CAPITOLO XVII.

Il 7 settembre 1860.

«... permettete che io, e questi egregi

deputati della città, vi diamo un bacio

sulla fronte;... questo è il bacio di

cinquecentomila abitanti».

(_Discorso di_ MARIANO D’AYALA _al gran_

Capitano italiano).

— Sarei proprio curioso di sapere dove diavolo sono io adesso!...

Ah! ecco lo stretto...; là di fronte ci dovrebbe essere Taormina...;

quel promontorio lì a sinistra è il capo Spartivento senz’altro...;

a dritta, laggiù in fondo ci dev’essere Messina... ma non la posso

vedere...» Così diceva il capitano Roberto, il quale pigliava lena

seduto all’ombra di un bosco, che sorgeva a mezzo di un monte aspro

e scosceso (Aspromonte), proprio dove la via si biforca, scendendo a

sinistra nella vallea, e salendo più in su, a destra, tortuosamente per

la foresta.

Tranne il frusciar delle foglie agitate dal vento, tutto era silenzio;

nessuna voce umana giungeva fino lassù. Roberto, spingendo lo sguardo

tra gli alberi, scorgeva al basso la marina scintillante, di fronte

l’Etna, le coste della Sicilia, il firmamento sereno, sorridente.

— Oh che bel sito! continuava parlando a sè stesso. Se fossi qui per

divertimento, quante belle cose copierei sul mio albo... ben inteso

se lo avessi ancora l’albo; ma ora è in fondo al mare, ove desterà la

meraviglia de’ pesci... Aveva ben altro pel capo che l’albo l’altra

notte nel passar lo stretto! Intanto eccomi in Calabria, solo soletto,

su per un monte a cercare Missori, che oggi, 20 agosto, deve trovarsi

qui, proprio in questo sito. Se non lo trovate, tornate indietro, mi

ha detto il generale. Va benissimo! io l’ho cercato, non l’ho trovato,

dunque torno indietro; sono in perfetta regola. Ma dove diavolo saranno

questi Calabresi! Vorrei chiederne conto; ma qui non c’è anima viva...

Il meglio che mi rimane a fare è di scendere e raggiungere i miei

compagni. Prima però voglio tirare una schioppettata in aria... Chi sa

che non mi si risponda...» Così dicendo pigliò la sua carabina (nella

sua qualità di esploratore se l’aveva presa con sè) e fece fuoco.

Nessuno rispose, tranne l’eco che, lontano lontano, mandò un brontolio

che si spense tosto.

Allora Roberto, ricaricata la carabina, se la pose ad armacollo e

cominciò la discesa, ora lentamente, ora a balzelloni, secondo lo

richiedeva il sentiero, che qui era rapido e sdrucciolevole, là sassoso

e smarrentesi pel bosco in oziosi serpeggiamenti.

Camminava già da mezz’ora, arrestandosi tratto tratto ad origliare,

quando ad uno svolto, vide, lontano un centinajo di passi, un Calabrese

armato di tutto punto, e che, appoggiato col dorso ad un albero, pareva

vi facesse sentinella.

— Che bell’uomo! disse fra sè Roberto; che bizzarro costume!... ma che

faccia scura!..

Il Calabrese era infatti di bellissime forme, e aveva l’occhio, la

barba, i capelli nerissimi. Portava un cappello acuminato, fregiato

di fettucce di velluto; aveva le brache corte fino al ginocchio, e

le gambe nude dal ginocchio in giù; invece di scarpe, calzava una

semplice suola di cuoio stretta al collo del piede da alcune funicelle

incrocicchiate. Appoggiava una mano sulla canna di un lungo moschetto,

e l’altra teneva alla fascia che gli cingeva i fianchi, e dalla quale

pendevano un lungo coltello ed una pistola a pietra.

All’apparir del garibaldino, il Calabrese non si mosse; solo lo guardò

fisso. Roberto, che lo fissava del pari, quando gli fu presso, fermossi

esclamando.

— Viva l’Italia!

Il Calabrese alzò un dito (il che vuol dire: viva l’Italia una), indi

postasi la mano alla bocca, la ritirò subito dopo salutando.

— Siete solo? gli chiese Roberto stringendogli la mano.

Il Calabrese rispose di no colla testa.

— Dove sono i vostri compagni?

L’altro accennò colla testa i monti.

— Chi è il vostro capo?

— Il barone Stocco, rispose finalmente il Calabrese.

— Avete veduto i garibaldini?

— Sono con noi da jer l’altro.

— Missori?

