cioè, con le travi. Dietro le potenti mura della città si sale a monte
nel paese diroccato, aprendosi la via attraverso la fitta e selvaggia
edera che barrica le strade minate. Ancora in piedi rimangono diverse
case colle finestre gotiche; la maggior parte del materiale però è stato
portato via, o forma adesso dei mucchi di macerie, cinti da cespugli.
Galera non è, per quello che di architettura ne resta, bella come
Ninfa; soltanto i muri del castello e della chiesa principale rivelano
un'epoca più antica; gli altri sono assai moderni, solo nell'anno 1809
essendo stato il paese abbandonato, o per mancanza d'acqua o, più
verosimilmente, per impoverimento della popolazione. E' veramente
sorprendente che nel nostro secolo, un paese possa sparire, non
distrutto da subitaneo cataclisma, ma intisichito per decadenza interna.
Non prova forse ciò ed in modo persuasivo, la mancanza di principio
vitale di questa terra etrusca?
Galera (nella regione, dove, secondo gli antichi itinerari, era la
stazione _ad Careias_) comincia ad esser menzionata nella storia solo
nel 780, anno in cui papa Adriano I fondò sul fiume Arrone una colonia
di questo nome, per coltivare il deserto paese dei Veienti. Questa
colonia prosperò ma, per circostanze a noi ignote, si sottrasse al
dominio della Chiesa; al principio dell'undecimo secolo vi apparvero
come signori i conti di Galera, fieri nemici del papato ed ardenti
partigiani dell'impero tedesco.
Gerardo, figlio di Ranieri (questi nomi indicano già l'origine
germanica) era conte colà ed era anzi uno dei principali capi della
nobiltà imperiale di Roma e del territorio, strettamente legato coi
conti di Tuscolo, della stirpe d'Alberico e coi Crescenzi di
Monticelli, nella Sabina. Questi signori nell'anno 1058 innalzarono in
Roma, con la forza, un papa, Benedetto X: ma Ildebrando, il futuro
Gregorio VII, fin d'allora capo del partito papesco e nazionale romano,
chiamò a Roma, al servizio dell'appena eletto papa Nicolò II, una
schiera di predoni normanni dalle Puglie, contro i conti avversari.
Galera, dove Benedetto X si era rifugiato ed altre castella furono
assalite.
La potenza dei conti di Galera che dominavano il paese etrusco fino al
di là del lago, verso Sutri, fu repentinamente abbattuta, ma ciò
nonostante la loro stirpe si mantenne ancora a lungo a Galera. Sparì
molto probabilmente solo alla metà del secolo XIII, quando Matteo Rosso
della casa Orsini, famoso senatore della repubblica romana, divenne
signore di Galera. D'allora in poi gli Orsini rimasero padroni di questo
castello finchè, nel 1670, lo vendettero al papa.
Il più fiero nemico di questa regione ed in pari tempo il più forte
ostacolo alla coltivazione è oggi la malaria. Un umido venticello
insidioso spira sulle pianure incolte e sulle colline vulcaniche
disalberate, coperte solo di fiori d'asfodelo.
Sorgono forse i demoni sterminatori della febbre dal lago stesso?... Chi
lo crederebbe, quando dalle alture, presso Bracciano, si scorge questo
specchio azzurro e porporino?...
Questo è veramente lo specchio delizioso della ridente e soleggiata
felicità, della magica solitudine, è un idillio campestre e lacustre di
un genere tutto speciale, grande e maestoso, ma non così vasto da cessar
d'essere un quadro completo e bene incorniciato.
Lo splendido lago, in antico _lacus Sabatinus_ ed originariamente
cratere vulcanico, si allarga tra dolci catene di colline e leggiadre
sponde. Ha un'estensione di 21 a 22 miglia; la sua superficie è dunque
perfettamente eguale a quella di Roma, con cui si trova in diretta
comunicazione per mezzo del rinnovato acquedotto dell'acqua Paola,
edificato da Traiano: l'acqua che per la porta S. Pancrazio entra in
Trastevere e sgorga, con un magnifico fiotto simile ad un fiume, dalla
fontana di Paolo V, proviene in parte appunto da questo lago, dopo aver
girato attorno alle mura aureliane.
