— Chi diavolo può essere?..
— Che modo strano di bussare!
— Vo a vedere...» disse il frate portinajo e uscì...
Pochi minuti dopo egli precipitò nel salotto, pallido e colla fisonomia
stravolta...
— Amici, gridò, siam traditi...
A queste parole tutti balzarono in piedi.
— Il convento è circondato dai birri e dalle truppe... Sentite!...
stanno atterrando la porta...
— All’armi, all’armi! gridò Michele Fanaro da Roccadifalco, stampatore
di professione e giovane d’un coraggio a tutta prova.
— All’armi!
— Presto, presto... Non c’è un minuto da perdere....
— Perdio! e le munizioni...
— Polvere ce n’è...
— Ma le cartucce...
— Caricheremo come potremo.
— Ma e le palle?
— Finite le poche che abbiamo, caricheremo co’ sassolini...
— Animo, animo!
In un batter d’occhi tutti i congiurati furono nel cortile che
barricarono alla meglio, risoluti di vender cara la vita.
Sapevano che avevano a che fare cogli sgherri borbonici, e che quindi
non c’era a sperare generosità.
Intanto al di fuori picchiavano, ma le porte erano salde, alte e solide
le mura. I congiurati attendevano a piè fermo i borbonici; benchè (come
avevan visto spiando dall’alto) fossero circondati da un nuvolo di
carabinieri, e di birri, e dopo di essi da un battaglione di truppe.
Ma i regi, arrivate le artiglierie, le puntarono contro la porta, che
tosto volò in ischegge. S’avventarono nel cortile i borbonici, ma
accolti da una salva di fucilate che fece rotolar parecchi di essi
sul selciato, rincularono. Approfittarono gli assediati del momento
propizio, e strettisi insieme, precipitarono di corsa fuor del convento
e apertisi un varco fra gli atterriti borbonici, corsero a raggiungere
i contadini, i quali avvertiti dal tuonar de’ cannoni, erano accorsi al
convento per dar mano ai congiurati.
I regj, riordinatisi, irruppero per la seconda volta nel convento,
vuoto oramai di difensori; vi irruppero col grido di: viva Francesco
II; trucidarono i feriti, infilzarono sulle bajonette parecchi frati,
ad altri, venerandi per la tarda età, e che chiedevano ginocchioni
la vita, ruppero la testa col calcio dei fucili; saccheggiarono il
convento e la chiesa, rubarono i vasi sacri e commisero ogni turpe ed
efferata nefandezza.
Che facevano intanto il direttore di polizia Maniscalco e il generale
Salzano?
Dal loro quartier generale ai _Quattro venti_, lontani dal luogo del
combattimento, avevano sguinzagliate le loro mute sbirresche acciò,
perlustrate le vie di Palermo da diversi punti, arrestassero.... non
importa se innocenti o colpevoli, arrestassero però quanti sospetti
incontrassero. Numerosissimi furono quindi gli arrestati, nelle cui
case i birri si permisero tutti gli eccessi della più sfrenata licenza.
Vi ricorderete che tra i villaggi vicini a Palermo, denunziati dal
ribaldo fra Michele come altrettanti focolaj di rivoluzione, c’era
quello di Ficarazzi, i cui abitanti hanno fama di esser pronti ad
arrischiate imprese e caldi amatori della libertà. Queste loro virtù
sgraziatamente erano note anche a’ borbonici, che da tempo spiavano
l’occasione propizia per punirlo. Infatti, in quell’istesso giorno,
mentre le truppe assalivano il convento della Gancia, due fregate
borboniche, uscite dal porto di Palermo, si fermarono dinanzi al
villaggio di Ficarazzi, che in breve, fulminatolo colle bombe, colle
palle e a scaglie, ridussero un mucchio di rovine. Preludio della
rovina di Carini.
