sopra si levano pareti boscose, dinanzi si apre l'immensa distesa e
sotto, nella profondità, il mare turchino. Il paesetto ha poche strade
rettilinee ma strette, sormontate dal castello baronale ed una decorosa
chiesetta. Di fronte al castello si apre la piazza o strada principale.
Le case sono, per solito, di un piano e prive di qualunque pretesa
artistica. Fui non poco sorpreso dal fatto che un villaggio così antico
e separato dal resto del mondo potesse avere il carattere di un borgo
aperto. Che San Felice occupi il luogo dell'antica Circea, non può
essere posto in dubbio, perchè non c'è in tutto il promontorio un'altra
superficie libera e piana su cui potesse essere edificata una città.
Qualunque traccia di antica storia è scomparsa. E' vero che il palazzo
dei Gaetani occupa evidentemente il terreno già occupato da una rocca
medioevale che prima del dominio di quei duchi dovette appartenere ad
uno dei loro predecessori, ma questo castello baronale non era l'antica
_Arx Circeji_ che doveva stare invece su una rupe enorme dominante la
città, al disopra della quale ancora si vedono resti di mura ciclopiche
larghe cinque piedi, e molti blocchi di pietra. Mi recai a visitare
questo luogo, persuaso che il palazzo Gaetani fosse stato costruito
sulle rovine dell'antica _Arx_.
Questo castello ha la forma di un grosso dado, con un cortile spazioso
che fu quello della fortezza. Nel centro di esso cresce un boschetto
ameno di oleandri e di mirti. Contro una muraglia sono appoggiate le
basi marmoree di sei colonne, unica antichità che abbia trovato a S.
Felice. Invano ho cercato stemmi e inscrizioni medioevali sulle porte;
di queste una sola aveva forma gotica. Dell'antica fortezza resta una
torre quadrata, alla quale si appoggia l'edificio centrale, ma anch'essa
è restaurata. Le parti adiacenti del castello baronale sono di
costruzione posteriore all'epoca dei Gaetani che nel secolo XVII
aggiunsero ad esso comodità e nuove bellezze per potervi passare
qualche settimana. Il cambiamento radicale avvenne certo sotto
Poniatowski.
Questi edificò nuovamente l'interno, stanze e saloni, e l'adornò di
pitture. L'attuale deserta abitazione dovette essere allora un luogo
delizioso, tale che il nipote del re di Polonia non avrebbe potuto
trovarne uno più bello. Egli vi si recava spesso, quando lasciava Roma,
dove possedeva la villa di fronte alla porta del Popolo; è stato davvero
un benefattore di questo villaggio; lo ha migliorato, vi ha costruito
una fontana ed una strada che va al mare, ed ha ricompensato sempre
generosamente i servigi resigli.
Presso S. Felice il principe si fece edificare anche un casino, ora in
completo sfacelo, come il giardino annesso. Questo casino sta sull'orlo
estremo della piattaforma, sul mare, e costituisce il più seducente
belvedere che abbia mai visto.
Come ho detto, Poniatowski vendette il capo Circeo nel 1822; vendette
anche subito dopo la villa in Roma e la collezione di antichità, e si
ridusse a Firenze, dove nel 1831 morì.
San Felice conta 1200 anime. L'agricoltura è la sua ricchezza,
soprattutto le viti che coprono gli ultimi declivi del capo.
Furono sue industrie un tempo i vasi d'argilla e d'alabastro. Queste
fonti di guadagno sono scomparse, pure la popolazione non mi è sembrato
soffra grande miseria. Si trova nel paese un albergo, molto primitivo ed
anche un caffè; avrei dovuto pernottarvi, se avessi voluto poi salire
sulla vetta del promontorio, ciò che era mio desiderio, non tanto per
visitare le antiche mura che si additano come resti del tempio di Circe,
quanto per godere l'incantevole panorama. Dicono che di lassù, a 1900
piedi, quando l'aria è limpida e chiara, si vede il convento di
Camaldoli che domina Napoli, e la cupola di S. Pietro di Roma.
