CAPITOLO IX.

Calatafimi.

Terran Pugliesi; Calabri e Lucani

De’ gesti di costui lunga memoria

. . . . . . . . . . . .

E nome tra gl’invitti capitani

S’acquisterà con più d’una vittoria

. . . . . . . . . . . .

ARIOSTO — _Orlando furioso_, Canto III.

Intanto tutt’Italia aspettava ansiosamente l’esito dell’ardita

spedizione. Sapevasi che Garibaldi era salpato da Genova, ma circa

il cammino che egli avrebbe percorso, correvano le voci più strane e

contraddittorie. A Milano, era un fermarsi per le vie ad ogni tratto

per chiedersi l’un l’altro novelle di Garibaldi e de’ suoi mille; il

popolo non parlava d’altro.

Finalmente giunse un telegramma che annunziava lo sbarco de’

garibaldini a Marsala, l’arenamento di uno dei due vapori, e qualche

altra notizia accessoria, incerta. Queste poche novelle convenivano

però tutte in questo, che i nostri erano sbarcati felicemente, senza

che vi fosse a deplorare una sol vittima.

Figuratevi quale doveva essere il chiacchierio nelle _scuole_

delle modiste, le quali se, generalmente parlando, simpatizzano

per l’uniforme militare in genere, andavano pazze per quelle de’

garibaldini, che non avevano viste mai (quelle rosse), e forse appunto

per questo. Naturalmente quelle fra di esse crestaje che avevano un

fratello, un parente, o un amico tra i volontarj di Garibaldi, in quei

dì trionfavano invidiate dalle compagne, che non ne avevano; e queste

ultime si vendicavano coi loro fratelli, o cogli amorosi, pungendoli

perchè erano rimasti qui a _passeggiar Milano_, ed eccitandoli, col

canzonarli, ad affrettarsi a partire almeno con Medici.

Dalia in quei giorni, nella scuola, era cresciuta in considerazione.

Le di lei compagne, le quali (a malgrado del macchiavellismo femminile

messo in opera da Dalia onde tener celato a tutti l’amor suo e chi ne

era l’oggetto) subodorato l’arcano della giovinetta, non le avevano

risparmiato i sarcasmi e le trafitture, avevano mutato vezzo, e

sopportavano in buona pace le frequenti punture che Dalia alla sua

volta rimandava loro, vendicandosi così dei dispetti divorati tante

volte in silenzio.

Ma il dì 19 maggio, un sabato, Dalia crebbe a dismisura nell’opinione

delle sue compagne. Mentre se ne stavano al solito chiacchierando in

giro alla tavola da lavoro, ecco entrare il portalettere, il quale

chiese alla maestra se certa Dalia *** era nel di lei negozio.

— Eccola lì, rispose questa levando gli occhi dallo scartafaccio dei

conti, e indicando la ragazza colla penna.

Il portalettere porse sorridendo una letterona alla fanciulla, che

la prese arrossendo. Tutti gli occhi delle astanti si appuntarono su

quella carta.

— Com’è grossa! sclamò una di esse.

— Da dove viene? domandò Dalia al portalettere.

— Viene da... Aspetti...» e ripigliata la lettera dalle mani della

giovinetta, esaminò il timbro postale sulla sopracarta, e compitando

lettera per lettera, rispose: Calata... Calatasi... Diavolo d’un

nome!... par turco! Poi per cavarsi d’impaccio senza dir bugie,

visto un altro timbro soggiunse. Viene da Genova. Indi temendo gli

rivolgessero altre domande indiscrete, per tagliar corto chiese

l’importo della lettera; importo che parve enorme (infatti era doppio,

perchè doppio era il volume della lettera), a Dalia in ispecie, la

quale sarebbe stata imbarazzata a soddisfarlo, se la maestra non

fosse venuta in di lei soccorso, sborsando del suo quel che mancava a

raggiungere la cifra della tassa postale.

Tale generosità da parte della maestra non sembrerà soverchia,

quando si consideri che quello era un giorno di paga, e che quindi

l’anticipazione, non era che di qualche ora; in secondo luogo anche

la maestra era donna, e forse meno forte delle sue scolare contro gli

assalti della curiosità.

Dalia, aprendo la lettera, assunse (benchè il di lei viso imporporasse

sempre più) una cert’aria d’importanza. Certo, avrebbe voluto riporre

la lettera, per poi leggerla nel silenzio della solinga sua cameretta,

lontano dalle compagne, le quali parevano suggere cogli occhi le

notizie contenute in quei fogli.

Dalia, benchè affettasse disinvoltura, in realtà era impacciata, e non

senza ragione. Non le conveniva cedere al desiderio manifestatole in

coro dalle sue compagne, di legger forte quella lettera, in primo luogo

perchè non sapeva leggere correntemente, sicchè avrebbe dovuto fermarsi

quasi ad ogni parola, ciò che ferendole l’amor proprio, le avrebbe

nociuto nella considerazione, e amareggiate le dolcezze dell’orgoglio

soddisfatto pienamente in quel dì, (tanto più che il darne la colpa

alla scrittura ingarbugliata dello scrivente, era pretesto magro

e insufficente). Oltrecciò temeva di ripetere inavvertitamente

qualcheduna delle tante espressioni amorose (una sola avrebbe bastato

per far ridere le maliziose compagne), colle quali Roberto soleva

ingemmare con disordinata profusione il suo carteggio.

Quest’ultimo riflesso era stato sì potente sull’animo di Dalia, da

farle respingere risolutamente tutti gli assalti che le davano le

compagne, che offrivansi a far da lettrici, tanto da carpirgliela

quella benedetta lettera... Ma a tutte quelle insidiatrici proposte,

Dalia aveva resistito gagliardamente, rispondendo, che se non era

franca nel leggere, non era però inferiore a nessuna di esse. Risposta

che non risparmiò nemmeno alla maestra, la quale con istudiata

bonarietà, si era offerta anch’essa a risparmiarle quella fatica.

La maestra, com’è naturale, offesa nell’amor proprio, e tanto più

offesa perchè Dalia aveva colto nel segno, ripicchiò, sostenuta

dalle allieve, le quali irritate dalla supremazia della compagna,

l’assalirono, scoccandole contro un nuvolo di frecce avvelenate,

alcune delle quali punsero Dalia sì al vivo, da farla prorompere per la

stizza, e per la vergogna in uno scoppio di pianto, a cui fecero eco le

risate delle astanti.

In questo entrò in bottega una vecchia signora, al cui aspetto tutte

le bocche si chiusero. Era costei la contessa Emilia ***; abitava il

primo piano di quella stessa casa, ove era amata e riverita da tutti

i casigliani, e perchè ricca, e anche perchè d’un’ottima pasta. La

maestra poi nutriva per lei una più sviscerata deferenza, chè la

contessa Emilia, modello delle avventore, pagava senza dilazione e

senza lesinare, com’è vezzo delle dame in generale.

La contessa, vedova già da un pezzo, con un nipote che aveva preso il

posto di un unico figlio morto di coléra nel cinquantasei. Era solita

passare la miglior parte dell’anno in una villa che unitamente ad

un podere, possedeva nel piano d’Erba, riparando a Milano l’inverno.

Ma in quell’anno aveva prolungata oltre il solito la sua dimora alla

capitale, trattenutavi dal suo avvocato, il quale le aveva dichiarato

essere la di lei presenza indispensabile per condurre a fine certi

litigi, che di causa in causa, duravano già da quasi mezzo secolo.

Appunto in quel giorno l’avvocato le aveva concessa licenza (così le

aveva detto sorridendo) di andarsene in campagna. Del che lietissima

la contessa, prima di salire al suo appartamento onde disporre il

tutto per la partenza, aveva voluto entrare dalla modista per lasciarle

certe commissioni di non so quali cuffie che le si dovevano a suo tempo

spedire alla campagna.

