Il consiglio di guerra.
REDING.
.... Ma, vedete! sul vortice de’ monti
Mentre qui ragioniamo arde la fiamma
Esploratrice del mattin. Si parta
Pria che sovra ci cada il pieno giorno.
FURST.
Non ci cadrà; la notte a poco a poco
Dalle valli si toglie.
(_Tutti senza pensarvi si levano il cappello
e contemplano, con silenzioso raccoglimento,
il nascere dell’aurora_).
ROSSELMAN.
A questa luce
Che, fra tanti mortali ancor sepolti
Nell’aër greve di ristrette mura,
Noi primieri saluta, il nuovo patto
Si giuri — Esser vogliamo un indiviso
Popolo di fratelli, eternamente
Stretti nella sventura e nel periglio.
TUTTI
(_ripetono gli ultimi versi, alzando
tre dita_).
Liberi come gli avi, e pria la morte
Che, vivendo, il servaggio...
(_si abbracciano a vicenda_).
SCHILLER. _Guglielmo Tell_.
Palermo sorge in una pianura detta la Conca d’oro, tanto è ridente e
fertile. La Conca d’oro è lunga circa dodici miglia, e larga cinque;
s’estende tra il solitario monte Pellegrino, e la catena di monti verso
la Favorita, dalla quale parte una strada che guida a Carini[27]; alla
parte opposta, lungo il lido, un’altra strada conduce verso Messina,
passando attraverso e presso le rovine dell’antica Solunto. Sono
questi gli àditi più agevoli per giungere alla Conca d’oro. Vicino
alla Favorita, una strada montana va in dritta linea da San Martino
a Carini. A sinistra di essa si eleva una montagna rocciosa, forse un
estinto vulcano, che si protende alquanto nella pianura formando uno
sprone nella direzione stessa della catena principale. Questo sprone è
Monreale, città di ventimila abitanti all’incirca, celebre per la sua
magnifica cattedrale. Per questa città passa la strada di Trapani. Poco
distante, la montagna forma una specie di anfiteatro, e dove questo
termina e la montagna ricomincia a stendersi nella pianura, sorgono
due villaggi, Parco e Madonna delle Grazie, presso i quali una strada
conduce alla Piana dei Greci, e quindi a Corleone, antiche colonie
albanesi emigrate dopo la morte di Scander-beg[28], e stabilitesi in
questo ridente angolo dell’isola.
Lì presso apresi un altro anfiteatro ancora più pittoresco,
signoreggiato dal monte Gebelrosso, e dal quale scende una stradetta
verso Misilmeri, villaggio posto sulla via che da Palermo s’interna
nell’isola. Monte Gebelrosso, al capo Zafferano, piega verso il mare,
e alle sue radici è tracciata la strada che, come abbiam detto, mette
all’interno e corre parallela all’altra del lido, fino ad Abate, ove
piega verso il sud.
I regj, padroni del mare e della città, avevano tutti i vantaggi di
una posizione concentrica. Essi radunarono tutte le loro forze nella
pianura e sull’altipiano di Monreale, dominando così le poche strade di
quel punto dell’isola.
Nei due socj Salzano e Maniscalco, prima dello sbarco dei garibaldini,
era cresciuta la ferocia in ragione dell’aumentare della paura. A que’
due s’era aggiunto il luogotenente _alter ego_ di re Francesco, il
principe di Castelcicala, il quale, memore delle raccomandazioni della
corte, aveva sfoderate le arrugginite armi della tirannide poliziesca,
onde atterrire, impastojare e tormentare i ribelli palermitani.
Per ordine del triumvirato borbonico non era lecito ai cittadini di
passeggiare più di tre o quattro insieme, e molto meno di riunirsi
nelle case; la sera, ciascuno doveva ritirarsi a casa sua per tempo e
guaj a chi ne uscisse la notte senza motivi imperiosissimi!... Que’
pochi a cui era permesso l’uscir di nottetempo, dovevano portare un
lampione, così le pattuglie, dal numero de’ lumi erranti, sapevano
quante persone c’erano nelle vie. Poi... Ma a che tediarvi col noverare
tutte le così dette _disposizioni pel mantenimento dell’ordine?_ Chi
non le conosce per prova noi Milanesi in ispecie? I codici birreschi
non sono eguali in tutti i luoghi del mondo? Guardate Venezia, guardate
Varsavia!
