alla memoria tutti gli altri luoghi famosi nella storia degli
Hohenstaufen che io ho visitato nelle mie peregrinazioni per l'Italia.
Mi è apparsa la bella figura di Manfredi, biondo, ricciuto, sui campi di
Benevento, quale Dante lo vide, con una doppia ferita alla fronte ed al
petto, mormorante mestamente: «I' son Manfredi, Nipote di Costanza
imperatrice». Lasciai errare lo sguardo sul mare ricco di memorie e lo
rivolsi laggiù dove giace la bella Sicilia, dove sorge, in mezzo a
giardini sempre in fiore, sulla spiaggia più amena del mondo, quel
castello di Palermo nel quale visse Federigo e da dove era partito per
la Germania; pensai al duomo di quella stessa Palermo, a quell'oscura
cappella, dove riposano, dentro ai loro sarcofaghi di porfido rosso,
Enrico VI, Federigo e le due Costanze, rappresentati con la corona in
testa e con la dalmatica di seta, il cui orlo è ornato da iscrizioni
saracene.
Entrammo quindi nel castello. Un ponte in muratura lo unisce alla
spiaggia ed un ponte levatoio dà accesso all'interno. Nella piccola
corte sorge la torre ottagonale che termina con una specie di terrazza,
dove rimane un unico e arrugginito cannone. La guarnigione, composta di
otto uomini, quando entrammo stava facendo gli esercizi nella piccola
corte e don Pasquale, luogotenente di Astura, la stava guardando dal
terrazzo con l'aria di chi avrebbe voluto essere ovunque, fuori che lì.
Ci condusse nel suo piccolo e meschino alloggio e ci fece vedere degli
arabeschi pompeiani assai ben fatti: dipingendo egli trascorre le sue
giornate in quella solitudine. Il luogotenente ci disse che ciascuna di
queste torri della costa è attualmente custodita da otto uomini,
comandati da un maresciallo o da un ufficiale e che le prescrizioni di
vigilanza sono severissime, temendosi da parte dei mazziniani un colpo
di mano.
Visitammo tutto il castello composto di piccole e melanconiche stanze,
dove il ragno tesse le sue tele e lo scorpione trova un ricovero nelle
infinite screpolature dei muri; la vista però, tanto sulla pianura
verdeggiante, quanto sul limpido mare, dove ora si vedono, ora
spariscono le vele delle barche pescherecce, è bella e affascinante. La
torre sembra fatta apposta per un bardo, che vi suoni l'arpa e vi muoia
col canto del cigno, nell'ora in cui il sole scende in mare e tinge di
color porpora il capo Circeo. In quell'ora regna sul mare una tale
tranquillità, tale uno spirito di quiete che non si può descrivere; si
direbbe che il sonno e la morte si librino sul mare e che quella barca
che gira, come un'ombra, il capo Circeo, porta forse il dio del sonno
spargente calma e riposo sulle onde.
Tutto qui allora spira dolcezza. Mentre il capo Circeo riporta alle
avventure omeriche, alle imagini dell'Odissea, la solitaria torre di
Astura parla delle grandi e non meno poetiche memorie dell'epoca degli
Hohenstaufen. Quanti ricordi non risvegliano questi nomi degli
Hohenstaufen e del provenzale Carlo d'Angiò! Ritornano alla memoria i
personaggi del «Parsifal» di Wolfram di Eschenbach e Corradino diventa
Parsifal che cavalca per il mondo, per trovare la sacra coppa di sangue
del Graal, Elisabetta di Baviera diventa Erzeleide, sua madre, che non
lo vuole lasciar partire, e così si presentano Goffredo d'Angiò, il
cavalier Gavino e Feirefiz, Arturo e Titurello e il castello di Graal,
nella foresta selvaggia, i saraceni, i trovatori, i pellegrini, i
penitenti e i saggi dell'Oriente.
Astura è la torre del romanticismo, è la sede della poesia tedesca in
Italia. Essa appartiene ai romantici, come la grotta azzurra di Capri.
Io, in nome di questi, ne ho preso silenziosamente possesso, dichiarando
proprietà nazionale della Germania questo leggendario castello.