Preso il convento, i pochi frati risparmiati dalla strage con altri
tredici cittadini (e tra questi, come vedremo in seguito, Riso, Teresi,
Vallone e Fanaro) colà fatti prigionieri, vennero legati a due a due
con grosse funi, indi trascinati in mezzo alla sbirraglia ed ai soldati
per la lunga via che mette alle prigioni. Quegli aguzzini si cacciavano
innanzi i prigionieri percuotendoli co’ pugni, colle ceffate, coi
calci dei fucili, ond’essi giunsero alle carceri laceri, sanguinosi,
affranti, come uomini a due passi de’ quali sta allestita la forca.
Cogli stessi strapazzi venne trascinata in carcere la sessagenaria
badessa del monastero di Santa Croce, rea d’aver dato asilo a due suoi
concittadini.
Erano le ultime prodezze de’ _sorci_...
Il popolo palermitano in quel giorno rimase piuttosto attonito e
spaventato, che deciso a mostrare il viso a’ suoi oppressori; ma
la sera del 4 e del 5 d’aprile, gl’insorti scampati in modo tanto
meraviglioso dalla Gancia, invece di nascondersi, o di abbandonar
l’isola, benchè sapessero che i borbonici, razza semisacerdotale, non
perdonavano mai, ritornarono coraggiosamente alla capitale, guidando
torme di contadini armati. Gettatisi ne’ sobborghi, riattizzarono il
battagliare; uccisero molti soldati regj, molti ne ferirono, sfidando
il numero, l’arte militare e la mitraglia.
La Corte di Napoli, saputi i casi seguiti, inviò tosto nuove milizie
in Sicilia, e in coda a queste il luogotenente generale dell’isola,
principe di Castelcicala; indi impose alla gazzetta ufficiale di
pubblicare che «l’ordine regnava a Palermo.»
Frase che puzza di sangue rappreso.
«Tranquillissima è l’isola (così finiva il giornale ufficiale del 6
aprile), come tranquillissima fu la stessa città di Palermo, durante
il conflitto, e prima e dopo.» Tanto importava ai borboni il diminuire
l’importanza di quell’insurrezione in faccia all’Europa!
L’autore della Storia dell’insurrezione siciliana, dal quale togliamo
questi particolari, chiama Francesco II «anima di frate in un fodero
d’imbecille.» Noi abbiamo sott’occhio una fotografia rappresentante
l’ex re e la sua famiglia; esaminando attentamente la testa di
Francesco II, non si può a meno di convenire ch’essa starebbe molto a
proposito tra le spalle d’un monaco, ma di quelli del Santo Uffizio;
c’è nella ciera del giovine Borbone un misto di imbecillità, un non
so che di fellonesco, di crudele, di superstizioso così marcato, da
ringraziar Domineddio di avercene liberati.
Dopo i fatti d’aprile[12], a Napoli, nella reggia, si strinsero a
consiglio, non già un re co’ suoi ministri, ma l’inetto Francesco
II «che serba anima di un frate in un fodero d’imbecille,» la casta
sua sposa, che pubblicamente tresca col proprio cognato il conte di
Trani, e la matrigna di S. M., una Maria Teresa d’Austria, la vedova
di Ferdinando II, che al viso arcigno, fiero e deforme, accoppia
feroci istinti, libidine sfrenata di comando, desiderio di far
regnare il proprio figlio conte di Trani invece di Francesco II, e
che cova odio immenso contro i Napoletani. Questi erano gl’iddj del
napoletano Olimpo, che sanno scagliare fulmini solamente contro un
popolo avvilito e depresso; gl’iddj minori, come i conti d’Aquila,
di Trani, di Noto ecc., furono chiamati al consiglio solo allorchè vi
accorsero solleciti i genj, i messaggieri ed i più forti sostenitori
della gran macchina della celeste armonia reazionaria, un duca di San
Cesario, tristo e ignorante, con altri nobilissimi: il principe di
Castelcicala, luogotenente generale dell’isola, il nunzio del papa, il
cardinal Riario Sforza arcivescovo di Napoli, due gesuiti, idoli del
re; l’Ajossa, noto all’Europa per infamie efferate, e Carlo Filangeri,
principe di Satriano e duca di Taormina per grazia di Ferdinando, della
bombardata Messina, e della Sicilia insanguinata l’anno di grazia 1849.