Abbiam veduto come, nel momento in cui Garibaldi poneva il piede nella
parte occidentale della Sicilia, allo scopo di liberare gli isolani
dalla tirannide che li opprimeva, nella parte orientale il generale
Lanza sbarcava (diceva lui nel suo programma) coll’istesso intento.
Ma so ben che mi burlate! (diceva il general Lanza ai Palermitani suoi
concittadini, il 18 maggio). Rivoluzione! Voi?... Ma che diavolo vi è
venuto in mente? Ma sapete cos’è una rivoluzione, ragazzi miei? Via,
smettete, e considerate bene ciò che può aspettarvi all’avvenire. Quali
destini vi offrono gli invidi della vostra prosperità ognor crescente?
Quali guarentigie avete del bene di cui diconsi portatori?
«Prendete consiglio dall’esperienza. (Dalla sassata infuori, questo
signor Lanza mi ha l’aria di quel capitano di giustizia, descrittoci
da Manzoni ne’ _Promessi sposi_, e che, dall’alto della finestra
del _prestino_, arringava i _buoni figliuoli_ milanesi). Sollevatevi
all’altezza della posizione attuale per salvar voi medesimi, ora che
sonosi sbrigliate tutte le cupide passioni, e non sapete di quali di
esse dovrete essere vittima. Nella tempestosa lotta alla quale vi
spingono stranieri aggressori, può solo tenervi incolumi il vostro
coraggio civile, sorretto dalle reali milizie.
«Nel nome augusto del re, ampio e generoso perdono accordo a tutti
quei che or traviati faranno la loro sommessione alla legittima
autorità.» Vedete com’è conciata la città nostra! E di chi la colpa?...
E compiangeva Palermo, e piangeva sullo squallore dell’amata sua
patria;... ciò che non gli impedì, pochi giorni dopo, di bombardarla.
Fatto sta che il Lanza tolse di mezzo tutte le misure di rigore poste
in attività dal triumvirato. Si passeggiò anche in quattro e persino
in cinque; si andò a letto quando meglio piacque, e si spensero i
lampioni. La fu una gradassata del general Lanza per mostrare che non
aveva paura, ovvero fu per timore che la popolazione, stufa di tante
tribolazioni, non irrompesse con un colpo disperato? Forse tutt’e due.
Intanto, in causa delle nuove larghezze del general Lanza, il comitato
segreto di Palermo, respirò più liberamente e poté rianodare come prima
le pratiche colla provincia, colle bande erranti de’ patrioti armati, e
(ciò che premeva più) con Garibaldi.
La gran lotta tra il dispotismo borbonico e la libertà, l’avvenire
della Sicilia e dell’Italia meridionale, dovevano decidersi a Palermo.
Lo sapeva il general Lanza, che vi aveva concentrato venticinquemila
soldati; lo sapeva Garibaldi, il quale, dopo la vittoria di Calatafimi,
erasi avvicinato a Palermo per congiungersi colle bande armate che
stavano sui monti attorno la città onde meglio conoscere le posizioni
del nemico.
Il viaggio da Calatafimi a Misilmeri fu per Garibaldi un vero trionfo.
Il sergente Valentino, il quale alla testa della sua squadra marciava
all’avanguardia, non capiva in sè per la meraviglia nel vedere la
magnificenza di quella natura, nuova affatto per lui; nel contemplare
quel cielo ora azzurro come il lapislazzuli, ora fiammeggiante
d’oro e corruscante sulla marina sconfinata; gioiva udendo il canto
degli uccelli svolazzanti tra gli arbusti e tra l’innumerevole e
svariatissima famiglia di piante, di fiori, di erbe, ignoti alla nostra
Lombardia. Ora erano boschetti di quegli stessi leandri che egli era
solito vedere ne’ vasi; ora cedri e aranci, che spiegavano liberamente
i rami, impregnando l’aria di quegli effluvj, imprigionati, tra noi,
nelle serre; ora siepi di fichi d’India, che cingono colle spinose
braccia gli orti e i vigneti, come da noi, la robinia, il rovo e il
biancospino.
