Uscendo dalla porta dell'alto paese di Veroli e camminando lungo le sue

mura mezzo rovinate, prima di scendere nella pianura, per la prima volta

mi si spiegò dinanzi la regione che volevo percorrere. Alla mia destra

erano i campi di Ceprano, il ponte ove Manfredi fu tradito e più in là

la catena azzurra dei Monti Volsci; alla mia sinistra i monti maestosi

di Sora, volti verso gli Abruzzi e pieganti verso il Liri. Ma ciò che

sopra ogni cosa attrasse la mia attenzione fu la vetta di un monte, o

per dir meglio la linea bianca che lo coronava. Era Arpino, la patria di

Cicerone e di Mario. Produce profonda impressione il vedere per la prima

volta, e per di più in modo confuso e ad una certa distanza, un luogo

che segna due grandi epoche e di cui ci è noto il nome sin

dall'infanzia. Mi ritornarono così alla memoria infiniti particolari

dell'età giovanile: il mio pensiero si riportò ai banchi della scuola

dove ci veniva spiegato Cicerone, si riportò allo stesso volume

stracciato e stampato su cartaccia grigia delle sue orazioni ed al

tuonante ed indimenticabile _Quousque tandem Catilina?_ Ed ora mi

trovavo proprio dinanzi alla patria di Cicerone, dinanzi a quell'Arpino

che non avrei sperato o sognato di veder mai.

Non essendovi altra strada carrozzabile all'infuori di quella sotto

Casamari, e tutta questa regione latina non avendo altro mezzo di

comunicazione con i paesi finitimi se non la Via Latina che porta a

Capua, dovetti scendere di cavallo per percorrere lo scosceso sentiero

che va fino a Veroli.

Tutti i borghi all'intorno, per la massima parte più antichi di Roma,

appartenendo all'epoca di Saturno sorgono su colline rocciose, neri e

cupi d'aspetto, rimasti da secoli e secoli quali erano un tempo. I

conti e i feudatarii del medio evo vi avevano fabbricato in ognuno il

loro castello che sorge tuttora, abbandonato e deserto, dimora dei soli

gufi. Il colono vi coltiva anche oggi, soggetto ad un principe romano o

ad un convento, la vite, l'olivo, il granturco e la sua condizione, per

quanto non sia più servo della gleba, non è in fondo affatto mutata. Per

il Lazio, regione saluberrima, non vale la ragione dello spopolamento

dei dintorni di Roma, l'influenza cioè della malaria. Fa impressione

percorrere una contrada che da lungi appare come un paradiso e poi non è

che un deserto pittoresco, coltivato solo qua e là a granturco, un

deserto di aridi campi, popolati unicamente di ginestre e di asfodeli,

su cui i falchi svolazzano con ampi cerchi. Si rimane stupiti di non

trovare una popolazione florida e ricca, città fiorenti ed al vedere

solo qua e là gruppi di meschini abituri sulle alture. Gli abitanti del

Lazio, bella, buona e forte razza di uomini, sono rimasti in uno stato

assolutamente primitivo; il loro modo di vivere, i loro costumi, i loro

bisogni non subirono mai la menoma variazione e se uno de' loro antenati

tornasse oggi al mondo, non troverebbe forse al suo paese altro di nuovo

all'infuori dell'uso, del tabacco, dei fiammiferi e della polvere da

sparo. Tutti quei castelli conservano sempre i loro nomi: Veroli, Pofi,

Arnara, Bauco (_Babucum_), Ripi, risalgono alla più remota antichità. Li

troviamo menzionati nei documenti del IX e X secolo coi loro nomi

attuali, con le stesse chiese, con i loro conti e giudici, per lo più di

stirpe longobarda; non saprei citare un sol luogo di fondazione

posteriore.

Il sole del pomeriggio splendeva ancora ardente su quegli aridi campi,

quando entrai in un'orribile strada, in un sentiero, a malapena

praticabile per i muli che conduceva al monastero di Casamari. Passai

dinanzi ad un casolare solitario dove si era fermata una comitiva di

gente venuta da Veroli, fra cui alcune ragazze, vestite per bene che

stavano danzando e scherzando: tutto ciò produceva in quella solitudine

una gradevole sensazione; si sarebbero potute paragonare ad uno stormo

di garruli uccelletti in una cupa foresta. Proseguii quindi per una

buona strada fiancheggiata da olivi e da vigneti ben coltivati, il che

rivelava un possesso tenuto con un sistema di coltura molto diverso da

quello dei dintorni. Presto ne scoprii la ragione; incontrai una

compagnia di pellegrini che tornavano dal celebre convento di Casamari,

gli uomini col bordone in mano, le donne portando sulla testa panieri di

provvigioni, vestiti tutti nella pittoresca foggia dei monti latini.

