Intanto, sulla piazza di Arpino, la cosa cui meno si pensasse quel

giorno, 4 ottobre, era certo la storia romana; poichè ricorrevano

l'onomastico del re Francesco II ed il genetliaco della regina sua

consorte ed i ritratti della giovine coppia reale stavano esposti in una

specie di loggia del palazzo municipale e così si ammirava l'immagine

di una graziosa principessa bavara, di una figlia di quei Teutoni e di

quei Cimbri vinti un giorno dal terribile Mario. Sulla stessa piazza

sorge un grande edificio, nella cui facciata stanno entro apposite

nicchie i busti di Mario, di Cicerone e di Agrippa, poichè anche

quest'ultimo, secondo i buoni Arpinati, nacque nella loro città. Sotto i

busti si legge questa iscrizione: _Arpinum a Saturno conditum Romanorum

Municipium, M. Tullii Ciceronis, C. Marii, M. Vipsanii, Agrippae Alma

Patria_. Quest'edificio si chiama Collegio Tulliano e lo occupano i

gesuiti. Le finestre erano tutte aperte e si vedevano i padri con la

loro sottana nera prendere parte anche essi alla festa. Sulla piazza

sonava una banda vestita in modo arlecchinesco e si gridava _Viva il

Re!_ La banda si mosse ed andò solennemente incontro al giudice che

prese posto dietro non già rivestito di toga color porpora, ma in

marsina nera e coi guanti; al suo fianco stavano il sindaco e il primo

eletto pure in abito nero. Si gridò di nuovo _Evviva il Re!_ ed il

corteo si recò alla cattedrale. Alla sera vi fu concerto, o per parlare

più esattamente, vi fu un chiasso diabolico sulla piazza, a cui si dava

il nome di concerto; si accesero anche fuochi artificiali, o per dir

meglio razzi e si spararono mortaretti, come nelle feste ecclesiastiche.

Non voglio dimenticare che Arpino vanta anche una celebrità moderna, un

pittore, Giuseppe Cesari, conosciuto sotto il nome di _Cavalier

d'Arpino_. Come Cicerone e Mario, questi si recò a Roma a cercarvi

fortuna e vi dipinse, fra le altre cose, la grande sala nel palazzo dei

Conservatori, dove fece gli affreschi che rappresentano fatti della

storia romana; le sue pitture murali, pregevoli particolarmente per il

colorito, sono ritenute fra le migliori della fine del secolo XVI. La

cattedrale di Arpino possiede una sua bella Madonna.

Partii da Arpino su uno _char à banc_ per recarmi a Montecassino. La

strada scende per una collina tutta coltivata ad olivi. Si gode la vista

del vicino territorio romano, e si passa sotto l'alto Monte S. Giovanni

accanto al Liri la cui acqua verde si scorge qua e là fra i pioppi.

La regione, montuosa a sinistra, è quasi deserta; di quando in quando

appare un'antica torre medioevale, come quella di Monte Negro, od un

dirupato castello come quello di Santo Padre. Si arriva sopra un'altura

che divide le acque del Liri da quelle del Melfa e si passa in vicinanza

di Fontana e di Arce, senza però toccarle. Quest'ultimo borgo ha

veramente l'aspetto di una fortezza inespugnabile e tale infatti fu

ritenuta durante il medio evo; però fin lassù riuscirono ad arrampicarsi

e ad impadronirsene i Provenzali di Carlo d'Angiò così agilmente come

gli zuavi dei nostri tempi. La caduta di Arce sgomentò tutte le città

ghibelline del regno e fu preludio alla sconfitta di Manfredi.

L'antica rocca dei Volsci sorge su una rupe alta, scoscesa, dove ancora

ne rimangono le vestigia, attorniate da mura ciclopiche, mentre la città

moderna si stende sul pendìo del monte. La disposizione di tutti questi

paesi è identica; in alto la rocca, al disotto la città. Nella rocca si

rifugiavano nel medio evo gli abitanti della città e delle campagne,

quando erano minacciati dalle scorrerie degli Ungheri e dei Saraceni

dell'Africa. Non è possibile percorrere le sponde del Liri, soprattutto

la ridente pianura di Aquino, senza ricordare il terrore che vi

portarono una volta i Saraceni. Per ben trent'anni essi funestarono le

contrade fra il Garigliano o Liri e Minturno, facendo scorrere per la

Campania, la Tuscia e la Sabina, saccheggiando e distruggendo i

monasteri di Montecassino, di S. Vincenzo al Volturno, di Subiaco e di

Farfa, riducendo in cenere gli archivi e le biblioteche, perdita questa

irreparabile. Solo nell'agosto del 910 poterono esser cacciati, da una

lega italo-bizantina, per opera dell'energico papa Giovanni X, e un

papa si ornò della gloria di essere stato il salvatore d'Italia.