Il re, le due principesse ed i principi, rappresentavano in quel
convegno segreto il diritto divino che non transige mai, o se cede
qualche volta all’impeto dei popoli, più terribile reagisce, più
ferocemente opprime i dissennati che credono potersi conciliare la
libertà con un diritto che emana dall’inferno e non da Dio.
San Cesario duca, ed i nobili ignoranti, vi figuravano come i simboli
delle tenebre feudali, come i discendenti dei masnadieri armati che
si dissero baroni o _comites_, i compagni dei re, gli associati dei
_divini ladroni_.
Il nunzio, il cardinale, i gesuiti, nè Cristo avevano per maestro,
nè il Vangelo per legge in quella congrega, ma il papa nemico
degli uomini, e il codice della curia romana, bruttissimo impasto
di venalità, d’imposture, di superstizioni e di sfrenati arbitrj;
v’intervenivano come gli antichi protettori e socj in _partecipazione_
delle grandi compagnie di baroni grassatori, e di _coronati ladroni_;
erano infine i rappresentanti del medio evo, a cui vorrebbero di nuovo,
se potessero, ricondurre i popoli per farli sprofondare novamente
nella tenebria di atra notte, ove obbligarli ad adorare il prete, il re
padrone assoluto, ed i suoi _comites_.
Ajossa e Filangeri, come traditori della patria vi avevano posto,
imperocchè l’uno servisse i Borboni per natura improba e crudele,
l’altro si mostrasse devoto ad essi per brutta fame d’oro. Ajossa
ricordava Caino, Filangeri Giuda; entrambi degni di sedere in quel
congresso.
Parlò prima Maria Teresa, l’austriaca, e con modi concitati e sguardo
altero, espose l’ingratitudine dei Siciliani che avevano osato di
ribellarsi contro il più mite e paterno governo d’Europa (dopo quello
dell’Austria s’intende); mostrò la necessità di reprimere con ogni
mezzo la sedizione e conchiuse così:
— Se S. M. l’augusto padrone che tutti piangono, ed io più di tutti (ed
asciugò una lagrima) fosse qui con noi, avrebbe già dato gli ordini
perchè si impiccassero i prigionieri della Gancia, si arrestassero
e torturassero i sospetti, ed al menomo moto si bombardasse ed
incenerisse Palermo; ma il nostro re (e designò Francesco) è buono
troppo; vorrà invece discendere a concessioni, accordare riforme,
forse rimettere in vigore l’infernale statuto. Ma non vedrò di nuovo,
come nel 1848, vilipeso il diritto che viene da Dio, avvilita la
regal potestà, ed infangata la reggia con le orme che vi stampavano
gl’insolenti borghesi divenuti ministri; no, io partirò per Vienna con
mio figlio il conte di Trani».
— Verrò anch’io! gridò interrompendola la nuora.
— No, prese a dire con veemenza Francesco II, no, non partirà alcuno!..
Come avrebbe fatto quella sant’anima dell’augusto nostro genitore (e si
segnò e recitò un _requiem_), così faremo anche noi. Sì, bombe, forche,
torture; ministro Ajossa, general Filangeri ajutateci; dappertutto
ruine, sterminj, i ribelli ai re sono ribelli a Dio... Non è vero, miei
carissimi padri, e rappresentanti del beatissimo padre e divino vicario
di Gesù Cristo? (e si segnò di nuovo).
— Verissimo, verissimo! risposero in coro i preti; la forca qui,
l’inferno colà; Iddio lo ha detto.
— Udite come noi pensiamo, ripigliava Francesco, e siamo fermi di
non mutare. A nessun patto divideremo col popolo la potestà nostra, e
_preferiamo d’esser piuttosto caporale di nostro cugino l’imperatore
d’Austria che re costituzionale_.