Posava estatico gli sguardi sui casolari che spuntano sui poggi, sui
veroni su cui la vite serpeggiante spandeva l’ombrìa de’ nascenti
pampini. Valentino godeva trascegliendo in suo pensiero il più ameno di
quegli abituri, il più aereo, per sè e per la sua Rosa; se pure, diceva
fra sè sospirando, mi sarà dato ritornare a casa mia, e mantenere la
promessa che, senza dircelo, ci siamo fatta coi nostri cuori di non
separarci mai più!...
Anche Roberto deliziavasi contemplando quell’avvicendarsi di panorami,
di macchiette, le une più belle delle altre. Avrebbe voluto fermarsi
ogni tratto a sbozzar quelle scene, ma aveva ben altro a fare. Si
consolava intanto ripetendo in cuor suo: «A cose finite, prima di
ripatriare, voglio rifarla questa strada, e allora potrò copiare
o studiare con tutto mio comodo.» Ma più ancora de’ pittoreschi
casolari, del cielo, del mare, dei monti, lo ferivano i negri occhioni
delle isolane... Quei lunghi cigli di seta, quelle guardature gli
rimescolavano il sangue. Gli occhi cilestri, diceva, sono belli, non
c’è che dire! Ma anche i neri...
Proprio in quell’istante Dalia, la glauca Dalia, leggeva la di lui
lettera per la settima volta, e la baciava e ribaciava di nascosto...
Oh! come i cuori degli amanti, anche da lontano, s’intendono e battono
all’unissono!
Dai monti, dai villaggi, dagli sparsi casolari accorrevano i pastori,
i contadini siciliani, a frotte, a drappelletti, a coppie e si
schieravano lungo la strada acclamando il generale che passava; poi,
vinti dall’entusiasmo, dalla gratitudine, dalla gioja, si precipitavano
intorno a Garibaldi baciandogli la mano gloriosa, gli abiti, le redini
del cavallo. Vedevi i vecchi inginocchiarsi, curvare le venerabili
canizie e pregare per lui; vedevi le fanciulle gettargli un nembo di
fiori, e le spose sollevare a lui i loro bambini perchè li benedisse.
Ed egli sorrideva commosso, salutava e stringeva le mani a lui tese,
baciava, accarezzava i bambini; a tutti poi parlava della patria,
scaldando i petti coll’amore della libertà, il più bello, e il più
contrastato dei doni di Dio.
Intanto il comitato di Palermo, men sorvegliato dopo l’arrivo del
general Lanza, aveva potuto mettersi in comunicazione con Garibaldi, il
quale s’era arrestato presso Monreale, occupata, come dicemmo dai regj.
Il generale mulinava sul modo di aprirsi una strada verso la capitale
con uno di quei colpi di mano che gli sono famigliari, e che per lui
tennero sempre il luogo delle artiglierie.
— Palermo insorgerà, gli mandava a dire il comitato, purchè voi,
generale, vi presentiate alle porte della città.
— Accettato, rispose Garibaldi, e tosto si pose all’opera, onde mandare
ad effetto il suo piano strategico.
I regj, accampati sull’altipiano di Monreale, tenevano d’occhio i
Palermitani e i garibaldini, e intanto aspettavano il destro per
piombare sui secondi e dopo sugli altri.
La notte del 21 maggio Garibaldi, seguito da alcuni dei suoi uffiziali,
recavasi a visitare i posti. Tutto era silenzio; solo si udiva il grido
alternato delle sentinelle avanzate che si tramandavano l’all’erta;
grido che, mano mano si allontanava, affievoliva, morendo poi lontano
lontano. Limpidissima era la notte; la luna cheta cheta veleggiava pel
firmamento scintillante di stelle. Sulle vette dei monti che incoronano
la Conca d’oro, rosseggiavano intorno intorno i fuochi degli insorti;
fuochi che incoravano i Palermitani, i quali li vedevano da lungi, e li
salutavano come fari di libertà e di sicurezza.
Tratto tratto s’udiva una schioppettata, cui tenevano tosto dietro
molte altre. Allora Garibaldi arrestava il cavallo, spingeva lo sguardo
là dove partiva il rumore, e fiutava l’odore della battaglia come il
destriero di Giobbe.
Erano le bande degli insorti siciliani che, la notte, perlustravano
i contorni, radendo i posti avanzati dei nemici, appiattandosi nei
macchioni per sorprendere le pattuglie borboniche.