Al disotto di Arce vi è una dogana, denominata le Muratte; ivi mi fu

chiesto il passaporto, ma fortunatamente non mi fu visitato il bagaglio.

Avevo però preso la precauzione, con l'aiuto del mio auriga, un giovane

arpinate molto svelto, di nascondere accuratamente nella carrozza un

libro, ed il manoscritto del mio giornale di viaggio che cavammo in

trionfo fuori dal loro ripostiglio non appena la dogana fu oltrepassata.

Da ogni parte si vedevano truppe che non disdicevano su questo antico

teatro di guerra; nel vederle il mio pensiero correva sempre più a

ricordare gli eventi storici di queste stupende contrade, poichè qui

appunto ha principio il territorio storico dell'Italia meridionale.

All'inizio del medio evo era ripartito in tre gruppi, gli stati

longobardi di Benevento, Salerno e Capua; il dominio bizantino delle

Calabrie e le repubbliche marittime, di Napoli, Amalfi, Gaeta e

Sorrento. Tutte queste regioni passarono in seguito in possesso dei

Normanni. Mentre tutti questi diversi elementi, longobardi, greci,

imperatori germanici, papi, repubbliche, saraceni, erano fra di loro in

continua lotta, la storia dell'Italia meridionale diventa veramente un

caos. L'inferno di Dante non può dare che una debole idea di tutti

gl'intrighi, le passioni, i delitti che si muovevano in questi stati, in

queste corti. Purtroppo la storia di quei tempi manca ancora, essa è un

labirinto. Montecassino ne possiede sempre molti elementi nelle sue

collezioni di diplomi, particolarmente riguardanti Gaeta. La rinomata

opera di Giannone, pregevolissima per ciò che riguarda l'ordinamento

civile, e quello della giustizia, non sempre è esatta nel rimanente e

non corrisponde più all'attuale progresso della scienza.

Arrivammo al ponte sul Melfa che ha conservato l'antico suo nome e che è

ancora, in ottobre, quasi asciutto nel suo ampio letto bianco e sassoso.

Si pretende che esso abbia segnato una volta la linea di confine fra gli

stati della Chiesa o ducato di Roma e il ducato longobardo di Benevento;

ma la cosa è tutt'altro che certa; sembra anzi assai più probabile che

allora, come oggi, il Liri dividesse i due stati. Stavano accampati

vicino al fiume, attorno ad un mucchio di fieno, dei soldati di

cavalleria.

Poco dopo passato il ponte, comincia l'estremo Lazio, la bella campagna

di Aquino e di Pontecorvo, irradiata dal sole, ed attraversata dalla

magnifica strada che porta a Capua. Alla sua sinistra si leva la catena

degli Appennini, di cui si scorgono la vetta del Cimarone ed i borghi di

Castello, di Rocca Secca, di Palazzuola, di Piedimonte; più in là sorge

il monte Cairo, mèta della nostra gita. Già si scorgevano gli edifici

grandiosi e le cupole di Montecassino, l'Atene del medio evo, faro della

scienza nella cupa notte di quei tempi. Colà Paolo diacono scrisse la

sua storia dei longobardi.

A destra della pianura apparivano le cime azzurre dei monti Volsci, di

natura identica a quelli di Segni e di Gavignano, e poi S. Giovanni

Incarico, Pontecorvo, il piccolo territorio pontificio già possesso di

Bernadotte e più lontano Oliva, Rocca Guglielma ed altri villaggi. Il

Liri qui corre ai piedi dei monti, attraversa campi deliziosi che sembra

non voler lasciare mai, perchè allunga la sua strada con mille

sinuosità; ad ogni passo accoglie il tributo di un ruscello o di un

torrente e le sue acque risplendenti ai raggi del sole, sono veramente

meravigliose. Con qual diletto non dovettero soggiornarvi i Saraceni!