Da San Felice si può comodamente salire sulla vetta del monte per
sentieri rocciosi, fra folti cespugli: ci vogliono però alcune ore. Mi
ero proposto di fare il giro intorno a tutto il capo, ma dovetti
abbandonarne l'idea, perchè dalla parte del mare le rocce cadono a
picco, non lasciando sentiero possibile sulla spiaggia. La distanza da
San Felice fino al punto in cui la parte interna del capo trova di nuovo
il mare, presso il canale di Paola, è di tre miglia ed eguale lunghezza
ha il capo: la sua larghezza non è certo invece più di un miglio.
Lasciando San Felice presi dapprima un breve sentiero, assai comodo e
agevole, poi scesi per il declivio della roccia giù al piano boscoso e
giunto ai piedi del capo, potei ammirarlo in tutta la sua forma. E' una
grandiosa piramide, la cui vetta, nella sua estremità, si ripiega in
alto, dal lato occidentale. Fin verso la cima è coperto di quercie e di
cespugli, fra i quali qua e là spiccano masse rossastre di acute roccie.
Le pareti s'innalzano spesso perpendicolari e sembrano sorreggere un
tetto. Tutto il capo sembra un tetto spiovente; ma vi si distinguono
dieci monti che portano nomi speciali. Nelle spaccature delle rocce
crescono i palmizi nani. Molte palme che adornano il Pincio sono appunto
cresciute sul capo Circeo.
Nella mia passeggiata ho attraversato un boschetto di mirti, lentischi
ed eriche, che crescono qui arborescenti, ed ho visto alte quercie da
sughero, sempre verdi e quercie tedesche. La quercia nordica, che da noi
comincia assai tardi a inverdire, in questo clima è uno degli alberi più
precoci. Le trovai, già perfettamente coperte di fronde, lungo il canale
della Linea Pia, mentre l'olmo ne era quasi spoglio. Il bel bosco sul
capo porta il nome di Selva Piana: numerosi greggi di pecore e armenti
di giovenchi vi pascolano e danno al placido paesaggio un carattere
solennemente idilliaco.
Per voler trovare ora su questo capo un luogo dove immaginare la valle e
il palazzo della melodiosa dea Circe, è necessario pensare alla
piattaforma stessa di San Felice o a questo gradevole e ameno declivio.
Qui troviamo, se non vere e proprie valli, almeno dei larghi fianchi
montuosi dove è possibile collocare idealmente il castello incantato di
Omero, colla sua ombrosa solitudine e insieme il suo aperto orizzonte.
Qui cresce un'inesauribile flora. Vi crescerà forse anche la salutare
erba Moly che Mercurio somministrò al paziente Ulisse:
bruna
N'è la radice: il fior bianco di latte.
Ma siccome anche l'eroe dice essere difficile che creature mortali
possano coglierla, così i botanici dovranno rinunziare a scoprirla senza
l'aiuto di un Dio.
La fantasia popolare non ha del resto stabilito alcun luogo come dimora
di Circe, e la leggenda è rimasta qui più per il nome della maga Circe
che per la favola stessa: essa non è che artistica ed archeologica. Qui
si son fatti il concetto di una maga Circe come di una Loreley che
attirasse e facesse arenare le navi. Mi hanno raccontato che essa era
stata alfine sfidata da una nave straniera tutta di cristallo, sulla
quale la maga non aveva potuto esercitare potere alcuno e che anzi era
stata presa, rinchiusa nella nave e portata via. Da allora se ne erano
perdute le tracce e credo che la potenza immaginativa di questo buon
popolo lavoratore non sia andata oltre nella bella leggenda di Circe. La
mia guida mi narrava con soddisfazione un fatto accaduto durante il suo
soggiorno in San Felice ad una sentinella di guardia alla torre del
Fico; a questa sentinella, di notte, era apparso un cane dagli occhi di
fuoco ed aveva tracciato intorno a lei circoli magici.