La maestra al comparire della contessa, si era tosto levata offrendole

una sedia; le _madamine_ avevano tutte simultaneamente chinate le

teste, come spiche al buffo del vento.

La contessa Emilia, che prima di lasciar Milano voleva approvigionarsi

di notizie, date che ebbe le commissioni per le cuffie, e fissato colla

maestra il modo più sicuro di inviargliele sane e salve, chiese che ci

fosse di nuovo:

— Nulla, signora contessa, almeno ch’io sappia... le rispose con tutta

dolcezza la maestra.

— E di Garibaldi?

È a notarsi che l’eccellente dama, per un fenomeno che di dì in dì si

fa men raro, voleva tutto il suo bene a quel grand’uomo del generale.

— Ma!... esclamò la maestra fissando Dalia, la quale in pari tempo

raccolse, senza alzar la testa dal lavoro, tutte le occhiate obblique

delle compagne.

— A quest’ora, ripigliò la contessa immergendo le dita in una piccola

tabacchiera d’argento, qualche cosa di nuovo in Milano si dovrebbe

sapere. Si sa che sono sbarcati a Marsala; si sa che è partito....

per... Non mi ricordo più il nome di questo paese...

— Quella tosa là dovrebbe saperlo..., disse la maestra indicando Dalia.

La contessa Emilia si volse verso la giovinetta, sorridendole

graziosamente al suo solito.

— Fammi il piacere, Dalia, proseguì la maestra con affettata dolcezza,

dì quello che sai, qui alla signora contessa...

Vi lascio immaginare la confusione della povera ragazza, la quale se

resisteva energicamente quando la trattavano colle brusche, ammolliva e

cedeva subito presa colle buone. Cavatasi dal seno la lettera (che non

aveva ancor letta per puntiglio, benchè si struggesse di farlo) si alzò

e si avvicinò alla contessa.

— Che cara creatura!... come è bellina!... sclamò questa, contemplando

la giovinetta e fermando gli occhi su quelle magnifiche trecce.

Guardate, guardate che stupenda capigliatura! Quel peso lì alla testa

ti deve dar fastidio, eh! la mia tosa?

Dalia, sorridendo, accennò col capo di no.

La maestra guardò svogliatamente in istrada, battendo rapidamente

pel dispetto il piede sullo sgabellino. Le altre ragazze si sarebbero

volontieri scagliate sulla povera Dalia, e le avrebbero strappati tutti

i capelli, tanto invelenivano.

— Sentiamo un po’ queste novità, la mia bella... Come ti chiami?

— Dalia.

— Dalia?... che nome curioso! E, dì un po’, chi è che te le manda

queste novità?

Dalia abbassò il capo, e si fece di fuoco; avrebbe voluto scappare,

ma le gambe le tremavano, senza aver forza di moversi. La maestra

sorrise affettatamente mordendosi le labbra; le allieve finsero fare

sforzi inauditi per trattenere le risa, ma a queste surrogarono certi

sibili, certi frusci, simili a quelli che fa la birra quando gorgoglia

e fischia intorno al turacciolo, tanto che la contessa Emilia, non potè

a meno di capire il latino, come si suol dire, e, ignara della scena di

prima, di sorridere anche lei, fiutando una presa di tabacco.

Dalia impallidì, girò un sguardo sì minaccioso sulla maestra e

sulle compagne, che queste non seppero sostenerlo, e, fattesi

serie, abbassarono gli occhi. La giovinetta, incontrata la dolce e

compassionevole guardatura della contessa, sentissi scorrere nelle vene

una tenerezza, confortatrice; all’ira tenne dietro un bisogno di sfogo,

che anche questa volta si disciolse in uno scoppio di pianto.

— Oh! oh! che c’è?... che c’è?... Cosa ti è successo la mia tosa? le

chiese la contessa intenerita.

— Solite smorfie... Non le badi... non le badi... disse sprezzantemente

la maestra. Anzi... senti, la mia cara Dalia (e disse quel mia cara

coi denti serrati), per evitare che queste scene abbiano a succedere

un’altra volta è meglio che... che tu rimanga a casa tua. Qui si viene

per lavorare, non per piangere...

Dalia, soffogata dall’umiliazione e dall’angoscia nulla rispose; ma

levatasi, d’un balzo afferrò il suo sciallo e se lo gettò sulle spalle;

indi, preso il cappellino, se lo acconciò alla bell’e meglio sulla

testa, annodando con fretta convulsa i nastri sotto il mento. Ciò

fatto, senza dire una sola parola, mosse difilata verso l’uscio... Ma

la contessa Emilia, andatale incontro, la fermò, ponendole una mano

sulla spalla:

— Fermati, la mia ragazza!... le disse con voce carezzevole, fermati...

Non istà bene pigliar le cose con tanto fuoco... Non è vero, proseguì

rivolgendosi alla maestra, che lei acconsente a tenerla qui ancora?..

— Veramente..., rispose la maestra facendo la preziosa, mentre in

cuor suo, sbollita già la stizza, pentivasi d’aver licenziata Dalia,

la più abile tra le madamine del suo negozio. Veramente... con

quel carattere così superbo... Quando si è poveri come Giobbe, la

superbia bisognerebbe lasciarla dietro l’uscio... Però... però... per

riguardo a lei, signora contessa, che da tanti anni mi onora delle sue

commissioni... Basta non se ne parli più... Dalia, torna pure al tuo

posto.

Ma Dalia restava immobile, cogli occhi bassi e il labbro fremente. Un

lampo iracondo balenò negli occhi della maestra... Uh! se non c’era lì

la contessa!... Ma questa, presa amorevolmente per un braccio la fiera

fanciulla, pian piano la ricondusse al suo posto, dicendole con un

garbo tutto materno:

— Andiamo, andiamo!... Si è già detto che quel che è stato è stato,

dunque... Una bella ragazza come tu sei, deve mostrarsi docile

bonina...

— Vieni qui, vieni qui, Dalia! le susurrarono in coro facendole posto

le compagne, le quali, per uno di quei rapidi mutamenti tanto frequenti

ne’ cervelli femminili, le avevano ridonata d’un tratto la loro

simpatia.

Dalia, commossa, cedette, e levatosi lo scialle e il cappellino,

sedette al suo posto, e riprese il lavoro.

— Così va bene! disse la contessa, soddisfattissima d’aver dispersa la

bufera di cui essa, benchè involontariamente, era stata l’origine. Così

va bene! brava tosa! Però, ripigliò sorridendo e accarezzando le bionde

trecce della fanciulla, ti avverto che non ho rinunciato al desiderio

di aver quelle tali notizie... Anzi, se lei lo permette (e si rivolse

alla maestra) condurrò di sopra con me questa ragazza; così le darò

quei tali fiori che le ho detto per le cuffie, e nello stesso tempo

saprò quello che mi preme...

La contessa (avendo la maestra annuito con un inchino) pigliò Dalia per

mano e seco lei salì al suo appartamento. Giunti nel gabinetto, disse

alla fanciulla:

— Aspettami qui un istante, e torno subito... Vado a spogliarmi... Vuoi

far colezione con me?

— Grazie, signora contessa, ma non ho fame.

— Bene, bene.... fa come vuoi... Un minuto e sono da te.

Infatti poco tempo dopo la contessa, in abito casalingo, entrava nel

gabinetto, e sedeva presso la fanciulla:

— Ah! ora che siamo qui sole, spero che vorrai leggermela quella

benedetta lettera!... Chi l’ha scritta?...

Dalia sorrise arrossendo.

— Ho capito, ho capito! Ebbene che c’è di male?... La è d’un

garibaldino tuo amoroso?

