mura mezzo rovinate, prima di scendere nella pianura, per la prima volta
mi si spiegò dinanzi la regione che volevo percorrere. Alla mia destra
erano i campi di Ceprano, il ponte ove Manfredi fu tradito e più in là
la catena azzurra dei Monti Volsci; alla mia sinistra i monti maestosi
di Sora, volti verso gli Abruzzi e pieganti verso il Liri. Ma ciò che
sopra ogni cosa attrasse la mia attenzione fu la vetta di un monte, o
per dir meglio la linea bianca che lo coronava. Era Arpino, la patria di
Cicerone e di Mario. Produce profonda impressione il vedere per la prima
volta, e per di più in modo confuso e ad una certa distanza, un luogo
che segna due grandi epoche e di cui ci è noto il nome sin
dall'infanzia. Mi ritornarono così alla memoria infiniti particolari
dell'età giovanile: il mio pensiero si riportò ai banchi della scuola
dove ci veniva spiegato Cicerone, si riportò allo stesso volume
stracciato e stampato su cartaccia grigia delle sue orazioni ed al
tuonante ed indimenticabile _Quousque tandem Catilina?_ Ed ora mi
trovavo proprio dinanzi alla patria di Cicerone, dinanzi a quell'Arpino
che non avrei sperato o sognato di veder mai.
Non essendovi altra strada carrozzabile all'infuori di quella sotto
Casamari, e tutta questa regione latina non avendo altro mezzo di
comunicazione con i paesi finitimi se non la Via Latina che porta a
Capua, dovetti scendere di cavallo per percorrere lo scosceso sentiero
che va fino a Veroli.
Tutti i borghi all'intorno, per la massima parte più antichi di Roma,
appartenendo all'epoca di Saturno sorgono su colline rocciose, neri e
cupi d'aspetto, rimasti da secoli e secoli quali erano un tempo. I
conti e i feudatarii del medio evo vi avevano fabbricato in ognuno il
loro castello che sorge tuttora, abbandonato e deserto, dimora dei soli
gufi. Il colono vi coltiva anche oggi, soggetto ad un principe romano o
ad un convento, la vite, l'olivo, il granturco e la sua condizione, per
quanto non sia più servo della gleba, non è in fondo affatto mutata. Per
il Lazio, regione saluberrima, non vale la ragione dello spopolamento
dei dintorni di Roma, l'influenza cioè della malaria. Fa impressione
percorrere una contrada che da lungi appare come un paradiso e poi non è
che un deserto pittoresco, coltivato solo qua e là a granturco, un
deserto di aridi campi, popolati unicamente di ginestre e di asfodeli,
su cui i falchi svolazzano con ampi cerchi. Si rimane stupiti di non
trovare una popolazione florida e ricca, città fiorenti ed al vedere
solo qua e là gruppi di meschini abituri sulle alture. Gli abitanti del
Lazio, bella, buona e forte razza di uomini, sono rimasti in uno stato
assolutamente primitivo; il loro modo di vivere, i loro costumi, i loro
bisogni non subirono mai la menoma variazione e se uno de' loro antenati
tornasse oggi al mondo, non troverebbe forse al suo paese altro di nuovo
all'infuori dell'uso, del tabacco, dei fiammiferi e della polvere da
sparo. Tutti quei castelli conservano sempre i loro nomi: Veroli, Pofi,
Arnara, Bauco (_Babucum_), Ripi, risalgono alla più remota antichità. Li
troviamo menzionati nei documenti del IX e X secolo coi loro nomi
attuali, con le stesse chiese, con i loro conti e giudici, per lo più di
stirpe longobarda; non saprei citare un sol luogo di fondazione
posteriore.
Il sole del pomeriggio splendeva ancora ardente su quegli aridi campi,
quando entrai in un'orribile strada, in un sentiero, a malapena
praticabile per i muli che conduceva al monastero di Casamari. Passai
dinanzi ad un casolare solitario dove si era fermata una comitiva di
gente venuta da Veroli, fra cui alcune ragazze, vestite per bene che
stavano danzando e scherzando: tutto ciò produceva in quella solitudine
una gradevole sensazione; si sarebbero potute paragonare ad uno stormo
di garruli uccelletti in una cupa foresta. Proseguii quindi per una
buona strada fiancheggiata da olivi e da vigneti ben coltivati, il che
rivelava un possesso tenuto con un sistema di coltura molto diverso da
quello dei dintorni. Presto ne scoprii la ragione; incontrai una
compagnia di pellegrini che tornavano dal celebre convento di Casamari,
gli uomini col bordone in mano, le donne portando sulla testa panieri di
provvigioni, vestiti tutti nella pittoresca foggia dei monti latini.