Certo essi non trovarono mai sponde più amene nè sul Guadalquivir, nè

sul Sebeto, nè sul fiume Ciane. Molti popoli dopo l'epoca romana

funestarono questo paradiso: i Visigoti con Alarico ed Atalulfo, i Goti

valorosi di Totila e di Teia, gli Isauri, gli Unni, i Sarmati, i Greci;

le orde terribili di Leutari e di Bucellino, i docili Longobardi che

finirono coll'occupare tutte queste terre, col coltivarle e farle

rifiorire, gli Arabi, gli Ungari, i Normanni, i Francesi, gli Spagnoli,

i Tedeschi; tutti si accamparono qui e vi combatterono; tutti apparvero

in questa Campania felice, chiave del regno di Napoli.

Più lontano noi scorgiamo anche i monti di fronte a S. Germano, su cui

sorgono Rocca d'Evandro (propriamente Bantra), S. Elia, S. Pietro in

Fine, sui quali emerge l'alto Aquilone. La maggior parte di questa bella

pianura apparteneva alla diocesi di Montecassino e parecchi di questi

paesi, di queste città, debbono al monastero la loro esistenza.

Questa parte estrema del Lazio non ha la severa grandiosità della

campagna romana; le sue tinte sono più calde, più dolci, più

meridionali, infine, la sua coltivazione è assai più rigogliosa, nè vi

sono tante colline.

Essendo giorno di fiera a S. Germano, incontrammo per strada molti

contadini, vestiti come nella valle del Sacco e ciociari coi sandali. Le

donne però, anzichè il busto portavano un morbido panno con nastri sulle

spalle e due vesti di cui quella superiore fatta a grembiale: questo

modo di vestire fa una graziosa figura.

Qui, invito il lettore ad abbandonare la strada di Capua ed a piegare a

destra, verso Aquino che giace in mezzo alla pianura. E' piacevole

attraversare la linea recentemente ultimata fino a questo punto della

strada ferrata di Capua che non può venire ancora esercitata poichè, se

il governo napoletano si affrettò a compierla sul suo territorio, quello

pontificio è ancora arretrato sul suo, avendo appena oltrepassato

Albano.[12]

In un quarto d'ora, attraverso a campi coltivati a granturco, si giunge

ad Aquino. Questa città, importante ai tempi dei Romani, è ora un borgo

lungo e stretto, su cui emerge solo un campanile. La sua posizione, su

di un ruscello, non ha nulla di speciale, senonchè bellissimi per

ricchezza e per frescura di vegetazione sono i suoi dintorni e stupendo

è il panorama che vi si gode. Esistono ancora presso il paese alcune

rovine della città romana, avanzi di porte, di mura, reliquie dei templi

di Cerere e di Diana; in complesso però nulla di notevole. Presso il

ruscello sono le rovine di una chiesa del secolo XI, S. Maria Libera,

basilica a tre navate, sulla cui porta si scorge ancora una Madonna in

mosaico, opera bizantina ben conservata. Vicine le une alle altre

sorgono così le rovine dell'Aquino romana e dell'Aquino medioevale; a

queste due epoche appartengono le celebrità della città.

Aquino si può vantare di aver dato i natali a uno dei meno famosi

imperatori romani, a Pescennio Nigro che vi nacque in umile condizione

come Mario. Prode soldato, si distinse quale generale in Siria; dopo

l'uccisione di Pertinace vestì la porpora, ma la dovette cedere presto

all'africano Settimio Severo che lo sbalzò dal trono e lo fece prima

imprigionare, poi decapitare. Maggior gloria procurarono ad Aquino due

altri suoi figli. Sono due tipi che rappresentano due epoche e che si

possono l'uno all'altro contrapporre, come le rovine di un tempio romano

a quelle della basilica di S. Maria Libera. Quale maggior contrasto,

infatti, di quello che passa tra Giovenale e S. Tommaso d'Aquino, fra il

grande poeta satirico della corruzione pagana di Roma ed il più grande

filosofo della sacra teologia scolastica, che ebbe il nome di Dottore

Angelico? Si direbbe che questi due personaggi tanto diversi abbiano

voluto sorgere entrambi in Aquino, nel modo stesso che la corruzione

pagana di Roma richiedeva la rigenerazione cristiana.