A nord lo abbraccia una piccola montagna boscosa, da cui emerge, come un
nero picco vulcanico, alto al massimo 2000 piedi, il monte di Rocca
Romana. Questa vetta è visibile da tutta la campagna etrusca, come il
Monte Cavo, sopra il lago di Albano, è visibile da tutta la pianura
laziale. Sotto di esso, sulla riva del lago, sta il villaggio di
Trevignano; a sinistra s'innalza la catena dei colli di Bracciano,
distanti circa un miglio dal lago sul quale si leva, dominando l'intero
paesaggio, il grandioso maniero degli Orsini, splendido edificio
pentagonale, con cinque rotonde torri merlate. La sua tinta grigio
nerastra appare in armonia con la circostante natura vulcanica, di cui
questo castello sembra essere il prodotto storico. A destra infine
sporge nel lago un'altra lingua di terra, con un cupo borgo turrito: è
Anguillara, sede un tempo dei conti di questo nome, ramo laterale degli
Orsini. Colà sgorga l'Arrone dal lago di cui è emissario.
Solo in questi tre luoghi è raccolta tutta la vita storica del lago e
de' suoi dintorni: ad egual distanza gli uni dagli altri, formano i tre
lati di un triangolo e soli interrompono l'incantevole silenzio di
queste sponde, rappresentando l'umana civiltà, senza però disturbare la
magia della sua solitudine. Che significano infatti Bracciano,
Trevignano, Anguillara?... Chi ha mai udito questi nomi, tranne coloro
che hanno familiarità con la storia particolare di Roma?
Se quel castello degli Orsini, cronaca granitica di terribili tempi
feudali, non levasse le sue nere torri sul lago azzurro, questi tre
paesi, sulle sue sponde, si potrebbero prendere per borghi di
pescatori. E così silente è appunto il lago: non vi si scorge una
barchetta; soltanto mandre di giovenchi appaiono sulle rive, o frotte di
cavalli selvaggi, col corpo nell'acqua e butteri a cavallo, con la
lancia, come nelle paludi pontine.
Ho trovato Bracciano più grazioso di quello che mi attendessi da un
paese vassallo; è una cittadina di circa 2000 abitanti, con strade
larghe e buone abitazioni, modernamente costruite, molto simile a
Marino, dove è il castello dei Colonna, appartenuto un tempo esso pure
agli Orsini. Bene abitabile veramente non è che la parte nuova del
paese, perchè la vecchia, quella del periodo baronale, giace stretta
intorno al castello, come un nero ammasso di case di tufo. Il castello
però s'innalza così gigantesco che sembra coprire tutta Bracciano con la
sua ombra.
Come regale deve essere stata la potenza della famiglia che in un luogo
così remoto costruì questo splendido castello, fortezza inespugnabile e
palazzo signorile ad un tempo! Dopo che il castello degli Orsini a
Campagnano è caduto in rovina, questo è uno dei monumenti più mirabili
del rinascimento romano, è uno de' più bei castelli baronali ed in tutto
il Lazio non ve n'è uno che lo eguagli. Il castello di Spoleto,
cominciato a costruire dal cardinale Albornoz e condotto a termine da
Nicolò V, è più maestoso, è verissimo, ma non è un edificio baronale,
come non lo sono del pari i bei castelli di Ostia, di Narni, di Civita
Castellana e di Subiaco.
La vista del superbo maniero richiama anzitutto, alla memoria del
visitatore, la storia della stirpe degli Orsini che insieme con quella
de' suoi nemici ereditari, i Colonna, ha riempito per quasi cinquecento
anni gli annali di Roma con le gesta ed i nomi dei suoi innumerevoli
membri, tra i quali furono papi, cardinali e capitani di grande
rinomanza. Le due case, guelfa l'una e ghibellina l'altra, di Roma,
hanno durato più a lungo delle dinastie dei re e degli imperatori e
durano anche oggi nei loro avanzi, nei castelli che hanno un tempo
posseduto.
Il capostipite degli Orsini, dal romano nome di Orso, si perde nel buio
della leggenda: non si sa neppur bene se fosse germanico. I suoi
discendenti si chiamarono _Filii Ursi_: così suona sempre nelle più
antiche cronache il cognome degli Orsini. Storicamente appaiono solo nel
XII secolo. Celestino III (1191-1198) apparteneva alla loro casa. Nel
XIII secolo, durante le lotte degli Hohenstaufen, acquistarono maggior
potenza, per opera specialmente del senatore Matteo Rubeus, capo
imperante della repubblica capitolina ed instancabile avversario
dell'imperatore Federigo II e poi per opera di papa Nicolò III
(1277-1280), figlio di detto senatore. Gli Orsini, fecondi quanto i
Colonna, si suddivisero in seguito in più rami e dai loro diversi
possedimenti si chiamarono Orsini di Monte Giordano e di Campo di Fiore
in Roma, conti e signori di Nola nella Campania, di Tagliacozzo negli
Abruzzi; di Gravina e Manoppello, di Monte Rotondo, di Vicovaro, di S.