Nell'uscire dallo splendido bosco, avevo alla mia destra il lago di
Paola, a sinistra la spiaggia del mare e sopra, all'estremità del capo,
una graziosa torre, la torre di Paola. Il lago appariva come un grigio e
melanconico specchio d'acqua fra rive piane, un vero lago di maremma che
s'internava per parecchie miglia dentro terra. Stavano sulle sue rive
due chiesette chiamate San Paolo e Santa Maria della Surresca. In tempi
remoti, il lago era unito al mare e formava una baia: ora la
comunicazione è ristabilita per mezzo di un canale. Lucullo vi aveva una
villa e famosi vivai. Anche nel medio evo fu luogo di pesca e di caccia
all'anitra (l'anitra selvatica si chiama qui _folaga_) e solo per opera
del tempo l'antico canale è andato in rovina. Innocenzo XIII fece
costruire il casino e la chiesa che stanno ancora sul canale, sebbene
abbandonati e quasi rovinati ed altre case anche fece costruire sulla
sponda del lago, per i pescatori e ispettori e per magazzini. Oggi uno
speculatore di Sperlonga ha preso in affitto la pesca del lago per la
modesta somma di lire 7500 annue. L'ardente sole del mezzodì
fiammeggiava sul lago plumbeo nella profonda e selvaggia solitudine
delle paludi e dei boschi: appena gli alti giunchi e i tamarischi della
riva si movevano; non una barca appariva sulla superficie tranquilla;
questa quiete fosca e solenne aveva qualche cosa di favoloso.
Camminavamo lungo le case della riva, lungo il muro di un grande
giardino che fu di Poniatowski, ora completamente abbandonato e
selvaggio. Sulla porta di una casa sedeva la moglie di un pescatore con
i suoi figlioletti che non apparivano punto pallidi di febbre, ma
freschi e rosei, fra reti distese, stanghe e altri attrezzi pescherecci.
Uscirono poi anche alcuni uomini e con loro il fortunato affittuario del
lago, lo speculatore di Sperlonga; questi ordinò ad un ragazzo di farmi
vedere i vivai. Salimmo allora su un sandalo, una specie di barca assai
antica, di cui ho trovato menzione in vecchi documenti riguardanti le
paludi pontine. Nel 1223 fu concesso il diritto all'abbazia di
Grottaferrata di tenere _duos sandalos ad piscandum in Lacu
Folianensi_. Il sandalo è il battello della palude, quadrato e piatto;
le dimensioni variano secondo il bisogno. E' barca di carico e di
tragitto insieme. Il suo nome ed il suo uso si son mantenuti dai tempi
più antichi, e son dovuti certamente alla sua forma. In sandalo andavano
i viaggiatori romani quando dal _Forum Appii_ solevano fare una gita sul
canale _Decemnovius_. I vivai si trovano in vicinanza delle sponde e
formano una serie di camere circondate da un reticolato.
Speravo di vedere il più raro acquario, ma fui deluso, nè in questi
vivai, nè nell'antico bacino murato che ancora si usa, mi fu possibile
vedere un sol pesce.
Dal lago andai verso il mare, lungo il canale di costruzione romana che
è largo circa 30 piedi, ed ha argini in mattoni. Innocenzo XIII lo
restaurò nel 1721. Cateratte massicce lo proteggono contro le onde del
mare. Si aprono queste per lasciar passare i pesci e lì ne vidi alcuni.
Una delle cateratte serve anche da ponte. Su questa trovai in muratura
lo stemma dei Conti (aquila della Campagna e dadi sulla scacchiera) con
sotto la seguente iscrizione, memoria di quel Papa della casa Conti:
«_Quod Inter Mare Tyrrhenum Lacumque Circejum Pristino Aquarum Restituto
Commercio Carolo Collicola Aerario Ac Rei Marittimae Praefecto
Piscatorio Urbis Foro Fisci Rationibus ac Publicae Utilitati Providerit
Anno Pont. Primo_».
In mezzo alla solitudine selvaggia del capo Circeo, sul lembo estremo
dell'antico dominio papale, questa iscrizione sul pallido marmo mi
affascinò con tale forza storica, come se fosse di un passato molto più
remoto e come se appartenesse alla stessa epoca della lapide che, nel
palazzo municipale di Terracina, eterna la memoria del prosciugamento
delle paludi pontine eseguito dal gran re dei Goti, Teodorico.
Lo spazio di dodici secoli che corre fra queste due iscrizioni,
comprende quasi tutto lo sviluppo dell'Occidente dalla caduta
dell'impero romano; è per questo che sembra così lungo... Ma che sono
dodici secoli nella vita del mondo? Il tempo che corre fra ieri ed oggi.
In altri luoghi si ha profonda coscienza del lavoro incipiente dello
spirito umano; qui, nelle paludi pontine, il tempo invece appare
piuttosto come una superficie eguale e senza interruzione che si estenda
indefinitamente monotona.