La fanciulla, incoraggiata dal fare disinvolto della contessa, accennò

col capo di sì.

— È il tuo promesso sposo dunque?... Di che professione è questo tuo

giovine?

— È pittore.

— Pittore?... Ah! è di buona condizione dunque! tanto meglio, tanto

meglio!... E, dì, i tuoi genitori vedono di buon occhio...

— I miei genitori sono morti.

— Avrai qualcuno che ne farà le veci...

— No, signora contessa, rispose sospirando la giovinetta, sono sola

soletta al mondo.

— Oh poverina! sclamò la contessa pigliandola affettuosamente per mano.

Sì giovane, sì bellina... e sola!

— Sola.

— E questo giovane... Come si chiama?

— Roberto.

— E questo tuo Roberto...

— È solo anche lui come me.

La contessa Emilia contemplò un istante la fanciulla, poi, quasi

rispondesse a sè stessa, soggiunse:

— Ecco due poveri orfani... abbandonati da tutti... si incontrano... e

si vogliono bene... Uno s’appoggia all’altro... Vi volete proprio bene

davvero, eh?

— Oh! tanto... tanto!

— E siete poveri ambedue?

— Poverissimi. La s’immagini, signora contessa; io guadagno trenta

soldi il giorno...

— E lui?

— Lui, poveretto, lavorava quando poteva....

— E ti ha lasciata qui sola?...

— Doveva far così... L’ha chiamato Garibaldi sicchè...» e non compì la

frase che, anche piantata lì a mezzo, voleva dire: Quando è Garibaldi

che chiama, non c’è ragione che tenga.

— E tuo padre chi era?

— Non lo so. M’ha allevata da piccina uno zio, che, poveretto è morto

poco tempo fa nelle mie braccia... e in quelle di Roberto. Era un

vecchio soldato di Napoleone I... Ha fatte tutte le campagne, era

mutilato...

— Aveva qualche grado?

— Sicuro, rispose Dalia con un certo orgoglio, era capitano.

— Allora gli avranno data la pensione...

— Non ha voluto niente dai Tedeschi, il bravo uomo...

— Come si chiamava questo tuo zio?

— Il capitano Bernardo ***.

Questa volta toccò alla contessa di farsi rossa. Però, per nascondere

quell’indiscreta vampa che la richiamava ai beati tempi della sua

giovinezza, piegò il capo dalla parte opposta, col pretesto di

saturarsi il naso con una grossa presa di tabacco.

Poi ricompostasi immediatamente (a settant’anni è l’affare d’un

momento), ripigliò:

— Il capitano Bernardo ***! Ma io devo averlo conosciuto questo tuo

zio... Dì un po’, Dalia, era capitano dei Veliti, mi pare?

— Proprio dei Veliti...

— È lui, è lui senz’altro! seguitava la contessa fingendo di

raccapezzarsi a poco a poco, mentre invece, al solo udire il nome

del capitano, le era paruto vederselo dinanzi (come un certo dì,

in una certa occasione), ginocchioni a suoi piedi, giovane robusto,

innamorato, e nella sua splendida assisa.

— Raccontami, raccontami la sua storia. Tuo zio ve’! era... amico

strettissimo di quella buon’anima di mio marito...

— Oh! guarda mo’ che combinazione! sclamò Dalia, e, eccitata dalla

contessa, si fece a narrarle quanto sapeva della vita del capitano

Bernardo.

La contessa Emilia (il lettore se ne sarà già accorto) era stata ai

suoi tempi una donnetta galante; nè sarebbe giustizia il movergliene

rimprovero chè, come dice Foscolo de’ letterati, anche le donne vanno

giudicate a seconda de’ tempi in cui vissero. E appunto i tempi nei

quali la contessa era in fiore, non erano gran che severi in fatto di

costumi. Tutto era disordine allora, tutto era stato scomposto dalla

rivoluzione, sicchè non è meraviglia se anche la morale ne andasse un

pochino sconquassata.

La contessa era stata in grido di leggiadría, e molti vagheggini

avevano farfalleggiato intorno al lume de’ suoi begli occhi, come

dicevano gli Arcadi d’allora. Ma ciò che l’aveva resa di moda, tanto

che per un mese in Milano non s’era parlato d’altro, fu una certa

sua avventura, che noi pure racconteremo ai nostri lettori, anche per

seguire un precetto raccomandato agli scarabocchiatori non so se da

Longino, o da Alberto Lollio, di intercalare cioè, al racconto, quando

è lunghetto, qualche piacevole episodio.

Poche miglia fuor di Erba, a destra della strada che scende per risalir

tosto verso Longone, sorgeva (e sorge tuttora) la villeggiatura di un

ricco negoziante, il quale, rimasto vedovo, dato un calcio agli affari,

soleva passare in campagna i più bei mesi dell’anno in compagnia della

propria figlia.

Un giorno (un bel giorno d’ottobre) alcuni Milanesi villeggianti in

quei dintorni, passando a caso di là, videro su di un terrazzo attiguo

alla villa, e tutto ammantato di piante rampicanti, una leggiadra

giovane, la quale stava leggendo il giornale ad un rubizzo vecchietto

che sedevale al fianco.

— Che bella signorina! esclamò uno della comitiva.

— Graziosa davvero! soggiunse un altro.

— Che portamento disinvolto!

— Hai veduto che occhi lampeggianti?

— È un angelo! gridò il conte ***, giovane che godeva di molta

celebrità nel bel mondo d’allora, per la pazza foga con cui correva

dietro alle galanti avventure. Chi è quel vecchio?

— Dev’esser suo marito... gli rispose un tale che piccavasi di conoscer

tutto. Anzi lo è di sicuro.

— Peccato! esclamò il conte sospirando; lei sì giovane, lui sì

vecchio!... Così dicendo fermavasi fissando gli sguardi verso il

terrazzo; poi raggiungeva i compagni, per fermarsi di bel nuovo,

finchè, voltando la strada, l’ebbe perduta di vista.

Da quel momento il conte non ebbe pace; il suo pensiero era sempre

là, fisso sul terrazzo. Lei sì giovane, lui sì vecchio! esclamava

coricandosi; lei sì giovane, lui sì vecchio! andava ripetendo appena

desto.

Passò, ripassò per quella strada, e non sempre invano, chè qualche

volta gli venne fatto di rivedere la graziosa giovane, la quale,

non ostante il sesto comandamento, finì co’ suoi begli occhi,

coll’innamorarlo perdutamente.

Al solito, la passione del conte, crebbe cogli ostacoli, fra i quali

primeggiava il marito, immancabile come l’ombra del corpo di sua

moglie, innamovibile come il dio Termine.

Il conte usò tutti gli artifizj che la passione può suggerire

per communicare col suo idolo o a voce, o in iscritto, ma sempre

invanamente. Quell’originale di negoziante emerito viveva isolato come

un selvaggio, senza fare nè ricever visite, tantochè nessuno sapeva

dar contezza de’ fatti suoi. Che era riuscito a sapere il giovane

innamorato? Che la giovane aveva nome Emilia; null’altro!

Il conte fu lì lì per impazzirne. Finalmente, volendo riuscire a

qualunque costo, risolse di ricorrere ad uno stratagemma, disperato, se

volete, pericoloso, ma decisivo.

Il dopopranzo di una bella giornata, il conte, sdrajatosi nel suo

calesse, ordinò al cocchiere di portarsi su d’una collina, dalla cui

cima scende la strada su cui, circa un miglio in giù, s’apre la casa

di Emilia. Giunti sul colle, il conte disse al cocchiere di fermarsi,

e alzatosi, fissò quella casa con un cannocchiale, spiando se mai

comparisse la giovane o sulla porta, o alla finestra, o sul terrazzo.

