CAPITOLO VI.

Una spia.

Un monaco calò, siccome un corvo

A cui nel ciel per lungo tratto arrivi

Aura maligna d’insepolti morti.

NICOLINI, _Arnaldo da Brescia_.

Era la notte del 3 aprile 1860. I cittadini di Palermo tornavano

dal passeggio lungo la marina alle loro dimore; già chiuse erano le

botteghe e le vie silenziose; altro non s’udiva che il fracasso delle

onde che si spezzavano contro la spiaggia, sollevate da un vento

gagliardo che aveva cacciate le nuvole dal firmamento scintillante di

stelle.

Da una porticina incassata tra gli alti muraglioni su cui sorge il

convento della Gangia, uscì pian piano un frate. Fatti alcuni passi

si fermò, spingendo sospettosamente lo sguardo lungo la via, e negli

angoli più bui; poi, assicuratosi che nessuno l’aveva veduto uscire,

si tirò il cappuccio sul volto; indi cacciò la destra nella manica

dell’altro braccio e impugnò, senza trarlo fuori, uno stiletto che

portava sempre con sè. Coll’altra mano si strinse il cappuccio intorno

la faccia, e dato di nuovo uno sguardo in giro, scese con passo sicuro

e veloce la china ciottolosa che dal convento guida alla sottoposta

città.

Giuntovi, si cacciò per certe vie tortuose e oscure fino a che fu

dinanzi ad una porticina che s’apriva dietro il palazzo della polizia.

Per questa porticina entravano a tutte l’ore le spie del famigerato

Maniscalco.

— C’è sua Sua Eccellenza il signor direttore? chiese con voce bassa il

frate ad un birro seduto presso la porticina.

— C’è.

— Vorrei parlarle...

— Il vostro nome, padre?... rispose il birro, spingendo i suoi sguardi

di lupo entro le oscure pieghe del cappuccio per iscoprire i lineamenti

del frate.

— Ditegli che sono un frate della Gancia...

— Il nome, padre, il nome...; senza di esso Sua Eccellenza non

riceve... a quest’ora... Avrete almeno qualche contrassegno?

— No...

— Allora...

— Allora ditegli che è qui fra =Michele da Sant’Antonino=.

— Benissimo, rispose il birro, ed entrato in palazzo, salì alle stanze

superiori a far l’imbasciata. Il frate, entrato esso pure (chè non

amava farsi scorgere in quella via), si fermò in un cortiletto ad

aspettare il ritorno del birro.

Poco dopo un altro birro (pareva d’un grado superiore al primo)

scese le scale, e avvicinatosi rispettosamente al frate, gli disse

inchinandolo:

— Sua Eccellenza attende il padre...

— È solo il signor direttore?... chiese fra Michele, avviandosi col

poliziotto.

— Non so» rispose il birro, e mosse innanzi il primo.

Mentre il frate e lo sgherro salgono le scale, noi sbozzeremo le

biografie delle Loro Eccellenze il signor direttore di polizia

Maniscalco, e del signor generale Salzano.

Oltre Fra diavolo, nell’estate del 1799, altri capiscuola del

sanfedismo misero a ferro e a fuoco il reame di Napoli, formando

allievi e proseliti tanto che, forniti i tafferugli, i Borboni di

Napoli trovarono pronti ai loro cenni un vivajo di poliziotti.

I Borboni, in allora erano fuggiti per mera pusillanimità, benchè

integri di forza e di tesoro, abbandonando moltissimi de’ loro fedeli,

intorno ai quali mano mano aggrupparonsi i malcontenti. I baroni,

fidando in una vicina riscossa, avversi ai Francesi e al nuovo Stato

e non lo temendo, avevano radunati i loro vecchi armigeri e i soldati

regj congedati, e alla spicciolata avevano combattuto, assassinato, e

rinnovati fatti esecrandi.

Negli Abruzzi, Pronio e Rodio, davano la caccia ai Francesi; in

Calabria uno Sciarpa, in Terra di Lavoro Fra Diavolo, altri altrove, si

dilettavano di assassinj e fino di mangiar carne umana. Certo Mammone,

mugnajo, ornava il suo desco con teste appena recise, beveva sangue, e

il proprio, quando non ne aveva d’altrui, tanto lo gustava; di propria

mano trucidò quattrocento individui (sempre nella speranza, comune de’

Sanfedisti, di avvicinarsi al paradiso) cavandoli anche di carcere.