In una di queste avvisaglie, alcune ore prima che calasse il sole, era
rimasto ucciso l’intrepido Rosolino Pilo. Egli aveva promesso di tutto
spendere per la patria, averi e vita, ed aveva tenuta la parola[29].
Garibaldi, reduce al bivacco, radunò il suo stato maggiore e i capi
siciliani, e presi seco loro gli opportuni concerti, comandò che
all’alba si levassero le tende (modo di dire, chè i garibaldini per
tenda non ebbero che il firmamento).
Il colore bianchiccio della marina annunciava già l’alba novella,
quando Garibaldi, (lasciati parte degli insorti siciliani perchè la
notte vegnente continuassero a mantenere accesi i fuochi sui monti,
onde i regj lo credessero tuttora in quei dintorni) radunati i suoi
si allontanò di là marciando... Ma che dico! inerpicando per burroni,
sdrucciolando giù per le frane dei monti, pur traendo seco la sua
poca artiglieria trascinata, portata, Dio sa con quali fatiche! dai
suoi militi. Finalmente, dopo inauditi stenti, i garibaldini, il 23,
giunsero a Parco sulla strada di Piana.
Roberto, com’era sua usanza, appena fu arrivato a Parco, cercò un
ruscello, e cavatisi gli abiti, nudo com’era nato, vi si immerse,
gustando deliziosamente quella frescura. Valentino, raggiuntolo,
sedette anche lui sul margine del rivolo, e deterso il sudore e la
polve, tolse dal suo sacco due camicie grossolane di canapa, ma bianche
di bucato.
— To’ Roberto! disse all’amico porgendogli una camicia; una per me, una
per te...
— Ah, ah! sclamò Roberto; due camicie! E dove le hai pigliate?
— Me le ha date un bravo Siciliano, il padrone di quel mulino a
vento.... là, lo vedi?...
— Ma come hai fatto?
— Come ho fatto?... La mia camicia cadeva a brandelli... Sfido
io!... col camminare che si fa, ce ne vogliono delle camicie, ce ne
vogliono!... Ma perdio, che strade!... Saranno buone per le capre, ma
per un cristiano!... Ma spiegami un po’, Roberto; perchè mo in Sicilia
non ci sono strade come negli altri siti?
— Perchè i Borboni non vedevano di buon occhio che i Siciliani
comunicassero liberamente fra loro... È una delle mille arti per tener
disuniti e ignoranti i popoli...
— Che il diavolo si porti i Borboni e chi fa per loro!..
— Dunque, si può sapere come hai fatto ad aver queste camicie? chiese
Roberto buttando via quella che aveva, sdruscita e bucherellata, e
indossando quella nuova pòrtagli dall’amico.
— Che vuoi! povero figliuolo come sono, mi è sempre piaciuto aver
roba netta almeno sulla pelle... Dunque, mentre stava pensando al
modo per aver una camicia pulita, ecco farmisi incontro quel bravo
mugnajo: — Ben arrivato! mi disse stringendomi cordialmente la mano;
di che paese siete? — Sono Lombardo, gli rispondo. E lui: — Dio vi
benedica, signor caporale... — Sergente... — Signor sergente!... Dio
vi benedica, voi tutti e il vostro generale... Non so cosa pagherei
se lo potessi vedere... L’ho cercato, ma inutilmente. — Se non volete
altro, vi servo subito; venite con me.» Il brav’uomo non se lo fece
dir due volte, e, pigliatomi a braccetto, mi seguì fino nella corte
della casa dove alloggia il generale. Guarda la fortuna! Facciamo due
passi... ed eccoti il generale, che sorridendo discorreva con Bixio.
— Quello è Garibaldi! dissi all’orecchio del Siciliano — Qual’è dei
due? — Quello a sinistra, colla barba bionda. — Ah! sclamò il mugnajo,
e restò lì estatico con tanto di bocca aperta, colle mani in alto,
e colle ginocchia piegate... Così, guarda! (e Valentino ne imitava
l’atteggiamento). — Oh! se potessi baciargli la mano! borbottava il
mugnajo gratandosi il capo — Perdio! gli dissi, ci vuol tanto! andate
là... provatevi... Avete paura che vi mangi?» Allora l’amico si fa
cuore, cava il cappello, e pian piano si avvicina al generale, sulla
punta dei piedi, come camminasse sull’ova... Quando gli fu a due passi,
non osò andar più in là: anzi era lì lì per tornare indietro, quando il
generale, scòrtolo, gli sorrise affabilmente e gli chiese che volesse.
