N’è vero che questa poesia è tanto barocca, che il secentista il più
strampalato si svellerebbe la barba dal dispetto di non averla scritta
lui? Eppure l’ho trascelta e appiccicata colassù a bello studio, perchè
mi ajutasse ad imprimervi in mente l’idea che Dalia, _satin_ a parte,
era d’una bianchezza veramente straordinaria.
In lingua succede delle figure come delle monete; a forza d’esser usate
sbiadiscono, sicchè a lungo andare un’iperbole, a mo’ d’esempio, che
sulle prime avrebbe sbigottito un orientale, smussata dall’abitudine,
sdrucciola via senza che uno se n’accorga. Se mi fossi limitato a
dirvi:
Dalia era bianca come la neve appena appena fioccata, o come il
latte, o come un giglio, voi lettori, voltata la pagina, l’avreste
subito dimenticato; adesso mo’, coll’ajuto del poeta Gautier, l’idea è
improntata e, volere o non volere, non è possibile dimenticarla per un
pezzo.
Dalia era snella, e aggraziata della persona. Lungo i lati del viso
della giovinetta, scendeva divisa sul fronte, una folta e soffice
capigliatura del più bel castano dorato. Le sopraciglia, più oscure
dei capelli, le ombravano gli occhi cilestri, grandi e d’una guardatura
soave e gaja ad un tempo.
Era una domenica, giorno in cui Dalia, mattiniera per abitudine, era
salita a pulire diligentemente il suo appartamento, come ella soleva
dire scherzando, e che consisteva in una sola camera al quarto piano,
inondata nei dì sereni da un torrente di luce, da mane a sera; aerata,
monda, e spirante buon umore. Scarso, modestissimo era il mobigliare
della camera, ma lucente, terso come un specchio. Le pareti erano
tappezzate di tele e cartoncini, su cui il pennello di Roberto aveva
sbozzate scene campestri, alberi, rupi, casolari. Queste tele non
avevano l’onor della cornice, tranne quelle rappresentanti: Garibaldi,
il re galantuomo, e il ritratto di Dalia, lavoro, come facilmente
immaginerete, de l’amico, e che non era al certo un capo d’opera; ciò
che Dalia diceva schiettamente a quanti volevano saperlo, e che veniva
confermato anche dallo stesso autore, il quale confessava non essere il
ritrattare farina del suo sacco.
La camera di Roberto era sullo stesso pianerottolo di quella della
ragazza, sicchè i due usci distavano pochi passi. I nostri giovani,
per isfuggire i pettegolezzi del vicinato, avevano pattuito di viver
separati: tuttavia certe pipe di gesso, qualche solino di camicia, un
pajo di stivali, e qualche altra coserella che trovavasi qua e là sulla
tavola e sulle sedie nella camera di Dalia, mostravano che i patti non
venivano scrupolosamente mantenuti.
Ciò che veniva confermato dal vedere anche nella camera di Roberto
un enorme pomo-d’oro di lana, lucente di capocchie di spille, una
cuffietta da notte allacciata all’elsa di un fioretto appeso al muro,
e qualche altro oggetto di solito appartenente alle figlie di Eva,
cioè un agorajo ed un gomitolo di refe dimenticati sul lettuccio del
giovane; su quel lettuccio ove, come dicemmo altre volte, Roberto
passava di molte ore coricato, seguendo mestamente collo sguardo le
nuvolette erranti pel firmamento[6].
Già da qualche dì Dalia aveva perduto il suo solito buon umore.
Durante i primi giorni dell’assenza di Roberto (assenza ch’ella stessa
aveva approvata), la giovinetta si era rassegnata, pensando al bene
che quel breve pellegrinaggio artistico avrebbe recato al suo amico:
Finchè Roberto sta a Milano (ripeteva a sè stessa nelle lunghe ore
che passava curva sul lavoro), non fa niente di bene.... È un caro
giovane, ha un cuore d’angelo, ma la testa.... Santo Iddio! non si
sa mai dove l’abbia la testa.... Eccolo! mi par di vederlo (e alzava
gli occhi come se Roberto fosse lì) sedere dinanzi ad una tela,
scombiccherarla di carbone... poi alzarsi, gironzare per la stanza,
zuffolare, accendere un mociccone di sigaro, buttarlo via;... poi
sedere di nuovo, cancellare tutto quanto ha fatto... tirar giù altri
quattro scarabocchi.... alzarsi.... correre da me.... farmi un bacio
(arrossiva sorridendo)... poi cantarellare... pigliare un pennello,
buttarlo via... e non conchiudere mai un bel niente! E intanto miseria
e sempre miseria!... Per me poco importa... ci sono avvezza; ma lui...
sì giovane, buono tanto, vederlo lì a sprecare il tempo a quel modo,
mentre potrebbe studiare, e farsi onore.... Lui ripete che non ci
sono commissioni... È vero, ma non l’andrà poi sempre così... I tempi
muteranno e allora... Ma, e intanto perchè non seguita a scrivermi ogni
due giorni come mi aveva giurato e spergiurato prima di partire?...»
