distanza dai monti. In qualche punto il piano si restringe ed esce dalla
catena un contrafforte. Immediatamente sopra la città si erge un monte
di forma piramidale, alto, ripido, di aspetto severo, di roccia nera,
selvaggio e nudo; sulla sua cima stanno le rovine pittoresche
dell'antica rocca, chiamata Sorella, rovine non meno cupe del monte.
Sora riposa tranquilla e idillica all'ombra di questa piramide naturale,
tutta moderna di aspetto, sebbene sia un'antica città volsca che non ha
mai mutato nome. Essa col tempo divenne sannitica, quindi latina,
infine romana. Nel periodo romano vi nacquero i tre Deci e il famoso
Attilio Regolo e ne sortì la gente Valeria, alla quale appartenne
l'oratore Quinto Valerio; e poi Lucio Mummio: nomi sufficenti ad
illustrare la città.
Durante il medio evo anteriore si trova ricordata Sora quale città di
confine, più volte sorpresa e saccheggiata dai duchi longobardi di
Benevento. Probabilmente allora era bizantina. Posseduta quindi da varî
duchi di razza longobarda, finì per passare in potere dell'imperatore
Federigo II che la distrusse. Più tardi appartenne ai conti d'Aquino,
divenuti signori della maggior parte del territorio fra il Liri ed il
Volturno. Carlo d'Angiò nominò conte di Sora un Cantelmi, parente degli
Stuart ed Alfonso d'Aragona eresse Sora in ducato di cui primo signore
fu Nicolò Cantelmi. Ma i papi frattanto non avevano mai cessato di
aspirare alla signoria di questa bella regione e la ottennero sotto Pio
II che conquistò Sora per mezzo del suo capitano Napoleone Orsini. Re
Ferdinando I di Napoli confermò il possesso, ma Sisto IV ne privò la
Chiesa nel 1471, investendone suo nipote Leonardo della Rovere,
allorquando questi sposò la nipote del re. Più tardi, nel 1580, Gregorio
XIII acquistò Sora dal duca di Urbino per suo figlio don Giacomo
Buoncompagni: pochi furono i nipoti in Roma che ricevettero così
cospicuo dono. Il territorio rimase in potere dei Buoncompagni-Ludovisi
fino alla fine del secolo XVIII. In questo tempo tornò al regno di
Napoli, e di quello splendore del nepotismo romano non rimase in Roma
che il palazzo di Sora e il titolo di duca di Sora, titolo che ancor
oggi porta il figlio primogenito del principe Ludovisi-Piombino.
Mentre i della Rovere possedevano Sora, nacque colà un uomo illustre,
Cesare Baronio, l'ultimo uomo di grandi meriti di questa contrada. Per
quanto incantevoli, melodiose e pittorescamente irradiate dal sole, le
sponde del Liri, ombreggiate da lunghe file di pioppi, non produssero
mai un genio poetico, un Orazio, un Ovidio, un Ariosto; produssero
invece famosi uomini di guerra e grandi oratori, e veramente per i
retori è questo un ambiente favorevole alla creazione delle immagini e
dei tropi per l'inesauribile eloquenza di questa natura.
Cesare Baronio nacque il 31 ottobre 1538. Lo si può considerare come il
Muratori della Chiesa, di cui scrisse gli annali dalla nascita di Cristo
all'anno 1198. Nel 1588 fu pubblicato il primo volume della sua opera,
in cinque parti, compilata con i materiali degli archivi vaticani,
lavoro veramente gigantesco, cui si può ricorrere utilmente, in molte
parti, come a fonti originali, specialmente per i primi e più oscuri
secoli del medio evo; ma libro di cui convien far uso con molta
prudenza, poichè a quell'epoca gli studî storici non erano così
innanzi come lo divennero in seguito è quindi opera informata a spirito
illiberale ed ingiusto, frutto cioè di uno dei periodi più ardenti della
reazione cattolica contro la riforma. Dagli oratori suoi compaesani
Baronio non prese nè il sale attico, nè l'urbanità, nè lo spirito di
discussione filosofica, nè la purezza della lingua. Non gli fa difetto
però una certa ampollosità ciceroniana ed una certa maestosità che
risalta ancora maggiormente accanto alle opere del Rainaldo, del
Laderchi e del Theiner, suoi continuatori. Egli fece i suoi primi studî
a Veroli, poi a Napoli e a Roma dove fu discepolo di quel santo assai
originale che fu Filippo Neri; visse anche, come monaco, nell'Oratorio
da questi fondato in S. Maria della Vallicella. Fu cardinale e dopo la
morte di Clemente VIII, poco mancò che non ottenesse la tiara; ma, punto
ambizioso, volle che fosse collocata sulla testa di Leone XI de' Medici,
amico suo. Morì due anni dopo, il 30 giugno 1607. Venne sepolto nella
chiesa dell'Oratorio di Roma. Il Baronio rimarrà sempre una gloria
della storia ecclesiastica e la sua gigantesca opera sarà sempre
meritevole di ammirazione.