Se tu, Roberto, avessi veduto la faccia del Siciliano in quel punto!
Divenne.... meno nera, poi pavonazza... E che bocca apriva!... gli si
potevano vedere i polmoni. Il generale gli disse alcune parole, poi
strettagli la mano, entrò in casa.
— Chi sa come sarà rimasto contento il Siciliano!
— Figurati! Tornò da me, raggiante in volto come se avesse vinto un
terno al lotto e colla mano ancora tesa... — E così? gli chiesi — Avete
veduto? il grand’uomo mi ha stretta la mano.... — E cosa vi ha detto? —
Mi ha chiesto se era del paese, e se era contento che lui fosse venuto
a liberarci dai Borboni... Figuratevi cosa gli ho risposto! Intanto,
il mio bravo Lombardo, questa fortuna la devo a voi... Fatemi dunque
il piacere, venite a casa mia... Così dicendo mi pigliò per un braccio
e mi condusse difilato a casa sua, lassù al mulino. Mi ha fatto vedere
sua moglie, una donna con una ciera tutta bonomia; poi chiamò: Rosalia!
Rosalia! e subito dopo entrò la sua figliuola... Ah Roberto! che bel
fusto di ragazza.... Tu che sei pittore devi copiarla.... Che abito
curioso, che colori vivaci!...
— Copiarla!... come ho a fare?
— Ti aspettano lassù a desinare...
— Io?
— Sì, in mia compagnia...
— Ma come...
— Se mi lascerai finire saprai tutto! Quella buona gente, quando il
mugnajo ebbe loro raccontato come per mio mezzo egli aveva potuto
parlare con Garibaldi e stringergli la mano, mi fu intorno soffogandomi
di cortesie e di esibizioni. Io, in principio, ho fatto un po’ di
complimenti, poi pensando alla camicia che aveva indosso, e parendomi
che mi prudesse la pelle, domandai loro in favore, se per caso avessero
una camicia. — Ma sì, subito, signor caporale! si posero a gridare in
coro, e gesticolando babbo, mamma e tosa. (È però curioso come qui in
Sicilia non si sappiano distinguere i galloni, e come si confondono i
gradi!) Queste ultime due sparvero, ma subito dopo ritornarono. — Ecco
una camicia di mio marito, nuova fiammante. — Ed eccone una delle mie,
netta di bucato, disse la ragazza sorridendo; non è da uomo, ma può
scusare...» Io la pigliai subito, e... Eccola, Roberto!» Così dicendo
la sciorinò dinanzi agli occhi dell’amico che si mise a ridere.
— Ridi finchè vuoi, riprese Valentino; ma io non la darei per tutto
l’oro del mondo...» Così dicendo indossò la camicia, la quale non aveva
altro inconveniente che d’essergli soverchiamente larga sul petto, e di
maniche brevi tanto, da non giungergli alla metà dell’omero.
— Ehi! Valentino!.... Ricordati però di non portarla con te quando
tornerai a casa tua, o almeno di nasconderla ben bene.... Se la tua
amorosa la vedesse....
— Che vuol che dica l’amorosa? Le dirò schietto come la fu la cosa...
Ma questo è il meno; l’essenziale è di tornare a casa nostra; e se la
va di questo passo, ho paura.... Basta quel che sarà sarà. Intanto che
siamo al mondo pensiamo di passarcela il meglio che possiamo.
Vestiti che furono, Valentino, pigliato pel braccio l’amico suo, lo
condusse seco al mulino, che in quel punto soffiando un po’ di brezza,
cominciava movere in giro le sue braccia gigantesche.
— E tu dici che il mugnajo aspetta anche me?
— Sicuro! Quand’ebbi le camicie, credendo che il mio conto con
lui fosse saldato, salutatili tutti e ringraziatili, stava già per
andarmene pei fatti miei, quando il mio bravo Siciliano, piantatosi
colle gambe aperte sull’uscio, e incrociatesi le braccia sul petto: Di
qui non si passa, mi disse, senza prima aver mangiato un boccone in
compagnia, senza aver assaggiato un gocciolo del nostro vino, dorato
come il solfo entro cui è nato.
