La Dea Fortuna aveva in Anzio un tempio famoso, ed avevano quivi i loro

templi anche Apollo, Venere Afrodisiaca, Esculapio e Nettuno. L'idea che

su questa spiaggia deserta, circondata di prati, brillò in tutta la sua

divina bellezza, attorniato da altre stupende creazioni artistiche,

l'Apollo del Belvedere, aumenta il pregio di questo luogo, già di per sè

amenissimo. La statua meravigliosa fu qui scoperta ai tempi di Giulio

II, ed anche quelle che sono nelle gallerie del Vaticano, del

Campidoglio e del palazzo Albani, furono in seguito per la maggior parte

qui rinvenute, come del resto anche il famoso gladiatore morente,

parecchie statue di imperatori, i busti di Adriano, di Settimio Severo,

di Faustina, i satiri, gli atleti, le statue di Giove e di Esculapio, i

tripodi stupendi e i meravigliosi altari del Campidoglio, dedicati ai

venti. Sopra un'altura della spiaggia, dove ora sorge, sulle fondamenta

di un tempio antico, un piccolo forte, dal quale, appoggiato ad una

vecchia e gigantesca spingarda del medio evo, tutta arrugginita, un

soldato contempla il mare, sono tuttora in piedi le basi di antiche

colonne e vicino queste, ventidue splendidi capitelli corinzi di

cipollino. Le loro volute ed i loro ornamenti sotto l'abaco, sono

particolarmente geniali ed io non ricordo di averne mai visto di simili;

rappresentano conchiglie, delfini, gamberi di mare. L'architetto

conformò gli ornamenti al luogo, e molto probabilmente questo tempio era

dedicato a Nettuno.

Ad Anzio ho trovato una persona che si diletta di antichità; in Italia

non v'è paese di qualche importanza che non abbia il suo storiografo

locale od il suo archeologo. Ad Anzio è il canonico Lombardi, presidente

dell'amministrazione del porto, il quale abita all'ultimo piano del

casamento che comprende il bagno penale. Ho trovato questo degnissimo

uomo, intento a decifrare un'antica iscrizione, disotterrata dai

galeotti. Il Lombardi ha già scritto un libro su Anzio, ed attende ora

ad un'opera più vasta sulla storia e sulle rovine della sua città. Ho

letto con piacere e con gratitudine il suo pregevole lavoro.

Oramai ho percorso tutta questa spiaggia sino ad Astura e da per tutto

ho trovato avanzi di ville, di bagni, frammenti di marmi, di mosaici,

fra i quali ricorderò il pavimento in mosaico, abbastanza ben

conservato, che è di fronte alla torre solitaria di Astura, sulla

spiaggia, presso il ponte. È impossibile figurarsi quanti e quali

stupendi edifici abbiano i romani innalzato lungo questo mare. Tutta la

spiaggia dalla Toscana sino a Terracina, da Terracina a Napoli, attorno

al golfo, fino a Salerno, non dovè essere che un seguito di palazzi

marmorei, di templi, di bagni, di palestre, una manifestazione continua

della magnificenza romana; e quale fosse lo splendore di tutte queste

costruzioni si può anche oggi giudicare dalle rovine che giacciono in

fondo al mare. Chi avesse percorsa allora questa lunga riviera e veduti

tutti questi edifici destinati al piacere, al diletto, gareggianti per

importanza con le città, avrebbe certamente potuto ammirare una grande

manifestazione della civiltà. Ora invece queste amenissime spiagge sono

nude e deserte, non offrono altro allo sguardo se non le torri cadenti,

innalzate nel medio evo contro le invasioni dei Saraceni, torri che

possiamo vedere sparse lungo tutte le coste d'Italia e delle isole del

Mediterraneo, e che dànno loro un aspetto magico, quasi direi

cavalleresco.

Qui non mancano però neppure monumenti moderni, che ricordino altri

siti, altre regioni. La bella villa Mencacci, che sorge in una fresca

valletta, vicino alla spiaggia, fu, per esempio, non è molto, abitata

per varî anni da un re in esilio che aveva vissuto in America e

guerreggiato per un trono sulle belle sponde del Tago. Intendo parlare

di Don Miguel, principe esecrato dal Portogallo, che venne qui

fuggiasco, senza corona e visse a lungo in questa solitudine, vicino ai

galeotti, in un esilio che fu certo senza conforti, perchè se a noi, che

nulla abbiamo da espiare, questa spiaggia solitaria, ai contini delle

paludi pontine, può apparire poetica, ad un re spodestato dovette

riuscire insopportabile e con un carattere quasi vendicativo. Don Miguel

ammazzava qui il suo tempo cacciando continuamente nei boschi sopra

Astura. Un giorno scomparve. Mi hanno narrato in Anzio che soleva

trattenersi volontieri con i pescatori e che non si vergognava punto di

parlare della sua disgraziata lotta per la corona del Portogallo.