(I Borboni e i clericali tentarono rinnovare in quest’anno gli istessi

orrori. Ma fortunatamente vennero soffogati sul bel principio).

Di poi Nelson, affascinato dei vezzi procaci di Emma Leona Hamilton

(degna allieva della regina Carolina)[8], cede alle di lei istigazioni,

viola i patti poco prima stipulati coi patrioti di Napoli, e li

consegna nelle unghie dei Borboni, impiccando alle infamate antenne

britanniche il vecchio ammiraglio Caracciolo, il cui cadavere,

buttato in mare, ricomparve qualche giorno dopo presso la spiaggia,

ballonzolato dalle onde, quasi chiedesse più onorata sepoltura.

L’esempio incita a crudeltà[9] i mal repressi Sanfedisti; la

plebe napolitana scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, sì, mangia i

patrioti; il coltello degli assassini gareggia colla mannaja. Il re

giungeva in Sicilia come in paese conquistato, perdonava a’ lazzaroni

saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi e i privilegi della

città, del regno, de’ nobili, e cominciava una proscrizione immensa,

dichiarando ribellione ogni atto commesso durante la sua fuga.

Dicono che ventimila venissero imprigionati nella sola capitale per

aver parlato, scritto, combattuto; per aver avuto un nemico che li

denunziasse; e spie, torture, persecuzioni erano le procedure della

giunta. La quale mandò a morte i generali Manthonè, Massa, Vincenzo

Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che aveva sostenute le ragioni

regie contro Roma e allevato i migliori giovani d’allora; Nicolò

Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello Scotti, Ruvo,

il medico Cirillo, Mario Pagano ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a

Metastasio, e famosa parlatrice repubblicana.

Questi nomi immortalò il martirio, con quello del loro inquisitore

Vincenzo Speciale che insultava le vittime e i loro congiunti, seduceva

a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Balla ricusò

dell’oppio, non credendo lecito il suicidio neppur negli estremi; era

già condannato, e Speciale assicurava la moglie di lui non andrebbe

che in esilio. Invece Valesco, all’intimazione dello Speciale che lo

manderebbe a morte — Non tu» rispose, e precipitossi dal balcone.

Cirillo interrogato da lui di che professione fosse sotto il re —

Medico» rispose. E nella repubblica? — Rappresentante del governo.» Ed

ora? — Ora in faccia a te sono un eroe,» e ricusò di chieder grazia dal

re e a Nelson che aveva curati.

Vitaliani continuò a suonar la chitarra, e uscendo al patibolo diceva

al carceriere:

— Ti siano raccomandati i miei compagni: son uomini, e tu pure un

giorno potresti essere infelice.» Manthonè alle interrogazioni non dava

altra risposta se non: — Ho capitolato.»

Furono da trecento gli uccisi, di nome, nobili, letterati, guerrieri,

due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni; molti andarono

sepolti nella fossa della Favignana (_Ægusa_); infiniti a minori

pene. Si omisero, come troppo frequenti, i rintocchi dell’agonia pei

giustiziati; il boja fu pagato, non più a teste, ma a giornata, per

economia dell’erario; visitatori scovavano per le provincie «i nemici

del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la

libertà, i beni, e la vita. Se si consideri che quelle vittime erano

il fior della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse aver ella

di quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno di

musica, per aver puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata, e

prigionia qual solevasi allora, e per quattro mesi l’aspettazion della

morte, finchè i Russi, essendo arrivati a Napoli, e chiestone invano la

liberazione, ruppero il carcere e lasciaronlo andare a Venezia a morire

sbattuto e dimenticato.

Poi vennero le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da

Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero

pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua

bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitor d’Abukir».

Ecco in quali tempi nacquero Maniscalco e Salzano! ecco chi furono i

loro maestri!

Maniscalco è Palermitano. Nato da oscura e povera famiglia, entrò di

buon’ora nella gendarmeria borbonica, per esser ammesso nella quale

bisognava almen almeno aver tutti i caratteri, e i certificati di

riuscire fior di birbante ad imitazione de’ superiori. Il marchese

del Carretto, che per quel canagliume era tutto tenerezza, fermò

con compiacenza gli sguardi sul Maniscalco, che subito giudicò

degno di lui, tanto che, dopo qualche tempo di prove preparatorie

e scandagliatrici, lo elevò all’onorevole posto di suo segretario.

Maniscalco ebbe tosto occasione di mostrare al marchese e ai Borboni

la sua destrezza e sagacia in certi negozj che esigevano le due

sunnominate qualità unite ad una coscienza sfidatrice del diavolo.

