La sera del 5 maggio 1860, la spiaggia del mare che si estende
in semicerchio dinanzi a Quarto presso Genova, offriva un curioso
spettacolo.
Alcune centinaja di soldati (chè n’avevano tutta l’aria), vestiti
quali della rossa assisa, quali in semplice abito borghese, se ne
stavano lungo la spiaggia aggruppati in capannelli. Quasi tutti poi
portavano cappelli a larghe tese, e borse ad armacollo, come chi sta
per intraprendere un viaggio. Marinaj e pescatori colle loro famiglie,
si frammischiavano a questi belligeri pellegrini, rendendo così più
pittoresca la scena.
Gli sguardi della folla erano rivolti ora su due piroscafi ancorati a
poca distanza dal lido, e che, colla colonna di fumo che sprigionavano,
mostravano d’esser pronti a salpare; ora sulla strada che, costeggiando
il mare, da Quarto conduce a Genova; questa strada era animata da
numerosi viandanti che a due, a quattro, a sei per volta arrivavano
a passo celere e si arrestavano sulla spiaggia dinanzi a Quarto,
mischiandosi colla folla. Anche costoro ad ogni tratto si volgevano e
guardavano cogli altri.
Tutti aspettavano il generale Garibaldi.
Roberto e Valentino se ne stavano seduti l’uno accanto l’altro, fumando
le loro pipe di gesso. Valentino indossava la sua vecchia assisa di
Cacciatore delle Alpi; un farsetto bruno di tela coi paramani color
verde, un berretto di panno con sopravi cucita la cornetta, e calzoni
bigi stretti alla caviglia entro uose di cuojo.
Roberto, tranne i calzoni che portava simili a quelli di Valentino,
nulla aveva che lo indicasse soldato.
— Sicchè Valentino, si parte o no?
— Ah! questa volta si parte di sicuro.
— È un pezzo veh! che ci tengono sulle spine... Guarda quanto tempo
siam restati a Genova colle mani in mano!
— Tanto tempo? Sei curioso davvero, Roberto! Tanto tempo! Ma credi tu
che spedizioni di questa fatta siano cose facili come bere un ovo?
— Capisco! Ma la è una eternità...
— Per noi che bruciamo per la smania di andarcene, è naturale! Ma
adesso è inutile pensare al passato; ora si parte... finalmente!
— Quanto tarda il generale!
— Come puoi dire che tarda?... Ha forse fissata l’ora precisa?
Trovatevi a Quarto verso sera, ci ha mandato a dire, ma l’ora non l’ha
fissata...
— Oh! quando sarò in alto mare! sclamò Roberto, emettendo un lungo
sospiro.
— Capisco cosa vuol dire quel tuo sospiro! rispose Valentino, traendo
dal petto un altro sospiro ancor più lungo. Ma non pensiamo a queste
cose, Roberto... Fra mezz’ora tutt’al più saremo in mare... e allora...
avremo altro a fare... Vedi!... i vapori fumano alla più bella...
Vorrei sapere su qual dei due mi imbarcherò...
— E sull’uno, o sull’altro per me è tutt’uno.
— Anche per me...
— Quello là a destra è il _Lombardo_, vero?
— Sì, lo comanda Bixio, che è un marinajo consumato... Garibaldi
comanderà quell’altro là, il _Piemonte_...
— E Federico non si vede ancora? chiedeva Roberto guardando verso
Genova.
— Chi sa se verrà qui... Lui, lo sai, resta...
— Lo so, lo so,... partirà dopo con Medici. Però mi ha detto jeri che
sarebbe venuto ad accompagnare il generale... A proposito! Mi diceva
jeri Federico, che quel vapore là...
— Il _Lombardo_?
— Sì, il _Lombardo_, è quello stesso su cui nel quarantanove egli è
tornato dopo la spedizione di Roma...
In quella si udì un _hurra!_ prorompere dalle bocche di tutti, e una
salva di battimani. Tutti gli astanti si volsero verso la strada,
alzandosi sulle punte de’ piedi per veder meglio. Roberto e Valentino
balzarono sul sasso su cui sedevano:
— È lui... è lui... Viva Garibaldi!
— Viva Garibaldi! gridò replicatamenle la folla.