Contemplando la villa Mencacci, la fantasia vola lontano, al Brasile ed

al Portogallo, alle burrascose vicende della loro storia.

Un altro avvenimento moderno ricorda questa spiaggia: lo sbarco, cioè,

nel 1848, degli spagnoli, chiamati da Pio IX fuggiasco, per salvare gli

Stati della Chiesa. Trovavasi allora il Papa in esilio nella rocca di

Gaeta, la Coblenza dell'emigrazione italiana nel 1848 e nel 1849: mentre

i francesi marciavano su Roma, gli austriaci occupavano Bologna ed i

napoletani si avanzavano verso Terracina. Gli spagnoli, che da molto

tempo non erano più apparsi in Italia, sbarcarono a Porto d'Anzio ed

occuparono tutto il paese, fino ai monti di Albano e della Sabina.

Erano, a quanto mi si è detto, della bella ed allegra gioventù, ma mal

vestita e peggio armata. I francesi non tardarono a surrogarli, ed i

giovani ufficiali di Valenza e di Barcellona abbandonarono a malincuore

i monti di Albano, dove erano stati rapiti dalla bellezza delle donne,

alcune delle quali ancora ricordano con un sospiro i poveri cavalieri di

Spagna.

Porto d'Anzio non vanta donne belle, nè bei costumi, essendo la

popolazione composta di elementi diversi. Si distingue, al contrario,

sia per bellezza femminile, sia per originalità di costume, la piccola

città di Nettuno, che sorge pittorescamente sulla spiaggia e di cui le

nere mura si specchiano nel mare. Vi si arriva da Porto d'Anzio in tre

quarti d'ora, facendo una bellissima passeggiata. A metà strada, in

mezzo ad un bosco, sorge la splendida villa del principe Borghese,

signore di tutto il circondario. All'orizzonte si scorgono i monti

Volsci ed il capo Circeo, immerso in una luce superba, che ricorda, con

la sua forma imponente e caratteristica, i promontorî più belli

d'Europa, quali quelli dell'isola di Capri ed il monte Pellegrino di

Palermo.

Per giungere a Nettuno v'è un'ottima strada, che passa davanti alla

villa ed attraversa un bosco di sugheri e di elci, dove sono parecchi

ruderi romani. Scavando sotto la strada è facile scoprire dei pavimenti

in mosaico. Sulla spiaggia la strada è ancora più bella: la sabbia è ora

gialla, ora scura, ora di un bel rosso acceso, ora di tufo vulcanico. I

cardi turchini della costa del mar Baltico vi crescono abbondantemente,

come pure la scabbiosa e la camomilla; invece però dei salici, degli

ontani, delle foreste di abeti, sono qui le piante dei paesi meridionali

e i mirti dai fiori bianchi, il mastice e le fragole e il ginestro dai

fiori color oro che abbonda su tutte le coste del Mediterraneo e l'olivo

selvatico. Splendono qui pittorescamente le malve arboree, con i loro

candidi calici, e i rovi con i loro variopinti fiori e grandioso

s'innalza fra le piante minori il classico acanto, con le sue belle

foglie corinzie ed i fiori rosa o bianchi. Qua e là si vedono anche dei

_cactus_ e l'aloe, quasi piante esotiche. L'usignolo allieta con la sua

presenza ancora questa spiaggia, nonostante sia passato il giorno di S.

Giovanni, epoca in cui gli uccelli cessano qui di cantare e cedono il

posto al grillo anacreontico: l'usignolo non può staccarsi da questo

verde, da questo fresco mare, e fino ad Astura le paludi pontine

continuano a risuonare dei suoi armoniosi gorgheggi.

Una quiete profonda regna nell'antico paese di Nettuno e ne' suoi

dintorni. Nettuno attualmente è circondato da antiche torri e da scure

mura merlate, che hanno più di una volta resistito agli assalti dei

Saraceni. Nessun pescatore o marinaio avviva lo specchio dell'acqua,

poichè non vi è porto, e la popolazione è dedita alla pastorizia.