Giovenale ci trasporta con le sue satire in quelle condizioni di Roma,

preparate da Mario e consolidate dalla stirpe Giulia dopo la caduta

della repubblica, in quella Roma, pantano sanguinoso, putrida palude

morale, menzogna in tutto, dove ogni cosa era appestata, in quella Roma

fisicamente e moralmente ammalata, tutta da comprare; dove patrizi e

cittadini si affollavano famelici attorno ad un despota onnipotente,

terribile come il fato; dove pensiero, parola, penna, erano avvinti in

ceppi; dove unica libera era l'adulazione; dove non vi erano che idee

servili, libidine di piacere ed una mostruosa prostituzione della

natura; dove in quella folla lasciva e tormentata dalla voluttà e dalla

paura, alcuni spiriti stoici, concentrati in sè stessi, davano sfogo

alla loro nausea morale con la satira e con la storia, non appena lo

consentiva un despota più temperato degli altri.

Giovenale nacque in Aquino; poco però si sa della sua vita, come di

quella della maggior parte dei poeti dell'antichità, il che, del resto,

non torna davvero a loro danno. Le loro persone assumono così quasi

l'aspetto di un mito. Nessun erede, parente o amico indiscreto, pubblicò

la loro corrispondenza; nessun giornalista descrisse con scrupolosa

esattezza il loro aspetto esteriore nei più minuti particolari, non li

accompagnò passo passo nella loro vita, partendo dalla culla; non tenne

conto delle loro virtù, dei loro vizi, dei loro errori, dei loro debiti

presso ebrei e cristiani e d'ogni altro loro imbarazzo. Due pagine

bastano, alla vita oscura di Orazio, di Virgilio, di Ovidio; della morte

di Eschilo e di Euripide, non rimane che una tradizione favolosa;

l'arguto Terenzio scomparve tranquillo in qualche angolo dell'Ellade,

presso la palude Stimfalica.

Di Giovenale, solo da un suo verso, si sa che nacque in Aquino. Venne

esiliato in Egitto o in Scozia? Dove morì? Nessuno lo sa. La sua lunga

vita, ora rattristata, ora allietata dai regni di Claudio, di Nerone, di

Galba, di Ottone, di Vitellio, di Vespasiano, di Tito, di Domiziano, di

Nerva, di Traiano e di Adriano, fu spettatrice dei più grandi

avvenimenti; vide sul trono del mondo una serie di demoni feroci, ed una

di genî buoni; vide tempi in realtà miserrimi, a torto detti

felicissimi.

E' difficile quindi immaginarsi quale idea dovette farsi della vita,

quali impressioni dovette provare un uomo di mente e di cuore che potè

vedere l'aspetto truce di un Nerone, e la fisonomia serena di un Tito.

Se egli non avesse visto quella doppia serie di imperatori, se invece di

essere nato sotto Claudio, fosse nato ai tempi di Tito, forse non

avremmo le sue satire; ma le impressioni di gioventù dettero la

direzione al suo spirito; in fondo poi la società romana dei tempi di

Tito era sempre quella stessa dei tempi di Nerone. Povero Giovenale

condannato ad essere il poeta della sua età! La sua lingua, la sua

narrazione già oscura, difficile, serrata come quella di Tacito, sotto

il peso dell'atmosfera romana, sotto la stretta della sua amarezza,

dovettero esercitarsi sopra argomenti ai quali non sarebbero stati

adatti nè il marmo, nè l'argilla, ma il fango. Chi può leggere le sue

satire sugli uomini e sulle donne di Roma senza provare un senso di

ribrezzo? Chi può non compiangere un ingegno eletto come il suo,

condannato a cercare le sue ispirazioni in quel pantano della società

romana dei suoi tempi? _Facit indignatio versum, qualemcunque potest._

Giovenale fu paragonato (e con qualche verità) a Tacito, il suo più

grande e più nobile contemporaneo; ma lo storico di quell'epoca aveva

almeno la coscienza di chiamare il dispotismo davanti ad un tribunale

supremo, sempre pronto a pronunciare le sue sentenze. Ma che cosa può

confortare il poeta satirico, il pittore della impudicizia nel ribrezzo

che deve provare a descrivere la generale corruzione dei suoi tempi?

Eppure, quanto non è superiore un Giovenale ai romanzieri ed ai

drammaturghi dei tempi nostri, più lascivi, ma più deboli di Petronio, i

quali descrivono il vizio coi colori più dolci e sentimentali e ci

dipingono vili meretrici come tipi ideali?

Teniamoci fortunati noi tedeschi, almeno per ciò che non possediamo

nella nostra letteratura un Giovenale, nè un Sue o un Dumas, ma possiamo

porre ancora corone non contaminate sul capo di Schiller, il poeta

generoso della libertà e dell'ideale umano.