Pochi minuti dopo il tratto di mare tra la spiaggia e i due
piroscafi era solcato da innumerevoli barchette, gremite di volontarj
garibaldini; fra queste distinguevasi una sdruscita barca peschereccia
entro cui vedevansi ritti Türr e Sirtori, e in mezzo a loro Garibaldi,
che salutava agitando il cappello la folla plaudente e i suoi amici
accalcati sulla spiaggia.
Tutte quelle barchette circondarono i piroscafi; i garibaldini,
arrampicandosi sulle corde, in un attimo furono a bordo. Valentino e
Roberto salirono insieme sul _Piemonte_.
S’intesero due acutissimi fischj; poi il suono della campanella, e i
vapori si mossero. La folla mandò un ultimo grido di addio; con altre
grida risposero i garibaldini dai piroscafi, che in breve si perdettero
tra le ombre che erano già calate sul mare.
Dio vi accompagni o giovani, onore d’Italia!
Ci siano intanto permesse due parole su Garibaldi dall’epoca di
Villafranca in poi.
Garibaldi che, alla testa de’ suoi Cacciatori delle Alpi aveva
esercitata un’influenza tanto decisiva sul modo con cui vennero aperte
le operazioni nella campagna del cinquantanove, all’epoca della pace di
Villafranca trovavasi presso i passi del Tirolo meridionale, ed aveva
il suo quartier generale a Lovere, sul lago d’Isèo.
Garibaldi, dopo la conclusione della pace, essendosi manifestato ne’
suoi volontarj (com’era naturale) un vivo desiderio di far ritorno a’
loro domestici focolari, fino dal 19 luglio, gli aveva confortati a
restare, per qualunque evenienza, sotto le armi.
Le sue idee erano[15]; che l’Italia non dovesse darsi in braccio alla
diplomazia; che non dovesse accettare quella soluzione qualunque con
cui la diplomazia europea volesse imbrigliarla; che dovesse agire di
proprio impulso, senz’altro rispetto alla diplomazia, se non quello di
attraversarle la strada, di modo che tutt’al più essa fosse tratta a
rimorchio dai fatti compiuti.
Per l’Italia non esservi che una meta ed una via; meta, l’Italia una
sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele; la via, avendo
Napoleone colla pace di Villafranca separata la sua causa da quella
d’Italia, essere altrettanto sicura quanto chiaramente disegnata. Gli
Italiani, da sè, dovevano spingere la rivoluzione più a mezzogiorno;
(a mezzogiorno, non ad occidente, onde non disturbare il Piemonte dal
suo riposo necessario, e quindi non usare delle forze piemontesi per
la rivoluzione italiana) colle truppe che l’Italia centrale avrebbe
potuto organizzare. S’intende da sè che tali forze non risultavano
semplicemente dall’Italia centrale, e molto meno potevano rimanere
dell’Italia centrale, giacchè dopo la pace, come prima si rafforzarono
coi volontarj d’ogni angolo d’Italia.
Senza aver la pretesa di dichiarare esser queste proprio le idee di
Garibaldi, diremo che il Rüstow pare non si scosti gran fatto dalla
realtà.
Ma la diplomazia, e Napoleone (il quale dopo la pace di Villafranca
pare non abbia separato niente affatto la sua dalla nostra causa, come
lo provano la partenza della flotta francese da Gaeta, e il successivo
riconoscimento del regno d’Italia) non ne vollero sapere di inforcare
il focoso puledro della rivoluzione, chè alle volte.... Preferirono il
tardo ma docile ronzino della diplomazia, e memori del proverbio: chi
va piano va sano, procedettero trotterellando, invece di correre di
buon galoppo.
Eppure Garibaldi diede splendide prove di equitazione, percorrendo
di carriera le Due Sicilie in groppa a questo focoso puledro, senza
inciampare, nè perder le staffe mai!
Garibaldi, il principio d’agosto, fu chiamato nell’Italia centrale,
ove da principio doveva assumere il comando supremo di tutte le truppe
colà scaglionate. Con ordine del giorno datato da Bergamo (11 agosto),
il generale si congedò da’ Cacciatori delle Alpi; partì alla volta di
Livorno, ove giunse il 15, e di là si recò a Firenze, poi a Modena, e
quindi nelle Romagne.