Non ho mai sentito così bene quanto presto le cose umane divengono
leggendarie, come dinanzi a questa iscrizione. Il dominio temporale dei
papi che soltanto tre anni fa cadde per sempre, mi si presentava già
come un mito sulla cui storicità si dovesse riflettere come su quella
del dominio dei Goti. I papi hanno lasciato molte indelebili tracce
nella terra che fu loro, dall'Etruria al capo Circeo. Quando la figura
storica del cristianesimo sarà passata, quando i dogmi e il culto della
Chiesa per le generazioni future avranno soltanto un interesse storico,
come oggi per noi il culto di Ptah e di Osiride, allora si ricercheranno
gli stemmi pontifici, le iscrizioni e i monumenti dei più potenti dei
re-sacerdoti, che si chiamavano papi, e si farà ciò col maggiore
interesse e col più vivo desiderio, molto più di quello che si faccia
oggi per le iscrizioni dell'antichità; le rovine di San Pietro e del
Laterano saranno allora per l'osservatore e per l'archeologo oggetto di
maggior considerazione che non le masse gigantesche del Colosseo e le
rovine dei templi e delle terme di Roma.
I papi sono riusciti a dare alle loro opere un vero sentimento di
romanità: anche queste paludi lo provano. Dopo Teodorico, re dei Goti,
furono Sisto V e Pio VI che ristabilirono la via Appia ed i canali
pontini. Il Governo italiano, nella successione, si è assunto il compito
di continuare i lavori e di fare anche di più; e per ora è passato così
poco tempo dalla caduta del _dominio temporale_, che non è lecito
movergli rimprovero se ancora non ha pensato alla sistemazione del
porto di Terracina. Più urgente, invero, sarebbe la costruzione di
quello di Brindisi, che aprirebbe all'Italia meridionale una nuova vita
e la via del commercio con l'Oriente.
Basta dare uno sguardo alla baia di Paola che, protetta dal promontorio,
si offre all'ancoraggio, per comprendere quale avvenire essa potrebbe
avere. E' l'unico luogo, nel promontorio, dove sia possibile l'approdo.
Qui sbarcò Ulisse:
Taciti a terra ci accostammo, entrammo,
Non senza un Dio che ci guidasse, il cavo
Porto e sul lido uscimmo...
Qui approdò Tiberio, venendo da Astura; qui approdarono i Saraceni che
molte volte saccheggiarono la località. Si vede ancora la torre quadrata
dei Gaetani, la torre di Paola, l'eroica torre che sostenne lotte
accanite coi pirati del mare.
Essa si erge su una sporgenza della rupe, immediatamente sopra il capo.
Il mare e il canale sono distanti solo pochi passi. Questo punto, presso
la torre, era la mèta più ambita delle mie peregrinazioni. E' una
solitaria marina, celebrata dalla leggenda d'Omero. La saracinesca è
caduta; porte e finestre sono chiuse ed invano tentai penetrarvi. La
pallida erba balsamica cresce sulle mura grigiee e gli steli del grano
selvatico, inariditi dal salso vento marino, oscillano intorno, mentre
le rupi luccicano, al di sopra, di muschi purpurei. Tutto è qui come
immerso nel sonno. L'onda marina si frange rumorosa sulla riva silente
in ritmi uniformi che tutto il presente seppelliscono nel silenzio e
risvegliano nell'anima lontane imagini e lontani ricordi. Ogni tanto un
falco si leva da un cespuglio di mirti e si libra sulla costa, emettendo
un acuto strido, poi allarga lentamente i suoi cerchi sulla palude e sul
mare.
Le dune bianche, abbaglianti racchiudono per parecchie miglia il limpido
mare in una linea dolcemente arcuata, finchè si perdono nei vapori,
verso Astura. Dietro si stendono paludi e boschi nereggianti, che
nascondono altri laghi: il lago di Crapolace, quello dei Monaci e
l'altro di Fogliano, simili al lago di Paola, ma senza porto.