Voglia ora il lettore gettare ancora uno sguardo su quell'altura di dove
abbiamo preso le mosse e dove si scorge sempre Veroli. Chi non conosce,
o non ha mai udito parlare di un'opera italiana intitolata «Del
beneficio di Cristo?» Pubblicata nel 1542 in Venezia in grande quantità
di copie, diffusa in molteplici traduzioni, dopo trent'anni era divenuta
già irreperibile, tante erano state le mani che ne avevano fatto ricerca
per consegnarla alle fiamme. Udimmo, pochi anni fa, che inaspettatamente
se n'era scoperto un esemplare in una biblioteca di Cambridge e venne di
poi ristampata in Inghilterra, in Germania e in Italia. Aonio Paleario
di Veroli fu l'autore di quel celebre scritto ed io voglio porlo a
fronte di Baronio, suo contemporaneo e quasi suo concittadino, essendo
nati in località distanti appena due ore l'una dall'altra. Paleario non
morì cardinale; dopo di aver trascorso tre anni nelle prigioni
dell'Inquisizione, fu tratto alla forca e bruciato nel 1570.
Non si riesce oggi a comprendere come un uomo abbia potuto essere
giustiziato per aver intrapresa, con la coscienza di un santo, la
giustificazione della dottrina di Cristo. Leggendo oggi, dopo alcuni
secoli quello scritto soave e pio, fondato unicamente sui precetti
dell'Evangelo, vien quasi fatto di dubitare se sia proprio vero che per
esso l'autore abbia potuto essere condannato al rogo da cristiani.
In quel tempo venne anche giustiziato Carnesecchi, amico di Clemente
VII. Era il tempo dei riformatori italiani di Giovanni Valdez, di
Bernardino Ochino, di Vergerio, di Paolo Ricci, di Antonio Flaminio; il
tempo in cui anche cardinali come il Contarini, il Morone, il Polo,
venivano citati innanzi l'inquisizione. Le fiamme del rogo che arsero
Aonio, eccitarono lo zelo di Baronio ed i suoi annali della Chiesa ne
risentono, perchè scritti alla loro luce.
La città di Sora e tutti i paesi del confine napoletano rigurgitavano di
soldati, perchè all'intorno si stava stendendo un cordone militare.
Sulla piazza erano disposte artiglierie da montagna; lancieri correvano
al galoppo per ogni dove e poco dopo il mio arrivo giunse da Capua il
settimo reggimento di linea che riempì tutte le strade di baionette.
Trovai che la fanteria aveva molto migliore aspetto della cavalleria ed
osservai, particolarmente tra gli ufficiali, dei bellissimi tipi di
uomini. Tanto la cavalleria però, quanto la fanteria erano vestite di
una tela di un colore tra il bigio e il turchino che faceva assai brutta
figura. Il luccicare di tutte quelle baionette, quelle fisonomie
abbronzate, gli abiti coperti di polvere, la ressa alla porta delle
caserme, le grida di comando, davano l'idea di una piccola guerra. Così
io qui m'imbattevo nella questione romana. Quelle truppe erano avviate
verso gli Abruzzi. Nel pensare a un nemico, esse non potevano concepirlo
che nelle persone di Vittorio Emanuele o Garibaldi. Correvano le notizie
più strane, più contraddittorie, gli uni assicuravano che Garibaldi si
trovasse di già negli Abruzzi, gli altri che i francesi fossero in
marcia verso Ceprano. La completa segregazione di Napoli, la mancanza di
giornali, di ogni mezzo di pubblicità, favorivano la diffusione di tutte
queste voci, tanto più che tutti quegli apparecchi accennavano
positivamente a probabilità di guerra.
Proseguendo il mio viaggio, incontrai truppe in ogni luogo e durai
fatica a prestar fede a miei occhi, quando, nel tornare da Arce, presso
il ponte di Ceprano, trovai gli avamposti stabiliti sulla strada come se
il nemico fosse già alla frontiera. I romani ridevano di cuore di tutto
quell'apparato guerresco.