In quel frattempo[16] (19 agosto) ebbe luogo una riunione di
deputati delle quattro province, anche delle Romagne, nella quale si
intavolarono i preliminari per la formazione di una lega militare; ai
3 di settembre questa lega venne ratificata per la Toscana, Modena e
Parma, mentre per il momento la Romagna restava ancora esclusa.
Nella camera dei deputati a Modena era stato in pari tempo scelto il
generale Fanti, e ad esso, non a Garibaldi, venne offerto il comando
supremo dell’armata dell’Italia centrale; comando che egli tosto
accettò, prendendone possesso con un ordine del giorno (24 settembre).
Garibaldi venne nominato generalissimo in secondo, e la cosa non si
potè altrimenti comporre che coll’attribuire a Fanti in modo speciale
la direzione del ministero della guerra, mentre Garibaldi sarebbe
stato il vero comandante delle truppe nelle operazioni che, sia in
senso difensivo, sia in senso offensivo, si dovessero intraprendere
dall’Italia centrale verso il mezzodì. Ad onta di ciò era difficile
che altri potesse illudersi circa il carattere della nomina di Fanti,
contromina del partito diplomatico, al quale egli stesso apparteneva,
e disposta all’effetto di paralizzare Garibaldi, e mantenere tranquilla
l’Italia centrale, in attesa delle determinazioni della pace di Zurigo,
e del congresso che, speravasi, le avrebbe tenuto dietro.
Garibaldi e Fanti, già divisi per ragione di partito, lo erano ancora
più per le loro nature, e le loro viste militari; all’anima, al fuoco
di Garibaldi, per il quale non v’ha rischio che appaja soverchio (senza
ch’egli si stacchi un dito dalla più oculata prudenza, benchè in sulle
prime non paja), contrapponevasi il freddo calcolo di Fanti; all’ardito
condottiero de’ Corpi franchi, il soldato regolare, che tutto misura
col compasso e colla squadra, e che alla sola vista delle camicie rosse
sentesi il mal di mare.
Fanti poteva giovare assai all’idea che era destinato a rappresentare,
e che infatti rappresentò, cioè, che l’Italia centrale aveva bisogno di
quiete per un efficace e durevole organamento militare.
L’Italia centrale aveva al principio di settembre, circa 20,000 uomini
sotto le armi, la maggior parte dei quali erano volontarj, senza una
_ferma_ determinata. Per tutte le vicende della guerra non poteva
quest’armata misurarsi con una truppa regolare bene organata; non
era un’istituzione che fosse calcolata per durare. Fanti oltre a ciò
trovava che l’armata dei volontarj difettava d’armi, d’attrezzi ecc.;
e a ciò si doveva provedere. Finalmente anche l’effettivo non era
soddisfacente, e per quanto potesse essere grande l’entusiasmo della
gioventù dell’Italia settentrionale e centrale, è chiaro che su tali
fondamenti non si poteva erigere un durevole edifizio, e che ad un
vecchio soldato la coscrizione piemontese doveva sembrare un fondamento
assai più sicuro[17].
Finalmente potevasi anche dire: mentre ogni tendenza del movimento
dell’Italia centrale è verso l’annessione al Piemonte, non è opera
assennata il sistemare sul modello piemontese le truppe ivi raccolte?
Garibaldi nulla aveva da opporre a tutto questo se non la fede
nel successo, la fede della gran causa italiana, alla quale aveva
consacrata tutta la vita: la fede nel coraggio e nell’amore de’ suoi
volontarj, cose tutte che le nature fatte col regolo sono avvezze a
chiamare illusioni...
Non è quindi meraviglia se questi due uomini, per le loro differenti
attitudini, fino dal primo momento venissero reciprocamente a dissensi,
che di giorno in giorno più inasprirono.
Garibaldi, il 28 ottobre, assunto il comando supremo dei volontarj
raccolti nella Romagna (provincia insorta, non ancora unita alle
altre tre cogli stessi legami, e quindi in diritto di trasportare
l’insurrezione sull’attiguo territorio pontificio) credette giunto
il momento di strappar di dosso al papa gli ultimi lembi del poter
temporale.
La conclusione della pace di Zurigo, fu l’ostacolo che la diplomazia
gli gettò dinanzi, acciò non potesse progredire.