Sulla piazza di Nettuno sorge un'antica colonna solitaria, emblema dei

Colonna, antichi feudatari del paese. Le strade sono profumate dai

garofani che ornano quasi tutte le finestre e che, agitati dal vento,

ondeggiano i loro fiori color rosso ardente. Fiori così belli annunciano

donne più belle ancora; infatti nei garofani che rallegrano le finestre,

si può quasi vedere la bandiera nazionale delle donne di Nettuno: il

loro costume non è di aspetto men gaio, meno vivace di quello dei

purpurei fiori.

E' cosa degna di nota che in Italia anche i più piccoli paesi sembrano

quasi altrettante repubbliche, diverse per usanze, per tipo, per foggia

di vestire. Si potrebbe dire che ogni castello, ogni villaggio forma una

popolazione a sè. Bisogna vedere le donne di Nettuno in un giorno di

festa per potersi fare un'idea precisa della bellezza e dell'eleganza

del loro costume nazionale. Nei giorni di lavoro non sono che i minimi

particolari quelli che indicano la moda del paese, come, ad esempio, la

foggia di portare i capelli, divisi in mezzo al capo e lisci, senza

trecce nella parte posteriore, rattenuti da un nastro verde per le

ragazze, rosso per le donne maritate e nero per le vedove; basta dunque

vedere una donna per saper subito se sia nubile, maritata o vedova.

Ho assistito qui a due feste, a quella di S. Giovanni ed a quella di S.

Luigi. Nella prima ho visto una processione con musica, per le vie; la

croce era completamente coperta di garofani e tutti portavano fiori. Vi

prendevano parte donne e fanciulle, ed era veramente uno spettacolo

stupendo vedere per quelle cupe strade tante belle figure e così

splendidi abiti. Ecco in che consiste il costume delle donne di Nettuno:

in capo portano una specie di fazzoletto a striscie d'oro e d'argento

che sporge sulla fronte; una gonnella di seta o di velluto color rosso

scuro, ricamata sul fondo in oro o in argento, scende loro dai fianchi,

e sopra questa portano un corsetto di broccato, ugualmente ricamato sul

petto e sulle maniche. Anelli, orecchini, braccialetti di oro e coralli

dànno ancora maggior risalto alla bellezza della persona ed

all'originalità del loro costume. Il colore dei vestiti è a volte

verderame o violaceo, o anche nero o azzurro scuro. Pare anzi che

l'eleganza e la bellezza di questo costume nobiliti il portamento delle

donne; io le ho viste infatti passeggiare per le piazze del loro paese

in rovina con l'incendere maestoso delle romane e di quelle certo non

meno belle: parecchie con un profilo greco nobilissimo, tutte con

capelli corvini ed occhi scintillanti, atti a soggiogare il cuore più

duro. Allorchè i mortaretti, che formavano quasi una ghirlanda su un

antico muro, sono scoppiati, i cannoni hanno sparato, ed ho visto tutte

quelle donne con i loro abiti rossi ed oro, avvolte nei vortici di fumo

di quell'artiglieria popolare, mi è sembrato di trovarmi dinanzi ad un

Olimpo, popolato da divinità ideali.

Però, anche senza il loro costume festivo, son belle del pari le donne

di Nettuno. Si vedono ogni giorno, in gruppi numerosi, lavare

patriarcalmente i loro panni alla fontana pubblica; non attaccano mai

discorso con gli stranieri, sono timide come gazzelle, e rispondono

appena, solo con gli occhi bassi, al saluto.

La festa di S. Luigi ha un altro carattere; è una festa popolare, e mi

ha ricordato il mio paese natio. Sulla piazza del mercato era stato

innalzato qualcosa di simile ad una forca ornata di fronde; dalla trave

superiore pendeva, legata ad una fune, una pentola oscillante; dei

giovani a cavallo agli asini dovevano, correndo, cercare di far

destramente con un bastone un foro nelle pareti della pentola; ma la

colpissero o no, questa si rivoltava e bagnava il cavaliere, fra le

risate generali degli spettatori. Colui che riusciva a colpire la

pentola riceveva in premio due _paoli_ da un prete che esercitava le

funzioni di giudice del campo. Quando la pentola fu rotta ed il giuoco

terminato, ebbe luogo la tradizionale tombola. Il premio consisteva in

una pezza di stoffa in cotone, che pendeva da una finestra. Un ragazzo

estraeva i numeri, che venivano spesso annunciati coi nomi proverbiali

che loro si sogliono dare, ed eran motivo di nuove risa. Sempre però si

rideva con quella naturalezza e quella convenienza che sono doti

caratteristiche e preziose del popolo italiano, di natura civile ed

educato.