Il Calabrese accennò affermativamente.

— Voi siete di sentinella, è vero?

L’istessa risposta.

— Aspettate Garibaldi?

Il Calabrese si permise un leggier sorriso, che durò un minuto secondo.

— Bene, sappiate che io sono stato mandato avanti appunto da Garibaldi

in cerca di Missori e di voi altri bravi Calabresi... Adesso, non

avendo trovato nessuno, torno indietro....

— Verranno... presto, rispose il Calabrese accennando di bel nuovo ai

monti.

— Tanto meglio! Voi però dovreste andare a prevenire il vostro

comandante che Garibaldi sale il monte co’ suoi, e che si porta

al luogo del convegno fissato già con Missori fino da quando era a

Messina. Avete capito?

Il Calabrese si affrettò a rispondere che sì, e rinnovata la stretta di

mano, si pose il fucile in ispalla e sparve pel bosco.

— Che economia di fiato devono fare costoro in fin d’un anno! pensava

fra sè Roberto ripigliando il suo cammino. Però preferisco uno che

parla poco ad un chiacchierone... Intanto sono contento d’aver trovato

quel Calabrese... Quel tornare al generale senza sapergli dir proprio

nulla, mi sapeva male... Almeno adesso posso dargli la notizia che

Missori c’è, e questo è il più; poi che i Calabresi insorti ci sono

anch’essi.... Se gli altri somigliano a questo qui, devon essere la

gran bella gente!

Roberto un’ora dopo raggiungeva il generale che si mostrò contento

delle notizie recategli dal capitano. Garibaldi e i suoi continuarono

a salire, dirigendosi però verso Reggio. Giunto al luogo ove, come

dicemmo, doveva incontrarsi con Missori, fu sorpreso di non trovarlo;

dopo d’averlo aspettato una buona ora, prese la risoluzione di

seguitare il suo cammino. Quand’ecco arrivare alcune guide annunziando

l’arrivo di Missori a Garibaldi, che si fermò ad attenderlo. Arrivato

finalmente, concertò seco lui il piano di difesa e di attacco.

Fu convenuto che il generale Bixio, il più audace generale dell’armata

siciliana, attaccherebbe Reggio di fronte, intanto che Garibaldi,

girando il forte, prenderebbe i regj tra due fuochi.

Le colonne si misero in marcia, e protette dal silenzio della notte,

sorpresero le truppe regie, scaglionate alla rinfusa sulla gran strada

di Reggio. Erano tre e un quarto del mattino, quando l’avanguardia

di Bixio s’imbattè nelle vedette nemiche. Il fuoco cominciò subito, e

l’azione divenne tosto generale. I comandanti delle forze napoletane,

credendo di avere solamente a fare coi quattro battaglioni di Bixio,

concentrarono le loro truppe all’estremità aperta di Reggio, e

cominciarono un fuoco di battaglione così ben nudrito, che l’ala destra

del bravo generale genovese per un momento vacillò; ma Bixio volle

confermare quanto si disse di lui dopo le campagne di Lombardia, cioè

che gli ostacoli non fanno che aumentare la sua audacia, e renderlo

indomito. Egli, vedendo la sua destra minacciata, portò rapidamente due

battaglioni sul punto del pericolo, e in poco tempo ristabilì l’ordine

e riprese l’offensiva.

Dipoi Bixio, impaziente di indugio, alla testa della colonna, ordinò

la carica alla bajonetta. La mischia fu terribile; la rotta dei

nemici non si fece aspettare, e i Napoletani si ripiegarono in massa

sulla cittadella. Intanto Garibaldi e Missori erano arrivati a tiro

di fucile dal forte, e i loro cacciatori cominciarono ad imberciare

colle carabine inglesi le cannoniere della cittadella. Il loro tiro

era così preciso che molti regj furono uccisi sui cannoni, molti

altri dovettero ritirarsi. Garibaldi e Bixio intanto si avanzavano,

quando quest’ultimo, avendo sloggiato una compagnia di borbonici dalle

prigioni della città, trovò ventiquattro cavalli, dodici muli e due

pezzi d’artiglieria. Fu questa una preziosa conquista, perchè Garibaldi

non aveva cannoni con sè.

Con questi due cannoni ebbe principio l’attacco del forte. Le colonne

di Bixio si avanzavano sempre, e quelle di Garibaldi minacciavano

già la scalata. Erano circa le nove antimeridiane, quando il forte

cessò il fuoco; le truppe reali, scoraggiate, poco dopo si arresero

al vincitore. Quel combattimento costò poche perdite all’esercito dei

volontarj e alle truppe borboniche.