Napoleone acconsentì che anche Toscana si unisse al resto dell’Italia
libera; ma chiese il sacrifizio di Garibaldi, il quale, amareggiato
dalle continue lotte che doveva sostenere col partito della diplomazia,
rinunziò al comando (14 novembre), e si ritirò nella solitaria sua
Caprera. Ma il grand’uomo, prima di lasciar la terraferma, avvertì con
un suo proclama gli Italiani che la politica la quale inceppava i passi
di Vittorio Emanuele, doppiamente li obbligava a serrarsi intorno al
re; egli stesso sarebbe senza indugio ritornato al suo posto, appena il
re avesse chiamati i suoi soldati alla guerra di redenzione.
Molti de’ suoi fedeli compagni, imitarono l’esempio del loro generale,
e abbandonarono l’armata dell’Italia centrale.
Sulla punta occidentale dell’isola di Sicilia, dietro il Lilibeo,
sorge Marsala, coronata di bastioni, e specchiantesi nel porto; scalo
frequentato dai navigli che percorrono il Mediterraneo da Oriente
a Occidente, toccando Malta. Questo porto era anticamente molto più
ampio e frequentato, ma venne in parte turato nel 1532, onde chiudervi
l’accesso alle galee dei corsari turchi che infestavano quei mari.
Circa alle 9 antimeridiane dell’11 maggio 1860, due legni inglesi da
guerra, l’_Intrepido_, (capitano Marryat) e l’_Argo_ (capitano Ingram)
provenienti da Palermo, giungevano dinanzi a Marsala. L’_Intrepido_
gettò l’áncora a un miglio circa dal fanale ove termina il molo, e
l’_Argo_ (che doveva fermarsi a Marsala tre o quattro giorni) due
miglia più in là, ove il fondo offre più sicuro ancoraggio.
Per qual motivo que’ due navigli erano venuti a Marsala?
Eccolo. Il generale borbonico comandante quel distretto, aveva
disarmate le popolazioni col pretesto che i dintorni erano infestati
dai briganti (così, col linguaggio solito dei governi _bene
costituiti_, venivano da quel generale chiamati gli insorti condotti
da Rosolino Pilo e da altri patrioti). Alcuni Inglesi, negozianti
di vino e residenti in Marsala, avevano dovuto essi pure consegnare
le loro armi al generale borbonico, protestando però contro quella
soperchieria: chè (dicevano essi con tutta ragione) se è vero che siamo
minacciati dai briganti, è una ragione di più perchè ci siano lasciate
le armi.
Fiato perduto! Le armi furono sequestrate.
Allora que’ sudditi inglesi, a mezzo del loro vice-console Cossins,
chiesero protezione al capitano Cochrane che dimorava a Palermo; e
costui spedì tostò a Marsala le due navi da guerra.
I capitani Marryat e Ingram, coi loro uffiziali, si recarono nelle
loro lance a terra, indi, incontrato il vice-console Cossins, in sua
compagnia si portarono dai loro connazionali negozianti di vino, onde
trattare l’affare del disarmo.
Mentre discutevano, ecco sopragiungere un Inglese, il quale disse
alla brigata che si avanzavano due vapori dal nord-est, inalberando
bandiera sarda (allora dicevasi così). Tosto la comitiva salì sopra
un’altura, e di là, con un telescopio, poterono distintamente vedere i
due _stheamers_, il più piccolo dei quali rimorchiava un battello, il
che ci fece credere essere questo di un piloto tolto da terra, cammino
facendo.
I due vapori[18] non mostravano la menoma esitazione nell’approdare;
girarono intorno la prora dell’_Intrepido_, dirigendosi verso il molo,
ove giunsero circa alle 2 pomeridiane.
Il primo entrò felicemente; era il _Piemonte_ comandato da Garibaldi;
l’altro il _Lombardo_ diretto da Bixio, arenò a circa centocinquanta
metri dalla spiaggia.
In quel punto comparvero tre legni napolitani, i quali incrociavano
tra Marsala e Mezzara (piccola città verso il sud, lungi circa
dodici miglia dalla prima): erano lo _Stromboli_ ed il _Capri_, che
rimorchiava una fregata a vela. Queste navi erano già a sole sei miglia
dai Vapori sardi.