Non andò guari che Emilia e il suo inseparabile compagno comparvero sul

terrazzo.

— Animo! gridò il conte afferrando il cocchiere per un braccio; una

frustata ai cavalli e giù di corsa...

— Giù di corsa? chiese attonito il cocchiere.

— Giù di corsa, sì... giù di corsa! strillò il conte, battendo i piedi

in modo che parve volesse sfondare la carrozza.

Il cocchiere ubbidì, maledicendo in cuor suo le stramberie del padrone,

e i cavalli partirono di galoppo.

— Giù, giù frustate... gridava il conte.

— Ma, signore, ci romperemo il collo... I cavalli mi piglieran la

mano... Si va già sì forte che...

Ma il conte per tutta risposta, strappata di mano al cocchiere la

frusta, la menò gridando come un invasato per dritto e per traverso

sulla groppa dei cavalli, i quali spinti anche dal peso del legno,

precipitarono di carriera, nonostante gli sforzi sovrumani del

povero cocchiere il quale, pallido pel terrore, coi capelli ritti (il

berretto, volatogli via di testa, rotolava anche lui giù perla china),

puntando i piedi, tirava a più non posso le redini.

Quando la carrozza fu a pochi passi dalla porta della casa d’Emilia,

il conte allungato il braccio, afferrò la redine del cavallo destro,

tirandola con una strappata. Il cocchiere cacciò un urlo; il legno

urtò violentemente contro uno degli stipiti della porta; un cavallo

stramazzò per terra. Il conte balzato in aria, ricadde sul lastrico

sotto la porta; e il povero cocchiere, balzato anche lui dal lato

opposto, calò di piombo sul collo di una lavandaja che stavasene

ginocchioni sul ciglio d’una roggia che fiancheggia l’altro lato della

strada. Cocchiere e lavandaja precipitarono nell’aqua, framezzo ad uno

stormo di anitre che scapparono schiamazzando e sbattendo l’ali.

Il vecchio negoziante, Emilia ed i domestici (alcuni dei quali corsero

in soccorso del cocchiere e della lavandaja) furono tosto attorno al

conte, che, fingendo d’esser svenuto, non capiva in sè per la gioja di

aver ottenuto il suo intento. Era presso il suo idolo!

Trasportato in un salottino terreno, venne adagiato su di un sofà.

Intanto che il fattore andava pel medico, Emilia, sorreggendo la testa

del conte, gli poneva sotto le nari essenze odorose onde richiamarlo

a sè. Finalmente aprì gli occhi, incontrandoli con quelli di Emilia,

che li abbassò tosto arrossendo. Venuto il medico, che abitava a pochi

passi di lì, visitò il conte e palpatolo ben bene, scoprì che una

costola era rotta. A quell’annunzio il conte fu lì lì per gettare le

braccia al collo al dottore e soffogarlo di baci, tanto era felice!..

Ma questo slancio di affetto si mutò repentinamente in odio feroce,

quando il medico (a fin di bene) ebbe detto: Però il signore è

trasportabile....

— Così presto? sclamò Emilia. No, no; non facciamo imprudenze...

— Certo, certo, soggiungeva il vecchio.

— Aspettiamo almeno qualche ora... proseguiva Emilia.

Il conte la ringraziò con una lunga occhiata. Partiti che si furono il

medico ed il vecchio, Emilia sedette a fianco dell’innamorato giovine,

il quale dopo poche parole dette con labbro tremante e con voce

interrotta dalla passione, presale una mano e strettala tra le sue,

coll’accento della più viva tenerezza le disse:

— Emilia!... cara Emilia!... io ti amo perdutamente....

La giovane non ebbe forza di ritirar la mano; investita, attratta dal

fluido magnetico che emanava dagli occhi del giovane, posò il capo

sulla di lui fronte infocata...

— Caro signor conte, si calmi... Adesso non è il momento... Guarisca

e poi... e poi discorreremo.... Così entrò a dire il vecchio, che

accompagnato il dottore, era rientrato, non visto, nel salottino.

A queste parole il conte restò come di sasso. Emilia si tolse

lestamente di là.

— Il marito!... costui mi strozza al certo! disse fra sè il conte

vedendosi solo col vecchio, il quale sedutoglisi al fianco sulla

seggiola abbandonata da Emilia, proseguì con voce pacata.

— Da bravo, signor conte!... Ora procuri di guarire... dopo

vedremo...; se ella vuol proprio bene alla mia Emilietta, per me

fin d’ora non mi oppongo... non le dico di no...

Il conte stupefatto, puntando sulle gomita, voltossi verso il vecchio

guardandolo fisso:

— Certo, certo, proseguiva quest’ultimo sorridendo; io non sono lontano

dall’acconsentire... purchè le vogliate proprio bene...

— Scusate, signore, balbettava il conte, io non capisco... voglio dire

che non so come voi...

— Io ho già prese le dovute informazioni sul conto vostro, o signore.

Ma sì!... So che siete d’ottima famiglia, che siete benestante..., un

po’ scappato... ma sono certo che in seguito non vorrete bene che ad

Emilia, vero?

Il conte guardava in giro pel salottino per sapere se sognava o se era

desto.

— Credete voi forse, continuava il vecchio sempre sorridendo

affabilmente, ch’io non mi fossi accorto che voi corteggiavate Emilia?

Oh! lo sapeva, vedete, lo sapeva!..

— Lo sapevate?

— Certo.

— E....

— E aspettava da voi, come si usa tra gente onesta, una domanda in

regola.

— Una domanda?

— Che voi, signor conte, (e il vecchio minacciava giocosamente

coll’indice) avete creduto bene di fare direttamente alla figlia e non

al padre.

Il conte all’udire che Emilia era la figliuola, non la moglie del

vecchio, fu in procinto di gettarsi dal sofà e fuggir via a precipizio

nonostante la costola sfondata. Però, da quel giovane ben educato che

era, si trattenne, e compostosi il meglio che seppe, pregò il vecchio

di lasciarlo solo per brev’ora chè aveva bisogno di riposo.

Il conte, sbollito quel primo corruccio del suo amor proprio che

ricalcitrava trovandosi preso nel laccio teso da lui ad altri,

richiamatisi in mente i begli occhi di Emilia, fatto riflesso che

quella ragazza alla fin dei conti, oltre all’esser leggiadra, era

onesta, d’ottima famiglia, e ricca per giunta, riconobbe che quella sua

scappata poteva tornargli utile. Così pensando e ripensando, a poco a

poco si addomesticò all’idea di un matrimonio, commendevole per tutti

i rapporti. Sicchè alla fine, alzatosi a sedere sul sofà, esclamò:

Giacchè siamo in ballo, balliamo... Già non c’è altro mezzo per

cavarmela onorevolmente.

Tre mesi dopo Emilia sposava il conte.

La contessa ascoltò con vivo interesse il racconto che Dalia le fece

delle avventure del capitano Bernardo, interrompendola nei passi più

patetici con un sospiro, collo stringer le labbra, coll’esclamare:

pover’uomo! pover’uomo!

— Ma, proseguiva quella buona signora, quelli erano tempi curiosi

davvero! Quante vittime, quanto sangue... e perchè? per chi? Almeno

adesso, se si fanno sagrifizj di vite e di denaro, sono a vantaggio

del paese nostro... Se non li goderemo noi questi vantaggi (già

bisogna lasciar tempo al tempo), saranno pei nostri figliuoli... Oh! a

proposito... Spero che adesso non avrai più difficoltà, e che sapremo

finalmente le novità che ti scrive il tuo pittore...

— La si figuri, signora contessa! s’affrettò a rispondere Dalia, e

spiegazzata la lettera, cominciò a leggerla ad alta voce. Roberto,

chiesto novamente perdono alla sua amica d’esser partito a di lei

insaputa (non c’era più bisogno, chè era già bell’e perdonato),

le narrava per filo e per segno tutto quello che era successo,

incominciando dal suo imbarco a Quarto e via via fino all’approdo a

Marsala.