La sola torre risale ai Frangipani; tutto il resto è di epoca
posteriore, giacchè nel 1286 i siciliani, che nei vespri avevano preso
una splendida vendetta del sanguinario re Carlo, guidati dal loro
ammiraglio Bernardo da Sarriano, lo distrussero tutto, ad eccezione
della torre, ed uccisero anche il figlio di Frangipani. Anche ora sulle
mura esterne del castello si vedono le armi dei Colonna, che ne furono
in seguito proprietari. Dopo i Frangipani, divenne feudo dei Gaetani;
quindi passò in possesso dei Malabranca, degli Orsini e dei Colonna, i
quali lo vendettero nel 1594 a Clemente VIII. Presentemente Astura è
feudo dei Borghese.
Altri ricordi storici si ricollegano ancora a questo castello. Innanzi
al ponte, che serve di accesso, notai degli avanzi di un pavimento in
mosaico, quasi ricoperti dalla sabbia, e mi accorsi subito che il
castello, sul mare, sorgeva sopra le fondamenta di una villa romana
assai vasta, le cui rovine erano visibilissime sul fondo del mare, ed
anzi in alcuni punti ne emergevano ancora. Sorgeva l'antica villa sopra
un banco di sabbia e molto probabilmente, appunto per questo Plinio dà
il nome d'isola ad Astura, colonia d'Anzio: la località in antico è
possibile che si trovasse per un piccolo tratto d'acqua staccata dal
continente. Strabone infatti dà a quel braccio di mare il nome di
Storace (Storas potamos), Plutarco lo chiama Astura (ta Astura) e ne
parla quando descrive la tragica fuga, qui avvenuta, di Cicerone.
A dire il vero, deve recar non poco stupore ai miei lettori che
questo luogo solitario, appartato, possegga altre tristi memorie, e
che molto tempo prima di Corradino sia stato un punto di sventura,
dedicato forse alle Eumenidi.
Cicerone vi possedeva una villa. Egli ne fa menzione spesso nelle sue
epistole, in una delle quali, scritta ad Attico appunto da Astura, è
detto: «_Est hic locus amoenus et in mari ipso, qui et Antio et Circaeis
aspici possit_». Abitava volentieri questa villa che più delle altre gli
offriva quiete e riposo. Poco prima della sua morte venne qui ed Astura
gli fu fatale. Vi si era rifugiato in primavera, non appena aveva saputo
che sarebbe stato compreso nelle liste di proscrizione; Plutarco narra
che si era qui imbarcato per fuggire in Macedonia, presso Bruto, ma che
aveva poi cambiato idea ed era tornato a terra. Con l'intenzione di
recarsi a Roma per cercare di commuovere Ottaviano, partì da Astura e
prese la via della città ma, fatte appena dodici miglia, fu colto da
paura e tornò indietro rapidamente. Salito su di una lettiga, si avviò
verso Gaeta, ma raggiunto per via dai cavalieri che lo inseguivano, in
un punto che viene anche oggi additato, fu da quelli ucciso.
Strana coincidenza! Lo stesso Ottaviano fu preso nella medesima Astura,
a quanto narra Svetonio, dal male che pose fine a' suoi giorni. Venne
qui poco prima della sua morte, nell'ultimo suo viaggio per la Campania.
«Al principio del suo viaggio venne ad Astura, ed essendosi trattenuto,
contro la sua abitudine, all'aria libera, di notte, per godervi il
fresco, fu colto da dissenteria e ciò fu l'inizio della sua malattia».
Dopo una breve dimora a Capri, morì a Nola.
Nè qui finisce l'influenza fatale di Astura: anche il successore di
Augusto, Tiberio, si ammalò in questo luogo poco prima della sua morte.
Ecco ciò che narra Svetonio: «Ritornò in tutta fretta in Campania e,
giunto ad Astura, vi cadde ammalato. Riavutosi un poco, s'imbarcò per il
capo Circeo». Essendosi quivi il male aggravato, colto da paura, egli
s'imbarcò di nuovo, e prima di poter arrivare a Capri, fu costretto a
scendere a terra, al capo Miseno, dove spirò.
Che aggiungere, quando avremo detto che anche su Caligola, successore di
Tiberio, Astura esercitò la sua malefica influenza? Quivi Caligola
sbarcò prima di morire. «Si trovò--dice Plinio--un piccolo pesce,
chiamato _remora_, appeso all'albero maestro della galera che portava
Caligola da Astura ad Anzio e ciò venne considerato come presagio della
sua prossima fine».
_Astura mala terra, maladetta!_ Noi pure, innocenti viaggiatori, doveva
costringere a precipitosa fuga, a noi pure doveva far provare ambasce
di morte.