Più volte avevo udito parlare di questo convento e mi era anzi stato

vantato con quello di Fossanova, come il più bello di tutto il Lazio;

soprattutto come una vera meraviglia di architettura gotica; ora

finalmente me lo trovavo di fronte, mole grandiosa di severi edifici,

dalla tinta grigia, sorgenti solitari sul sottostante altipiano, tra i

quali emerge il vertice della chiesa del monastero. Tutto questo è

circondato da un cortile con una porta maestosa di stile romano che dà

accesso ad un porticato, che ricorda assai _l'arcus deambulatorii_ dei

ricchi monaci medioevali; accanto scorre un ruscello, l'Amaseno,

ombreggiato da melanconici pioppi: tutto ha l'aspetto di un deserto

silenzioso e arso dal sole.

In genere i monasteri al dì d'oggi hanno un non so che di desolato, di

morto, come di cosa che non risponde più all'indole dei tempi. Qui

invece nulla è mutato; l'atmosfera morale di vari secoli addietro,

sopravvive; i monaci continuano a salmodiare, a pregare, a tacere, a

lavorare come in passato, rivestiti degli stessi abiti, negli stessi

locali, con la stessa monotona uniformità. Tutto è andato mutando nella

storia del mondo, ma fra i monaci di Casamari nulla è cambiato; ad essi

basta che durino la chiesa, i vescovi e il papa in Roma. Nulla nei

dintorni ha un aspetto diverso dall'ieri: Veroli, Pofi e San Giovanni

sussistono tuttora come una volta, con le loro chiese e i loro santi e i

pellegrini continuano come prima a battere alla porta del monastero.

Essi non hanno più da temere i Saraceni, nè i baroni rapaci, nè i

condottieri; vivono però in continua angustia per la rivoluzione, che

finirà col tornar loro più fatale dei Saraceni e dei masnadieri

medioevali, poichè da quelli non avevano da temere che l'incendio o il

saccheggio, mentre da questa dipenderà la loro esistenza. Inoltre i beni

dei monasteri sono diminuiti e con ciò resta inceppata l'azione

esteriore alla Chiesa. In realtà un tal convento è come una cronaca in

pergamena dove le vecchie miniature rivivono come fantasmagorie.

Il nome di Casamari è stato erroneamente spiegato in _casa amara_ e così

erroneamente lo spiega pure il Westphal, nella sua opera sulla Campagna

romana, alludendo alla regola severa dei fratelli della Trappa, cioè

dell'assoluto silenzio prescritto ai monaci che vi abitano.

Sembra invece più giusto farlo derivare da _Casae Marii_, case di Mario,

perchè la badia fu eretta in un _fundus Marii_, ossia in un antico

possedimento del famoso eroe di Arpino.

Così vuole la tradizione e così pure afferma il Rondinini, che scrisse:

«_Monasterii S. Mariae et Sanctorum Joannis et Pauli de Casaemarii

brevis historia, Romae, 1707_».

Il monastero venne fondato da alcuni abitanti di Veroli nel 1036. Primi

ad occuparlo furono i benedettini. Ma nel 1152 Eugenio III v'installò i

cistercensi che posseggono anche il bello e vicino convento di Trisulti;

Federico II con un atto del 1221, datato da Veroli e che tuttora esiste,

confermò i monaci di Casamari nel possesso de' loro beni; ma i suoi

soldati distrussero il monastero allorchè l'imperatore la ruppe con

Roma.

La storia di Casamari non offre nessuna particolarità: non fu che il

solito continuo succedersi di guerre, di distruzioni, di ricostruzioni,

alle quali andarono più o meno soggetti del pari tutti i monasteri.

Nessun personaggio illustre uscì dalle sue mura. Casamari non ha avuto

una storia propria come la vicina Fossanova, di cui il Muratori pubblicò

una cronaca. Non ha avuto neppure le ricchezze di Trisulti, sebbene

possegga ancora vari beni nella Campagna romana. Il suo maggior vanto

consiste nella sua meravigliosa chiesa, di cui fu iniziata la

costruzione nel 1203, proprio quando l'architettura gotica cominciava a

venire introdotta in Italia.