Ambedue quei romani, Giovenale e Tacito, lamentarono la perduta libertà

repubblicana; ambedue disperarono dell'avvenire che non appariva loro

diverso da un abisso, e Giovenale ancora più di Tacito. E di fronte ad

essi già sorgeva, da loro conosciuto, ma non compreso, anzi disprezzato

quale setta giudaica, il cristianesimo, ideale tuttora velato di una

umanità ringiovanita. E i Germani, di cui Tacito ammirava la schietta

naturalezza e la semplicità eroica, dovevano poi abbattere in Roma il

dispotismo e la menzogna.

Il cristianesimo... Siamo sulle rovine di Aquino e tra i ruderi di S.

Maria Libera, appare un santo illustre, il Dottore Angelico. Veste

l'abito dei domenicani, porta un fascio di libri sotto il braccio, è di

statura alta, asciutto, ma cammina curvo, ha una testa potente e

voluminosa, viso abbronzato e rugoso, però _molli carne, quae acumen

ingenii et excellentiam indicaret_.

Erano trascorsi mille e più anni da Tacito e da Giovenale allorchè

Tommaso nacque nel 1224, non propriamente in Aquino, ma lassù nel

pittoresco castello di Rocca Secca, edificato dall'abate Manso di

Montecassino, sul monte Asprano, verso la fine del decimo secolo. Esso

appartenne poi ai conti longobardi di Aquino, dell'antica famiglia di

Landolfo. Il padre di Tommaso era il conte Landolfo, sua madre Teodora

Caracciolo e suo zio Landolfo era abate di Montecassino. Quando il

fanciullo ebbe cinque anni, i suoi genitori lo condussero nel monastero

di S. Benedetto, con la speranza che un giorno ne diventasse abate. Fu

sempre costume dei Benedettini quello di accogliere fra i monaci ragazzi

di tenera età e quest'usanza vi è ancora. Don Luigi Tosti, oggi rinomato

storico d'Italia, don Sebastiano Calefati, l'erudito bibliotecario,

tutti e due uomini illustri, i cui nomi saranno sempre ricordati con

piacere da molti studiosi tedeschi, entrarono nel monastero di

Montecassino in età di otto anni. Tommaso rimase nel monastero sette

anni, quindi si recò a Napoli, dove attese per altrettanti anni allo

studio della teologia; vestì l'abito dei domenicani e andò a studiare a

Parigi e poi a Colonia, per sentirvi il celebre Alberto Magno; fu

professore a Napoli e morì il 7 marzo 1274 nel convento dei cistercensi

di Fossanova, presso Piperno, a poche ore di distanza dalla sua patria.

Fu uno degli uomini più illustri del medio evo, il primo che

propriamente introdusse la filosofia nella teologia, o meglio che

innalzò quest'ultima alla dignità di sistema filosofico. Quando oggi si

ode il nome di scolastica, si pensa e non a torto, ad un labirinto di

meschinità, di sottigliezze, di distinzioni, in cui stette per il corso

di molti secoli imprigionato l'ingegno umano. Chi può oggi ancora

immergersi nella _Somma_ di Tommaso d'Aquino, arrischiarsi in quella

cupa foresta di spiriti, nel cui fitto sta il Minotauro del pensiero

aristotelico cristiano? Noi consideriamo attualmente quella grandiosa

filosofia gotica come un'anticaglia; tutte le sue sottili distinzioni,

tutte le sue ricerche morali e speculative, tutti i suoi problemi privi

di ogni utilità per gli scopi della vita, non offrono più alcun

interesse a una generazione che tende a scopi pratici e materiali, e che

vuol essere più libera e semplice nel suo pensiero. Ma non dobbiamo però

dimenticare che anche quei sistemi sono di base alla scienza del

pensiero e bisogna confessare inoltre che l'uomo del secolo XIX di

fronte ai più alti problemi che si può proporre lo spirito, si trova

appunto così perplesso, come uno scolastico del medio evo, o come il

primo uomo del paradiso terrestre.

Partimmo da Aquino, contenti di aver veduto questo paese, tornammo sulla

strada di Capua e in un'oretta arrivammo ai piedi del monte Cairo;

girammo il monte, avendo innanzi agli occhi l'anfiteatro romano di S.