Frattanto il generale Cosenz, dopo il suo sbarco in Calabria, si

avanzava pure verso Reggio, prendeva il forte di Scilla, occupava altri

punti importanti, ed attuava il congiungimento delle sue truppe con

quelle di Bixio e di Garibaldi, mentre i borbonici, o ritiravansi, o

cadevano prigionieri, o passavano al nemico. In questa guisa l’estrema

Calabria cadeva in mano dei nostri, e Garibaldi si apriva la strada a

nuove vittorie ed a nuovi trionfi.

Circa dodicimila erano i soldati regj, concentrati in quell’ultima

parte della penisola, e che dovevano impedire lo sbarco dei volontarj,

o sterminarli appena sbarcati. Non v’ha dubbio che, avuto riguardo

ai mezzi che stavano nelle mani dei borbonici, doveva riuscire

facile il distruggere i garibaldini, che sbarcavano pochi per volta

e che mancavano di artiglieria e di cavalli. Ma la truppa regia

era demoralizzata, ed i comandanti non avevano nè forza d’animo, nè

coraggio; oltreciò, dopo i fatti di Sicilia, il nome di Garibaldi e del

suo esercito, erano divenuti più formidabili, e la pubblica opinione

accennava già alla inevitabile rovina del trono di Francesco II. Tutte

questo ragioni contribuivano a scemare il coraggio dei soldati regj,

i quali si battevano mal volentieri, ed anzichè procacciarsi gloria,

cercavano di salvare la vita. Si aggiunga che per tutte le Calabrie

temevasi l’imminente irrompere della rivoluzione, già in alcuni punti

scoppiata, e per la quale le truppe borboniche venivano a trovarsi

serrate tra i volontarj di Garibaldi, e gli insorti. La situazione dei

borbonici era per questo infelicissima, perciocchè, oltre agli esterni

nemici, avevano a temere gli interni[54].

Gli animi dei Calabresi erano già concitati, la propaganda

rivoluzionaria aveva prodotto i suoi effetti, talchè, non appena si

seppe lo sbarco di Garibaldi e la presa di Reggio, tutto fu finito,

e la rivoluzione levò la testa minacciosa e terribile. Le città

principali della Calabria spezzarono gli stemmi borbonici, radunarono

comitati, inaugurarono governi prodittatoriali, armarono nuovi

volontarj, inviandoli ad ingrossare le file del generale, e a rompere

le comunicazioni dello sperperato esercito di _Bombicella_. Però tutto

questo accadeva col maggiore ordine possibile, e i comitati e i governi

provisorj prendevano a governare la cosa pubblica ed a reggere il

proprio paese in nome di Vittorio Emanuele II, dell’Italia una, e del

glorioso dittatore delle Due Sicilie.

Intanto la caduta di Reggio e la disfatta toccata alle truppe

borboniche, posero Garibaldi nella felice condizione di continuare

le sue marcie e di estendere la rivoluzione delle Calabrie. Con soli

800 uomini egli, privo d’artiglieria, ne aveva fatto capitolare quasi

2,000, e due ben munite fortezze. I generali napoletani Gallotti e

Briganti, che comandavano nell’estrema Calabria, si trovarono nelle

mani del vincitore, il quale, non lasciando pace al nemico, e partito

alla volta di Accerello, guadagnò i monti che sovrastano ai forti

di Pizzo, di Alta Fiumara e di Scilla; fece la sua congiunzione con

Cosenz, arrivato il giorno prima a Salino, dove il bravo colonnello

De Flotte, chiaro per la difesa da lui fatta nel giugno 1848, delle

barricate nei sobborghi insorti contro l’assemblea costituente di

Francia, perdeva la vita pel tradimento di un soldato napoletano.

Garibaldi, appena operata la sua congiunzione col corpo di Cosenz,

determinò lasciare gli accampamenti di Mittinetti e scendere verso

Alta Fiumara, per circondare i forti e prendere in pari tempo una

posizione contro la brigata del generale Melendez, che da Scilla moveva

ad incontrarlo. Melendez aprì il fuoco contro la colonna dei nostri

che scendeva dal monte, ma non gli fu dato arrestarla. Il movimento

strategico di Garibaldi era pienamente riuscito[55]; Melendez aveva

perdute le sue comunicazioni coi forti; sicchè dovette capitolare; in

tal modo Alta Fiumara, Torre Cavallo e Scilla caddero in potere di

Garibaldi. Le guarnigioni di queste fortezze furono imbarcate senza

armi, e spedite a Napoli; una parte disertò, un’altra parte si sparse

per la campagna.