Angelo, di Pitigliano, d'Anguillara, di Bracciano. L'elenco dei loro
castelli e possedimenti è conservato nell'archivio di famiglia a Roma e
forma un intero volume. Erano egualmente potenti nel regno di Napoli
come nel dominio romano. Mentre i Colonna, proprietari essi pure nel
napoletano di grandi feudi ed in lotta violenta con i loro nemici
ereditari per i marchesati di Tagliacozzo, Alba e Celano, possedevano
nel Lazio il nocciolo della loro signoria, gli Orsini dominavano il
territorio sabino sull'Anio, da Vicovaro fino a Nerola e Monte Rotondo,
ed il paese etrusco da Sutri in giù, fino di là dal lago, verso Galera,
ed alla sponda marina del vecchio Cere. In questo paese etrusco eransi
già stabiliti fin dal secolo XIII, appropriandosi Galera.
Non si sa quando vennero a Bracciano. Questo villaggio fu fondato in
tempo ignoto, si crede su un fondo della _gens Braccia_. Il Nibby che
per primo ci ha fatto conoscere la storia dell'agro romano nel medio
evo, ha trovato la prima menzione del _Castrum Brassani_ in un documento
claustrale del 1320: io mi trovo in grado di completare la cosa, perchè
ho trovato un altro documento, anteriore di quasi cento anni,
nell'archivio Orsini: è uno strumento legale del 10 marzo 1234, nel
quale Goffredo Amatore e Landolfo, figlio del prefetto Gotifredo,
appaiono come signori di questo castello: _Domini de Brachiano et de
sancta Pupa_.[13] Secondo questo, Bracciano apparteneva in quei tempi
alla famiglia dei Prefettani o dei prefetti della casa di Vico, potente
nell'Etruria, che aveva ridotto ereditaria fin dal XII secolo, la
prefettura della città di Roma. Questa famiglia, tedesca di origine,
violenta, ghibellina e nemica del papa, si impadronì anche di Viterbo e
di Orvieto e tramontò solo nel 1435, allorchè il terribile Giovanni
Vitelleschi fece decapitare nel castello di Soriano l'ultimo prefetto,
Jacopo di Vico.
La Chiesa confiscò i beni prefettizi; alcuni però furono comprati da
Everso, il brigantesco conte d'Anguillara, la cui stirpe orsina aveva da
lungo tempo preso piede sul lago di Bracciano. Anche la prefettura di
città passò nel 1435 agli Orsini, cioè a Francesco, primo conte di
Gravina, un antenato di quel ramo che solo di tutto il casato, sussiste
ancora in Roma.
Gli Orsini possedevano Bracciano già nel XIV secolo, essendo Martino V
Colonna stato costretto a confermare il vicariato di quel castello ai
fratelli Francesco, Carlo ed Orsino Orsini nell'anno 1419.
Dipoi sul lago signoreggiarono il ramo più antico di Anguillara ed il
ramo di Bracciano che possedeva molti altri castelli etruschi.
La casa di Bracciano brillò nel XV secolo grazie a due celebri capitani
di guerra, Napoleone e suo figlio Virginio. Napoleone (questo nome di
battesimo è stato in uso presso gli Orsini sin dai tempi antichi)
edificò il castello di Bracciano, quello che tuttora rimane e dopo esser
divenuto il più potente dei feudatari del suo tempo, morì a Vicovaro nel
1480. Virginio ereditò i suoi beni e la sua gloria. Ai primi egli
aggiunse Anguillara e Cervetri, comprati dopo la caduta della casa di
Everso. Fu gran connestabile del regno di Napoli, dove si legò
strettamente alla dinastia d'Aragona, egli stesso si chiamò de Aragona,
al servizio del re Alfonso II e quindi di Ferdinando II. Fu incaricato
di arrestare la marcia di Carlo VIII di Francia, attraverso l'Etruria,
ma i figli di Virginio, Giovanni Giordano e Carlo, per ordine del padre,
secondo i patti convenuti, consegnarono al monarca che si dirigeva alla
conquista di Napoli, i loro castelli e questa inevitabile defezione
degli Orsini dischiuse al conquistatore la via di Roma.