— Questo la sapevamo già, disse la contessa. Va un po’ innanzi, la mia

tosa... di su quello che avvenne di poi.

Dalia continuò a leggere:

«Il 12, noi garibaldini e circa un centinajo di _Picciotti_ (li

chiamano così i volontarj siciliani, perchè mo, non lo so) verso le

quattro pomeridiane, lasciammo Marsala e ci incamminammo alla volta

di un sito detto Salemi. A poche miglia di Salemi, il generale fece

sonar l’alto. Era tempo!... non potevamo quasi reggerci in piedi per la

fame... Figurati, Dalia! dalla sera innanzi non aveva mangiato...»

— Povero giovane! sclamò la giovinetta.

— Povero giovane! ripetè la contessa. Robusti come si è a quell’età,

figurarsi se l’hanno a sentire la fame!... E Roberto, m’immagino, sarà

di buona bocca eh?

Dalia sorrise annuendo.

— Proprio come mio nipote Ernesto!... proprio come lui!... Si sa! sono

giovani e... Ma va innanzi mia cara, va innanzi.

«Noi facemmo alto ai piedi d’una fattoria che sorge a sinistra della

strada; la si chiama Rebingallo, e m’hanno detto che è proprietà di un

certo barone Mistretta di Salemi. Un brav’uomo ve’! tanto è vero che,

saputo che Garibaldi sarebbe passato da quelle parti, ci aveva spedito

incontro un suo nipote, il quale disse al generale che la fattoria con

tutto quanto conteneva era a nostra disposizione. Infatti in men che

nol dico zio e nipote (Dio li benedica!)....»

— Oh sì proprio! sclamò la contessa sorridendo e salutando que’ due

signori siciliani come se proprio fossero lì dinanzi a lei.

«... ci regalarono montoni, pollame, formaggio, pane, latte, farina,

vino... e che vino, Dalia! che vino.... (La giovinetta rise). Questo

Rebingallo è uno dei luoghi più pittoreschi ch’io mi conosca; ne

ho fatto uno schizzo così alla buona, chè c’è giusto il tempo di

dipingere!... Mentre dunque stavamo facendo onore a quel ben di Dio

(il generale mangiò con noi al solito, e alla buona) eccoti arrivare

un dei nostri, posto a sentinella sulla sommità della collina, colla

notizia che un corpo di regj si avvicinava al nostro bivacco. In un

attimo fummo sotto le armi; ma poco dopo, gli esploratori mandati dal

generale, tornarono a riferirgli che non si trattava di nemici, ma

bensì di una banda di insorti siciliani comandati dai due fratelli

Sant’Anna. Figuratevi se li ricevemmo a braccia aperte! Che begli

uomini, Dalia! Bruni di carnagione (già qui il sole tinge come il

carbone, e chi sa come concerebbe la tua pelle delicata e bianca come

il fior della magnolia).»

— Matto! esclamò arrossendo la giovinetta, poi seguitò:

«... colle barbe nere, e gli occhi ancor più neri; alti di statura,

forti, snelli... insomma bella e ardita gente. A proposito! intanto che

mi ricordo, sappi che appunto in quel giorno abbiamo fatto acquisto

di un cappellano. Ecco come fu la cosa. Poco prima che arrivassero i

fratelli Sant’Anna coi volontarj siciliani, venne al nostro bivacco

un frate francescano. Devi sapere, tra parentesi, che qui i frati

non assomigliano affatto ai nostri, e sono, generalmente parlando,

liberalissimi. Questo francescano (che è un bel giovane ricciuto e

dallo sgardo vivace) chiese del generale, il quale stava appunto

facendo bere il suo cavallo ad una fontana. Il frate va dritto a

lui e gli si inginocchia dinanzi sclamando «Mio Dio! ti ringrazio

d’avermi fatto vivere in un tempo, in cui doveva nascere il Messia

della libertà. Da questo momento giuro morire, se bisogna, per voi,

generale, e per la Sicilia[20]» Allora Türr gli disse: Volete venire

con noi? — Eccomi! rispose il francescano levandosi — Venite; venite,

gli disse Garibaldi, voi sarete il nostro Ugo Bassi[21]; eccovi intanto

un proclama che ho apparecchiato pei preti buoni; leggetelo e ditemi

il parer vostro. — Il francescano, lettolo, esclamò: Per me, non ho

bisogno d’eccitamenti... Sono già vostro...; lo serberò per quei preti,

la cui fede nella santa causa, ha bisogno d’essere sostenuta[22].

Questo francescano ha nome padre Giovanni Pantaleo ed è del convento di

Santa Maria degli Angeli di Salemi, ove insegnava filosofia.»

— Che avessero a diventar buoni cittadini anche i frati e i preti!

sclamò Dalia.

— Eh! la mia ragazza... Io non spero tanto... Sono al mondo da un

pezzo e so per prova che... Basta! in questi giorni ne vediamo di così

strane!... Ma continua». Dalia obbedì:

«Intanto i fratelli Sant’Anna e gli altri capi che erano con loro[23]

diedero ragguagli al generale sullo stato in cui si trovava la

rivoluzione nell’isola, chè, a dirla schietta, noi non ne sapevamo

nulla. Per loro mezzo dunque si seppe che la rivoluzione in Sicilia

si riduceva a poca cosa, cioè ad alcune bande armate, sfuggite ai

combattimenti di Palermo, di Monreale e di Carini, le quali battevano

la campagna, senza però che si sapesse con precisione ove fossero. Si

seppe però che Rosolino Pilo e Corrao (due bravi ed intrepidi patrioti)

erano alla lor testa e che la Sicilia era disposta a sollevarsi appena

fosse giunto Garibaldi. Ora che sai com’erano le cose quando eravamo a

Salemi, proseguirò più speditamente la mia narrazione.»

— Ma davvero, sclamò la contessa Emilia, questo tuo Roberto è un

prodigio di precisione!

— Che vuol che le dica!... Resto anch’io meravigliata... Lui che era la

confusione personificata! È un miracolo, un vero miracolo!

«Prima però è necessario che tu sappia che tutti d’accordo hanno

convenuto in questo, che si doveva ubbidire ad un sol capo per schivare

disordini. Naturalmente Garibaldi fu gridato da tutti capo ed egli

assunse la dittatura in nome del re Vittorio Emanuele[24].»

Roberto nella sua lettera, dopo d’aver detto che la mattina del 15, il

generale, avuto avviso che le truppe regie facevano un movimento sopra

Calatafimi, aveva immediatamente dato ordine a tutti i suoi di porsi

in marcia verso il punto minacciato, si fa a descrivere la battaglia

oramai celebre col nome del villaggio presso cui venne combattuta.

Questa battaglia, che decise dell’avvenire dei Borboni in Italia,

merita d’esser conosciuta in tutti i suoi dettagli. Anteporremo quindi

la descrizione che ne fa il Dumas[25] (che trovandosi lì presso ebbe

comodo di raccogliere notizie fresche e veritiere), a quella troppo

rapida e succinta data da Roberto nella sua lettera.

Il corpo dei volontarj di Garibaldi aveva subita una nuova

modificazione: le sette compagnie erano state portate a nove; l’VIIIª

e la IXª erano state affidate ai capitani Bassini e Grigiotti. Le nove

compagnie, come quelle de’ bersaglieri piemontesi, erano state divise

in due battaglioni, il primo comandato dal colonnello Bixio, il secondo

dal colonnello Carini.

Ecco in qual’ordine si marciò incontro al nemico.