Entrando nel cortile che precede la chiesa provai un disinganno: la

facciata cui si accede per un ampia gradinata, il vestibolo a foggia di

porticato, promettevano assai poco. Trovai in questo vestibolo una

statua di Pio VI e una lapide in onore di Pio IX, per aver questi

ristabilito il patrimonio del monastero. Ma appena entrato nella chiesa

provai una grata sorpresa trovandomi in un tempio a tre navate, vasto,

di proporzioni armoniche, bello, chiaro, ad archi a sesto acuto, con il

coro separato solo da una cancellata, il tutto di una semplicità

elegantissima.

L'armonia dell'architettura, la semplicità dell'edificio, la tinta

tranquilla del travertino, lo stile gotico del mio paese, non potevano

produrre in me impressione migliore; il mio occhio, abituato da vari

anni alle basiliche di Roma col loro soffitto piatto ed alle chiese a

cupola sovraccariche di ornamenti di tempi posteriori, non poteva a meno

di trovare nel gotico uno stile architettonico nuovo, svelto, imponente

per la fusione della ricchezza con la semplicità, dell'arditezza con la

grazia, della forza con la sveltezza, per l'armonia di tutte quelle

parti che concorrono a costituire un complesso bello, raro e

sorprendente. Abituato a vedere chiese piene di sculture, di ornati

barocchi e pesanti, di pitture, d'iscrizioni, di tombe, di altari,

questo tempio, dove nulla era di tutto ciò, mi parve bello, semplice,

veramente fatto per l'esercizio del culto di una religione pura ed

immateriale.

Nessun'imagine, nessuna nicchia, nessuna cappella, un unico altare sotto

un tabernacolo a cupola, il tutto come nelle antiche chiese cattoliche

tedesche trasformate in templi protestanti. Casamari pareva appunto una

di quelle. Non ricordo di aver visto mai in Italia altro edificio di

stile gotico di così bella semplicità. La navata centrale ha sette archi

a sesto acuto, sostenuti da fasci di colonne; al quinto arco trovasi la

cancellata che separa il grazioso coro; al di là non v'è nessun

ornamento bizzarro, nessuna statua; soltanto dietro il cancello, a

fianco dell'altare, due grandi vasi, con piante di amaranto in piena

fioritura che fanno un bell'effetto in quel luogo semplice e imponente.

Solo la chiesa è di stile gotico; le altre parti del monastero sono

invece di vero stile romano. Il cortile è un ampio quadrato, con archi

semigotici, interrotti a metà da due colonne: in complesso è tutt'altro

che bello. La sala del capitolo è abbastanza strana: il suo gotico pare

volgere allo stile moresco, la volta è sostenuta da quattro fasci di

otto colonne sulla cui estremità ottangolare poggiano gli archi a sesto

acuto, partendo dal mezzo della parete ove terminano con un fantastico

capitello. L'alternarsi poi di pietre bianche e nere accresce

l'originalità del colpo d'occhio.

Vidi solo pochi monaci che passeggiavano silenziosi su e giù e non mi

volsero mai la parola. Un frate laico mi recò una brocca d'acqua e

sentendo che venivo da Roma mi chiese che cosa vi fosse colà di nuovo e

dove si trovasse in quel momento Garibaldi. Il nome longobardo di questo

prode capitano del popolo risuonava sopra ogni bocca al confine del

regno di Napoli, come tanti secoli prima vi risuonarono quelli,

parimenti longobardi, dei duchi Garibaldo, Grimoaldo, Romualdo e Gisulfo

di Benevento. La figura di lui, popolare anche colà dove provocava

timori anzichè speranze, pareva avere un'influenza veramente magica e

non dovevo tardare ad averne la conferma nel napoletano.

Nel medio evo correvano per la Campagna i nomi di Nicolò Piccinino, di

Fortebraccio da Montone, di Sforza d'Attendolo e di altri capitani di

ventura, divenuti famosi per cento scorrerie, battaglie e conquiste di

città. In realtà però non erano che audaci briganti e le loro gesta

guerresche furono per l'Italia peste obbrobriosa: l'eroe popolare di

oggi, Garibaldi, ha invece consacrato la spada e la vita al riscatto

della patria sua.