«Non vi potete fare un'idea--mi si diceva in Ceprano--della paura che i
napoletani hanno di Garibaldi; giorni sono abbiamo avuto qui una festa
religiosa e, come si usa dappertutto, abbiamo sparato i mortaretti e
lanciato dei razzi; sapete di che cosa furono capaci questi napoletani?
Dettero il segnale d'allarme con gli squilli delle trombe ed il rullo
dei tamburi in Arce e Isola». «Che cosa ve ne pare--mi disse
un'altro--di questi napoletani? Se potessimo disporre di cinquecento
uomini soltanto, arriverebbero senza ostacoli a Napoli, ma bisognerebbe
che fossero buoni parlatori; sapete!».
Quest'ultima frase, prettamente italiana, ci dà una giusta idea della
natura delle persone.
Le truppe intanto avevano occupato i loro quartieri ed io mi misi in
cammino per recarmi alla patria di Mario. Il carretto che mi portava
correva a precipizio ed anzi, presso il ponte, gittò a terra una donna.
Gridai, ma fortunatamente la poveretta si rialzò subito e il mio
vetturino continuò a sferzare, bestemmiando, il suo ronzino. Per andare
da Sora ad Arpino, conviene ripassare per Isola; prendemmo colà due
signori di Arpino che lungo la strada furono molto loquaci, forse perchè
evitai di parlare di politica; ma appena giunti in città, fecero,
prudentemente, le viste di non aver veduto mai il forestiero.
In vicinanza di Sora passammo presso il convento, già famoso e ora
rovinato, di S. Domenico. Sorge in un'isola del Fibreno o Carnello, nome
questo, che assume poco prima di sboccare nel Liri, in una località
bellissima, ricca di piante dove sorgeva la villa che vide nascere
Cicerone e suo fratello Quinto.
Questo S. Domenico fu un santo del secolo X, contemporaneo di S. Nilo e
di S. Romualdo nato a Foligno nel 951, fu monaco benedettino a
Montecassino sotto l'abate Aligero; fondò parecchi monasteri nella
Sabina, e nel 1011 questo, aderendo alle preghiere del conte Pietro di
Sora, di stirpe longobarda ed esistono tuttora i documenti di quella
fondazione. Domenico vi fu abate, e vuole la tradizione che Gregorio VII
vi sia vissuto qual monaco benedettino.
Quante volte non avrà quell'uomo grande e singolare passeggiato
fantasticando sotto i pioppi dell'isola di Cicerone; certo però non si
sarà mai immaginato di dover vedere un giorno un imperatore ai suoi
piedi in atto di penitente e di dover sostenere in Roma ed anzi nella
storia del mondo, una parte ben più importante di Mario o del debole
Cicerone.
Nonostante la memoria di Gregorio, la disciplina andò rilassandosi fra i
monaci di S. Domenico; al contatto di quella splendida e voluttuosa
natura, non è facile, anche ai monaci, non cedere all'umana fragilità;
e non a torto provvedeva Benedetto confinando i suoi nella severità di
monti selvaggi. Onorio III nel 1221 riunì per sempre il monastero di S.
Domenico, _hortus deliciarum_, come lo qualifica nella sua bolla, a
quello di Casamari. Rimase così disabitato per cinque lunghi secoli,
finchè Clemente XI vi installò i trappisti, che finirono poi per
riunirsi a quelli di Casamari. Finalmente Ferdinando II donò S. Domenico
al Capitolo della basilica vaticana che oggi ne ricava un esiguo
reddito. La chiesa, di stile gotico, è quasi completamente rovinata e
nulla vi è di notevole nel convento; il solo ricordo di Cicerone invita
ad arrestarsi in quel luogo.
Ivi Cicerone, Quinto ed Attico si trattennero in quei colloqui che ci
rimangono ancora nei tre libri, _de legibus_. Da Arpino, passeggiando
lungo il Fibreno, pervenuti _in insula quae est in Fibreno_, vollero
fermarsi per riposare, discorrendo di filosofia. Attico non riusciva a
saziarsi di ammirare la bellezza del luogo e Cicerone, narrando che
spesso vi si recava a pensare, a leggere, a scrivere, disse che trovava
in quella località una particolare attrattiva, perchè era la sua culla,
_quia haec est mea, et huius fratris mei germana patria; hinc enim orti,
stirpe antiquissima, hic sacra, hic gens, hic majorum multa vestigia_.