Più volte avevo udito parlare di questo convento e mi era anzi stato
vantato con quello di Fossanova, come il più bello di tutto il Lazio;
soprattutto come una vera meraviglia di architettura gotica; ora
finalmente me lo trovavo di fronte, mole grandiosa di severi edifici,
dalla tinta grigia, sorgenti solitari sul sottostante altipiano, tra i
quali emerge il vertice della chiesa del monastero. Tutto questo è
circondato da un cortile con una porta maestosa di stile romano che dà
accesso ad un porticato, che ricorda assai _l'arcus deambulatorii_ dei
ricchi monaci medioevali; accanto scorre un ruscello, l'Amaseno,
ombreggiato da melanconici pioppi: tutto ha l'aspetto di un deserto
silenzioso e arso dal sole.
In genere i monasteri al dì d'oggi hanno un non so che di desolato, di
morto, come di cosa che non risponde più all'indole dei tempi. Qui
invece nulla è mutato; l'atmosfera morale di vari secoli addietro,
sopravvive; i monaci continuano a salmodiare, a pregare, a tacere, a
lavorare come in passato, rivestiti degli stessi abiti, negli stessi
locali, con la stessa monotona uniformità. Tutto è andato mutando nella
storia del mondo, ma fra i monaci di Casamari nulla è cambiato; ad essi
basta che durino la chiesa, i vescovi e il papa in Roma. Nulla nei
dintorni ha un aspetto diverso dall'ieri: Veroli, Pofi e San Giovanni
sussistono tuttora come una volta, con le loro chiese e i loro santi e i
pellegrini continuano come prima a battere alla porta del monastero.
Essi non hanno più da temere i Saraceni, nè i baroni rapaci, nè i
condottieri; vivono però in continua angustia per la rivoluzione, che
finirà col tornar loro più fatale dei Saraceni e dei masnadieri
medioevali, poichè da quelli non avevano da temere che l'incendio o il
saccheggio, mentre da questa dipenderà la loro esistenza. Inoltre i beni
dei monasteri sono diminuiti e con ciò resta inceppata l'azione
esteriore alla Chiesa. In realtà un tal convento è come una cronaca in
pergamena dove le vecchie miniature rivivono come fantasmagorie.
Il nome di Casamari è stato erroneamente spiegato in _casa amara_ e così
erroneamente lo spiega pure il Westphal, nella sua opera sulla Campagna
romana, alludendo alla regola severa dei fratelli della Trappa, cioè
dell'assoluto silenzio prescritto ai monaci che vi abitano.
Sembra invece più giusto farlo derivare da _Casae Marii_, case di Mario,
perchè la badia fu eretta in un _fundus Marii_, ossia in un antico
possedimento del famoso eroe di Arpino.
Così vuole la tradizione e così pure afferma il Rondinini, che scrisse:
«_Monasterii S. Mariae et Sanctorum Joannis et Pauli de Casaemarii
brevis historia, Romae, 1707_».
Il monastero venne fondato da alcuni abitanti di Veroli nel 1036. Primi
ad occuparlo furono i benedettini. Ma nel 1152 Eugenio III v'installò i
cistercensi che posseggono anche il bello e vicino convento di Trisulti;
Federico II con un atto del 1221, datato da Veroli e che tuttora esiste,
confermò i monaci di Casamari nel possesso de' loro beni; ma i suoi
soldati distrussero il monastero allorchè l'imperatore la ruppe con
Roma.
La storia di Casamari non offre nessuna particolarità: non fu che il
solito continuo succedersi di guerre, di distruzioni, di ricostruzioni,
alle quali andarono più o meno soggetti del pari tutti i monasteri.
Nessun personaggio illustre uscì dalle sue mura. Casamari non ha avuto
una storia propria come la vicina Fossanova, di cui il Muratori pubblicò
una cronaca. Non ha avuto neppure le ricchezze di Trisulti, sebbene
possegga ancora vari beni nella Campagna romana. Il suo maggior vanto
consiste nella sua meravigliosa chiesa, di cui fu iniziata la
costruzione nel 1203, proprio quando l'architettura gotica cominciava a
venire introdotta in Italia.