Il colonnello Sirtori, capo dello stato maggiore, in nome del general

Garibaldi aveva fissato l’ordine della marcia in questo modo:

Le squadre Coppola e Sant’Anna, dovevano marciare sui fianchi della

colonna.

La IXª compagnia (Grigiotti) d’avanguardia. Cento passi dietro, seguiva

l’VIIIª comandata, come abbiam detto, dal capitano Bassini. La VIIª

veniva appresso; sotto gli ordini di Cairoli; poi la VIª, comandata

da Ciaccio, che era stato sostituito a Carini, poi la Vª comandata da

Anfani. Queste cinque compagnie stavano sotto gli ordini di Carini.

Seguivano l’artiglieria ed il genio, comandati da Orsini e da

Minutilla, come pure una compagnia di volontarj formata dalle ciurme

de’ due battelli, il comando delle quali era naturalmente toccato a

Castiglia.

Alla testa del suo battaglione, subito dopo l’artiglieria, veniva Nino

Bixio, e le quattro compagnie di carabinieri genovesi.

Le quattro compagnie erano comandate:

La IVª da Forni, invece di La Mara. La IIIª da Stocco. La IIª da Forni,

invece d’Orsini, e la Iª da Bixio che avea posto in vece sua il proprio

luogotenente. Infine i carabinieri genovesi erano sotto ordini di

Mosto, ch’egli aveva formati a Genova.

La colonna aveva attraversato in questo ordine il villaggio di Vita,

celebre per il suo brigantaggio, e che accolse, poche ore più tardi, i

feriti di Calatafimi.

Il generale, col suo stato maggiore, era alla testa della colonna con

Sirtori e Türr. Egli si era spinto fin sulla cima della collina per

esaminare la posizione del nemico.

Un uffiziale d’ordinanza venne allora da parte sua a dar l’ordine

ai volontarj di abbandonare la strada, e di portarsi sulla posizione

alta, a destra, lasciando solamente sulla strada l’artiglieria con una

compagnia per difenderla. Mentre l’esercito nazionale prendeva quella

posizione, si cominciarono a vedere alcune compagnie di bersaglieri

regj del IXº battaglione leggiero, che discendevano nella valle, e

venivano incontro ai nostri. Per la prima volta regj e patrioti si

trovavano in faccia gli uni dagli altri.

Il grosso dell’esercito regio era in Calatafimi, ed occupava la città

posta sul pendio d’una montagna che s’innalza alla sua destra, e, per

conseguenza, alla sinistra dei nostri. Gli avamposti regj stavano ad un

miglio prima di Calatafimi.

Appena il general Landi seppe che i volontarj erano a Vita, ed

appena potè vedere dall’alto della montagna un gruppo d’uffiziali

che osservavano i suoi movimenti, diede ordine a’ suoi d’uscire

dalla città, di fare una discesa nella valle, e salire dipoi le tre

collinette a sinistra, ed una a destra, onde impadronirsi della strada.

Il general Garibaldi, che era l’anima di quel gruppo d’uffiziali

veduto da Landi, e che aveva intorno a sè il colonnello Türr, il

maggior Tuchery, il capitano Missori, ed alcuni altri uffiziali, mandò

dall’alto della collina i seguenti ordini:

Türr coi carabinieri genovesi, esperti quanto intrepidi, si stenderà

sopra una larghezza d’un mezzo miglio, e formerà un cordone di

bersaglieri destinato ad incominciare il fuoco contro gli avamposti

nemici. Dietro Türr, marcerà a destra la VIIª compagnia, a sinistra,

l’VIIIª, come sostegno, e la VIª e la IXª. Queste quattro compagnie

staranno sotto gli ordini del colonnello Carini.

La VIª portava la bandiera tricolore data a Garibaldi dalle signore di

Montevideo.

Seguiranno i volontarj di Coppola e di Sant’Anna, quelli stessi che

raggiunsero Garibaldi sulla strada di Salemi.

Questi _picciotti_ formavano un totale di duecento cinquanta uomini

circa.

Bixio, ed i suoi quattro compagni, come anche il capo di stato maggiore

Sirtori, dovevano momentaneamente formare la riserva. I due cannoni che

potevano servire (giacchè gli altri due mancavano d’affusti) dovevano

restare sulla strada per respingere le cariche di cavalleria che i regj

sembravano minacciare.

Con quest’ordine si doveva attendere il nemico, il quale cominciava le

sue mosse coll’inviare alcune compagnie di cacciatori, che s’avanzarono

gridando a gola aperta: viva il re!

Il generale, vedendo che passerebbe un buon quarto d’ora prima che

il nemico fosse a tiro di fucile, scese dalla posizione elevata

che occupava, e venne a porsi tra i carabinieri genovesi, e le due

compagnie che li seguivano da vicino, ed ordinò che tutti sedessero

lì al posto dicendo: «Riposatevi, figli miei!... avremo di che

affaticarci...»

E dando, per il primo, l’esempio, sedette, e cavato un pezzo di pane,

fece colazione.

Allorchè i regj giunsero a due tiri di fucile, il generale, chiamati

intorno a sè i trombetti, ordinò loro di sonare tutti insieme la diana.

I trombetti ubbidirono. I volontarj, saltarono in piedi, e presero le

armi.

Nel medesimo istante i cacciatori regj si fermarono.

In quel momento, sulla cima d’un monticello (a destra de’ volontarj,

ed a sinistra de’ regj) comparve una forte colonna di quest’ultimi, la

quale mise in batteria due cannoni. I regj riprendono la loro marcia

offensiva, interrotta per un istante dallo strepito delle trombe

di Garibaldi. A tiro di fucile si comincia il fuoco da ambedue le

parti, o, per parlare più esattamente, a causa della portata e della

precisione delle armi, il fuoco comincia dalla parte de’ Napolitani,

micidiale per i volontarj, mentre quello dei nostri era quasi

inoffensivo.

Difatti i cacciatori regj erano armati di carabine rigate ed a palla

conica, mentre i volontarj avevano semplici fucili di munizione.

I _picciotti_ di Sant’Anna, e di Coppola, incaricati di girare la

posizione a destra fecero, debolmente ed incompiutamente il movimento,

poichè una sola parte di loro si spinse avanti con Sant’Anna.

In mezzo a’ _picciotti_ si distinguevano un cappuccino ed un

francescano, tutti e due armati di fucile, i quali marciavano alla

testa delle file facendo fuoco come vecchi soldati.

Fin là il generale era restato in osservazione, tranquillo ed immobile

al suo posto; ma, vedendo che dopo aver ceduto sul principio, i

battaglioni de’ cacciatori regj s’erano riordinati, e che da tutte le

file nemiche partivano scariche micidiali, ordinò l’attacco generale.

Appena dato l’ordine, si pose egli stesso alla testa delle prime

compagnie, e prese il posto del colonnello Türr, che andò sulla fronte

di battaglia a dar l’ordine dell’attacco.

Carini condusse le sue compagnie a destra. Bixio fece lo stesso

movimento a sinistra; ma l’ordine d’un attacco generale era diventato

quasi inutile, poichè il combattimento aveva cominciato spontaneamente

da ambe le parti.

Le compagnie de’ cacciatori napolitani cominciarono allora a ritirarsi

in disordine, avendo la bajonetta de’ volontarj sul petto, ma si

riordinarono subito sulle loro colonne d’attacco.

Allora, in mezzo al combattimento generale, si fecero ammirabili

cariche parziali; ogni uffiziale con cento uomini, con sessanta, con

cinquanta, caricava alla loro testa. Queste cariche erano dirette dal

generale stesso, da Türr, che era ritornato a prendere il suo posto,

da Carini, che continuava a marciare alla testa delle sue compagnie

a dritta del generale, da Bixio che copriva la sinistra, da Stocco

che dirigeva una compagnia di volontarj napolitani e calabresi, da

Schiaffini, da Menotti, da Cairoli, da Bassini, da Gruggiotti, e da

Ciaccio ecc. ecc.

Ad ogni carica i Napolitani stettero fermi, ricominciando il fuoco di

fila, finchè si videro luciccare a dieci passi di distanza le bajonette

de’ garibaldini, tanto più terribili perchè piantate su canne mute.

Allora si ritirarono, ma si riordinarono subito in una posizione

migliore di quella che avevano lasciata, perchè tutti i vantaggi del

terreno erano per loro; l’artiglieria ne proteggeva i movimenti, mentre

la nostra, posta sulla strada, poco poteva contro di essi.

Nulla di più maraviglioso del generale in mezzo a quella mischia,

sempre dove il fuoco era più micidiale, dando gli ordini con un sangue

freddo ammirabile. Suo figlio, Menotti, che si trovava, per la prima

volta al fuoco, (quello stesso che è nato a Rio Grande, e che suo

padre, in una ritirata di otto giorni ha portato appeso al collo dentro

un fazzoletto, e che ha riscaldato col suo fiato) corse a domandare

alla VIª compagnia la bandiera, e avutala, si slanciò subito contro

ai cacciatori col _revolver_ in una mano, e la bandiera nell’altra,

seguito da tre o quattro volontarj, e tra questi da Schiaffini. A venti

passi di distanza dal nemico Menotti è colpito da una palla nella mano

stessa che portava la bandiera.

La bandiera cadde, Schiaffini raccoltala continuò avanzarsi. Ma a dieci

passi di distanza dalle file regie è ucciso; due de’ suoi compagni si

precipitano sulla bandiera per afferrarla e cadono morti; i Napolitani

allora se ne impadronirono. Questa perdita recò un momento di gioja

all’esercito nemico, ma raddoppiò anche l’ardore dei volontarj. Il

combattimento durava già da circa due ore. Il caldo era estremo. I

nostri, che avevano dovuto caricare sempre salendo, non ne potevano

più; ma gli ultimi sforzi della VIIª compagnia composta in gran parte

di studenti di Pavia, e che s’era impadronita d’uno de’ due pezzi

d’artiglieria de’ regj[26], aveva compensata la perdita della bandiera.

La nostra artiglieria, che avea ricevuto l’ordine d’avanzarsi sulla

strada per essere più a tiro, ma che non aveva potuto eseguire

quest’ordine in causa delle fortificazioni posticce che aveva fatte

essa stessa per propria difesa, tirava di tanto in tanto qualche colpo

che non faceva gran danno, ma che contribuiva molto a sostenere il

morale de’ volontarj, spossati dalla fatica.

In questi primi attacchi erano caduti il tenente De Amicis, colpito

in bocca da una palla, e Majocchi pure da una palla, che gli aveva

spezzato un braccio, e da un’altra nel fianco.

Vedendolo cadere, Carini si slancia verso di lui e: Sta tranquillo,

gli disse, non ti mancherà nessuna cura. — Non pensate a me, rispose

Majocchi. Io sono un uomo morto, ma muojo contento, perchè voi andate

avanti.

Affrettiamoci a dire che il maggiore Majocchi, in seguito ad una abile

amputazione, e ad una lunga convalescenza, è ora perfettamente guarito.

Stocco, anch’egli, ricevette una palla nel braccio destro. Il

projettile girò intorno all’osso senza romperlo. Sprovieri venne ferito

accanto a lui. Missori ricevette una scheggia di mitraglia sotto

un occhio. Rovesciato a terra per effetto del colpo, s’era rialzato

credendo d’aver perduto l’occhio; guarì. Manin rimase ferito da una

palla in una coscia. Sant’Anna da un’altra nel braccio.

Elia, Bandi, Martignoni, Perducca, Palizzolo, Nullo, e molti altri

uffiziali, i cui nomi non ricordiamo, furono feriti più o meno

gravemente.

Questa sanguinosa scena era dominata da Sirtori che, a cavallo,

stavasene presso un albero, in mezzo ad un fuoco vivissimo. Egli aveva

già ricevuta una palla che gli aveva lacerato l’abito, e ne aveva

sfiorata la pelle, quando una seconda lo colpì alla gamba. Nè l’una

nè l’altra di queste due ferite gli fece fare il minimo movimento.

Soltanto si vedeva, sotto i suoi calzoni rialzati dalla staffa,

scorrere il sangue.

Malgrado queste due ferite il colonnello Sirtori restò a cavallo sino

alla fine del combattimento, e prima di permettere che lo medicassero,

volle scrivere tutti gli ordini che aveva a dare.

Bixio fece, al solito, egregiamente il proprio dovere; n’uscì incolume

per miracolo.

Il cavallo di Carini era stato ucciso da una scheggia di mitraglia:

Carini combatteva con la sciabola in una mano, ed il _revolver_

nell’altra.

A fianco di Garibaldi, egli, Türr, Cairoli e tutti i capi delle

compagnie tuttora in piedi, fecero prodigi di valore.

Ma giunti a piè dell’ultimo monticello, ove i Napolitani s’erano

trincerati, la stanchezza cominciò a paralizzare i nostri, e

nello stato in cui erano l’ultimo sforzo, lo sforzo supremo pareva

impossibile.

Garibaldi scriveva in quel momento in mezzo alle file abbattute.

Egli solo sembrava aver fatta una passeggiata ginnastica, e, se non

fosse stata la sua fronte corrugata, si sarebbe potuto credere che

non prendeva nessuna parte a ciò che accadeva. Egli era pienamente

tranquillo.

I nostri erano a sessanta passi dal nemico; una elevazione del terreno,

permetteva un momento di riposo. Abbassandosi, si evitavano le palle

del nemico; ma appena una testa si alzava, essa serviva di mira. Un

volontario siciliano, per nome Buscemi, provò ad alzarsi, e ricevette

una palla in fronte.

— Riposatevi un momento, disse il generale, i nostri colpi vanno

falliti. Ci bisogna adesso una buona carica alla bajonetta.» I

volontarj si gettarono a terra cheti cheti.

In capo a dieci minuti il generale, che era rimasto solo in piedi,

ordinò la carica, e si pose alla testa degli assalitori. Senza dubbio

i regj l’aveano riconosciuto, perchè, nel medesimo tempo, il fuoco

di tutte le file si concentrò su lui. Allora alcuni legionari lo

circondarono, e vollero fargli riparo del loro corpo.

— Andiamo! disse il generale allontanandoli. Non troverò mai per morire

un giorno più bello e in miglior compagnia di questa...

Sonò la diana che serviva per la carica, e i volontarj si precipitarono

sul nemico, il quale aveva in linea tremila uomini.

I nostri volontarj erano poco numerosi; ma la presenza di Garibaldi

produceva un effetto magico. Il grido dei Napolitani: Viva il re,

fu soffogato da quello: Viva l’Italia. La vittoria è con Garibaldi.

I soldati regj, vedendosi sul petto le bajonette, si ritirarono

precipitosamente sopra Calatafimi, ed andarono a raggiungere il loro

generale, che non aveva mai lasciato il suo prudente Osservatorio. Si è

avuto ragione di paragonare, nelle debite proporzioni, la battaglia di

Calatafimi a quella di S. Martino; essa non è stata (proporzionalmente,

ripetiamo) meno sanguinosa, nè meno decisiva ne’ suoi risultamenti

poichè, fino al momento dell’ultimo attacco alla bajonetta, la

resistenza del nemico fu accanita e quasi eroica.

Lasciamo del resto, costatare questa verità dallo stesso general

Garibaldi, nel suo

Ordine del giorno.

Calatafimi, 16 maggio.

«Con compagni come voi posso tentar tutto, e ve l’ho provato jeri,

conducendovi ad una intrapresa ben difficile, visto il numero dei

nemici, e le loro formidabili posizioni. Io contava sulle vostre fatali

bajonette, e voi vedete che non mi sono ingannato.

«Deplorando la dura necessità di dovere combattere soldati italiani,

dobbiamo confessare che abbiam trovata una resistenza degna d’una

miglior causa, e ciò prova di che sarem capaci quando tutta la famiglia

italiana sarà riunita sotto la bandiera della redenzione.

«Domani tutto il continente italiano sarà in festa per la vittoria de’

suoi fratelli liberi, e de’ nostri bravi Siciliani. Le vostre madri,

le vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle strade con la fronte

alta e raggiante.

«Il combattimento ci costa la vita di fratelli diletti, morti nelle

prime file. Questi martiri della santa causa d’Italia vivranno nei

fasti della gloria italiana. Indicherò ai vostri paesi nativi, i

nomi de’ prodi, che hanno sì valorosamente guidato al combattimento

i soldati più giovani ed inesperimentati, e che condurranno domani

alla vittoria, in un miglior campo di battaglia, i soldati destinati

a spezzare gli ultimi anelli delle catene, delle quali fu caricata la

nostra Italia diletta.

«Italia e Vittorio Emanuele!

=G. Garibaldi=.»

La battaglia durò dalle dieci della mattina fino alle cinque della

sera. La vittoria costò cara, ma l’effetto morale fu immenso, poichè

molto più che della presa di Palermo, decideva della evacuazione della

Sicilia.

Si passò la notte sul campo stesso di battaglia, nella posizione già

occupata dai regj, fra i cadaveri dei nemici, e dei fratelli.

Non v’era una goccia d’aqua, nè un pezzo di pane, nè un mantello per

coprirsi, e nessun mezzo per procurarsi nulla di tutto ciò; la notte

era sì oscura che non si potevano fare dieci passi senza smarrirsi.

Le conseguenze della vittoria di Calatafimi furono incalcolabili; tutta

Sicilia ne fu scossa. L’Italia comprese quale importanza avessero le

imprese di Garibaldi in Sicilia, e quali influenze avrebbero esercitato

su Napoli, su Roma e sulla Venezia; comprese che la Sicilia diveniva

il principio di un nuovo movimento, per il quale l’Italia tutta poteva

divenire una, e sottrarsi completamente allo straniero dominio per

propria forza e per semplice movimento popolare e nazionale virtù.

Quindi si moltiplicarono le offerte per la Sicilia; in breve tempo si

giunse ai milioni, e tutta la gioventù delle libere provincie italiane,

fortemente concitata, determinò d’accorrere sotto la bandiera di

Garibaldi, d’ingrossarne le file, e dividerne le glorie ed i pericoli,

e dare sangue e vita sull’altare della patria.

Un insolito movimento cominciò allora, e Genova divenne il punto ove

affluiva tanta gioventù italiana, e donde imbarcavasi per recarsi in

Sicilia. Nell’isola poi le conseguenze della battaglia di Calatafimi

furono straordinarie, ma quali si dovevano aspettare in quei momenti

di politiche turbolenze; le città principali crebbero di animo e di

coraggio; i paesi dell’interno compirono la rivoluzione; dappertutto

fu abbattuta la bandiera borbonica, stabiliti governi provisorj,

disseppellite le armi, trovati modi di moltiplicare le munizioni di

guerra; contadini, artigiani, nobili, ricchi, si armarono, e si posero

sotto gli ordini del generale dittatore, e dei suoi uffiziali. Tal che

può dirsi, la vittoria di Calatafimi aver deciso le sorti di Garibaldi,

e la rovina irreparabile dei Borboni. Questi frattanto, continuando la

vecchia politica della menzogna e dell’inganno, intendevano a scemare

le popolari impressioni, e spacciavano che i soldati comandati dal

generale Landi avevano fatto il loro dovere, cioè disfatto l’esercito

garibaldino, ma che pure avevano dovuto ritirarsi in Palermo per le

solite viste strategiche. Ridicole contraddizioni di governo cadente,

il quale più non sapeva quello che si dicesse.

Intanto, ad arrestare la rivoluzione che, ingrossandosi, avanzava

dietro i passi del vittorioso condottiero, re Francesco spedì in

Sicilia il generale Lanza colle qualità di commissario straordinario, e

le facoltà dell’_alter ego_.

Com’è naturale tutti questi dettagli mancavano nella lettera

di Roberto, il quale, scrittala due giorni dopo la battaglia di

Calatafimi, nulla poteva sapere di sicuro di quanto accadeva negli

altri punti dell’isola. Egli però finiva la sua lettera con una

notizia, che fece ingrandire d’un pollice la giovinetta; con una

notizia che le fece battere il cuore d’un giusto orgoglio. Ecco la

fausta, la cara notizia «Il colonnello Sirtori, fattomi chiamare, mi

disse battendomi una mano sulla spalla: Jeri vi ho tenuto d’occhio...

Vi siete portato bene... Il generale vi nomina sottotenente! Eccovi una

spada; fatene buon uso.» Così dicendo mi porse la spada di un uffiziale

borbonico morto jer l’altro in battaglia.

— Ci ho gusto, ci ho gusto davvero!... sclamò la contessa Emilia. Ma

sai la mia ragazza, che hai tutte le ragioni d’esser superba di quel

tuo... giovine!

— Oh sì, poveretto! È tanto buono!...

— Cosa pagherei che anche mio nipote diventasse uffiziale!...

— Domani rispondendo a Roberto, gli raccomanderò questo suo nipote...

Ernesto, n’è vero?...» Chiese Dalia, con una cert’aria di bontà

protettrice, che faceva un curioso contrasto con quel suo visetto

infantile.

— Ernesto, sì! si chiama Ernesto... Mi farai proprio un regalo,

raccomandandolo... Tra loro giovani si fa presto amicizia, e in certi

casi giova più l’ajuto di un bravo camerata, che tutte le commendatizie

del mondo... Intanto, la mia Dalia, ho caro d’averti conosciuta...

Vienmi a trovare ve’! quando sono a Milano. Intanto addio...

— Buona campagna, signora contessa!

Dalia scese in negozio, e sedette tra le sue compagne, alle quali la

lunga assenza della giovinetta aveva centuplicata la curiosità.

— E così? le chiesero in coro.

— Si può sapere finalmente...

— Che nuove abbiamo?

— E così, rispose Dalia sorridendo, si sono battuti a Calatafimi...

È un sito bellissimo, presso una fattoria, dove due bravi signori

hanno fatto una festa ai garibaldini da non potersi immaginare... Che

fame avevano que’ poveri giovani!... E hanno trovato pane, pollastri,

formaggio, vino... Insomma tutto quello che volevano. Poi è venuto

un frate, ma! di quelli della legge, e si è inginocchiato dinanzi a

Garibaldi, dicendo che da quel dì, gli avrebbe sempre tenuto dietro...

Dice in seguito che la battaglia è stata un affar serio, ma serio

assai!... il sangue scorreva come l’aqua... Ma Garibaldi ha vinto... i

soldati del Bombino scapparono da tutte le parti... e lui è stato fatto

uffiziale...

— Chi, lui?

— Quello... che mi ha scritto, insomma... A voi altre poco deve

importare che sia uno piuttosto che un altro!

— Uffiziale? chiese una ragazza facendo una smorfia dubitativa.

— Sissignora, uffiziale!... Il colonnello Sirtori lo ha fatto chiamare,

gli ha dato una bellissima spada e gli ha detto: Garibaldi vi nomina

uffiziale.» Siete contente adesso?... ne sapete abbastanza?

— Sì.

— Manco male!

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 18 / 39 题