Lasciando Astura, decidemmo di prendere, invece della strada lungo il
mare, quella attraverso la foresta, di cui avevamo sentito vivamente
lodare la selvaggia bellezza. Non conoscendola, prendemmo con noi un
soldato del piccolo distaccamento, un bel giovane robusto e forte che
doveva servirci per alcune miglia di guida e prestarci nello stesso
tempo aiuto, non già contro i briganti, ma contro i tori ed i bufali.
Per un certo tratto camminammo lungo la spiaggia, dove potemmo vedere
dei tori neri tanto maestosi che Giove non avrebbe potuto averne dei
migliori, allorquando trasse in mare la bella Europa. Poco dopo ci
trovammo in mezzo alla foresta. Camminavamo per ampi sentieri, fra
odorosi cespugli di mirto, sotto la volta di gigantesche quercie,
rallegrati da mille effetti della luce del sole che volgeva al tramonto.
Il bosco presso Astura è molto bello. Pensavo alle mie spiaggie natie,
alle loro alte quercie diritte, fra i tronchi delle quali si può
scorgere l'azzurro del mare; tutti i miei pensieri erano rivolti al
passato. È bello aggirarsi là per quei boschi, spiando la comparsa dei
cervi e dei caprioli, quando sbucano dai cespugli e vi contemplano con
curiosità, alzando il loro capo coronato dalle lunghe corna. Qui invece
balza talvolta fuori da un cespuglio la nera testa di un bufalo o di un
toro e talora attraversa il sentiero un lungo serpente variopinto. La
vegetazione è di una bellezza e rigogliosità tropicale; l'edera
raggiunge qui le proporzioni di un albero e si abbarbica alle quercie le
circonda le avvinghia, come i serpenti Laocoonte e pare quasi voglia
soffocarle in un vigoroso amplesso e strapparle al suolo; sale su tutti
i rami e giunge sino alla cima, lassù dove hanno ricetto gli uccelli
selvatici della foresta.
Camminammo in tal guisa per alcune miglia, assorti sempre nella
contemplazione di quello stupendo spettacolo. La nostra guida di Astura,
là dove il bosco cominciava a farsi men fitto, ci lasciò, dopo averci
indicato il sentiero della macchia, al di là della quale dovevamo
trovare il mare. Lieti e felici continuammo a camminare fra i mirti e
gli olivi selvatici, quando tutto ad un tratto ci trovammo di fronte ad
un centinaio di tori. Ci fermammo subito: uno dei tori a sua volta si
arrestò stupito; alzò la testa, ci contemplò con gravità maestosa, poi
si staccò dal branco e ci venne incontro. In quell'istante il mio
compagno chiuse il suo maledetto ombrellone bianco da pittore e subito
il toro furiosamente spiccò un salto e tutta la mandra lo seguì. Una
nube di polvere si levò tosto nel bosco e noi ci demmo a precipitosa
fuga, guardandoci ogni tanto indietro. Era un orribile e bello
spettacolo il vedere quegli stupendi animali correre avvolti in una nube
di polvere!
Riuscimmo ad arrivare nel fitto della macchia e, con le mani
insanguinate pelle spine, ci cacciammo nei cespugli, da dove potemmo
vedere, fra la polvere, il luccichio delle corna dei tori, mentre si
udiva sotto i loro piedi lo strepito dei rami infranti.
Non vidi mai il terrore meglio scolpito sopra un volto umano come allora
su quello del mio compagno e il mio spavento non era punto minore.
Finalmente tutto tornò silenzio intorno a noi: la mandra furiosa aveva
proseguito la sua corsa verso il mare. Riprendemmo la nostra strada per
la foresta e, spiando continuamente se i tori riapparivano, uscimmo alla
fine dal bosco e sbucammo sulla libera spiaggia. Credo di non aver
sentito mai un'eguale soddisfazione nel rivedere il mare e mi toccava
proprio provare ad Astura, sulle tracce di Corradino, quali siano le
ambasce di una fuga precipitosa, col pericolo della morte alla gola. Si
sarebbe detto che uno spirito maligno, il demone di quel luogo
maledetto, avesse destato in me tante dolorose memorie e avesse voluto
darmi un'idea precisa di quanto ivi soffrì il povero Corradino. Gli
animali selvaggi furono però più compassionevoli verso di noi che non
gli uomini per Corradino.