Entrando nel cortile che precede la chiesa provai un disinganno: la
facciata cui si accede per un ampia gradinata, il vestibolo a foggia di
porticato, promettevano assai poco. Trovai in questo vestibolo una
statua di Pio VI e una lapide in onore di Pio IX, per aver questi
ristabilito il patrimonio del monastero. Ma appena entrato nella chiesa
provai una grata sorpresa trovandomi in un tempio a tre navate, vasto,
di proporzioni armoniche, bello, chiaro, ad archi a sesto acuto, con il
coro separato solo da una cancellata, il tutto di una semplicità
elegantissima.
L'armonia dell'architettura, la semplicità dell'edificio, la tinta
tranquilla del travertino, lo stile gotico del mio paese, non potevano
produrre in me impressione migliore; il mio occhio, abituato da vari
anni alle basiliche di Roma col loro soffitto piatto ed alle chiese a
cupola sovraccariche di ornamenti di tempi posteriori, non poteva a meno
di trovare nel gotico uno stile architettonico nuovo, svelto, imponente
per la fusione della ricchezza con la semplicità, dell'arditezza con la
grazia, della forza con la sveltezza, per l'armonia di tutte quelle
parti che concorrono a costituire un complesso bello, raro e
sorprendente. Abituato a vedere chiese piene di sculture, di ornati
barocchi e pesanti, di pitture, d'iscrizioni, di tombe, di altari,
questo tempio, dove nulla era di tutto ciò, mi parve bello, semplice,
veramente fatto per l'esercizio del culto di una religione pura ed
immateriale.
Nessun'imagine, nessuna nicchia, nessuna cappella, un unico altare sotto
un tabernacolo a cupola, il tutto come nelle antiche chiese cattoliche
tedesche trasformate in templi protestanti. Casamari pareva appunto una
di quelle. Non ricordo di aver visto mai in Italia altro edificio di
stile gotico di così bella semplicità. La navata centrale ha sette archi
a sesto acuto, sostenuti da fasci di colonne; al quinto arco trovasi la
cancellata che separa il grazioso coro; al di là non v'è nessun
ornamento bizzarro, nessuna statua; soltanto dietro il cancello, a
fianco dell'altare, due grandi vasi, con piante di amaranto in piena
fioritura che fanno un bell'effetto in quel luogo semplice e imponente.
Solo la chiesa è di stile gotico; le altre parti del monastero sono
invece di vero stile romano. Il cortile è un ampio quadrato, con archi
semigotici, interrotti a metà da due colonne: in complesso è tutt'altro
che bello. La sala del capitolo è abbastanza strana: il suo gotico pare
volgere allo stile moresco, la volta è sostenuta da quattro fasci di
otto colonne sulla cui estremità ottangolare poggiano gli archi a sesto
acuto, partendo dal mezzo della parete ove terminano con un fantastico
capitello. L'alternarsi poi di pietre bianche e nere accresce
l'originalità del colpo d'occhio.
Vidi solo pochi monaci che passeggiavano silenziosi su e giù e non mi
volsero mai la parola. Un frate laico mi recò una brocca d'acqua e
sentendo che venivo da Roma mi chiese che cosa vi fosse colà di nuovo e
dove si trovasse in quel momento Garibaldi. Il nome longobardo di questo
prode capitano del popolo risuonava sopra ogni bocca al confine del
regno di Napoli, come tanti secoli prima vi risuonarono quelli,
parimenti longobardi, dei duchi Garibaldo, Grimoaldo, Romualdo e Gisulfo
di Benevento. La figura di lui, popolare anche colà dove provocava
timori anzichè speranze, pareva avere un'influenza veramente magica e
non dovevo tardare ad averne la conferma nel napoletano.
Nel medio evo correvano per la Campagna i nomi di Nicolò Piccinino, di
Fortebraccio da Montone, di Sforza d'Attendolo e di altri capitani di
ventura, divenuti famosi per cento scorrerie, battaglie e conquiste di
città. In realtà però non erano che audaci briganti e le loro gesta
guerresche furono per l'Italia peste obbrobriosa: l'eroe popolare di
oggi, Garibaldi, ha invece consacrato la spada e la vita al riscatto
della patria sua.