Aggiunge che quella era già stata proprietà dell'avo suo, che suo padre,
malaticcio, di cui fa un grand'uomo, vi era invecchiato negli studi e
che alla vista di quel luogo natio, comprendeva il sentimento di Ulisse,
che preferiva l'aspetto d'Itaca alla stessa immortalità. Riconosceva che
Arpino era sua patria come _civitas_, ma che propriamente apparteneva
all'agro Arpinate, ed allora Attico descrisse le bellezze dell'isola
circondata dalle acque del Fibreno, che andavano a rinfrescare quelle
del Liri ed erano talmente fredde, che a mala pena vi si poteva
immergere il piede. Sedettero allora per trattenersi intorno alle leggi,
e noi oggi possiamo figurarci più volentieri il gruppo di quei tre
personaggi togati, eminenti per istruzione e per urbanità, che non i
monaci in tonaca, coll'ispida barba, contemporanei di Gregorio VII, in
pieno secolo XI, nell'epoca della maggiore barbarie, della maggiore
decadenza di Roma. Quale sorpresa non avrebbero provata Cicerone, Attico
e Quinto se avessero potuto vedere i Romani dell'undicesimo secolo!
Cicerone nacque fra questi pioppi del Fibreno, di cui sentiamo sempre
con piacere il mormorio delle foglie agitate dal vento. Ma a che parlare
della sua stupenda culla a coloro che non potranno forse mai gettare
uno sguardo su questa campagna smaltata di fiori, rallegrata da una
continua primavera? Quale stupendo panorama di monti tutto all'intorno,
quali tinte calde non si perdono nei vapori dell'orizzonte!
Cicerone fu figlio della pianura, non dei monti; egli, spirito vasto,
radunò in sè quale fiume potente tutti i ruscelli dello scibile suo
contemporaneo. Mario invece fu figlio delle montagne, nato proprio in
Arpino, fra le mura dei ciclopi, dove vogliamo salire.
Ho veduto pochi terreni così frastagliati e parlanti come questa patria
di Cicerone; sorgenti, canali, ruscelli ad ogni passo e di tutte le
tinte; ed in mezzo a tutto ciò, il rumore dei molini, le grida dei
lavoratori dei campi, ed il fracasso del nostro _char à banc_ che
correva sempre a precipizio.
Passammo nella pianura, dinanzi a parecchi casini e vaghi giardini;
quindi, lasciata la valle del Fibreno, prendemmo a salire il monte per
una bella e comoda strada, dalla quale si gode una nuova vista,
affascinante per la varietà, sulla lontana campagna di Roma e la pianura
di Pontecorvo. Sora dista da Arpino sette miglia, di cui quattro corrono
in salita in una regione coltivata ad oliveti, lasciando sotto il Liri.
Man mano che si sale, diminuiscono le case, e raramente se ne incontra
una lungo la strada.
Giunsi finalmente ad Arpino verso un'ora dopo mezzodì ed entrai in città
per l'antica porta romana.
La patria di Cicerone e di Mario conta attualmente 17,000 abitanti. Le
sue vie sono strette, la piazza piccola, ma non fanno difetto case di
signorile apparenza. Del resto, la città è morta e non vi si scorge
indizio di attività industriale. In quasi tutti i paesi intorno a Roma
esistono chiese antiche; Arpino non ne possiede alcuna, quantunque
anticamente la sua cattedrale fosse un tempio dedicato alle nove Muse;
ora invece è dedicato agli Angeli, come se vi fosse stato bisogno della
musica celeste di questi per far tacere per mezzo del cristianesimo i
canti pagani delle nove vergini sorelle dell'Olimpo.
Arpino è divisa in due parti; la città vecchia, sul punto più elevato
dove sorgeva l'antica rocca, e la città propriamente detta che si stende
ai piedi del ripido pendio del monte. Questa divisione è antichissima,
ed è una caratteristica distintiva di tutte quante le antiche città
volsche e latine. Del resto, le mura ciclopiche, scendenti dall'altura
su cui sorgeva la rocca, provano che la città moderna è fabbricata sulla
stessa area dell'antica, ed anche la porta della città è di origine
ciclopica. Le mura sono in tutto simili a quelle di Segni e delle altre
antiche città del Lazio. In generale sono ben conservate, specialmente
nella parte più alta, cui si accede per una ripida strada scavata nel
tufo calcareo, fiancheggiata da oliveti che scendono fino alla parte
bassa.