Montai nuovamente a cavallo, per continuare il mio cammino, quando il

sole al tramonto tingeva con le sue più belle tinte i monti di Arpino.

Dal monastero al confine napoletano non v'è più di un'ora di strada. Fa

sempre un particolare piacere trovarsi in un paese di confine. Là dove i

popoli, gli stati confinano, si trova un carattere intermedio, una certa

vivacità di spiriti: gli abitanti dei confini generalmente stanno in

guardia, gli uni contro gli altri, mentre gli uomini che vivono nel

centro degli stati diventano facilmente indolenti, ai confini sono

sempre irrequieti, mobili, avidi di novità, furbi e infidi, perchè

sempre in contatto coi forestieri. Un nuovo orizzonte si apre davanti ai

loro occhi, li spinge ad investigare, a paragonare, li rende proclivi al

biasimo, alla critica. Il passaggio da uno stato ad un altro produce

sempre una singolare incertezza; per questo la dea Fama abita più

volentieri al confine, come nella vita sospetto e invidia sono per lo

più demoni bastardi di un confine morale.

Non tardai ad arrivare alla dogana romana, solitario casolare lungo la

strada, dove le guardie di finanza ammazzavano il tempo fumando il loro

sigaro. Di là, dopo aver percorso una strada attraverso ad un terreno

coltivato a vigneti, giungemmo al vero confine, segnato da una semplice

pietra. Il dio Termine congiunge qui pacificamente il territorio di Roma

e quello di Napoli, non divisi neppure da un fosso.

A breve distanza dal confine sorge il primo villaggio del napoletano,

Castelluccio e poco al disotto di questo, quello amenissimo d'Isola, che

giace in una vaga isola del Liri. Folti gruppi di alberi in una valle

ombrosa annunciano la vicinanza del fiume; graziose ville, opifici

industriali, sorgono in mezzo al verde e la campagna, mirabilmente

coltivata, mostra la fertilità e la ricchezza che hanno sede

generalmente dove sono grandi corsi d'acqua. E sopra questi ricchi

campi, in una regione ondulata, s'elevano belli e maestosi, a poca

distanza, i monti di Sora. Questo tratto di paese, illuminato dal sole

cadente, mi ricordò la Conca d'oro di Palermo; ha comune con essa la

seria maestosità delle montagne e la fertilità delle pianure; se non

che, invece del mare, si vede in questi campi il Liri o Garigliano[11]

che scende rumoroso dall'Abruzzo, come il giovane Apollo e disseta

romani e napoletani, per aprirsi poi il cammino tra i monti Volsci e

scender placidamente alla riva del mare.

Quando si varcano i confini della sacra repubblica _di S. Pietro_ per

entrare nel Regno non bisogna aspettarsi piacevoli impressioni, poichè

bisogna confessarlo, gli abitanti dello stato pontificio conservano

anche oggi tracce dell'antica grandezza romana, hanno un non so che di

grave, di riflessivo, di misurato, una disinvoltura ed una franchezza di

contegno, una facilità di parola, una certa generosità di tratto,

ereditate dai tempi antichi. La costituzione stessa dello stato della

Chiesa, dove il potere assolutamente monarchico, poco traspare, la

mancanza di un governo civile accentrato e quella, non abbastanza

apprezzata dai romani, di un esercito permanente, le franchigie

municipali garantite per anni ed anni, da trattati e da statuti locali

(annullati la prima volta dalla repubblica francese e più tardi, sotto

la restaurazione, dal cardinale Consalvi), finalmente la mancanza di una

dinastia ereditaria; tutte queste cose contribuirono a mantenere, fino

ad un certo punto, negli stati della Chiesa sentimenti repubblicani.

Entrati nel territorio napoletano invece tutto muta aspetto ed il

cambiamento non torna certo a vantaggio di quest'ultimo! La natura

grave dei romani scompare ad un tratto; il dialetto diventa barbaro e

incomprensibile; gli uomini appaiono meno forti, meno generosi ed invece

più importuni, ma al tempo stesso paurosi. Vi abbondano soldati,

poliziotti, spie e doganieri di un governo sospettoso, malsicuro,

illiberale; nessuno qui può parlare come la pensa, cosa poco piacevole

per un napoletano.