Montai nuovamente a cavallo, per continuare il mio cammino, quando il
sole al tramonto tingeva con le sue più belle tinte i monti di Arpino.
Dal monastero al confine napoletano non v'è più di un'ora di strada. Fa
sempre un particolare piacere trovarsi in un paese di confine. Là dove i
popoli, gli stati confinano, si trova un carattere intermedio, una certa
vivacità di spiriti: gli abitanti dei confini generalmente stanno in
guardia, gli uni contro gli altri, mentre gli uomini che vivono nel
centro degli stati diventano facilmente indolenti, ai confini sono
sempre irrequieti, mobili, avidi di novità, furbi e infidi, perchè
sempre in contatto coi forestieri. Un nuovo orizzonte si apre davanti ai
loro occhi, li spinge ad investigare, a paragonare, li rende proclivi al
biasimo, alla critica. Il passaggio da uno stato ad un altro produce
sempre una singolare incertezza; per questo la dea Fama abita più
volentieri al confine, come nella vita sospetto e invidia sono per lo
più demoni bastardi di un confine morale.
Non tardai ad arrivare alla dogana romana, solitario casolare lungo la
strada, dove le guardie di finanza ammazzavano il tempo fumando il loro
sigaro. Di là, dopo aver percorso una strada attraverso ad un terreno
coltivato a vigneti, giungemmo al vero confine, segnato da una semplice
pietra. Il dio Termine congiunge qui pacificamente il territorio di Roma
e quello di Napoli, non divisi neppure da un fosso.
A breve distanza dal confine sorge il primo villaggio del napoletano,
Castelluccio e poco al disotto di questo, quello amenissimo d'Isola, che
giace in una vaga isola del Liri. Folti gruppi di alberi in una valle
ombrosa annunciano la vicinanza del fiume; graziose ville, opifici
industriali, sorgono in mezzo al verde e la campagna, mirabilmente
coltivata, mostra la fertilità e la ricchezza che hanno sede
generalmente dove sono grandi corsi d'acqua. E sopra questi ricchi
campi, in una regione ondulata, s'elevano belli e maestosi, a poca
distanza, i monti di Sora. Questo tratto di paese, illuminato dal sole
cadente, mi ricordò la Conca d'oro di Palermo; ha comune con essa la
seria maestosità delle montagne e la fertilità delle pianure; se non
che, invece del mare, si vede in questi campi il Liri o Garigliano[11]
che scende rumoroso dall'Abruzzo, come il giovane Apollo e disseta
romani e napoletani, per aprirsi poi il cammino tra i monti Volsci e
scender placidamente alla riva del mare.
Quando si varcano i confini della sacra repubblica _di S. Pietro_ per
entrare nel Regno non bisogna aspettarsi piacevoli impressioni, poichè
bisogna confessarlo, gli abitanti dello stato pontificio conservano
anche oggi tracce dell'antica grandezza romana, hanno un non so che di
grave, di riflessivo, di misurato, una disinvoltura ed una franchezza di
contegno, una facilità di parola, una certa generosità di tratto,
ereditate dai tempi antichi. La costituzione stessa dello stato della
Chiesa, dove il potere assolutamente monarchico, poco traspare, la
mancanza di un governo civile accentrato e quella, non abbastanza
apprezzata dai romani, di un esercito permanente, le franchigie
municipali garantite per anni ed anni, da trattati e da statuti locali
(annullati la prima volta dalla repubblica francese e più tardi, sotto
la restaurazione, dal cardinale Consalvi), finalmente la mancanza di una
dinastia ereditaria; tutte queste cose contribuirono a mantenere, fino
ad un certo punto, negli stati della Chiesa sentimenti repubblicani.
Entrati nel territorio napoletano invece tutto muta aspetto ed il
cambiamento non torna certo a vantaggio di quest'ultimo! La natura
grave dei romani scompare ad un tratto; il dialetto diventa barbaro e
incomprensibile; gli uomini appaiono meno forti, meno generosi ed invece
più importuni, ma al tempo stesso paurosi. Vi abbondano soldati,
poliziotti, spie e doganieri di un governo sospettoso, malsicuro,
illiberale; nessuno qui può parlare come la pensa, cosa poco piacevole
per un napoletano.