Il 30 agosto Garibaldi trovavasi a Mileto.

«Mileto (è ancora il Du Camp che scrive) mi parve bruttissima; ridotta

a nuovo coi vecchi materiali, è composta di tre strade parallele, e

larghe come una piazza. Quando noi v’arrivammo, vi si faceva tanto

chiasso, e v’era tanto movimento, da farci girare il capo; Garibaldi

vi aveva il suo quartier generale. Una tenda improvisata sotto un

albero in un campo, era la sua abitazione; egli stava seduto in

terra e teneva presso lui alcune carte spiegate; due preti, ritti in

piedi, lo contemplavano con una specie di curiosità feroce, mentre

egli ascoltava una deputazione degli abitanti di Monteleone, che lo

pregavano d’accorrere al più presto, onde impedire alla guarnigione

napoletana di commettere eccessi. I regj del resto s’apprestavano, a

quanto dicevasi, alla ritirata anzichè a darci battaglia sui piani di

Monteleone, come credevamo in sulle prime. Essi si ritiravano sotto

gli ordini del generale Ghio, allo scopo di disputarci il passaggio

a Cosenza. Si temeva però che prima di ritirarsi da Monteleone non la

saccheggiassero.

— Ci vado subito, rispose Garibaldi a que’ di Monteleone, e saltò in

carrozza. Tutti lo seguimmo, chi a piedi, chi a cavallo. Il generale

Türr raggiunse tosto il dittatore.

«A Reggio, pescatori del pesce spada; a Catanzaro, i tessuti di seta; a

Mileto, briganti e preti». È un proverbio antico nelle Calabrie. Mileto

è città nuova; il terremoto del 1783 l’ha interamente inghiottita;

il suolo in allora si schiuse e poscia si rinchiuse, inghiottendo la

città, per cui non si è ancor finito di ricostruirla; alcune capanne e

tugurj, un vasto seminario, il palazzo del vescovo ed una porzione di

chiesa...; ecco Mileto.

Una volta era la città prediletta e favorita dei principi normanni; ora

è una miserabile borgata, d’aspetto sinistro, e che conta appena due

mila anime. Dei suoi passati splendori non le rimane che un vescovato;

ma il vescovo se l’era data a gambe al nostro avvicinarsi. Dei preti

la percorrevano timidi e curiosi; ci rimiravano fissi fissi, quando

credevano di non essere veduti, e meravigliavano di non vederci le

corna alla fronte, come il diavolo, e ai piedi le unghie biforcate.

Allorachè ci passavano vicino, ci salutavano con quell’aria umile e

dimessa, che indica la paura pronta ad ogni concessione; non vi ha

franchezza in quegli sguardi, non nel gesto, non nella voce.

Era il 27 agosto; due giorni prima in questa uggiosa città di

Mileto, si compiva una terribile tragedia. Il XV reggimento di linea

napoletano, venendo da Villa San Giovanni, accampava sulla piazza, e

nelle vie; quelle soldatesche indisciplinate mormoravano, vedendo con

terrore d’essere costrette a faticose tappe, di cui l’ultima doveva

essere Napoli, e rifuggendo dal mestiere del soldato, domandavano

d’essere rimandati liberi, con congedo illimitato. Gli uffiziali

scoraggiati non rispondevano, costretti d’obbidire ad ordini superiori.

Il generale Briganti giunse frattanto a cavallo, seguito da un solo

domestico. I soldati riconoscendolo, gridarono: A morte, a morte!

Briganti passò oltre, senza arrestarsi a tali clamori. Aveva egli

oltrepassato il villaggio, e trovavasi sulla strada di Monteleone,

quando gli venne in mente di tornare indietro. Chi lo riconduceva sui

suoi passi? Il fermo proposito di tener fronte al pericolo, e calmare

una sedizione militare, che poteva, scoppiando, trascinar seco il sacco

della città, o piuttosto quell’invisibile mano che spinge gli uomini

verso il destino che devono compiere? Nol so; ma egli ritornò; allora

sorsero nuove grida e minacce più violenti. Il generale si ferma e vuol

parlare; due fucilate gli atterrano il cavallo.