Allorquando il general Filangieri, ridonata la povera Palermo ai

Borboni, nominò alcuni a direttori di polizia, non obliò il Maniscalco;

creatolo direttore di polizia, gli affidò la stessa città nativa.

L’allievo del marchese del Carretto non tardò ad ecclissare il maestro.

La politica del marchese ministro (dice l’autore della _Storia

dell’insurrezione siciliana_) consisteva, nello spaventare i cittadini,

nell’abbattere ogni resistenza, e nel respingere ogni opposizione;

l’assolutismo brutale insomma. È, alla fine de’ conti, la politica di

tutti coloro che servirono, servono, e serviranno tiranni. Mentre da

un lato dava opera per assicurare il re della devozione de’ sudditi,

dall’altra spiava tutte le occasioni per mostrarsi amabile e cortese,

specialmente col bel sesso. Ma ad ogni tentativo d’insurrezione, il del

Carretto incendiava, massacrava, torturava i sospetti, e se i colpevoli

fuggivano, scatenavasi sui loro congiunti e parenti.

Maniscalco (continua l’autore dell’opera citata) seguì fedelmente

le orme di del Carretto; nulla rispettò, di nulla si diede carico;

potente e risoluto, abusò di tutto e tutti oppresse. Con queste

arti aveva inalzata la polizia al di sopra di tutti i poteri dello

Stato. In Sicilia egli fu re, dominando l’imbecille Francesco II

coll’assicurargli l’obbedienza e la fedeltà de’ sudditi, e il popolo

col terrore che ispirava.

I tiranni in generale, e i Borboni delle Due Sicilie in particolare

furono alla lor volta tiranneggiati dalla paura. Essi non hanno fiducia

che nella polizia; spesse volte i direttori, i commissarj furono i loro

amici (modo di dire) ed i loro dominatori.

Ma torniamo al nostro eroe. Nel 1849 ebbe luogo una rissa tra alcuni

cittadini di Palermo ed i soldati napoletani. Maniscalco finse

credere ad una insurrezione. Il tafferuglio era già finito, spariti

i contendenti, quando ecco giungere le pattuglie le quali, per ordine

di Maniscalco, agguantano e imprigionano quanti incontrano. La dimane

questi infelici vennero giudicati in pochi minuti, così per forma,

da un consiglio di guerra, ed alle cinque pomeridiane, scortati da un

reggimento, e condotti sulla pubblica piazza, ove secondo Maniscalco

aveva avuto luogo l’ammutinamento, e là fucilati. Erano vittime

innocenti; Palermo e la Sicilia rimasero attoniti a tanta efferatezza.

Era quanto voleva il Maniscalco; regnare col terrore. Più tardi finse

cortesia, la fece da liberale, ma nessuno gli prestò fede.

Odiato, temuto, sprezzato, e vilipeso in segreto, trovava rispetto in

pubblico; ferito in chiesa da ignota mano, ma non spento, maggiormente

incrudeliva. Faceva bastonare e torturare i prigionieri; inventava

nuovi tormenti, tanto da eguagliare, se non vincere, un domenicano

della santa inquisizione. Uomo di scarso ingegno, ardito, rapace,

crudele, ebbe vizj moltissimi, virtù nessuna. Nato uomo e Siciliano,

fece di tutto per mostrarsi belva, e il più infame traditore della sua

patria.»

E uno; ora all’altro.

Giovanni Salzano, nel 1806, contava appena sedici anni e era già

arruolato nelle masnade di Fra Diavolo il quale, come ognun sa, fu

prima monaco, poi luogotenente del cardinal Ruffo, infine svaligiatore,

assassino e colonnello nel reale esercito di Ferdinando I. Le orde del

Ruffo, nell’ultimo scontro colle truppe di Massena, furono presso che

distrutte; il Salzano fu tra i prigionieri. Condotto a Castelnovo di

Napoli, e giudicato da un consiglio di guerra, venne come fuorbandito

ed omicida condannato a morte esemplare sulle forche. Messo in cappella

immediatamente pei conforti della religione, sentì tale orrore della

morte che le sue chiome incanutirono. Aveva allora 16 anni.

La madre sua, venusta e leggiadra, avendo credito ed amici a corte,

e molto più presso il ministro di polizia Saliceti, rimosse cielo

e terra, ed ottenne grazia pel figlio così giovine ancora e tanto

pervertito.