Ad Isola v'è una bella cascata d'acqua, una splendida vegetazione,

praterie freschissime; ma trovai anche la dogana. Dovetti farvi una

lunga fermata e perdervi del tempo per colpa di sei poveri volumi.

Eccettuato un _Orazio_, tutti gli altri erano libri di storia

medioevale, libri innocentissimi, come ognun vede: ma gl'impiegati di

dogana non ne comprendevano il titolo. Lamentarono, a dire il vero, con

me la morte di Humboldt, quasi fosse riuscita dannosa alla cultura

intellettuale di Napoli; lodarono l'istruzione della Prussia, dove le

opere filosofiche sono familiari a tutti; ma conclusero che i miei sei

volumi erano merce di contrabbando, che dovevano spedirli al capoluogo,

all'ufficio superiore, dove mi sarebbero stati certo restituiti dopo un

paio di giorni. Non potei fare a meno di far loro notare che altrimenti

si faceva nella mia Germania, dove si cerca di agevolare agli studiosi

il modo di viaggiare e non si creano loro imbarazzi e aggiunsi che

trovavo addirittura barbare le loro leggi di dogana. Mi rallegrai meco

intanto di aver avuto la precauzione di non recare a Montecassino i miei

manoscritti, perchè altrimenti avrei corso il rischio di perdere il

frutto del lavoro di qualche anno. Tale è la sorte che in questo beato

regno può toccare ad uno straniero che viaggi occupandosi

tranquillamente di gravi studî sul medio evo. Quale proibizione più

assurda, più barbara di questa dell'introduzione dei libri? Finalmente

mi fu possibile persuadere l'impiegato, in fondo persona gentilissima, a

lasciar passare i miei poveri volumi senza mancare affatto al suo

dovere. Per giustizia accennerò ora quanto più liberale sia il governo

pontificio: allorquando feci ritorno da Montecassino con gli stessi

libri, con altri che mi aveva donato don Luigi Tosti e coi materiali

raccolti e con questa merce di contrabbando mi presentai al ponte di

Ceprano, l'impiegato della dogana pontificia non fece che gettarvi sopra

un rapido sguardo e con gentilezza somma, mi disse: «Passate pure,

signore».

Avendo così perduto un tempo prezioso, non potei quasi vedere Isola al

tramonto del sole, perchè già la notte scendeva. Questo paesetto giace

in una bella isola del Liri, ombreggiata da molte piante. All'estremità

dell'isola le acque del fiume, dal colore dello smeraldo, si precipitano

impetuose come da una cascata. Sopra all'isola sorge una rupe, alta

circa 80 piedi, sulla cui cima torreggiano le rovine di un antico

castello. Si ode da lungi il rumore delle acque e avvicinandosi, la

vista è rallegrata e dal fiume stesso e dai molteplici canali che vi si

versano, dopo aver irrigato giardini, popolati da stupendi platani e

pini e ricchi della meravigliosa vegetazione dei paesi meridionali

quando sono bagnati dalle acque.

Qui il fiume è già ingrossato, perchè poco sopra riceve il tributo del

Fibreno; nè serve solo a rendere fertili i campi, poichè dà moto anche a

parecchie fabbriche di panni e di carta che danno lavoro a varie

migliaia di operai e diffondono così il benessere e l'agiatezza nella

regione.

Così Isola come Sora sono paesi industriali e la buona strada che li

congiunge è fiancheggiata da opificî, da villini e da giardini. E'

un'oasi di meravigliosa coltivazione sorta dal principio di questo

secolo; e rallegra il trovare finalmente in queste regioni, tanto belle

e tanto trascurate, lo spettacolo dell'attività umana.

Mi recai, al chiarore della luna piena, a Sora che dista appena un'ora

di strada, su di uno _char-à-banc_, come si chiamano qui i curricoli

napoletani, con parola francese, poichè l'uso di questi carretti a un

cavallo comincia già qui e come a Napoli il povero ronzino vien spinto

al galoppo a furia di frustate. La luce della luna rendeva ancor più

bella quella strada, di per sè già così suggestiva e tutte quelle

costruzioni moderne, poichè la prosperità di Sora e d'Isola non risale

che al principio di questo secolo; essa produce oggi una profonda

impressione in chi viene dalle provincie romane, dove tutto è antico,

dove tutto appartiene al papato, alla storia, dove le cupe ed oscure

città sorgenti sui monti risalgono ai tempi di Giano e di Evandro.