Per quanto il mio occhio poteva spaziare lontano, la bella spiaggia mi
appariva completamente deserta; nessuna traccia di greggi; sul mare
nessuna barca; solo tre o quattro vele, lontane, verso Astura. In
distanza appariva sotto il sole una torre: la torre di Fogliano o il
castello di Astura. Si può andare fin là a piedi, o a cavallo, seguendo
la spiaggia. Anticamente v'era la via Severiana che conduceva fino al
capo, lo girava e giungeva a Terracina. Su questa si trovavano: _Ad
Turres_, _Circejos_, _Turres Albas_, _Clostra Romana_, _Astura_ e
_Antium_.
Dall'alto della torre di Paola si ammira la grande distesa del mare e le
isole di Ischia e di Ponza che nettamente vi si delineano, sotto gli
scoscendimenti delle rupi ed i massi grigio-rossastri che ricordano il
Monte Solaro di Capri. Ridiscesi poi al lago e tornai per la medesima
via a San Felice.
Dopo un digiuno di dieci ore, dopo la gita in mare e la passeggiata
sotto il sole che già scottava, calmammo la nostra sete, la mia guida ed
io, con gli squisiti aranci di questa regione.
La sala del caffè era gremita di abitanti del capo, parte dei quali alti
e begli uomini, non vestiti però con costumi speciali. Me ne furono
indicati alcuni che avevano servito sotto il papa, il che sembrava in
certo modo essere considerato come cosa speciale e onorevole. Mi dissero
anche che, prima dell'ultimo rivolgimento, le guarnigioni di tutte le
torri del litorale, da Terracina a Porto d'Anzio, erano composte di
sanfelicesi.
Un pescatore era intanto venuto ad aspettare o ad affrettare il mio
ritorno; perchè, come avevo osservato dalla torre di Paola, il vento si
era nel frattempo fatto più forte e il mare si era coperto di schiuma.
Una gita di parecchie ore in mare, con quel tempo, non si presentava
certo come una bella prospettiva!
Scendemmo per un sentiero fino alla spiaggia, dove apparivano alcuni
ruderi antichi. Sarebbe stato veramente bello aver potuto passare in
quel luogo alcuni giorni, arrampicarsi sulle rocce, visitare le belle
grotte, vedere le torri del Fico, Cervia e Moresca che stanno sulle
sporgenze estreme del capo. Camminando lungo la spiaggia riuscimmo di
nuovo presso torre Vittoria e salimmo sulla barca:
E quei si rimbarcavano; e sui banchi
Sedean l'un dopo l'altro, e percotendo
Gían co' remi concordi il bianco mare.
Ci arrestammo un istante ad un miglio dalla spiaggia. La barca sembrava
davvero un guscio di noce sul flutto irrequieto, ora avendo come sfondo
l'orizzonte da un lato ed i monti dall'altro, ora sprofondandosi nelle
liquide valli. Questa gita mi fece molto piacere, perchè non temo il
mare agitato e non soffro punto il mal di mare. I rematori vogavano
faticosamente, ma con arte consumata sapevano ora evitare, ora
utilizzare abilmente le onde più grosse e più alte. Allora capii
veramente che cosa fosse una barca equilibrata e la nostra poggiava
fissa e sicura sui suoi quattro remi, che insieme sembravano servirgli
come braccia e come ancora. Era assai difficile avanzare e dopo più di
due ore di lotta ci trovammo di nuovo di fronte a torre Badino.
Questa torre ed un casino lì presso indicano il luogo dove il Portatore,
un braccio del canale pontino, si versa nel mare. Vi sono stati
costruiti dei moli. I pescatori risolsero di mettersi sotto vento ed
invece di continuare il faticoso viaggio, arrivare così a Terracina per
il canale.
Alla foce del Portatore l'agitazione delle onde alte e grigie era assai
forte: la nostra barca ne risentì la violenza con un forte beccheggio,
ma presto, oltrepassato un ponte levatoio, ci trovammo in uno specchio
d'acqua più che tranquillo, morto, nero, stagnante. Da quello entrammo
nella Linea Pia che conduce direttamente a Terracina.
La Linea Pia è fiancheggiata da alti olmi, e sulle sue rive cresce la
più ricca flora di gigli acquatici che abbia mai visto. In alcuni punti
il canale era impaludato, o era completamente coperto di piante. A causa
di questo tre marinai dovettero scendere dalla barca e tirarla dalla
riva con una fune, a forza di braccia.