Carlo VIII entrò in Bracciano, prese dimora nel castello di Virginio,
dove rimase dal 19 al 31 dicembre del 1494 e mosse quindi col suo
esercito alla volta di Roma. A Galera lo accolsero sottomessi gli
ambasciatori della città e quelli di Alessandro VI.
Nella bufera di questa guerra che doveva decidere delle sorti d'Italia,
fu travolto anche Virginio sempre al servizio d'Aragona. Carlo VIII lo
fece arrestare in Napoli e lo trasse poi con sè al suo ritorno. L'Orsini
fuggì nella famosa battaglia del Taro, per cambiare di nuovo bandiera
poco dopo e passare al servizio di Montpensier, il luogotenente di Carlo
VIII a Napoli. Ma quando, dopo la rotta dell'esercito francese, gli
aragonesi risalirono al trono, egli fu preso, nonostante la sua
capitolazione, nell'agosto del 1496 e rinchiuso in un carcere. Così
volle papa Alessandro VI che in seguito alla restaurazione napoletana,
si era prefisso di sradicare dal suo territorio tutti i baroni romani.
La sua guerra contro gli Orsini ebbe però un esito inatteso e segnò uno
splendido trionfo per questa casa minacciata da tanta rovina. Mentre
Virginio languiva in un carcere a Napoli, dove poco dopo morì di veleno,
difendevano eroicamente il suo castello di Bracciano il giovane Alviano
e sua moglie Bartolomea, sorella di Virginio. Gli assalti degli
assedianti, guidati dal duca Guidobaldo di Urbino e dal figlio del papa,
Giovanni di Gandia, furon respinti. Altri Orsini recarono soccorso e
l'esercito papale soffrì nel gennaio 1497 una sanguinosa sconfitta
presso Soriano. Il papa dovette concludere la pace e gli Orsini rimasero
signori di Bracciano e di tutti gli altri possedimenti patrimoniali.
Ancora una volta essi furono molestati da Cesare Borgia; ma neanche a
lui riuscì di espugnare la forte rocca di Bracciano e finalmente la
morte di Alessandro liberò gli Orsini dagli imbarazzi.
Essi durarono quivi ancora per due secoli, mentre il secondo ramo di
Anguillara si spense fin dall'anno 1548. Pio IV inalzò Bracciano a
ducato nel 1560, a favore del pronipote di Virginio, Paolo Giordano
Orsini, uomo, come il suo contemporaneo Sampiero, dalle passioni
violente: in lui apparve per l'ultima volta la natura impetuosa della
sua stirpe. Combattè gloriosamente a Lepanto. Era sua moglie Isabella,
figlia di Cosimo I di Toscana che viveva quasi sempre da lui separata;
sul conto di lui si narravano cose incredibili. Un giorno Paolo Giordano
la strangolò con le sue mani nel suo castello di Cerreto in Valdarno nel
1576. In Roma s'innamorò poscia follemente della bella Vittoria
Accoramboni, moglie di Peretti, un nipote di Sisto V, in quel tempo
ancora cardinale; una notte nel giugno del 1583 fece assassinare nel
Quirinale il Peretti e tre giorni dopo il fatto Vittoria fuggì, con sua
madre, nel palazzo Orsini, presso l'assassino di suo marito. Gregorio
XIII proibì le loro nozze e fece rinchiudere la donna in Castel S.
Angelo, dove rimase sino alla morte del papa, avvenuta nell'aprile del
1585. Il giorno dell'elezione di Sisto V, Paolo Giordano sposò Vittoria.
Il papa bandì l'uccisore di suo nipote e l'Orsini morì poco dopo in
esilio. I suoi congiunti odiavano Vittoria, anche perchè ella pretendeva
una parte dell'eredità. In Padova, dove era stata costretta a
rifugiarsi, un giorno nel dicembre del 1583, fu pugnalata nella sua
stessa camera, da uomini mascherati, per mandato di Lodovico Orsini,
signore di Monte Rotondo.
Virginio, figlio di Paolo Giordano e di Isabella, continuò il ramo di
Bracciano e il duca Flavio lo chiuse nell'anno 1698, come ultimo di
questa celebre casa.