Proseguimmo la nostra strada e ci fermammo di nuovo per riposarci sulle
rovine del palazzo romano, dalle quali il melanconico castello appariva
ancora più bello e più espressivo nell'incerta luce del tramonto. La
vista di numerose mandre che coprivano la spiaggia sin quasi a Nettuno,
c'impensierì di nuovo: ve n'erano alcune sdraiate in riva al mare, altre
salivano per ritornare, come è loro abitudine, al bosco, perchè
cominciava la frescura della sera. Passammo innanzi a cento e cento
corna gigantesche, ma gli stupendi animali non ci fecero alcun male
perchè noi ci tenevamo rasente al mare, al disotto di essi; apparvero
infine due bei butteri, i primi che avessimo incontrato, a cavallo, che
galoppavano, con la lancia in pugno, lungo la riva, e la loro vista ci
rinfrancò.
Felicemente raggiungemmo Nettuno e di qui, con un senso di compiacenza,
contemplammo la strada percorsa ed il castello di Astura che a quella
distanza, a quella dubbia luce emergeva come un cigno sulle onde del
mare.
IL CIRCEO.
(1873).
Il Circeo.
(1873).
Da Terracina, dove avevo passato la Pasqua, volli scendere al capo
Circeo, fosse pure per una breve visita. Capo Circeo giace a tre ore da
questa città, benchè sembri, per la trasparenza dell'aria, molto più
vicino. Il grandioso promontorio si innalza sulla lunga duna e lascia da
per tutto un orlo di spiaggia, su cui si cammina come su di un tappeto
di velluto.
Mi allettava assai l'idea di andare a piedi fino al capo, ma i pescatori
di Terracina me ne dissuasero ed io non vi andai perchè non ero sicuro
che la strada fosse libera da mandre di bufali. Questi pescatori erano
stati rallegrati prima della mia partenza da una pesca eccezionale: essi
stavano con altra gente sulla riva, quando i loro sguardi furono
attirati da un oggetto che si alzava di tanto in tanto sulla superficie
delle acque e che pareva attaccato ad una corda, fissa a sua volta ad
un piuolo. Era una grossa testuggine marina che si era impigliata nelle
reti: la povera bestia era rimasta gravemente ferita da un raffio, ed i
pescatori l'avevano legata, come un cavallo, per una zampa, ed
assicurata ad un palo. Essa faceva grandi sforzi per liberarsi e di
tanto in tanto sollevava la testa, il collo e una parte del suo guscio
rosso scuro, per respirare. Fu lasciata tutta la notte al suo martirio e
la mattina seguente, quando partii per il capo, vidi dalla mia barca che
era ancora nello stesso posto.
Avevo con me quattro barcaioli e un servo dell'albergo che aveva passato
qualche tempo a S. Felice, sul promontorio e che doveva farmi da guida.
In tutto, eravamo sei persone. Partimmo alle quattro del mattino: la
luna chiara che discendeva verso occidente, spandeva nell'ultima lotta
col giorno, un bagliore largo e dorato sul mare lievemente mosso. Fitte
nebbie apparivano ad oriente, verso la palude di Fondi, e nascondevano
le rocce di Sperlonga ed i promontori di Gaeta e di Mondragone. Anche il
capo Circeo era cinto di un velo, squarciato solo sulla vetta.
Soltanto chi ha viaggiato per mare fra il tramontar della luna e il
nascer del sole può aver sentito la gioia divina dell'imminente nuovo
giorno. Il respiro continuo del mare che sale dall'irrequieto e vivo
elemento, ha in sè il fremito primordiale della creazione. Perchè mai il
mare sveglia in noi, anche visto in lontananza, o sentito nel ritmico
palpito delle sue onde dalla riva, un desiderio così profondo, ansioso
ed ignoto, come nemmeno le cime delle Alpi sanno svegliare? Forse perchè
questo nostro piccolo _io_ colle sue piccole necessità e la coscienza
della natura, destata per un attimo, si trovano in immediato contatto
coll'Infinito e l'Eterno, con ciò che non ha storia, nè tempo, nè
limiti, nè forma.
Avanzavamo rapidamente nell'aria fresca e serena, condotti dolcemente
dal vento e dal marinaro e sempre più si andava svolgendo dalle brume il
capo oscuro, col suo bianco paesello sulla punta e una torre grigia ai
piedi, sul mare. Ma prima di approdare a questa, voglio dire due parole
sulla storia del _Mons Circeus_ o _Monte Circello_.