Ad Isola v'è una bella cascata d'acqua, una splendida vegetazione,
praterie freschissime; ma trovai anche la dogana. Dovetti farvi una
lunga fermata e perdervi del tempo per colpa di sei poveri volumi.
Eccettuato un _Orazio_, tutti gli altri erano libri di storia
medioevale, libri innocentissimi, come ognun vede: ma gl'impiegati di
dogana non ne comprendevano il titolo. Lamentarono, a dire il vero, con
me la morte di Humboldt, quasi fosse riuscita dannosa alla cultura
intellettuale di Napoli; lodarono l'istruzione della Prussia, dove le
opere filosofiche sono familiari a tutti; ma conclusero che i miei sei
volumi erano merce di contrabbando, che dovevano spedirli al capoluogo,
all'ufficio superiore, dove mi sarebbero stati certo restituiti dopo un
paio di giorni. Non potei fare a meno di far loro notare che altrimenti
si faceva nella mia Germania, dove si cerca di agevolare agli studiosi
il modo di viaggiare e non si creano loro imbarazzi e aggiunsi che
trovavo addirittura barbare le loro leggi di dogana. Mi rallegrai meco
intanto di aver avuto la precauzione di non recare a Montecassino i miei
manoscritti, perchè altrimenti avrei corso il rischio di perdere il
frutto del lavoro di qualche anno. Tale è la sorte che in questo beato
regno può toccare ad uno straniero che viaggi occupandosi
tranquillamente di gravi studî sul medio evo. Quale proibizione più
assurda, più barbara di questa dell'introduzione dei libri? Finalmente
mi fu possibile persuadere l'impiegato, in fondo persona gentilissima, a
lasciar passare i miei poveri volumi senza mancare affatto al suo
dovere. Per giustizia accennerò ora quanto più liberale sia il governo
pontificio: allorquando feci ritorno da Montecassino con gli stessi
libri, con altri che mi aveva donato don Luigi Tosti e coi materiali
raccolti e con questa merce di contrabbando mi presentai al ponte di
Ceprano, l'impiegato della dogana pontificia non fece che gettarvi sopra
un rapido sguardo e con gentilezza somma, mi disse: «Passate pure,
signore».
Avendo così perduto un tempo prezioso, non potei quasi vedere Isola al
tramonto del sole, perchè già la notte scendeva. Questo paesetto giace
in una bella isola del Liri, ombreggiata da molte piante. All'estremità
dell'isola le acque del fiume, dal colore dello smeraldo, si precipitano
impetuose come da una cascata. Sopra all'isola sorge una rupe, alta
circa 80 piedi, sulla cui cima torreggiano le rovine di un antico
castello. Si ode da lungi il rumore delle acque e avvicinandosi, la
vista è rallegrata e dal fiume stesso e dai molteplici canali che vi si
versano, dopo aver irrigato giardini, popolati da stupendi platani e
pini e ricchi della meravigliosa vegetazione dei paesi meridionali
quando sono bagnati dalle acque.
Qui il fiume è già ingrossato, perchè poco sopra riceve il tributo del
Fibreno; nè serve solo a rendere fertili i campi, poichè dà moto anche a
parecchie fabbriche di panni e di carta che danno lavoro a varie
migliaia di operai e diffondono così il benessere e l'agiatezza nella
regione.
Così Isola come Sora sono paesi industriali e la buona strada che li
congiunge è fiancheggiata da opificî, da villini e da giardini. E'
un'oasi di meravigliosa coltivazione sorta dal principio di questo
secolo; e rallegra il trovare finalmente in queste regioni, tanto belle
e tanto trascurate, lo spettacolo dell'attività umana.
Mi recai, al chiarore della luna piena, a Sora che dista appena un'ora
di strada, su di uno _char-à-banc_, come si chiamano qui i curricoli
napoletani, con parola francese, poichè l'uso di questi carretti a un
cavallo comincia già qui e come a Napoli il povero ronzino vien spinto
al galoppo a furia di frustate. La luce della luna rendeva ancor più
bella quella strada, di per sè già così suggestiva e tutte quelle
costruzioni moderne, poichè la prosperità di Sora e d'Isola non risale
che al principio di questo secolo; essa produce oggi una profonda
impressione in chi viene dalle provincie romane, dove tutto è antico,
dove tutto appartiene al papato, alla storia, dove le cupe ed oscure
città sorgenti sui monti risalgono ai tempi di Giano e di Evandro.