— E tu allora?
— Che vuoi che facessi? Come rifiutare un’offerta fatta col cuore
in mano?.. .Ho detto: Sentite, amici, io accetto... ma a patto che mi
permettiate di condurre con me un mio camerata milanese... — Venga,
venga nel nome di Dio!... È caporale anche lui? — Sergente, volete
dire! No, è più di me, è uffiziale. — Uffiziale! gridarono in coro. Ma
allora bisognerà... perchè.... noi siamo povera gente, e... — Eh via!
bando alle cerimonie!... noi siamo tutti eguali (quando non siamo sotto
l’armi, ben inteso!)... siamo tutti come fratelli;... dormiamo tutti
sullo stesso letto...
— Infatti dormiamo tutti sulla terra! rispose Roberto ridendo.
— E mangiamo tutti allo stesso rancio...
— Quando c’è.
— Benissimo! Fatto sta che si lasciarono persuadere, e dato un calcio
ai loro scrupoli rispettosi, ci attendono a braccia aperte.
Così dicendo i due amici erano arrivati a pochi passi dal mulino,
quando vennero incontrati dalla famigliuola, seguita da una mezza
dozzina di majali, e da un lungo corteggio di galline e di anitre,
animali che in Sicilia spingono la domesticità fino a dividere, se non
a contendere, anche il desco e il letto coi padroni di casa. Mentre
entravano, Roberto disse all’orecchio del suo amico:
— Perdio! hai ragione... che bel pezzo di ragazza! Anche Valentino,
non sapeva distaccar gli occhi da Rosalia, non già che la guardasse
sguajatamente, chè egli, oltre al non esser sfacciato per indole,
conosceva abbastanza i doveri dell’ospitalità.
Naturalmente (tutto il mondo è paese) l’uffiziale fu il più
accarezzato, e Valentino, non senza rodersi un pochetto, aveva
osservato che Rosalia, lui partito, s’era affrettata ad attillarsi con
maggior cura. Nei capelli della bruna Siciliana, apparivano i solchi
recenti del pettine, e tra le nerissime trecce spiccava un mazzolino di
fiori d’arancio, freschi, colti allor’allora.
— Ah donne, donne! borbottava tra sè il sergente: tutte eguali... tanto
ad Angera che a Parco...
Poco dopo i due garibaldini sedevano a tavola unitamente al mugnajo;
le donne andavano e venivano dal camino (sotto cui bolliva, friggeva,
arrostiva il frugal desinare) alla tavola, alla quale, occupate
com’erano, sedevano di rado. Rosalia poi, certamente per caso, occupava
sempre la sedia vicina a quella del giovine pittore; ciò che sfuggiva
a Valentino tanto occupato a masticare, che s’accorgeva nemmanco dei
porci, i quali, festeggiando gli ospiti con festevoli grugniti, gli
correvano tra le gambe.
— Miei bravi signori! disse il mugnajo, voglio che si beva un bicchiere
alla salute del dittatore e dell’attuale nostro re Vittorio Emanuele.
— Volontieri! risposero i due convitati: e alzati i bicchieri, entro
cui scintillava il più puro Marsala, ripeterono il brindisi:
— Viva il generale Garibaldi!
— Viva il re galantuomo!
In questo odono la trombetta che chiama frettolosamente i garibaldini a
raccolta.
— Che diavolo sarà? sclamò Valentino interrogando collo sguardo il suo
amico.
— Va a vedere, Valentino!... Va... presto...» Valentino, vuotato d’un
colpo il bicchiere, scappò via gridando:
— Torno subito...
— Che può essere, signor tenente? chiese timidamente la fanciulla a
Roberto, mentre il mugnajo e sua moglie si affacciavano alla finestra.
— Qualche allarme, bella Rosalia...
— Non partirete, vero?
— Forse sì e forse no!... dipendiamo tutti dagli ordini del generale...
Ad ogni modo, Rosalia, non dimenticherò mai la cordialità con cui ci
trattaste...
— Mai? chiese la fanciulla con un mesto sorriso, e guardando Roberto
fisso fisso, con certi occhioni...
— Mai, ve lo giuro! rispose Roberto vivamente commosso. Rosalia...
datemi una vostra memoria... Quei fiori d’arancio...
Non aveva finito di parlare che già quei fiori stavano in sua mano...