Da lungo tempo il paese delle favole di Circe fu fissato su questo
promontorio che invero, con la sua forma nettamente insulare, i suoi
folti boschi, i suoi odorosi declivii, le sue grotte di stalattiti sul
mare, costituiva un ambiente, per lo meno non disadatto, a far sorgere
una favola magica di antichi navigatori. Il monte Circeo era nei tempi
preistorici veramente un'isola, come oggi le isole di Ponza e come un
tempo il Soratte. A poco, a poco e certamente molto prima dei tempi
dell'Odissea, questa isola si riunì alla terra e divenne un capo. Gli
antichi geografi riferiscono che su di esso giacque una città col tempio
di Circe e con un altare a Minerva, dove era conservata la coppa di
Circe in cui Ulisse aveva bevuto. Anche la tomba di Elpenore vi si
mostrava, con i mirti che vi erano germogliati sopra.
La città di Circei, o Circeo, era volsca, come Anxur, oggi Terracina. I
Romani la conquistarono e vi stabilirono una colonia che non fu certo
mai grande e potente, ma per la sua posizione fu una delle più belle
piazze forti ed inoltre un gradito soggiorno. Lucullo vi pose i suoi
vivai e v'edificò una villa e Lepido, quando dovè ritrarsi dal
consolato, venne qui a dimorare.
L'antica città scomparve in un'epoca incerta; forse fu distrutta dai
Goti. Sulle sue rovine sorge l'attuale San Felice, costruita
probabilmente intorno all'antica fortezza dalle mura ciclopiche. Questa
_Arx Circaea_ o _Rocca Circeji_, si trova spesso menzionata nei
documenti e nelle storie medioevali; solo molto più tardi compare il
nome di San Felice. In questo luogo nel secolo VIII era anche un
vescovato. La fortezza di Circeo era considerata come la più importante
fra quelle della spiaggia pontina. Si sforzarono di acquistarne il
possesso la città di Terracina, i conti di Gaeta e quelli di Fondi; ma
essa riconobbe la sovranità del Pontefice.
Al principio del secolo XII, quando i duchi normanni avevano in loro
potere l'Italia meridionale, essi s'impadronirono anche di questa
fortezza, ma solo per poco, perchè i papi salvaguardarono bene i loro
diritti sulla terra di confine, su Terracina e sul promontorio che ne
dipendeva. Sul finire del secolo, divennero padroni della rocca di
Circeo i Frangipani di Roma che possedevano Astura e molti altri
territorii sul Tirreno ed essi seppero sottrarla alla giurisdizione di
Terracina, dopo un lungo assedio. Essi possedettero la _Rocca Circeji_
per lungo tempo; Ottone e Roberto Frangipani la diedero poi a Rolando
Guidonis de Leculo, ma a questi Innocenzo III la ritolse per restituirla
alla Chiesa.
Alla metà del secolo XIII i Templari divennero proprietari del
promontorio, dove ancora durava la leggenda di Circe, figlia del Sole e
dove si era mostrata la coppa di Ulisse, il _Graal_ di questo antico
monte incantato. Un documento del 3 maggio 1259 dice che Pietro
Fernandi, maestro dell'Ordine dei Templari in Italia, per
autorizzazione del maestro generale Tommaso Berardi, assegnava al vice
cancelliere Giordano in cambio del casale Piliocta (oggi Cecchignola,
sulla via Ardeatina), _il villaggio Sancti Felicis sul monte Circego,
appartenente per diritto all'Ordine_, ottenuta la approvazione della
casa romana dei Templari sull'Aventino (oggi priorato di Malta). Era
questi il medesimo cardinale Giordano che come governatore della
Campagna romana e della Marittima, nove anni più tardi, compariva colle
sue truppe dinanzi ad Astura per chiedere, in nome della Chiesa, ai
Frangipani la consegna di Corradino, cosa che non potè ottenere, come è
noto, disgraziatamente per l'ultimo degli Hohenstaufen.
Giordano era un nobile di Terracina, della potente casa dei Peronti.
Egli riunì a Terracina la rocca Circea che rimase alla sua famiglia fino
a tutto il secolo XIII, nel qual tempo passò agli Anibaldi di Roma, dai
quali nel 1301 la ebbero i Gaetani.