Non sappiamo perchè, ma è un fatto che le lettere arrivano di
preferenza alla domenica. Dalia in quel giorno, mentre ripuliva
i mobili, ripeteva il solito soliloquio, aggiungendovi parole di
dispetto, di dolore e di amarezza, chè il continuo ed inesplicabile
silenzio di Roberto le aveva fatto serpeggiare nella mente tristi
pensieri e angosciose apprensioni ch’ella, come è solito stile degli
innamorati, pareva si compiacesse di rendere ancora più tetri ed acri
colla gelosia.
E se Roberto fosse malato? A questa domanda ella rispondeva con un
sogghigno ironico: Lui malato?... Oh!... Lo fosse anche, sarebbe una
ragion di più per scrivermi — Che abbia perdute le mani!...
Mentre Dalia andava rodendosi a questo modo, ode picchiar all’uscio;
apertolo, si vide innanzi il portalettere...
— Finalmente! gridò Dalia, conosciuta che ebbe la scrittura, vediamo un
po’ cosa scrive per giustificarsi il signorino!...
Spiegazzata la lettera, s’avvicinò, più per abitudine che per bisogno,
alla finestra, e cominciò a decifrare la scrittura di Roberto, la quale
era ben lungi dall’essere un modello di calligrafia. Lette le prime
righe, Dalia dovette ricominciare da capo, perchè non aveva capito
niente... Poi, con un gomito levata la polvere dalla lettera, rilesse
per la terza volta le prime righe, ma invano.
— Stimo bravo chi lo capisce!» esclamò Dalia guardandosi intorno come
parlasse a qualcuno. Poi, trascinata una scranna presso la finestra,
sedette e incominciò per la quarta volta a leggere: _Carissima_...
Questo lo capisco. _Genova 14 aprile_... Genova? Mi scrive da Genova?
Chi mi spiega questo imbroglio? Roberto a Genova! Ma a che fare di
grazia! Così improvisamente, senza prevenirmi.... Basta! tiriamo
innanzi: _Al ricevere di questa mia io sarò già in alto mare_.... In
mare... lui? Oh! Vergine santissima! Ma dov’è diretto?... perchè?...
Dov’è questo mare?... e alla poverina si empirono gli occhi di
lagrime.... e il foglio le tremava nelle mani.... Ricompostasi,
continuò: _Appena arrivato al mio destino ti scriverò lungamente....
Allora saprai tutto... ora non posso dirti altro, per la semplice
ragione che anch’io non ne so nulla... Non accorarti per me... Io sto
benone... Presto saremo novamente insieme per non separarci mai più.
Addio, mia cara; pensa sempre a me, e sta allegra. Garibaldi è con noi,
e tanto basta. Addio, di nuovo. Il tuo Roberto ***_.
Dalia, lasciatasi cadere la lettera in grembo, stette alquanto cogli
occhi fissi alla finestra, sentendosi incapace in quel momento di
coordinare le idee che le ronzavano entro il cervello. «come uno sciame
di api intorno ad un paniere di fiori». Poi, sedatosi a poco a poco
quel tumulto, ripigliò la lettera, e giunta coll’occhio là dove diceva:
_Garibaldi è con noi_, sentissi sollevare un peso dal cuore, tanto è
potente il fascino di quel nome, tanto è illimitata la confidenza che
il popolo ha in lui, perchè sa che tutto ciò che emana da Garibaldi è
grande, è buono, è generoso.
— Sia fatta la volontà di Dio! esclamò Dalia, levandosi composta a
rassegnata mestizia; un’altra lettera mi spiegherà meglio di questa...
Ma già, doveva immaginarmi che Roberto non sarebbe rimasto a casa colle
mani in mano, mentre i suoi amici, i suoi compagni garibaldini...
Almeno me lo restituissero il mio Roberto!... E se... Ah! mio Dio!
che brutti pensieri mi vengono per la mente... Benedetto giovine!...
Partire così d’improvviso... senza biancheria, senza... Ma forse
è per il meglio... Se fosse venuto a salutarmi... avrei cercato di
dissuaderlo, e di trattenerlo... E avrei fatto male. Per noi donne
l’amore è tutto, ma per gli uomini... Ah! quando finiranno questi
garbugli? Quando potremo vivere in pace... senza tremare dì e notte pei
nostri cari?... Ma Garibaldi sa quello che fa... Dio lo assista!... Io
intanto... aspetterò.» Un lungo sospiro pose fine alle parole di Dalia.
E la povera Rosa, la villanella d’Angera?
Rosa, dall’alto d’un rudero che giace (chi sa da quanti secoli!)
sul promontorio della Rocca d’Angera, aveva seguita lungamente collo
sguardo la barchetta, fino a che fu sparita tra i cupi muraglioni del
porto d’Arona.
La giovinetta stavasene ritta, immobile, col capo leggermente inclinato
su d’una spalla, colle mani penzoloni lungo il grembo, e chiuse una e
nell’altra. La brezza vespertina le sollevava una ciocca di capelli
sfuggita al pettine d’ottone che raccoglieva alla nuca le trecce
voluminose, e le agitava, dietro gli omeri, le punte di un fazzoletto
di seta amaranto, che spiccava incrocicchiato sul candido corsetto,
il quale era sormontato a’ fianchi da una gonnella azzurra di cotone,
cosparsa di minutissime stellette bianche.