Germano, città di gaio aspetto, sormontata dal celebre castello di

Janula e finalmente là in alto Montecassino che ci aspetta. Ma è ormai

tempo di finire, essendo già troppe queste pagine. Se ci volgiamo a

considerare tutto quanto si mostra al viandante in un così breve tratto

di strada, non possiamo a meno di meravigliarci per la ricchezza di

queste contrade. Nessun'altra nel mondo è così penetrata e animata dallo

spirito. La natura e la storia hanno versato la loro cornucopia

sull'Italia ed ogni epoca storica vi ha lasciato la sua impronta.

L'Italia è la madre della civiltà in occidente e la Pandora della sua

cultura sia nel senso buono che nel senso cattivo della parola. Se essa

ora risorge e chiede il suo posto di nazione indipendente, fra tutti

quei popoli che dopo aver da lei ricevuta la propria civiltà, la

sfruttarono, la saccheggiarono, la signoreggiarono, lo fa in nome di un

suo incontrastabile diritto. Sì, questa è una nobile terra, degna

dell'amore del genere umano! Ed anche in mezzo al caos sconfinato

dell'età presente, in questa nauseante mescolanza di errori e di verità,

anche oggi noi Tedeschi non possiamo, nè mai lo potremo, far tacere la

voce del nostro ardente voto per la liberazione di questa terra.

IL CASTELLO DEGLI ORSINI A BRACCIANO

(1870)

Il Castello degli Orsini in Bracciano.

(1870).

Poco dopo la stazione postale della Storta si distacca a sinistra, dalla

via Cassia, la via Claudia e per questa ci vogliono ancora tre buone ore

di carrozza per arrivare al lago di Bracciano. Il paesaggio è deserto,

ma pittoresco; collinette vulcaniche di tufo lo attraversano e qua e là,

si scorgono fiorenti praterie e pascoli, con masserie e numerose mandre

di bovini.

Il carattere della campagna etrusca di Roma è molto diverso da quello

del Lazio. Nel Lazio tutto è più ridente e soleggiato, più ricco di

forme ed anche più animato; i monti Volsci e gli Appennini spingono fin

là le loro diramazioni ed hanno la bella struttura delle formazioni

calcaree; città antichissime, per la maggior parte vescovili, sorgono

sulle alture verdeggianti di castani e coperte di oliveti, o

inghirlandate dalla vite e danno alla campagna laziale un'impronta

preponderantemente storica; essa è piena di monumenti dell'antichità e

del medio evo. Nella regione etrusca invece predomina un terreno

montuoso, vulcanico, diruto, con vaste solitudini, severe e

melanconiche, d'aspetto quasi misterioso. Qui la vita storica non ha

generalmente lasciato traccia di sè: tombe sotterranee e necropoli di un

popolo enigmatico sono gli unici tesori e gli unici monumenti della

Tuscia. La storia del paese sembra qui interrotta e dove non lo è, manca

di significato potente e vivo. Il completo decadimento di una città come

Veio e l'intero abbandono del suo territorio in ogni tempo, mi sono

sembrati sempre segni caratteristici di questa storica estinzione

dell'Etruria romana.

Solitarie torri baronali senza nome, o piccoli paesi privi di valore

storico, si levano qua e là melanconicamente sulle colline tufacee. I

ricordi in questi luoghi incolti e selvaggi non vanno al di là del medio

evo, dell'undecimo secolo, epoca in cui si stabilirono qui, come

signore, alcune famiglie feudali germaniche, di origine franca o

longobarda, come i conti di Galera e i prefetti di città della casa di

Vico. Anche il possente influsso della Chiesa ha qui impresso e lasciato

poche orme, essendo il paese passato assai tardi nel patrimonio di S.

Pietro.

Al di là del fiume Arrone, emissario del lago di Bracciano, sorgono due

grandi fattorie: S. Maria di Celsano e Casale di Galera, qui è

necessario scendere di vettura se si vogliono visitare le vicine rovine

del castello di Galera. Queste fanno singolare riscontro alla favolosa

città di Ninfa, nel Lazio che giace sprofondata nella sua incantevole

tomba di edera e di fiori, sul limitare della palude pontina. Anche

Galera, sede un tempo d'insolenti e feroci signori che dettero frequenti

noie alla città di Roma, è oggi distrutta e presenta le sue vie, la

chiesa ed il castello comitale coperti d'edera, nel senso più preciso

della parola. Eppure Galera non giace come Ninfa nella profondità

paludosa, ma salda ed alta si erge su di una scoscesa rupe di tufo,

dominante una gola boscosa da cui l'Arrone precipita in cascate

spumeggianti.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 16 / 18 段