Così vivono e si divertono i cinquecento abitanti di Nettuno, in certo

modo separati dal resto del mondo, fra il mare, le paludi pontine e le

strade poco frequentate che portano da una parte ad Anzio e dall'altra a

Velletri. Nettuno però possiede campi e giardini, somministra il vino

che si beve ad Anzio, ed ogni giorno invia a questo porto un carro di

pane bianco, perchè là si fa solo del pane grossolano. Ho bevuto a

Nettuno del vino squisito, cosa non facile in questi anni in cui il dio

Bacco è travagliato da fatale malattia. Un cittadino del luogo ci volle

un giorno condurre nel suo _tinello_, come qui chiamano la cantina; è

sceso segretamente in un nascondiglio sotto il suolo e ne ha tratto

fuori uno stupendo vino rosso, quale non ne avevo più bevuto da Siracusa

in poi.

Sulla spiaggia di Nettuno ogni coltivazione cessa oltrepassata appena la

città, cominciando quasi subito, in tutto il loro squallore, le paludi

pontine che si estendono fin verso Terracina. Non più abitati sulla

riva, solo sorgono qua e là, solitarie, alla distanza di circa due

miglia l'una dall'altra, le antiche torri medioevali. L'aspetto di

questa solitudine, di questo deserto, di questa mancanza di coltivazione

è grandemente imponente. Pare quasi di non trovarsi più sulle classiche

coste d'Italia, ma nei deserti dell'India o dell'America. Il frangersi

continuo delle onde, lo scintillare del sole estivo sulla bianca, piana,

monotona spiaggia, il cupo bosco infinito che accompagna per qualche

centinaio di passi il mare, lo stridore dell'avvoltoio e del falco, il

volo dell'aquila, che altissima si libra sulle ali in larghe spire, il

calpestio ed il muggito dei tori selvaggi, l'aria, le tinte, l'aspetto

delle cose e degli elementi dànno veramente qui l'impressione di un

mondo deserto e selvaggio.

Il 28 giugno, il pittore ed io partimmo lungo questa spiaggia per

recarci ad Astura, distante circa tre ore di cammino. Il mattino era di

una limpidezza straordinaria, il mare tranquillissimo ed il capo Circeo,

avvolto in una tinta rosea, davano al quadro un aspetto del tutto

omerico. A Nettuno comprammo vino e pane e quindi proseguimmo la nostra

strada. Ci fermammo a far colazione su di un vecchio tronco d'albero,

presso una carboniera e provammo un piacere simile a quello di Ulisse,

quando si assise al banchetto apprestatogli da Circe nel suo palazzo.

Era veramente delizioso gustare un buon sorso di vino in quella profonda

pace, su quell'omerica spiaggia, dinanzi all'azzurro di quel mare, tinto

in rosa all'orizzonte.

Fino a questo punto tutto era andato benissimo, ma giunti là dove il

bosco scende fino al mare, cominciammo ad avere dei timori. Non erano

già i banditi che ci davano pensiero, ma le mandre di tori e di bufali

che vagano colà completamente liberi, non sorvegliati da pastori. Tutta

quanta la spiaggia fino a Terracina è coperta di numerose mandre di

tori, di buoi, di vacche, dalle corna lunghissime, di quella forma

tutta classica della campagna romana e che si vedono scolpite nel

Partenone, attorno all'ara del sacrificio. Le loro corna sono lunghe

quasi tre piedi, molto divergenti, arditamente contorte, grosse, chiare,

di bel colore.

Quasi in tutte le case del Mezzogiorno si vedono queste corna, tenute

come amuleti contro il «_malocchio_» e piccoli cornetti vengono portati

dai principi alla catena dell'orologio e pendono dal collo dei ragazzi

dei pescatori.