Già da alcuni anni don Livio Odescalchi, nipote di Innocenzo XI aveva
acquistato Bracciano.[14] Dagli Odescalchi, ai primi di questo secolo,
comprò il ducato il Rothschild di Roma, Torlonia, con la clausola però
del riscatto. Questo è avvenuta pochi anni or sono: oggi dunque il
principe Odescalchi è nuovamente duca di Bracciano.[15]
Entriamo nel castello. A quanto pare, un triplice muro, solidissimo,
costruito con blocchi di basalto, circondava originariamente il maniero,
insieme col fossato, ora riempito. Si può entrare nel castello da due
robuste e grandi porte, una dalla parte del paese, l'altra dalla parte
del lago.
Lo stile generale dell'edificio appartiene al rinascimento; le pareti,
le finestre incorniciate di peperino ed i merli ricordano assai il
palazzo di Venezia di Roma, la cui costruzione è della stessa epoca.
Come in quello, il maggior cortile del castello degli Orsini era in
origine cinto da un porticato a colonne che fu più tardi murato. Resta
soltanto la gabbia di una scalea, poggiata su colonne di tufo che
conduce al piano superiore: come la porta vicina della vecchia cappella,
essa mostra il passaggio dal gotico al rinascimento.[16]
Le cinque torri rotonde racchiudono in maniera imponente l'edificio e
sembrano sorreggerlo e tenerlo insieme come poderose colonne. In alto,
un ballatoio coronato di merli, le unisce fra loro. Al difuori, sopra le
porte, come anche nel cortile, si vedono ancora gli stemmi in pietra
della casa Orsini che risalgono al tempo della prima costruzione del
castello.
Una donna attempata mi ha accompagnato in giro pel castello durante due
ore, dopo avermi detto che era tedesca, che da trent'anni stava al
servizio degli Odescalchi e che intendeva finire i suoi giorni,
tranquilla e felice, nella solitudine di quel maniero.
Abbiamo attraversato alte sale a vôlta e file di stanze, piene di mobili
roccocò e moderni e specialmente di armadi parigini, in legno scolpito.
Questi ambienti sono tetri e poco adatti ad essere abitati; soltanto la
veduta sul lago, dalle profonde finestre, è bella. In generale le
esigenze della nostra vita moderna sono così differenti da quelle della
vita feudale, come le ville Doria Pamphili o Albani, da questo castello
Orsini. In esso poteva sentirsi a suo agio solo una famiglia baronale
che trincerava dietro spesse muraglie di pietra i suoi privilegi e le
sue barbare passioni, mentre lo sciame dei vassalli devoti e dei servi
schiavi obbediva al cenno del padrone, garantito dalle loro sostanze e
dalla loro vita. Soltanto ambiziosi pensieri di dominio, di potenza e di
guerra potevano agitarsi entro queste mura; la voce della grazia e della
musa risuonava qui assai raramente. Ben diverso era il principesco
castello d'Urbino, il più bel monumento del rinascimento in Italia,
della stessa epoca. Me ne sono ricordato a Bracciano. Colà il geniale
Federigo di Montefeltro, padre di quel Guidobaldo che assediò il
castello di Bracciano, formò la sua celebre biblioteca, vi eresse molte
statue e ne fece una delle più dotte accademie del suo tempo.
Nelle sale del castello pendono, come in quasi tutti i manieri baronali,
molti ritratti di famiglia, quasi tutti però del XVII secolo.[17] I
ritratti della famiglia Orsini, se alcuno li possedesse e li riunisse
insieme, formerebbero certo intere gallerie e nella lunga fila di
ritratti femminili ogni celebre casa aristocratica d'Italia sarebbe
rappresentata. La mia cicerona, disgraziatamente, non me ne seppe
nominare alcuno. Forse avrei potuto trovare quello d'Isabella Orsini. Mi
si mostrò invece la stanza di questa disgraziata principessa che, solo
fugacemente, può darsi sia comparsa in questo castello.
Alcuni soffitti sono decorati con figure di stucco, ma pesanti e senza
gusto; altri sono stati fatti dipingere dal Torlonia, il cui stemma è
qui più volte riprodotto. L'arme di chi è venuto su dall'aristocrazia
del danaro appare accanto a quella della vetusta casata degli Orsini,
come ironia del tempo moderno sul passato feudalismo. Quanti antenati,
quante lotte e fatiche, quale lunga storia di guerre, di paci, di
convenzioni, di delitti e di virtù dovettero succedersi prima che un
Orsini edificasse questo castello e che un altro ottenesse il titolo
ducale di Bracciano! Tutto ciò non occorreva più al banchiere Torlonia:
egli era diventato ricco durante la notte, ed un giorno potè metter fine
a tutta quella noiosa storia con un paio di cambiali, ponendo il suo
stemma: quattro stelle dorate con quattro grossi ciuffi di raggi d'oro,
accanto alla rosa degli Orsini, e sorridendo passeggiare come duca sotto
i cento polverosi ritratti del castello. Non è forse il mondo un venale
mercato di mercerie e di ciarpame?...