Le fabbriche attuali, per lo più di carta, costruite grandiosamente e
secondo i migliori sistemi moderni, debbono la loro origine ai francesi
del tempo di Murat e principalmente a un certo Le Febvre che, venuto qui
povero, trovò sulle sponde del Liri un vero Eldorado, riuscendo a trarre
l'oro puro dalla forza delle sue acque. Lasciò a suo figlio queste
fabbriche ed alcuni milioni. Il re di Napoli, credo Ferdinando II,
accordò a questa famiglia il titolo di conti, titolo che essa invero
aveva ben meritato; poichè una contrada poco coltivata deve al talento
inventivo di quello straniero la sua ricca vita che non scomparirà più,
anzi probabilmente aumenterà.
La vista di quanto possa l'umana attività riesce sempre di grande
soddisfazione, anche dove frequenti ne sono gli esempi, come in
Inghilterra, in Germania, in Francia; ognuno immaginerà quindi
l'impressione che suscita in chi visita il regno di Napoli, dove,
purtroppo, una tale attività è rara.
La cartiera Le Febvre del Liri e l'altra del Fibreno, sono due grandi
edifici. E' un piacere vedere quella folla di operai intenta a
fabbricare, direi quasi a fondere la carta; giacchè tutta quella pasta
liquida scorre quasi fosse un denso fiume di latte e passando su
cilindri riscaldati, si svolge in una bianca striscia senza fine, pronta
ad accogliere il pensiero dello scrittore. Iddio ha certo creato il
mondo ad un dipresso come il signor Le Febvre crea la carta,
abbandonandolo alle dispute degli uomini. E' impossibile vedere scorrere
quel candido fiume senza pensare a tutti i molteplici usi ai quali serve
questa maravigliosa materia che domina la vita e che si chiama carta.
Quella striscia bianca che si svolge dinanzi ai nostri occhi vedrà poi
la luce, stampata coi prodotti del genio o della stoltezza, nelle
scienze o nelle arti, o sotto forma di giornali, di cambiali autentiche
o falsificate, di carte costituzionali, di partecipazioni di lutto o di
gioia, di sentenze di morte, di trattati di pace, di opere drammatiche,
di passaporti, di opuscoli politici destinati a far rumore, come in
questi giorni _Le Pape et le Congrès_, di carte da gioco, di fotografie,
di lettere amorose e in tante altre forme che uniscono o separano la
vita!
Presso Isola fui ospitato in una villa, il cui cortese proprietario mi
condusse nel parco del Conte, parco che può gareggiare benissimo con
quelli delle ville romane. Certo, i principi Doria o Borghese potrebbero
invidiare al conte Le Febvre l'abbondanza delle acque che non devono
essere procurate con l'arte, poichè un braccio del Fibreno attraversa il
suo bosco, precipitandosi dapprima di scoglio in scoglio con piccole
cascatelle e allargandosi poi in un placido e delizioso laghetto. Le sue
sponde sono ricche di splendide piante, di ameni prati; vi sono viottoli
ombrosi, angoli solitari, fiori in abbondanza; questo parco è, in una
parola, un piccolo Tivoli, è un paradiso delle Ninfe, dove sarebbe un
vero incanto passeggiare, riposare, leggendo e fantasticando
liberamente.
Arrivai a Sora, città vescovile e la prima del regno di Napoli da questa
parte, prima delle dieci della sera e trovai alloggio in un buon
albergo. In questo luogo vicinissimo allo stato della Chiesa vidi
chiaramente come il confine politico diventa ben presto anche confine
dell'uso e della lingua. Il cameriere mi offrì una lista di cibi, i cui
nomi a Roma sarebbero apparsi incomprensibili, e non mancò di darmi del
_don_.
Il mattino dipoi trovai che Sora è un paese moderno, discretamente
pulito, con buone strade e tutt'altro che privo di industrie e di
commercio. Sora è posta sul Liri che svolge le sue acque verdastre fra
alti pioppi, simile in ciò ai fiumi della Germania. Un ponte di legno lo
attraversa; le sue rive hanno luoghi deliziosi e la sua campagna è
fertile, ben coltivata svariatamente a giardini ed a vigne, attraversata
da buone strade che portano ai paesi vicini.