— Corri, corri, Roberto! gridò Valentino entrando a precipizio... Son
già tutti sotto le armi.
— Ma che c’è? chiese Roberto cingendosi in fretta la spada.
— Vengono i Napoletani...
— Ah Madonna santissima! gridarono le due donne.
— Vengano pure... li riceveremo come meritano, disse il mugnajo, e
pigliato in un angolo il suo fucile, se lo pose soldatescamente in
ispalla. Addio, donne, o meglio, a rivederci...
— Addio, addio! dissero alla loro volta i garibaldini, e strette
affettuosamente le mani alle due donne, uscirono frettolosamente di là,
insieme col mugnajo.
La massaja stette alla finestra fino a che furono in vista; ma Rosalia,
rifugiatasi nell’orto, sedette, e celatosi il volto nelle palme,
proruppe in un dirotto pianto.
Quanto aveva detto Valentino era vero. I regj, il dì dopo la partenza
di Garibaldi dalle vicinanze di Monreale, accortisi dello stratagemma
messo in opera dal generale per guadagnar tempo, spedirono contro di
lui tutta la truppa che in fretta in fretta poterono raccogliere, senza
però sguarnire le posizioni.
Garibaldi, portatosi incontro a quella mano di regj, dopo breve
scaramuccia li fugò.
Il dì dopo i regj tornarono numerosi, e alla lor volta attaccarono
i garibaldini. Ferveva da qualche tempo il combattimento,
quando Garibaldi ordinò la ritirata, la quale ebbe luogo così
precipitosamente, con tale disordine, che a ragione i regj gridarono
vittoria. E per festeggiare degnamente e glorificare il loro sovrano,
entrati nei villaggi di Madonna delle Grazie e di Parco, li misero a
sacco; vuotatili, e uccisi i pacifici terrazzani, appiccarono il fuoco
alle case. I condottieri dei regj, al bagliore di quell’incendio,
scrissero un bullettino (che pubblicarono il dì dopo) col quale
annunziavano la disfatta delle squadre garibaldine.
Il mulino ove Roberto e Valentino avevano desinato, andò salvo per
miracolo. Non fu tocco dalle fiamme, perchè posto fuor del villaggio.
Anche la famigliuola potè riparare in tempo sui monti, ove venne
raggiunta dal mugnajo. I regj sfogarono la loro rabbia sui pacifici
majali e sugli innocenti pollastri, ond’era popolato il casolare.
Al sentire che la famigliuola era sfuggita di mano a’ borbonici, i due
amici respirarono.
Garibaldi, come ognuno già se lo sarà immaginato, aveva simulato
fuggire. Con questo nuovo stratagemma aveva raggiunto il suo scopo,
imperocchè ritornato alla Piana, e mandatovi Orsini coll’artiglieria,
mentre i regj ne seguivano ansiosamente le tracce, egli, co’ suoi
Cacciatori delle Alpi e con bande scelte di _picciotti_, pigliava
la via dei monti. Per viottoli appena, diremo così, sbozzati tra
i burroni, dopo una marcia tanto faticosa da non aver riscontro
negli annali de’ garibaldini, che con qualche altra eseguita nel
quarantanove, nella celebre ritirata da Roma, e con quella di pochi
giorni dopo, giungeva a Misilmeri, ove aveva dato convegno a tutti i
capi, delle bande degli insorti.
A Misilmeri, Garibaldi assunse le più diligenti informazioni circa le
ultime mosse dei regj, e potè convincersi che il nemico era caduto nel
laccio, cioè che aveva preso sul serio la precipitosa sua ritirata e
che attribuiva a scoraggiamento il rinvio de’ cannoni.
Esploratori[30] venuti dalla Piana annunziavano, essersi quivi il
nemico considerevolmente rinforzato; che Parco era interamente occupato
dai regj, e che, sulla strada che conduce a Palermo e a Monreale,
trovavansi pure poderosi corpi; la piana di Borazzo e quella di Santa
Teresa essere i punti di concentramento per parte dei regj, e poco o
nulla guardate le altre uscite. Da questi rapporti Garibaldi comprese
essere giunto il momento favorevole di irrompere su Palermo.