Il domestico, spaventato, si dà alla fuga. Il generale si alza, e move

verso gli ammutinati, con coraggio e serenità d’animo. Parla della

sua età, ricorda le cure paterne che ebbe sempre per loro; invoca

la disciplina, senza cui i soldati non sono che banditi armati. I

rivoltosi esitavano, ed erano per cedere, quando un sotto-uffiziale,

avvicinandosi al generale, esclama:

— Le mie scarpe sono rotte, ed io devo marciare a piedi nudi; tu

hai degli stivali eccellenti — e gli tira un colpo di fucile. Più

di cinquanta palle allora colpirono lo sfortunato Briganti. Il

sotto-uffiziale gli levò gli stivali, e tutta la truppa, briaca di

sangue, si gettò a colpi di bajonetta sul generale che venne fatto

a brani. A gran pena si potè strappare dalle mani di quei selvaggi

il corpo mutilato, per nasconderlo nella chiesa. Sfondarono allora

quattro o cinque botteghe, ove si vendevano sigari, caffè e vino, e

le saccheggiarono completamente. Ritornarono quindi alla chiesa, ne

atterrarono la porta, e tirando pei piedi il cadavere, gli fecero

oltraggi senza nome, strappandogli i capegli e la barba, ficcandogli

negli occhi delle capsule, alle quali davan fuoco, ed altre atrocità di

questo genere. Quando furono sazj, si raccolsero di nuovo sulla piazza,

e deposte le armi, si sbandarono, dirigendosi ognuno al suo paese.

Interrogammo alcuni di quegli sciagurati, del perchè avessero così

massacrato il loro generale.

— Perchè era un borbonico, dissero gli uni.

— Perchè era un liberale, dissero gli altri.

Un solo disse il vero: — Noi l’abbiamo ucciso perchè era il nostro

generale.»

Intanto Garibaldi progrediva. I Borbonici appena lo seppero a

Monteleone si sbandarono; parte, gettate le armi, s’incamminò a casa,

parte passò tra le file degli insorti. Sora, Mobile, Avellino, Bari,

Lecce, sollevavansi al grido di viva Garibaldi.

Il generale avanzava sempre, seguito dai suoi e dai bravi Calabresi,

finchè, poco dopo, potè scrivere al prodittatore Mattini, che «coi

Calabresi aveva fatto abbassare le armi a diecimila soldati, e che si

era impadronito di altrettanti fucili, di dodici cannoni e di trecento

cavalli».

Il 7 settembre, Garibaldi avvisò il comitato napoletano, che in quello

stesso giorno egli sarebbe entrato nella capitale delle Due Sicilie.

Tutta Napoli, sparsasi la voce dell’imminente arrivo del dittatore,

era in moto fin dal mattino; in tutte le strade, e segnatamente in

quella principale di Toledo, sventolavano bandiere tricolori; la

guardia nazionale tutta era sotto le armi, un numero straordinario di

carrozze erano state dalle più distinte famiglie napoletane inviate

alla stazione; un immenso popolo stava accalcato ad attendere il gran

capitano.

Alle 11 e mezza, il dittatore giungeva con un convoglio speciale. È

indescrivibile l’entusiasmo del popolo, e le grida, che furono mille

volte universalmente ripetuti di «viva Garibaldi dittatore! viva

l’Italia! viva Vittorio Emanuele!» Tutta quella folla plaudente,

frenetica, accresciuta ad ogni passo, frammezzata da migliaja di

carrozze, in parte seguiva ed in parte precedeva quella del generale

lungo la strada del Pigliero, ove da tutti i balconi, gremiti di

signore, si gittavano fiori e si scambiavano grida di entusiasmo.

Ad un’ora dopo mezzo giorno, Garibaldi giungeva al palazzo della

Foresteria, ove fu ricevuto dai maggiori della guardia nazionale e da

altri distinti personaggi.

Frattanto, dall’immenso largo di S. Francesco di Paola, stipato

tutto intorno da gente accorsa dagli angoli più remoti della città,

prorompevano tali fragorose voci, che Garibaldi più volte dovette

affacciarsi al balcone a salutare, e a parlare al popolo. Fra le altre

cose disse: «Bene a ragione avete dritto di esultare in questo giorno

in cui cessa la tirannide che vi ha aggravati, e comincia un’era di

libertà. E voi ne siete degni, voi figli della più splendida gemma

d’Italia! Io vi ringrazio di questa accoglienza, non solo per me, ma in

nome dell’Italia che voi costituite nell’unità sua mediante il vostro

concorso; di che non solo l’Italia, ma tutta l’Europa vi debb’essere

grata.»

Intanto _Bombicella_ nicchiava a Capua, e livido per la paura,

raccomandavasi alla sant’anima di suo padre e a San Gennaro.

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 28 / 39 题