— Bravo! gridarono insieme levandosi donne, principi, preti, duchi e
ministri. Bravo, bene! Viva il diritto divino, e la Santa Chiesa.
Il baccano andava aumentando, allorchè il re, imposto il silenzio,
riprese:
— Ordiniamo al ministro Ajossa di spedire le istruzioni al nostro
caro Maniscalco, onde agisca come soleva comandare la _sant’anima_;
torturi ed impicchi quanti crede, ed a suo piacimento. Al generale
Filangeri ordiniamo di preparare un piano di attacco e di difesa per
le truppe; egli che fece così bene nel 1849, saprà far meglio oggi.
Così schiacceremo i ribelli come tante vipere. Noi frattanto correremo
alla Darsena, al Molo, indi anche a Capua, onde incoraggiare i soldati,
e dare ad essi le nostre istruzioni. Cardinale, benediteci! padri,
pregate per la nostra causa!... e inginocchiatosi, ricevette la chiesta
benedizione. Si rialzò, sciolse il consiglio, e si avviò alla volta
di Capua per compiervi altre scene stolide ed obbrobriose dinanzi alle
truppe che dovevano imbarcarsi per la Sicilia.
A Capua imbandironsi mense per gli uffiziali e per i soldati, alle
quali assistendo il re s’ingiunse ai capi ed ai soldati di non
risparmiare i ribelli Siciliani, di esterminarli se si potesse dal
primo fino all’ultimo; si raccomandò perchè nelle città e nei villaggi
presi d’assalto, non si facesse distinzione di età, o di sesso, nè
le case risparmiassero; fuoco, saccheggi, e morti precedessero e
seguissero i loro passi nella scellerata Sicilia.
Il ministro Ajossa scriveva non solo al Maniscalco, ma diramava agli
intendenti della terraferma una circolare, contro i sospetti, la quale
terminava così: _chiunque mostri simpatia pel moto siciliano dev’essere
arrestato, e si dà facoltà di arrestare chiunque mostri curiosità, o
parli di analoghe notizie._ — _Rigore, rigore, zelo, attività: il re
nostro padrone_ (D. G.) _così ordina, così vuole, così comanda_.
Palermo, il 13 aprile, era in lutto; tredici infelici erano condotti
al supplizio (Francesco II s’era fatto applaudire alla corte il giorno
innanzi per certe sue lepidezze sul numero 13). Maniscalco, prima che
si avviassero a morte, radunatili in un corritojo, trasse di tasca una
lista, e chiamò per nome i condannati: Camorrone, Cucinotta, Vassallo,
Fanaro, Cuffaro, Riso (padre), Ventimiglia, Barone, Vallone, Nicola,
Calandri e Canceri. Indi il direttore, compostosi il volto a benevola
sollecitudine, disse con melato accento alle tredici vittime:
— Ascoltate, o infelici, un consiglio d’amico. Voi siete a due passi
dalla morte... da una morte dolorosa... attroce... voi ora sì pieni di
vita... Rivelate i capi del comitato rivoluzionario; vi prometto in
cambio salva la vita... e un buon premio per giunta... Il re penserà
a voi e alle famiglie vostre... Via, parlate... Ma, in nome di Dio, in
chi e di che sperate?... Poveri illusi! mi fate compassione... I vostri
compagni oramai sono tutti vinti, o dispersi...; tutti!... Ostinandovi
a tacere, rovinate voi... e le vostre povere famiglie. Una morte
infame... penosa per voi; la miseria per le famiglie. Via, parlate...
decidetevi...» e giungeva le mani quasi supplichevole.
Ma il vecchio Giovanni Riso, consultati i compagni, rispose fieramente
che essi non conoscevano comitati di sorta; ma anche li avessero
conosciuti, avrebbero conservato il segreto; meglio la morte, che
l’infamia.