Lassù sorgeva la rocca ciclopica, e nel medio evo il castello dei conti
longobardi. Esiste ancora una vecchia torre rivestita di edera; sono
vicino ad essa quelle mura di giganti che non si possono guardare senza
stupore. E' ancora in piedi una bella porta ciclopica e le mura formano
un quadrato attorno alla rocca. Le porte per solito finiscono in un arco
a sesto acuto, o tozzo, come quelle di Alatri, di Segni, di Norba;
questa invece è di stile quasi gotico, se non che esiste tuttora il
macigno che serviva di chiave alla volta e non è possibile che abbia
assunto la presente forma in seguito a rovina accidentale. Le pareti
sono formate di sei ordini di macigni, collocati tre per tre; la
larghezza della porta è di otto passi, la sua profondità interna di
sette e l'altezza di circa quindici piedi. I macigni, di tufo calcareo
porosissimo, sono di forma quasi quadrata.
Di là scendono le mura con dolce pendenza, come a Segni, interrotte qua
e là da una porta quadrata di stile etrusco, o da torri medioevali di
guardia. L'edera le ricopre; nelle loro fessure crescono olivi selvatici
e arbusti fioriti. Il loro aspetto, cupo e severo, riporta ai primitivi
tempi italici, coi quali comincia la storia del Micali. «Nei primi tempi
regnò in Italia Giano, quindi Saturno, il quale fuggendo dalla presenza
di suo padre Giove dalla Grecia, si ricoverò nella città di Saturnia. E
siccome rimase in Italia nascosto (_latuit_), ne venne a quella regione
il nome di _Latium_».
Gli arpinati sostengono che la loro città è stata fondata da Saturno
(non vi è città latina che non lo voglia per fondatore) e che vi sia
stato sepolto; a conferma di ciò mostrano ai viaggiatori presso la Porta
dell'Arco un antico sepolcro colossale battezzato per «_Tomba di
Saturno_». In una iscrizione moderna della città alta si leggono le
parole seguenti, che, a dire il vero, non peccano di soverchia modestia:
«_Arpinum a Saturno conditum, Volscorum civitatem, Romanorum Municipium,
Marci Tullii Ciceronis eloquentiae Principis et Caji Marii septies
consulis patriam ingredere viator; hinc ad imperium triumphalis aquila
egressa urbi totum orbem subjecit; ejus dignitatem agnoscas et sospes
esto_».
Del resto, si può perdonare questo sentimento di orgoglio municipale ad
una vecchissima città che ospitò Saturno e fu patria di Mario e di
Cicerone. Lo stemma attuale di Arpino consiste in due torri sormontate
dall'aquila di Giove o delle legioni romane.
Si può concedere al canuto Saturno di riposare in quella tomba
colossale, ma la ingenuità degli arpinati passa ogni limite quando
mostrano al forestiero la casa di Cicerone. Mi condussero, infatti, in
un angolo della città antica, dove erano una cappella ed alcune casipole
ed indicandomi una specie di stalla tutta nera, addossata ad una di
quelle, mi dissero:--Ecco la casa del famoso Cicerone!--
Sostai per riposarmi sulle mura ciclopiche, godendo la vista splendida
della campagna latina che da quell'altura tutta scoprivo. Il monte di
Sora mi apparve di là quasi una piramide d'Egitto accanto al Nilo; la
città era immersa nell'ombra proiettata dal monte e si poteva seguire il
corso del Liri, fra i monti maestosi che lo fiancheggiano. Si scorgevano
pure la Posta, dove nasce il Fibreno, i Sette Fratelli dedicati ai figli
della Felicità, dove il monaco Alberico ebbe la famosa visione che
precedette quella di Dante, dando probabilmente origine al poema di
questi. Parecchie città e castella si staccavano biancheggianti
sull'azzurro dei monti; si scorgevano Veroli, Monte S. Giovanni,
Frosinone, Ferentino ed a fianco un monte piramidale, di forma strana,
su cui sorge Rocca d'Arce; ed un altro su cui campeggia nel cielo la
torre solitaria e scura di Monte Negro. Tutti questi paesi rimontano ai
tempi di Saturno e stando su queste mura ciclopiche ricoperte di edera
su cui sono passate migliaia di anni, si gode un maraviglioso
spettacolo.