La grazia arrivò al castello quando già il condannato ne usciva

per andare al patibolo; pochi minuti di ritardo ed il mostro che ha

insanguinato Palermo cessava di esistere.

La grazia era larghissima; Salzano libero, ma al patto di doversi

arrolare nel nuovo esercito napoletano che andava organandosi: entrò

egli soldato nel battaglione dei zappatori del genio, e nel 1815,

per arditi fatti militari, era ufficiale in quel corpo e cavaliere

dell’ordine di San Giorgio _della riunione_. Carbonaro zelantissimo nel

1820, fu inviato a Palermo con la divisione del generale Florestano

Pepe per sottomettere i Siciliani che avevano gridato indipendenza e

separazion da Napoli. Ivi il Salzano, più che a combattere, pensò a

far bottino; il compagno di Fra Diavolo ricordavasi l’antico mestiere!

Promosso a capitano riedeva, in Napoli, e con cinica impudenza mostrava

le ricche suppellettili ed i preziosi tessuti che avea predati in

Sicilia.

Caduta la costituzione, e confuso con gli altri ufficiali dell’esercito

messi in disponibilità per aver appartenuto alla setta dei carbonari,

rimase il Salzano per più anni nell’oscurità e nel bisogno, ma quando

del Carretto salì a potenza somma, questi, cui piaceva circondarsi

di perversi satelliti, lo chiamò al servizio attivo, e lo fece

nominare capitano di gendarmeria, e lo inviò nelle Puglie, ove doveva

assumere la speciale missione di annientare un’orda di facinorosi, che

scorrazzavano tra Sansevèro e Monte Santangelo, derubando i viandanti

ed i comuni. Salzano non impiegò contro i masnadieri la forza, sibbene

l’inganno e le frodi. Sedusse la sposa del capo dei ladri, ed essendo

essa incinta le si profferse per compare, poi insinuandosi nell’animo

della avvenente donna,[10] la consigliò di persuadere il marito, (il

quale, già arricchito dai furti doveva bramare il riposo e gli agi

della vita) a cedere e promise sulla fede di compadre (a cui si crede

nel regno più che ai legami di parentela), che sarebbe andato immune

da ogni pena, e tanto ingegnossi, e tanto persuase la donna, che

costei riuscì a decidere il marito, il quale si diede volontariamente

nelle mani del capitano dei gendarmi, che per molti giorni lo tenne

libero; poi, quando meno se lo pensava, fu tratto in prigione e dopo

ventiquattr’ore fucilato per sentenza del consiglio di guerra. Salzano,

encomiato e retribuito da del Carretto, passò nelle Calabrie, non

potendo più rimanere nelle Puglie, ove lo segnavano a dito col titolo

di _capitano Giuda_.

In Calabria strinse infami patti coi facinorosi della Sila, e tanto

apertamente, che nella sua casa furono spesso visti gli oggetti

preziosi rubati nelle ville, od ai viandanti.

Sostegno poi della reazione del 1848, ottenne rapidi avanzamenti, e

noi lo troviamo generale e comandante di Palermo nel momento della

rivoluzione. Di poca mente, di corto ingegno, di nessuna coltura,

rapace, ingordo, può ben ripetersi che fosse il Salzano uno tra i più

tristi strumenti del governo borbonico[11].

Il birro spalancò un uscio, e fra Michele da Sant’Antonino si trovò

al cospetto del direttore di polizia e del comandante la piazza di

Palermo.

Parecchi inchini vennero ricambiati tra questi degni personaggi; poi,

seduti che furono, il Maniscalco chiese al francescano il motivo della

sua visita in ora sì tarda.

— Eccellenza, rispose il frate abbassando gli occhi; pel servizio di S.

M. tutte le ore sono buone.

A queste parole Maniscalco e Salzano, rizzarono le orecchie e fissarono

attentamente il monaco.

— Pel servizio di S. M.? Spiegatevi, padre....» disse Maniscalco

allungando il collo e piegando la persona verso fra Michele...

— Io venni qui guidato dalla mia coscienza... È il Signore che mi

manda; il Signore che veglia in difesa dei legittimi sovrani protettori

della religione... Eccellenza, una rivoluzione è imminente...

— Una rivoluzione? sclamarono Maniscalco e Salzano. Non è possibile —

continuò il primo — la polizia sa tutto.

— Allora saprà che domani, giorno quattro, deve scoppiare la rivolta in

Palermo...

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 11 / 39 题