Siciliani

«Vi ho condotto un pugno di bravi, accorsi al grido eroico della

Sicilia, sopravissuti alle battaglie lombarde. Eccoci presso di

voi. Noi non domandiamo altro che l’affrancamento della patria.

Siamo tutti uniti. Allora l’impresa sarà facile e breve. All’armi!

«Chiunque non afferra un arme, è un vile, un traditore della

patria.

«Che la mancanza d’armi non sia un pretesto. Avremo dei fucili,

ma in questo momento ogni arma è buona nelle mani d’un bravo.

I municipj penseranno ai vecchi, alle donne, ai fanciulli

abbandonati. All’armi dunque! La Sicilia insegnerà una volta di più

al mondo come un paese si libera da’ suoi oppressori per la volontà

di un popolo concorde.

=G. Garibaldi.=

Roberto e Valentino erano sbarcati tra i primi dal _Piemonte_. Il

giovane pittore, pallido e sbattuto pel mal di mare che durante il

viaggio non gli aveva dato un istante di tregua, appena ebbe posto

piede a terra, si inginocchiò e la baciò; poi rizzatosi stirò le

braccia e le gambe ingranchite:

— Ah! finalmente ho i piedi in terra!» sclamò mandando un lungo

sospiro. Non dondolo più come un ubbriaco... Ora perdio! mi sento

un altr’uomo...» Così dicendo impugnò con ambe le mani la carabina

per la canna e la fece roteare intorno alla testa con rapidi giri di

mulinello, per meglio snodare le braccia.

Valentino taceva; guardava trasognato la città, il mare, i vascelli,

i compagni; gli pareva sognare. Ma a trarlo dalla sua estasi, gli si

accostò il general Türr, seguito da un uffiziale:

— Animo giovinotti!... qui con noi...» Così detto, si incamminò

celeramente verso la città. Valentino e Roberto, postesi in ispalla le

carabine, seguirono tosto il generale ungherese e l’uffiziale.

Mentre salivano verso un’altura, Roberto guardò di traverso il

taciturno amico, e al vedere quella ciera attonita, non potè a meno di

ridere.

— Che diavolo hai, Valentino! gli disse. Sembri un uomo dell’altro

mondo?... Si può sapere a cosa pensi...

— Penso, rispose l’altro con voce bassa, che tutto quello che è

successo non è... non è cosa naturale... Prima di tutto ti dirò che

Garibaldi non è un uomo... Non voglio bestemmiare dicendo che è un

Dio!.... non istà bene... però... però... è un fatto che egli è qualche

cosa di più degli altri uomini... Non è la prima volta che mi trovo con

lui...; l’ho veduto far cose che... Ma questa qui le vince tutte....

Poi tutti i contratempi che sono successi in viaggio, invece di far

danno hanno giovato... Insomma, povero pescatore come sono, io non

credo un’acca a tutte le fandonie che certi preti, e certi bigotti ci

vogliono dare a bere, però la mia religione, quella che fa del bene a

noi e agli altri, quella di mio padre, l’ho qui nel cuore...

— E così?

— E così nessuno mi caverà dalla testa che questa spedizione è stata

protetta dalla Providenza... Bisognerebbe esser cieco per negarlo...

Punto primo, ad Orbitello, quando nessuno se lo immagina, Garibaldi

manda giù a terra... (e segnava Türr col dito) a cercar munizioni...

E lui (e replicava il gesto) torna indietro colle munizioni, e con

quattro cannoni per giunta...

— Ma se ti ricordi, Garibaldi in quell’occasione si mostrò a bordo

vestito da generale piemontese; volevi tu che il comandante d’Orbitello

avesse a dir di no ad un generale del re?

— Lasciamo andare!... Poi, mentre si andava cheti come olio, ecco quel

matto che si butta in mare... Il _Piemonte_ si ferma; si lascia giù

una lancia e si manda a pescare quel povero diavolo, e là si perde

un’ora di tempo. Poi ci passa vicino quel brigantino a vela;... Te

ne ricordi? Che fa Garibaldi? Chiama il capitano del brigantino e

gli dice: Dove andate! — A Genova — Bene! direte ai nostri amici che

Garibaldi è sbarcato felicemente» e gli butta un pane in cui c’era una

lettera. Capisci? un uomo come un altro non le dice le cose con tanta

sicurezza... Ma Garibaldi sapeva già come la doveva finire; forse lo

sapeva fino da quando era a Genova; come sa di sicuro (ci giuoco la

testa) quello che succederà domani, doman l’altro, tra una settimana

tra un mese....

— Questo poi...

— La è così... te lo dico io! (rispose Valentino con tale accento che

dinotava in lui una fede cieca, a tutta prova pel suo condottiero). Ma

andiamo innanzi. Il matto, che voleva annegarsi ad ogni costo, torna

a buttarsi in mare... Un altro avrebbe detto: se ha questo capriccio,

se lo soddisfi... peggio per lui. Ma il generale, no, fa fermare una

seconda volta il Vapore, e perde un’altra ora di un tempo preziosissimo

per salvare quest’uomo.... Dopo siamo quasi in porto... crac! il

_Lombardo_ di Bixio si arena,... poi troviamo là gli Inglesi che non

vogliono che si incominci il fuoco prima che tutti i loro uffiziali,

ch’erano a terra, siano ritornati a bordo... Intanto sbarchiamo noi e

la roba.... Finalmente ci fanno fuoco addosso, senza nemmeno toccarci

un capello[19]. Quando siamo arrivati a Marsala erano le due, è vero?..

Ebbene! poco prima di mezzogiorno c’erano in città circa ottocento

soldati del re-bomba... Se strada facendo non si perdevano quelle due

ore nel salvare il matto, chi sa come la sarebbe andata la faccenda....

No, no; credilo a me, Roberto... Garibaldi non è un uomo come gli

altri...., o per lo meno è il Beniamino della Providenza.

Intanto erano giunti all’uffizio del telegrafo. L’impiegato, visto da

un finestrino avvicinarsi le quattro camicie rosse, prese la fuga.

I nostri entrarono nell’uffizio. Il tenente che seguiva Türr era stato

impiegato negli uffizj telegrafici di Genova; quindi, poste le mani sui

dispacci, lesse questo, diretto al comandante militare di Trapani: «Due

battelli a vapore, con bandiera sarda, sono testè entrati nel porto,

e sbarcano gente» Mentre l’uffiziale leggeva a Türr il dispaccio,

ecco arrivare la risposta: «Quanti sono? per qual fine sbarcano?»

Allora l’uffiziale garibaldino fa lui la risposta: «Scusatemi, mi

era ingannato. I due battelli a vapore sono bastimenti mercantili;

vengono da Girgenti carichi di solfo.» Pochi minuti dopo, il telegrafo

rispondeva da Trapani «Siete un imbecille» e buona notte.

Spezzati i fili telegrafici, Türr e i tre garibaldini ridiscesero a

Marsala.

Intanto gli altri uffiziali superiori, s’affrettavano ad ordinare i

volontarj in diversi corpi. Tra questi uffiziali distinguevansi: La

Masa, conosciuto per la parte brillante che ebbe nell’insurrezione

avvenuta in Palermo nel gennajo del quarantotto, come anche per

aver partecipato alla guerra d’indipendenza quale capo de’ volontarj

siciliani. Egli contribuì egualmente alla difesa di Messina contro

le truppe borboniche nel settembre del quarantotto. Durante il suo

esiglio, pubblicò alcuni scritti politici e storici, fra i quali un

racconto degli avvenimenti di cui fu teatro la Sicilia nel 1848 e

1849. Oltre a ciò, prevenendo col desiderio i presenti avvenimenti,

fin dal cinquantanove tracciò il disegno dell’insurrezione italiana,

prescrivendone le leggi e designando le milizie che dovevano

soccorrerla e svilupparla. Questo lavoro fu giudicato ricco di ottime

cognizioni pratiche; è l’abbozzo primitivo dell’organamento dei

Cacciatori delle Alpi.

Carini, Siciliano anch’esso, improvisò a Palermo un reggimento di

cavalleria, durante il periodo rivoluzionario del 1848 e 1849. Caduta

la rivoluzione, cercò servir nell’esiglio, non solo la causa della

Sicilia, ma quella di tutta l’Italia col suo _Courrier franco-italien_

che pubblicavasi a Parigi.

Stocco, Calabrese, è assai noto e popolare in quella parte d’Italia.

Nel quarantotto ei si mostrò uno dei più valorosi capi della

insurrezione calabrese, e fece in special modo prova di coraggio e di

abilità nel combattimento sostenuto ad Angitola; combattimento che durò

circa dodici ore, e in cui un pugno di Calabresi (circa quattrocento

cinquanta) fu visto lottare vantaggiosamente contro le truppe comandate

dal generale Nunziante, il quale sarebbe stato completamente disfatto,

se Stocco fosse stato soccorso in tempo dagli altri capi calabresi.

Cairoli, il cui fratello morì combattendo a San Fermo. Non appena

conobbe il progetto di Garibaldi, partì da Pavia, sua città natale, e

la stessa sua madre, allora in gramaglie per la morte del primogenito,

lo presentò al generale, mettendo a sua disposizione insieme al figlio

la somma di 30,000 franchi. Nobile famiglia!

Bixio, nome oramai popolarissimo e caro a tutti. Ferito a Roma nel

1849 accanto al suo amico Goffredo Mameli (gentil poeta, quanto prode

soldato, che morì sul Gianicolo per la gran causa italiana), fece parte

nel cinquantanove della legione comandata da Garibaldi, e fu in allora

uno dei più brillanti capi di battaglione. Marinajo espertissimo,

al pari di Garibaldi, rese importantissimi servigi alla spedizione,

assumendo il comando del _Lombardo_.

Orsini, già uffiziale d’artiglieria nell’armata napoletana, sostenne

l’insurrezione siciliana del quarantotto e fu uno dei principali

difensori di Messina nel settembre dello stesso anno. Nel successivo,

difese il resto della Sicilia contro i borbonici comandati dal generale

Filangeri. Obbligato a spatriare, prese servizio in Turchia in qualità

di colonnello d’artiglieria, ma al primo grido della rivoluzione

siciliana, accorse.

Anfossi, fratello di quell’Anfossi che perì gloriosamente ne’ cinque

giorni di Milano. Nullo di Bergamo che, lasciati gli agi e i lucri,

seguì fedele il generale, rendendo segnalati servigi alla causa, come

ne aveva già resi combattendo nel quarantanove a Roma, e dieci anni

dopo nei Cacciatori delle Alpi. Missori, secondo. Manara, Majocchi, la

cui devozione per la causa italiana può solo stare al pari colla sua

modestia; infine Türr, Sirtori, l’eroico difensore di Venezia, Giorgio

Manin, figlio del celebre dittatore veneziano, e altri di cui verremo

parlando in seguito, mano mano si svolgeranno gli avvenimenti.

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 17 / 39 题