Le fabbriche attuali, per lo più di carta, costruite grandiosamente e

secondo i migliori sistemi moderni, debbono la loro origine ai francesi

del tempo di Murat e principalmente a un certo Le Febvre che, venuto qui

povero, trovò sulle sponde del Liri un vero Eldorado, riuscendo a trarre

l'oro puro dalla forza delle sue acque. Lasciò a suo figlio queste

fabbriche ed alcuni milioni. Il re di Napoli, credo Ferdinando II,

accordò a questa famiglia il titolo di conti, titolo che essa invero

aveva ben meritato; poichè una contrada poco coltivata deve al talento

inventivo di quello straniero la sua ricca vita che non scomparirà più,

anzi probabilmente aumenterà.

La vista di quanto possa l'umana attività riesce sempre di grande

soddisfazione, anche dove frequenti ne sono gli esempi, come in

Inghilterra, in Germania, in Francia; ognuno immaginerà quindi

l'impressione che suscita in chi visita il regno di Napoli, dove,

purtroppo, una tale attività è rara.

La cartiera Le Febvre del Liri e l'altra del Fibreno, sono due grandi

edifici. E' un piacere vedere quella folla di operai intenta a

fabbricare, direi quasi a fondere la carta; giacchè tutta quella pasta

liquida scorre quasi fosse un denso fiume di latte e passando su

cilindri riscaldati, si svolge in una bianca striscia senza fine, pronta

ad accogliere il pensiero dello scrittore. Iddio ha certo creato il

mondo ad un dipresso come il signor Le Febvre crea la carta,

abbandonandolo alle dispute degli uomini. E' impossibile vedere scorrere

quel candido fiume senza pensare a tutti i molteplici usi ai quali serve

questa maravigliosa materia che domina la vita e che si chiama carta.

Quella striscia bianca che si svolge dinanzi ai nostri occhi vedrà poi

la luce, stampata coi prodotti del genio o della stoltezza, nelle

scienze o nelle arti, o sotto forma di giornali, di cambiali autentiche

o falsificate, di carte costituzionali, di partecipazioni di lutto o di

gioia, di sentenze di morte, di trattati di pace, di opere drammatiche,

di passaporti, di opuscoli politici destinati a far rumore, come in

questi giorni _Le Pape et le Congrès_, di carte da gioco, di fotografie,

di lettere amorose e in tante altre forme che uniscono o separano la

vita!

Presso Isola fui ospitato in una villa, il cui cortese proprietario mi

condusse nel parco del Conte, parco che può gareggiare benissimo con

quelli delle ville romane. Certo, i principi Doria o Borghese potrebbero

invidiare al conte Le Febvre l'abbondanza delle acque che non devono

essere procurate con l'arte, poichè un braccio del Fibreno attraversa il

suo bosco, precipitandosi dapprima di scoglio in scoglio con piccole

cascatelle e allargandosi poi in un placido e delizioso laghetto. Le sue

sponde sono ricche di splendide piante, di ameni prati; vi sono viottoli

ombrosi, angoli solitari, fiori in abbondanza; questo parco è, in una

parola, un piccolo Tivoli, è un paradiso delle Ninfe, dove sarebbe un

vero incanto passeggiare, riposare, leggendo e fantasticando

liberamente.

Arrivai a Sora, città vescovile e la prima del regno di Napoli da questa

parte, prima delle dieci della sera e trovai alloggio in un buon

albergo. In questo luogo vicinissimo allo stato della Chiesa vidi

chiaramente come il confine politico diventa ben presto anche confine

dell'uso e della lingua. Il cameriere mi offrì una lista di cibi, i cui

nomi a Roma sarebbero apparsi incomprensibili, e non mancò di darmi del

_don_.

Il mattino dipoi trovai che Sora è un paese moderno, discretamente

pulito, con buone strade e tutt'altro che privo di industrie e di

commercio. Sora è posta sul Liri che svolge le sue acque verdastre fra

alti pioppi, simile in ciò ai fiumi della Germania. Un ponte di legno lo

attraversa; le sue rive hanno luoghi deliziosi e la sua campagna è

fertile, ben coltivata svariatamente a giardini ed a vigne, attraversata

da buone strade che portano ai paesi vicini.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 14 / 18 段