Il lago rifletteva il burrone, che nereggiava in quello come un cono
capovolto, sul cui apice, in fondo in fondo, oscillavano due punti, uno
rosso, l’altro bianco.
Sparita la barca, la giovinetta si riscosse come se svegliata
d’improvviso; guardò intorno, sul lago, pei monti; vide a destra
lampeggiare fra i nuvoli immoti e rubicondi, i raggi del sole cadente;
poi raccolse gli sguardi sui ruderi che la circondavano... Allora
lasciò cadere la testa sul petto, e copertosi il viso colle palme,
proruppe in lagrime dirotte.
Quando Valentino, camminando con Roberto, s’era lasciato uscir di
bocca, che delle donne ne avrebbe trovato ovunque, in compenso
dell’amorosa che lasciava, aveva ceduto ad un certo spirito di
spavalderia, comune ai giovani, i quali, col farsi credere indifferenti
alla passione d’amore, si lusingano di parere begli spiriti, e uomini
di mondo rotti nelle avventure galanti. Il fatto è che Valentino,
malgrado quella gradassata, amava passionatamente la sua Rosa, che lo
contraccambiava colla tenerezza ardente ed ingenua d’un cuore che per
la prima volta s’ammala d’amore.
Valentino (l’avete veduto), penava a staccarsi da lei; vogando, ad
ogni tratto aveva rivolta la testa, fissando quel fazzoletto spiccante
a mo’ di una croce rossa su d’un campo bianco; poi sospirando aveva
ripigliato il remeggio. Ma quando, scesi a terra, Valentino dovette
seguire Federico e Roberto che entravano in città, allora, rivolto un
ultimo sguardo alla Rocca d’Angera e risalutata in suo cuore la Rosa,
non aveva potuto trattenere due grosse lagrime che gli erano gocciate
dagli occhi malgrado i suoi sforzi per ricacciarle indietro.
Rosa, sfogato colle lagrime quel primo impeto di dolore, e asciugatele
con una manica, guardossi intorno; vistasi soletta, gettò colle mani un
bacio d’addio al suo diletto, e si tolse di là.
Poche ore dopo la luna specchiavasi nelle aque tremule del lago.
L’allèa della piazza d’Angera, era deserta; tutto era silenzio e quiete
all’intorno. Solo un punto nero movevasi sul lago, facendosi sempre
più distinto, mano mano s’avvicinava alla riva lombarda. Poi si udì
il tonfo misurato di due remi. Era Martin-pescatore[7], il padre di
Valentino, che ritornava da Arona dopo d’aver veduto i suoi giovani
(così egli li chiamava) partire sulla ferrovia alla volta di Genova.
La barca si fermò urtando nelle ghiaje della riva. Martino, recatisi
i remi in ispalla, stava ponendo il piede fuor della barca, quando si
vide innanzi una ragazza, la quale mestamente sorridendo, gli stese una
mano.
— Oh! Rosa...» sclamò il vecchio, e posta una mano sulla spalla della
giovinetta, saltò sulla riva. Mi aspettavi eh... la mia Rosa?
Rosa accennò di sì col capo; poi fissò gli occhi in quelli del vecchio,
il quale, intesa quella muta interrogazione, rispose:
— E così... i nostri giovani se ne sono andati... Dio li accompagni!
Rosa, giunte le mani, alzò gli occhi al cielo, sclamando:
— Che la Madonna li protegga!
— Sicuro che li proteggerà... Non vuoi? Poveri giovani! se non l’hanno
loro la protezione della Madonna, chi l’ha da avere?..
— E... dite... non avete potuto sapere niente di nuovo?...
— Sì, vorranno giusto dirle a me queste cose!...
— Non dico questo... ma credeva che una volta ad Arona il signor
Federico...
— Il signor Federico sa quello che fa. Se tace è segno che va fatto
così... Non siamo al quarantotto vedi!... quando bastava che un
generale movesse una gamba perchè tutti lo strombettassero, anche a chi
non lo voleva sapere...; cominciando da que’ chiacchieroni che scrivono
sui giornali... Saltavan su tutti in una volta in coro... To’! parevano
le rane lì giù nel padule nel mese d’agosto... E intanto i Tedeschi a
ridere... Ma adesso hanno imparato a far le cose a dovere... Ma, Rosa,
tu piangi?
— Cosa volete!... è tutt’oggi che ho qui un gruppo...
— Animo, animo!... Che diavolo! Se Valentino lo sapesse, ti
sgriderebbe...
— Vi ha detto qualche cosa per me...
— M’ha detto... m’ha detto... di tenerti allegra...: rispose Martino
permettendosi una bugia a fin di bene.
— Oh! sì allegra... E, ditemi, quando avremo notizie di... di quei
giovani?
— Presto, non ne dubitare... Ma va a casa chè è tardi... Addio: vienmi
a trovare... discorreremo di lui...
— Ah! se verrò!...
Cosi dicendo si separarono.