L’incolto e bravo popolano ripeteva, senza saperlo, il famoso: _potius
mori quam fœdari_.
Al Riso poco premeva la vita, chè sapeva trovarsi suo figlio Giovanni,
giovane ardente di libertà, mortalmente ferito nelle unghie de’
regi.[13]
Maniscalco udita l’eroica risposta, gettò la maschera e mostrossi
iniquo qual’era; ruggì tra i denti serrati pel furore:
— Sì, morirete tutti fra pochi istanti; morirete come cani... Vedremo
se l’Italia, e il vostro Vittorio Emanuele verranno a salvarvi...
Mezz’ora dopo, i cadaveri dei tredici patrioti venivano trascinati su
due carrette per le vie di Palermo, tra gli insulti della sbirraglia...
e le lagrime dei cittadini che ne giurarono vendetta.
Il supplizio de’ tredici[14] provocò uno sdegno furioso tra le bande
degli insorti, i quali a Carini, sorpreso un posto di ventisei soldati
napolitani, li impiccarono tutti per la gola; così il furore del
governo oppressore ridestava il furore e rappresaglie di sangue: così
i figli della stessa madre, l’Italia, si sterminavano a vicenda come se
fossero tra loro nemici e stranieri.
Pervenuta a Napoli la nuova dell’uccisione dei soldati di Carini,
infuriava il re; la madrigna e la consorte lo eccitavano a incrudelire,
sicchè Bombino, chiamati i ministri: «Ordinate, gridò loro, che
s’incenerisca Carini, che il ferro ed il fuoco vendichi i miei
soldati». Ad appagare la collera del re, fortissime colonne mobili
uscirono da Palermo, e si avviarono verso la città condannata.
Giace Carini poche miglia da Palermo, ed era popolata da 7100
abitanti; antiche e solide mura la ricingono, e la circondano deliziose
campagne. In Carini eransi fortificate alcune centinaja di insorti:
vi arrivavano i soldati e si facevano attorno per espugnarla; i
Siciliani combatterono gagliardamente nei giorni 19, 20, 21 aprile,
ma sopraggiunti nuovi rinforzi ai regj, gli insorti dovettero
allontanarsi, ricoverandosi nelle montagne. Perdettero questi 250
morti; ebbero i regi 320 soldati ed ufficiali uccisi. Entrarono le
truppe di Francesco II in Carini e per rapacità di preda e per gli
ordini ricevuti, nulla rispettarono in quella desolata città. E di
nulla sentirono pietà; sgozzarono i fanciulli sul seno delle madri,
e queste stuprate e poi trafitte, cadevano sui loro cari estinti;
non salvava l’età senile, non il tempio, chè sugli altari medesimi
vennero trucidate donzelle e matrone, e gli stessi sacerdoti; d’ogni
suppellettile fecero bottino, e quando i preziosi arredi erano predati,
davano fuoco alle case ed ebbri tripudiavano intorno alle fiamme.
Ardeva Carini, perivano centinaja di cittadini, e una nuova pagina
storica accusava Francesco II, come distruttore delle città e de’
villaggi del suo reame, come assassino di innocenti, nell’istessa guisa
ch’aveva accusato il suo avo Francesco I d’aver fatto distruggere, nel
1828, il villaggio di Bosco nel Cilento.
Gli orrori commessi a Carini, raccontati a Palermo ed a Napoli dalla
principessa di Carini, che trovavasi sul luogo nel giorno del macello,
destarono nell’una e nell’altra città sentimenti di raccapriccio e di
vendetta, giurando l’uno e l’altro popolo di liberarsi a qualunque
costo de’ Borboni, mentre re Francesco II, il re pietoso, andava
ripetendo nella reggia: _uccisero i miei soldati, ma l’hanno pagata
cara!_
Gli insorti rifugiatisi nei monti continuarono, guidati dall’intrepido
Rosolino Pilo, la lotta contro i borbonici.