L’assalto.
Tra un popolo la sommossa e un tiranno,
unico patto... il sepolcro.
(_Risposta de’ Palermitani al proclama
del general Lanza_; 20 marzo 1860)
Il dì dopo (4 aprile), al primo apparire sul firmamento degli albòri
antelucani, il frate portinajo del convento della Gancia (un bell’uomo,
dalla barba nera e dall’occhio lampeggiante), il più mattiniero de’
suoi confratelli, appoggiato ad un parapetto che cingeva il cortile
del convento, spaziava coll’occhio sulla sottoposta Palermo, ancor
dormente e silenziosa, e lo spingeva oltre la città, sul mare solcato
già da innumerevoli barche pescherecce, che lontano lontano, colle loro
bianche vele latine, parevano alcioni sfioranti coll’ampie ali l’onda
cerulea.
Di poi il frate, raccolto lo sguardo sulla strada che dalla città guida
al convento, vide alcuni giovani salire per quella, cacciandosi innanzi
una coppia di muli, i quali portavano da ciascun lato appeso ai fianchi
un bariletto.
A quella vista il frate portinajo sorrise; poi, lasciato il parapetto,
scese ad una porta del convento, e apertala, uscì sulla strada ad
attendervi la brigatella.
— Buon giorno, figliuoli!» sclamò quando quei giovani gli furono presso.
— Buon giorno,» ripeterono essi.
— A dispetto della crittogama, avete trovato vino in abbondanza eh?...
soggiunse sorridendo il frate, e battendo colla nocca le doghe di quei
botticelli che mandarono un suono muto.
— Perdio! padre.... vedrete come è potente questo vino... gli rispose
un bel giovane, che sembrava il capo della brigata. È vin che brucia...
Ci si sente il solfo lontano un miglio... È un vino che mette di buon
umore... Io l’ho provato, e so quel che dico...
— È vero, Rosolino, è vero!... voi siete un prode giovane!... Se tutti
i cuori degli Italiani assomigliassero al vostro, a quest’ora... Ma
entriamo; venite, figliuoli!...» Il frate così dicendo afferrò un mulo
per la cavezza ed entrò nel convento seguito dal resto della comitiva.
Nel cortile stavano già radunati alcuni frati, i quali si fecero
incontro ai nuovi sopraggiunti, sorridendo e stringendo loro
affettuosamente la mano. Tutti poi circondarono Rosolino, aspettando da
lui consigli ed ordini sul da farsi.
Rosolino Pilo era di famiglia nobilissima, prestante della persona,
gentile nei modi, colto, eloquente, prode e sempre pronto a dar vita e
sostanze alla patria ch’egli amava svisceratamente. In causa di queste
rare doti egli sapeva ispirare fiducia e coraggio in tutti.
Soddisfatto ch’ebbe al desiderio de’ suoi amici raccolti lassù alla
Gancia, narrando loro quanto sapeva delle notizie che correvano in
que’ dì, chiese di vedere le armi che l’infaticabile Fabbrizj spediva
da Malta un po’ per volta e che venivano nascoste dai congiurati nelle
cantine del convento.
Poi, rivoltosi agli astanti, raccomandò loro di non perder tempo e di
occuparsi a far cartucce e a fonder palle.
— Di queste difettiamo, o amici. Il giorno della riscossa è imminente;
non lasciamoci cogliere sprovvisti, per l’amor di Dio!... Animo
dunque!... Viva Italia... e a rivederci.
— Che! partite?... gli chiesero gli astanti.
— Sì, o amici; sono chiamato altrove... Ci rivedremo presto...» Così
dicendo strinse le destre che gli venivano tese e uscì dal convento.
Sceso alla marina, montò su d’un sottil legnetto con alcuni altri amici
che lo attendevano alla spiaggia e spiegata la vela al vento, diresse
la prora verso Messina.
Appena Rosolino si fu partito, i congiurati rimasti nel cortile
s’avviarono tosto a liberare i muli dal peso ond’erano gravati.
— A te, Riso, che sei del mestiere... spilla questo bariletto...
Giovanni Riso, palermitano, di professione portator d’aqua (un bel
vecchio di circa sessant’anni) dato mano ad un secchio di rame, si
avvicinò ad un mulo, e posto il secchio sotto il bariletto, ne trasse
la spina.
Ne uscì tosto una polvere nera, fina, lucente.
— Viva la vendemmia! gridò il giovine facchino Teresi da Falsomèle,
e pigliato un altro secchio, s’accostò ad un barile. Gli astanti
si diedero tosto ad imitare il Riso e il Teresi, sicchè in breve
le botticelle vennero votate, e la polvere, diligentemente raccolta
nei secchj, venne nascosta nelle cantine; delicata operazione che fu
eseguita a dovere perchè diretta da Liborio Valdone da Alcamo, marinajo
esperimentato.
Finito ch’ebbero di collocare le polveri, i congiurati si raccolsero in
un vicino salotto e sedutisi in giro ad una tavola, si occuparono tosto
a far cartucce.
Era appena trascorsa una mezz’ora, allorchè si intese bussare alla
porta del convento con colpi forti e replicati.