Su queste mura stesse si arrampicava un giorno il giovane plebeo Caio
Mario, all'epoca in cui tutti i popoli, dalle Calabrie al Liri ed al
mare Adriatico, erano insorti per la conquista dei propri diritti
civili, e di là il giovanetto tendeva lo sguardo verso il Lazio, verso
quella gran Roma, cui erano rivolti nelle provincie i pensieri di tutti
quelli che anelavano all'operosità, alla fortuna. E questo ciclopico
Arpino deve considerarsi quale culla adatta al sanguinario Mario, vera
culla di gigante, la cui terribile e rozza natura porge un non so che di
titanico, posta a contatto a quella aristocratica di Silla che con arti
volpine gli attraversa continuamente la strada ed arresta costantemente
il corso della sua fortuna.
L'atmosfera di Arpino è impregnata di memorie di Mario e di Cicerone.
Qui ci si trova in una delle sorgenti della storia; qui si visitano, con
la stessa soddisfazione che reca nell'ordine fisico la loro ricerca, le
fonti modeste, da cui ebbero origine i grandi fiumi che diffondono nel
loro corso la fertilità e la vita. La scienza di Cicerone si può
veramente paragonare al fiume più maestoso della letteratura antica,
accresciuto durante i secoli del medio evo ed a cui ancora oggi si
ricorre con frutto; merito questo però che non diminuisce affatto la sua
vanità, nè la sua debolezza di carattere. Mario, invece, fu uomo di
grande energia ed il suo nome segna un'epoca nella storia di Roma e
dell'impero, quando si pensi alla grande spinta da lui data a Roma ed al
mondo. Senza di lui non sarebbe sorto l'impero; ed Augusto, Tiberio,
Caligola, tutta quella serie di despoti, possono dirsi aver avuto
origine da Mario ed essere stata Arpino la caverna del drago, da cui
uscì l'impero romano.
La figura africana di Giugurta, la sua fine terribile nelle prigioni del
Campidoglio, i Cimbri ed i Teutoni, che profetizzarono in certo modo la
caduta di Roma per opera delle razze germaniche, la terribile guerra
civile, la figura asiatica di Mitridate, Mario nascosto nelle paludi di
Minturno, Mario profugo, seduto sulle rovine di Cartagine, Mario
vecchio di settantadue anni che entra trionfante a Roma, l'uccisione dei
fautori della proscrizione e, cosa strana, la morte tranquilla di un tal
uomo; tutto ciò mi passava dinanzi come una lanterna magica e si
accordava meravigliosamente col paesaggio. Poi ripensavo a Cicerone
giovanetto, quando l'altro era canuto; alla caduta della repubblica
preparata dalla guerra civile tra Mario e Silla, alla quale aveva
assistito e attorno a Cicerone sorgevano le immagini degli oratori,
degli uomini di stato più distinti della morente repubblica; le figure
di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano, di Bruto, di Cassio, di
Catone, di Attico, di Agrippa e, finalmente, il ricordo della testa
sanguinolenta di Cicerone stesso, esposta su quella tribuna, teatro un
dì della sua splendida eloquenza.
La fantasia del mio lettore potrà completare questi ricordi storici,
conseguenza naturale del luogo dove io mi trovavo; chiunque avrebbe
pensato le stesse cose, trovandosi solo, dove sorgeva la rocca di
Arpino.
Nello stesso modo che esistono punti elevati dai quali si scopre tutta
la vista di una campagna, vi sono punti dai quali appare tutto il
panorama della storia.
Arpino è uno di questi punti e nel discendere da quell'altura mi tornava
in mente il passo di Valerio Massimo, in cui è riassunta concisamente,
ma esattamente, la natura e la vita di Mario.
«Da questo Mario, da questo Arpinate d'infima condizione, da quest'uomo
tenuto in Roma come ignobile, da questo candidato poco meno che
dileggiato, sorse quel Mario che soggiogò l'Africa, che trascinò il re
Giugurta avvinto al suo carro, che debellò le orde dei Teutoni e dei
Cimbri che entrò ben due volte sul carro del trionfo in Roma che fu
sette volte console e che da proscritto diventò promotore di
proscrizioni. Vi fu mai altra vita che, al pari della sua, abbondasse di
tanti contrasti? Di lui si può dire che fu tra gli infelici
infelicissimo, tra i fortunati fortunatissimo».
Il rozzo Mario e l'astuto Silla con la sua fisonomia pallida, col suo
aspetto effemminato, svogliato, sprezzatore di tutto, e dominatore nel
tempo stesso di ognuno e di tutto, accompagnati dalla fortuna, sono due
delle figure storiche più caratteristiche dell'antica Roma.