La potenza di questa famiglia derivava allora tutta da Bonifacio VIII;
suo nipote Pietro possedeva già le città volsce di Sermoneta e di Norma
e una gran parte del territorio pontino, ricco di bestiame, da Ninfa al
mare. Pietro Gaetani diede principio a questo ricco possesso--che i suoi
discendenti godono ancora--coll'acquisto del capo Circeo. Lo acquistò
con tutte le terre dipendenti e ancora i Gaetani portano il nome di San
Felice, e insieme acquistò per 2000 fiorini d'oro il lago di Paola, da
Riccardo Anibaldi, signore della torre delle Milizie in Roma. Da quel
tempo i Gaetani possedettero la rocca Circea per 400 anni. In questo
lungo periodo di tempo essa fu tolta loro una volta, ma per soli due
anni, quando Alessandro VI li privò di tutti i feudi negli Stati della
Chiesa per donarli al figlio di Lucrezia, al piccolo Rodrigo di
Biseglia. Allora egli eresse Sermoneta in ducato, ma subito dopo la sua
morte i Gaetani rientrarono nei loro possessi, e siccome erano anche
conti di Fondi, il castello Circeo costituì la pietra di confine della
loro signoria sul mar Tirreno. Dalla cima del loro palazzo a San Felice
essi spaziavano con lo sguardo, entro il cerchio armonioso del panorama,
sul loro feudo da Fondi fino ad Astura e dalle mura ciclopiche di Norba
fino alla spiaggia pontina.
Nell'anno 1713 i Gaetani alienarono il capo Circeo, e il duca
Michelangiolo lo vendette ai Ruspoli di Roma, insieme col palazzo
Gaetani sul Corso che si chiamò d'allora in poi palazzo Ruspoli.
Nel 1718 il capo passò agli Orsini come dote di Donna Giacinta Ruspoli;
ma siccome la Santa Sede si era riservato il diritto di riacquistare il
feudo, gli Orsini dovettero venderlo nel 1720 alla Camera Apostolica per
100,000 scudi. Nel 1808, dopo 88 anni, fu venduto nuovamente, al
principe Stanislao Poniatowski, e così un magnate polacco, ultimo della
sua casa, divenne signore dello storico capo e lo tenne per 14 anni. La
Camera Apostolica lo riscattò nel 1822 e con la caduta degli Stati della
Chiesa passò alfine in proprietà dello Stato italiano.[9]
Questa è la breve storia del capo Circeo: intanto il sole si è alzato
fra i monti di Gaeta e la luna è scomparsa nella luce. Il capo è apparso
tutto scoperto dinanzi a noi, illuminato dal sole matutino con una luce
tranquilla e tutto l'incanto è finito.
Poche cose nel mondo tollerano una troppo grande vicinanza, o piuttosto
il rapporto della nostra immaginazione con esse non le sopporta. I
monti, come gli uomini e le loro imprese, i grandi e la loro fama, hanno
bisogno di un velo di luce e d'aria che li renda misteriosi alla nostra
immaginazione e tenga lontana l'indagine critica; quanto più piccoli
sembrerebbero essi se le loro leggende fossero d'un tratto demolite
dalla vicinanza del tempo e cadesse l'illusione che li avvolge! Profondo
è il simbolo dell'Iside velata!
Come appare magico e misterioso il promontorio Circeo guardato dalla
lontana Astura, dai monti Volsci o da quelli Laziali, ed anche da
Terracina, quando cade la sera! Ora invece mi appariva grigio e verde,
simile a molti altri monti; spariva quella forma insulare che aveva
assunto nella lontananza e lo vedevo scendere verso la pianura pontina
con una larga striscia di terra. Le belle forme sparivano e profonde
selve coprivano i suoi fianchi fino alla sommità, mentre questa da
lontano sembrava rocciosa e nuda, scintillante di riflessi solari!
Prendemmo terra a Torre Vittoria, dove il piede del promontorio si perde
sul lembo della spiaggia, senza però avere un luogo di approdo in forma
di porto. Non vi erano pescatori, nè barche. La torre è un edificio
quadrato, dicesi costruita dai Gaetani. La sua guarnigione è stata
soppressa, come quella di tutte le torri marittime, alla caduta del
governo pontificio. Serve ora di caserma ai doganieri ed anzi uno di
questi appena ci scorse, scese le scale e venne a salutare i pescatori
che ben conosceva, ed a verificare il loro passaporto. Lasciai i
marinari sulla spiaggia e con la mia guida mi avviai verso San Felice.
La posizione del villaggio e la piccola via che vi conduce mi hanno
ricordato Capri. Ma il capo Circeo non ha null'altro, o ben poco, che lo
faccia rassomigliare a quest'isola. Dopo un quarto d'ora di non faticosa
salita sul declivio coperto di siepi e cespugli di mirto, mi è apparso
il villaggio in una posizione veramente incantevole.