Intanto il _Piemonte_ aveva già sbarcate le persone che aveva a bordo;
erano uomini ben armati e disciplinati; appena toccata terra, tosto
si ordinavano in compagnie e colle carabine in ispalla marciavano in
perfetto ordine.
L’altro Vapore però che erasi arenato, dovendo sbarcare la sua gente
col mezzo di barchette, non era ancor riuscito a metterne fuori più di
un quarto; quando i legni napoletani vi furono sopra a tiro di cannone.
Io (scrive il capitano Marryat) aveva già consigliato i proprietarj
di alcuni _schooners_ inglesi a condurli fuori del porto, credendo
corressero pericolo di trovarsi in mezzo al fuoco; ma non si potè
seguire il mio consiglio perchè non fu possibile far movere gli
_schooners_, per l’assoluta mancanza del vento.
I legni napoletani non fecer fuoco; lo _Stromboli_ calò in mare
una lancia, e mandò un uffiziale verso i Vapori sardi; ma percorsa
appena la metà della distanza che lo separava da quelli, la lancia
retrocedette a tutta forza di remi. Eravamo in questo momento sicuri
che il fuoco comincerebbe, ma con nostra sorpresa, ecco che lo
_Stromboli_ spinge la prora verso l’_Intrepido_, invece di avvicinarsi
alla spiaggia ed impedire che continuasse lo sbarco.»
L’ufficiale che in assenza del capitano comandava in quel momento
l’_Intrepido_, venne chiamato a parlamento dal capitano Caracciolo
dello _Stromboli_, e richiesto se fra le truppe sbarcate ve n’erano di
inglesi; l’uffiziale rispose che no; ma soggiunse che i due capitani
dei due legni inglesi e alcuni dei loro uffiziali erano a terra.
In questo frattempo tutti i garibaldini erano sbarcati. Scoccavano le
quattro.
I capitani Marryat e Ingram, ed il vice-console Cossins, si recarono
tosto a bordo dello _Stromboli_, il cui capitano dichiarò loro che
era obbligato a far fuoco sugli sbarcati, promettendo che avrebbe
scrupolosamente rispettata la bandiera inglese ovunque la vedesse
sventolare. E il fuoco cominciò.
Il capitano non mancò di scusarsi per la poca elevazione ch’ei dava a’
suoi projettili, dicendo che era suo desiderio risparmiare la città, e
solo colpire gli insorti che marciavano dal molo verso quella.
La fregata napoletana, staccatasi dal _Capri_ dal quale era tratta
a rimorchio, trasse una bordata di projettili, ma inutilmente chè i
garibaldini erano già al sicuro dietro le mura di Marsala.
Il capitano Marryat, ritornato a bordo dell’_Intrepido_, vi trovò un
uffiziale dello _Stromboli_. Era venuto per chiedere all’Inglese di
spedire di comune accordo una lancia verso i legni sardi per intimare
loro di arrendersi. Era chiaro che l’uffiziale napolitano voleva,
coperto dalla bandiera britannica, accertarsi se quelle navi erano
vuote o no. Nel primo caso egli non avrebbe corso rischio alcuno, nel
secondo avrebbe avuto il vantaggio di essere moralmente assistito nella
resa che si voleva intimare. Il capitano Marryat vide il laccio, e
seppe schivarlo rifiutandosi.
Allora i Napolitani spedirono alcuni battelli equipaggiati ed
armati verso i navigli sardi; e riconosciutili abbandonati, se ne
impossessarono, abbassando tosto la bandiera italiana. Erano le 6
pomeridiane.
Il capitano Marryat, levò l’àncora onde recarsi tosto a Malta e di là
spedire la notizia dell’accaduto all’ammiragliato inglese. Però, prima
che partisse, il capitano Ingram pigliò coll’_Argo_ il posto lasciato
dall’_Intrepido_, onde comunicare più facilmente colla città, ed essere
in miglior posizione di proteggere gli interessi dei sudditi inglesi
stabiliti a Marsala.
Garibaldi, disposto in fretta in fretta il suo piccolo esercito, e
occupati gli avamposti dalla parte del mare, fece affiggere sulle
mura della città due proclami, uno alle truppe napolitane, l’altro ai
Siciliani. Quest’ultimo diceva: