il 1
ottobre e la battaglia che ne seguì.
Garibaldi ci aveva spediti fino a S. Maria presso Capua, onde tenere in
rispetto i trentamila borbonici che stavano con Francesco II nelle due
fortezze di Gaeta e di Capua, e in un grande tratto di paese intorno
ad esse. Fino alla metà del settembre nulla era accaduto di serio
fra i due eserciti nemici, eccetto poche fucilate, che gli avamposti
scambievolmente tiravansi, specialmente i _picciotti_, i cacciatori
genovesi di Mosto e qualche altro corpo della brigata Eber; ma il 19
i nostri passarono il Volturno, nonostante la presenza di dieci mila
Napoletani che tratti in inganno da una dimostrazione mossa dai nostri
contro Capua, si lasciarono sorprendere dal battaglione Catabene,
il quale dopo lungo combattimento, occupò Cajazzo. Quella fazione,
comandata dal brigadiere capo dello stato maggiore del generale Türr,
costò ai nostri la perdita di centocinquanta uomini, ma fu eseguita
con ardimento degno dei più valorosi veterani. Duemila Garibaldini, con
soli due pezzi d’artiglieria, ebbero il coraggio di cozzare contro le
muraglie di Capua, difese da molta truppa e dalle poderose artiglierie
della fortezza. Capua posta sulla sinistra del fiume Volturno, le di
cui aque la avvolgono intorno intorno per più di due terzi; fortificata
dal francese Vauban, e resa ancor più forte dalle opere erettevi nel
1855 da un uffiziale russo del genio, mal si poteva espugnare senza
batterie in breccia e bombardare. Ai nostri era quindi impossibile
prenderla con sì poche forze, ma l’attacco operato dal brigadiere
Rüstow, non tendeva che a trarre in inganno la guarnigione della
piazza, per lasciar tempo a Türr e ad Eber di operare il movimento
di fianco verso l’alto Volturno e guadarlo. Il movimento essendo
pienamente riuscito, i nostri avendo occupato Cajazzo, divennero
padroni della riva sinistra del fiume, e si misero a cavaliere della
strada di Gaeta. La ricognizione durò sei ore, e in questo tempo
noi stemmo impavidi sotto il fuoco formidabile dei nemici, e solo ci
ritirammo quando si ebbe contezza che il generale Türr trionfava delle
difficoltà che i regj gli avevano preparate sull’alto Volturno.
Vi furono, un colonnello, tre tenenti, ed un capitano uccisi; quattro
altri uffiziali feriti. La cavalleria napoletana, sebbene facesse
le mostre di voler caricare, non lo osò, e la fanteria non ardì mai
incontrare le baionette dei nostri. Molti Inglesi, fra i quali il
terzo figlio del conte di Shaftesbury e lord Seymour, seguirono, con
alcuni corrispondenti dei giornali inglesi, le operazioni della colonna
Rüstow e il secondo nominato, combattè per ben due ore, recò ordini e
diede disposizioni per i trasporti dei feriti. Poco prima di mezzodì
la colonna Rüstow tornava a S. Maria, dove barricatasi, attese di
piè fermo i Napoletani di Capua. Questi però non si mossero, sebbene
potessero spingere contro i nostri una forza di dieci mila uomini,
attaccare la città aperta, e prenderla con grande facilità.
Dopo quella vittoria le divisioni di Cosenz e Medici si misero in
marcia per raggiungere quella di Türr appostata tra S. Maria, S.
Angelo, Scafo Formicola, e Scafo Cajazzo. La divisione comandata dal
colonnello Panciani le seguiva in riserva; così i nostri si avanzavano
nelle vicinanze di Capua, in quasi ventiduemila uomini per assaltare la
fortezza, prenderla, o costringerla a capitolare.
Il 19, accennando a piccoli fatti avvenuti nei giorni precedenti, il
generale Türr emanava agli avamposti un bell’ordine del giorno, e alle
3 pomeridiane dello stesso dì scriveva al ministero della guerra in
Napoli il seguente dispaccio, che ti trascrivo:
«Jeri inviai una colonna per attaccare questa mattina Cajazzo; ordinai
una ricognizione forzata per questa mane di S. Maria e S. Prisco verso
Capua, e mi portai pure questa mattina colla brigata Sacchi e due pezzi
di cannone per fare una forte dimostrazione verso lo Scafo di Formicola
e Scafo di Cajazzo. I regi, i quali si trovavano da questa parte
del Volturno, furono rigettati al di là del fiume. Abbiamo sostenuto
quattro ore di fuoco. Ricevo in questo istante rapporto del comandante
Catabene, che dice d’aver presa Cajazzo. Il generale Garibaldi venne
a vedermi allo Scafo di Formicola, e di là passò alle colonne che si
trovavano tra S. Maria e Capua».
Ora, mia cara, Dalia, dovrei descriverti la battaglia del 1 ottobre,
presso Capua; ma ci vorrebbe un libro, non una lettera. A te basti
quanto ne scrisse il generale Garibaldi nell’ordine del giorno che
troverai qui unito.
Eccolo, disse Dalia spiegazzandolo, e lesse:
_Ordine del giorno di Garibaldi._
«Il 1 ottobre, giorno fatale e fratricida ove Italiani combatterono sul
Volturno contro Italiani con tutto l’accanimento che l’uomo può portare
contro l’uomo. Le bajonette de’ miei compagni d’armi incontrarono anche
questa volta la vittoria sui loro passi da giganti.
«Con egual valore si combattè e si vinse a Maddaloni, a S. Angelo, a S.
Maria.
«Con egual valore i coraggiosi campioni dell’indipendenza italiana,
portarono i loro prodi alla zuffa.
«A Castel Morene, Bronzetti, emulo degno del fratello[57] alla testa
d’un pugno di cacciatori, ripeteva uno di quei fatti che la storia
porrà certamente accanto ai combattimenti dei Leonida e dei Fabi.
«Pochi, ma splendidi dell’aureola del valore, gli Ungheresi, i
Francesi, gli Inglesi che fregiavano le file dell’esercito meridionale,
sostennero degnamente la fama guerriera dei loro connazionali.
«Favorito dalla fortuna, io ebbi l’onore nei due mondi di combattere
accanto ai primi soldati, ed ho potuto persuadermi, che la _pianta uomo
nasce in Italia — non seconda a nessuno_, ho potuto persuadermi, che
quegli stessi soldati che noi combattemmo nell’Italia meridionale, non
indietreggeranno sotto il glorioso vessillo emancipatore.
«All’alba di quel giorno, io giungeva in S. Maria da Caserta, per la
via ferrata. Al montar in carrozza per S. Angelo, il generale Milbitz
mi disse: «Il nemico ha attaccato i miei avamposti di S. Tammaro».
«Subito fuori di S. Maria verso S. Angelo udivasi una viva fucilata, e
giunto ai posti di sinistra della detta posizione, li trovai fortemente
impegnati col nemico.
«Era bel vedere i veterani dell’Ungheria marciare al fuoco, colla
tranquillità di un campo di manovra e collo stesso ordine. La loro
impavida intrepidità contribuì non poco alla ritirata del nemico.
«Col movimento in avanti della mia colonna e sulla destra, io mi trovai
bentosto a congiungermi colla sinistra della divisione Medici, che
aveva valorosamente sostenuta una lotta ineguale tutta la giornata.
I coraggiosi carabinieri genovesi che formavano la sinistra della
divisione Medici, non aspettarono il mio comando per ricaricare il
nemico. Essi, come sempre, fecero prodigi di valore.
«Il nemico, dopo aver combattuto ostinatamente, tutta la giornata,
verso le 5 pomeridiane rientrò in disordine dentro Capua, protetto dal
cannone della piazza.