Per quanto ad ogni stagione la Linea Pia venga sottoposta ad un
ripulimento, essa è invasa di nuovo prestissimo dalla flora palustre. Il
metodo per pulirla è semplicissimo: si caccia qua e là per il canale una
frotta di bufali e si fa loro calpestare l'erba. Queste bestie si
sforzano naturalmente di liberarsi e di guadagnare la terra ferma, non
perchè temano l'acqua, essendo al contrario animali di palude, ma perchè
la fatica necessaria per strappare e pestare le piante così intrecciate,
stanca anche la loro possente muscolatura. Ma i butteri che li
accompagnano, li respingono nel pantano colle loro lunghe lancie, ed
altri tormentatori stanno dietro sui sandali e fanno lo stesso con delle
aste puntute. Il giorno dipoi vidi, sulla via Appia, presso la stazione
di Mesa, questa selvaggia scena palustre: è impossibile immaginare
qualcosa di più singolare di quei mostri neri ammassati nel canale che,
simili a un branco di cavalli del Nilo, agitano le loro teste possenti
con le corna piegate all'indietro, sbuffano fuor dell'acqua, mentre
faticosamente avanzano nuotando e calpestando.
Quanto più ci avvicinavamo a Terracina, tanto più il canale diveniva
animato. Molti sandali tornavano carichi dalla città e su molti di essi
sedevano uomini civilmente vestiti che sembravano passeggeri ed erano
forse proprietarii di terre vicine.
Scendemmo dal battello al ponte, presso il grande ospedale militare ed
io mi recai subito alla riva accanto all'albergo, per sapere qual fine
avesse fatta la gigantesca tartaruga. Essa stava distesa su un carro a
due ruote, legata con funi e accuratamente avvolta in scorze d'albero,
quasi si fosse voluto preservarla da un raffreddore. Molta gente stava
ad osservarla attentamente. Il guscio robusto era di un bellissimo color
bruno con macchie nere; la testa pareva quella di un'aquila e perfino la
bocca aveva la forma di un becco. Viveva ancora e guardava gli astanti
con occhi spalancati pieni di stoica indifferenza; sembrava quasi
volesse dire: «Tu sei una creatura più abominevole di me, o uomo, e
cento volte più crudele e vorace del pescecane, tu che strappi alle
profondità dei mari i suoi abitanti per seppellirli nel tuo stomaco,
nella grande voragine e abisso del mondo vivente!» Nella notte la
tartaruga doveva essere spedita al suo destino, cioè a Piperno, fra i
monti Volsci, dove sarebbe stata poi venduta come cibo di magro.
LE SPONDE DEL LIRI.
(1859).
Le sponde del Liri.
(1859).
Invito il lettore ad un'escursione attraverso il paese latino, da Veroli
a Casamari, da Isola a Sora e ad Arpino, da Arce ad Aquino, da San
Germano[10] a Montecassino, proprio mentre l'Italia centrale pullula di
armati, mentre le Romagne hanno scosso il giogo pontificio, mentre gli
animi tutti sono preoccupati dalla _questione romana_.
Questa regione è la continuazione del Lazio; il Liri divide con confini
naturali la Campania in due parti: quella romana è solcata dal Sacco che
si getta appunto nel Liri sotto Ceprano ed è propriamente la campagna
romana; l'altra metà, magnifica pianura fra l'Appennino ed i Volsci, è
la Campania napoletana, dove scorre il Liri. Essa si estende veramente
fino a Capua, ma i monti la circondano di fronte a San Germano e la
separano così dalla _Campania felice_. A Montecassino mi fecero
osservare un giorno di lassù il castello di S. Pietro in Fine, e mi
spiegarono questo nome con: _in fine Latii_; se non che l'erudito don
Sebastiano Calefati mi fece riflettere che _in fine_ poteva anche
significare: al confine della giurisdizione della diocesi di
Montecassino. Non intendo però entrare in una disquisizione geografica;
scendiamo piuttosto tranquillamente da Veroli, per arrivare sulle rive
del Liri in una bella giornata di ottobre, mentre un sole tepido splende
sui campi tingendo i monti de' più bei colori dell'autunno, mentre
dinanzi ai nostri occhi si stende la classica campagna attraversata dal
fiume, il cui bel nome risveglia i pensieri più gentili, più soavi e
diffonde un alito poetico per queste contrade.