Ideato il suo piano, convocò lo stato maggiore, e i capi delle
squadre indigene, e loro espose il suo disegno, soggiungendo non
essere suo costume di adunare consigli di guerra, ma per questa volta
credere opportuno di consultarli, dipendendo da questa risoluzione
le sorti della Sicilia, e forse di tutta l’Italia meridionale. Disse
potersi mettere in esecuzione due piani: o tentare un colpo di mano
e impadronirsi di Palermo, o ritirarsi nell’interno ad organarvi un
esercito regolare, e conchiuse: «Io sto per il primo».
La maggior parte del consiglio fu compresa da stupore per l’arditezza
di tanto progetto, e alcuni uffiziali fecero osservare al generale il
difetto di munizioni. Al che Garibaldi rispose: Non essere il numero
dei colpi quello che sgomenterà i regj, ma piuttosto un’irruzione
improvisa; fidare moltissimo nel valore de’ suoi Cacciatori e
nell’entusiasmo delle bande siciliane, ricordando per ultimo l’attacco
alla bajonetta che aveva sgominati e fugati i regj a Calatafimi. Una
salva d’applausi accolse queste parole. Garibaldi allora congedò il
consiglio, raccomandando agli uffiziali di trovarsi pronti ad ogni
evento.
Valentino, ricevuto anche lui dal suo comandante l’ordine di tenersi
pronto, disse fra sè:
— Per me son qua! Ma, e Roberto?... Dov’è Roberto?... È da jeri che non
lo vedo... Andiamo un po’ a vedere dove si è ficcato.
Così dicendo, mosse in traccia dell’amico. Arrivato dove bivaccava la
di lui compagnia, domandò ad alcuni militi, che stavano ingojando in
fretta in fretta un po’ di rancio, ove fosse.
— Qui non c’è! gli rispose un garibaldino.
— Non c’è?
— No.
— Dov’è dunque?
— Chi lo sa! È partito jeri di scorta all’artiglieria di Orsini...
— Non sapete dov’è andato Orsini?
— È andato alla Piana... Il sito preciso poi come si fa a saperlo...
Ohe! si parte, eh?
— Si parte a momenti... Ho veduto poco fa il generale... Aveva il
cappello abbassato sugli occhi...
— Affare grosso allora!... affare grosso!...
Valentino, salutati i camerati, tornò al suo posto borbottando tra sè:
Mi rincresce proprio che Roberto non sia con me... Siamo sempre stati
insieme!... Forse è meglio per lui, perchè, a quel che pare, c’è in
aria qualche cosa di straordinario... C’è un va e vieni, una pressa
negli uffiziali di stato maggiore... Povero Roberto!... Almeno ne
uscisse netto, chè anche laggiù nella Piana sento che non c’è da star
molto allegri... I borbonici fanno il diavolo da quelle parti... E se
ci pigliassero alle spalle?... e se... Baggiano che sei! Non ha da
saperlo il generale?... Lascia fare a lui...
Intanto il sole era giunto a mezzo il suo corso. Valentino guardava
con tenerezza un soffice tappeto d’erbe odorose, verdeggiante nel
mezzo d’un boschetto e che, salendo un pochino, finiva circuendo un
ciottolone, liscio alla superficie superiore, non troppo alto, un
comodissimo origliere insomnia, che pareva sorgere da un paniere d’erbe
e di fiori. Valentino sospirava guardando quel letto composto dalle
mani stesse della Providenza:
— Che bella dormitona farei qui all’ombra! sclamava tendendo le mani
verso quel profumato giaciglio.
E la Providenza non fu sorda verso chi dal fondo del cuore la
ringraziava delle sue cure.
Secondo il piano di Garibaldi, la marcia dei volontari doveva aver
luogo sullo stradale di Misilmeri; stradale largo abbastanza per
permettere alle colonne di spiegarsi comodamente; ma i capi de’
Siciliani avevano invece suggerito di preferire il passo della
Mezzagna, dal quale, per via più breve, dalle alture dietro il
Gebelrosso, si scende nel piano di Palermo. Garibaldi accettò questo
consiglio.
Valentino, quando il suo uffiziale gli ebbe detto che si partiva
quella notte, si lasciò cadere sull’erba, stirando voluttuosamente le
membra. Poi, disteso il suo fazzoletto sulla pietra che gli serviva
di guanciale, vi adagiò il capo. Pochi minuti dopo egli russava
tranquillamente.