La mia brava guida mi condusse sui merli del castello e sulla
piattaforma di tutte le torri che sono ripianate sulla cima la quale è
lastricata. Mi accompagnò quindi al luogo desolato, dove il conte o duca
sedeva per render giustizia ai vassalli o ai prigionieri di guerra e poi
nelle camere di tortura, nelle carceri chiuse da forti cancelli, ed in
altri luoghi, dove veniva eseguita la giustizia, nel buon tempo antico
delle torture e della pena capitale, quando ancora non si discuteva in
Parlamento l'abolizione della pena di morte.
Dall'alto delle torri preferii ammirare l'incantevole specchio del lago
da una parte e dall'altra la cima del Soratte; quindi lasciai il
castello e vagai un poco sotto le alte querce del convento dei
cappuccini e infine attraversai il borgo di Bracciano che possiede un
albergo, La Piva, dove si sta abbastanza bene. E' poco frequentato; solo
nell'estate talvolta si anima per gli ospiti che si recano ai bagni
vulcanici di Stigliano e Vicarello, situati vicino al lago, famosi per
le loro virtù salutari fin dall'antichità.
Quei di Bracciano non hanno alcuna industria, tranne le vicine ferriere.
In questo paese notai delle brocche di forma etrusca, che le donne e le
fanciulle portano sulla testa alla fontana: questi recipienti di
terracotta non vengono però fabbricati qui, ma a Vetralla, una delle
castella dell'antico paese prefettizio. Mi ricordai che un tempo v'era
in Bracciano una stamperia, da cui, per uno strano caso, nell'anno 1624
era uscita la prima edizione della _Vita di Cola di Rienzo_, una delle
più pregevoli opere della storiografia romana del XIV secolo. Non mi fu
possibile trovare alcuna traccia di questo stabilimento, impiantato, chi
sa per quale ragione, a Bracciano.
Era mia intenzione proseguire il mattino appresso per Anguillara, lungo
il lago; scesi perciò dall'altura del castello per un sentiero
selvaggio, giù alla sponda. Anguillara mi attirava per la storia dei
suoi conti, alcuni dei quali famosi senatori di Roma nel secolo XIV.
Là fu conte un tempo Orso, il mecenate del Petrarca, uomo colto ed amico
delle muse che accolse il poeta ospitalmente nel Castello di Capranica e
come senatore di Roma lo coronò poi in Campidoglio. Petrarca si recò
senza dubbio da Capranica ad Anguillara ed i suoi occhi videro questo
lago delizioso, sulla sponda del quale l'usignolo sembra che chiami a sè
il poeta. Cento anni dopo, al tempo di Eugenio IV e di Pio II, era conte
di Anguillara il terribile Everso, violento signore d'Etruria, temuto
tutto all'intorno. Dopo la sua morte Paolo II conquistò gli undici
castelli di lui e fece tradurre il figlio, Francesco, in Castel S.
Angelo. Così finì questo ramo, ma Anguillara passò più tardi a Virginio
Orsini ed a Carlo, suo bastardo. Ricordano ancora Everso i resti del suo
palazzo in Trastevere: un'alta torre sulla cui cima, per Natale, si
suole esporre il presepio, ed il suo stemma sulla parete esterna
dell'ospedale lateranense, al quale questo delinquente aveva fatto un
pio lascito.
L'arma dei conti d'Anguillara reca incrociati due serpenti o anguille: a
me almeno quei segni sono sembrati anguille e dapprima credetti che
anche il cognome derivasse dalle anguille del lago. Ma a Bracciano mi
convinsi dell'errore, essendomi stato detto che il lago è ricco di lucci
e di carpioni (_regine_), ma non d'anguille, ed avendo appreso, dalla
posizione stessa di Anguillara che il vero suo nome doveva essere
_Angularia_, giacchè il castello sta su di un promontorio che fa un
angolo nel lago.