I buoi sono selvaggi e grandemente pericolosi; il solo pastore li può

governare, stando a cavallo, con la sua lancia; più pericolosi ancora

sono i bufali. Questi vivono a branchi e vagano solitari e liberi come i

cinghiali; frequentano volentieri gli stagni e le paludi e nuotano con

grande agilità. Quando si attraversano le paludi pontine o il bassopiano

di Pesto, si vedono molti di questi mostri neri e selvaggi immersi negli

stagni, dai quali stendono fuori talvolta, sbuffando, solo le tozze

teste. Il bufalo cammina sempre col capo chino a terra e guarda

sospettoso dal basso in alto. Non si serve delle sue corna, che sono

come quelle del montone rivolte indietro, ma rovescia a terra con la sua

fronte di bronzo l'uomo che insegue, quando l'abbia raggiunto; quindi

gli pone il ginocchio sul petto e lo calpesta fino ad ucciderlo. I

pastori domano questi pericolosi animali con la lancia; passano loro

attraverso il naso un anello ed allora li attaccano al carro e se ne

servono per trasportare grandi pesi, voluminosi blocchi di pietra, o

tronchi d'albero giganteschi. Col latte della bufala vien fatta la

_provatura_, che è una specie di cacio molto difficile a digerirsi. La

carne del bufalo è poco stimata, perchè dura; la comprano gli ebrei

poveri del ghetto che non ne mangiano generalmente altra. I bufali

abbondano nelle paludi pontine, nella squallida riviera di Cisterna, di

Conca e di Campomorto, covo della febbre, dove perfino l'assassino non

viene ripreso, quando vi si sia rifugiato. Gli uomini che custodiscono

queste bestie menano una vita misera, sono febbricitanti e di poco

inferiori agli indiani della Prateria.

Il possibile incontro di questi animali ci dava assai pensiero; appena

giunti nei boschi, li vedemmo numerosi sulla spiaggia. Lasciati liberi,

percorrono sempre la stessa strada e sempre nelle stesse ore; al mattino

escono dalla foresta e vengono al mare, per bevervi l'acqua salata,

quindi o si sdraiano sulla sabbia o pascolano lungo la costa; vi passano

tutte le ore calde e quando sulla sera comincia la temperatura a

rinfrescarsi, si muovono e pascolando lentamente sulla riva s'inoltrano

nei cespugli sino a che non arrivano nel fitto dei boschi, dove

trascorrono la notte, per scendere il mattino appresso nuovamente al

mare.

Alla vista di tutti quegli animali, rimanemmo alquanto perplessi. Era

impossibile passare di là, perchè avrebbero potuto tagliarci la via,

molti essendo proprio in riva al mare; proseguire lungo la spiaggia era

pericoloso, perchè sarebbe stato necessario passare in mezzo ad essi e

qualche animale furioso avrebbe potuto inseguirci nella direzione del

capo Circeo: pensammo se non fosse stato più prudente tenerci vicino

alla macchia e questo partito ci sembrò il migliore.

Scendevano intanto sempre nuovi branchi, la qual cosa ci fece

argomentare che ve ne dovevano essere ancora nei boschi, e se ne

scorgevano infatti fra i cespugli di mirto. Ad un tratto scorgemmo due

magnifici tori, dalla fronte splendente, arrestarsi e fissarci: allora

prudentemente, pian, piano, ci avviammo verso il bosco ed in poco tempo

ci trovammo nel fitto degli alberi. E' impossibile figurarsi dei boschi

più adatti per i briganti che questi di Astura: non sono già formati da

alte quercie, ma da fitte macchie di sugheri, di olivi selvatici, di

lentischi, di rovi neri, di mirti, coperte di piante rampicanti, di

edera bellissima, che forma delle volte, quasi moschea boschereccia,

impenetrabili ai raggi del sole ed alla pioggia. Vi erano dei cespugli

di mirto di un'altezza straordinaria e tutt'intorno un odore di

selvatico, che penetrava i sensi.

Il terreno non è piano, ma accidentato, percorso da piccoli ruscelli, in

molti punti paludoso; vi abbondano gl'istrici, le tartarughe e le serpi;

noi vi trovammo spesso delle penne di galli selvatici, avanzi del pasto

di qualche aquila: ciò dava ancora maggior risalto alla cupa poesia di

questa riviera.

Ci riuscì alla fine di scansare i branchi dei bufali e dei tori e quando

ne incontravamo qualcuno in ritardo ci arrestavamo e restavamo

silenziosi e tranquilli finchè non fosse passato e dopo aver superato

rivi, fossi e siepi, sboccammo finalmente di nuovo sulla spiaggia e ci

fermammo per riposarci piacevolmente all'ombra di un muro, cui era

addossato uno steccato destinato a racchiudere una mandra. Anche questo

muro era certo, come lo dicevano chiaramente alcune vestigia di mosaico,

un resto di qualche villa romana.

Rimaneva un'ora sola di strada per giungere ad Astura, e nel camminare

lungo questa triste spiaggia, mi colse quella profonda malinconia che

nasce nel vedere cosa che rammenta una grandezza scomparsa. Non è solo

il ricordo della tragica fine del giovane Corradino e della stirpe degli

Hohenstaufen, che può qui rattristare l'animo, specialmente di un

tedesco; v'influisce anche e per molta parte l'aspetto della contrada

stessa. Vorrei poterla descrivere con le parole, come il mio compagno di

passeggiata l'ha saputa riprodurre nelle sue tele che spero saranno

presto note a tutti. Sarebbe bene che un qualche istituto artistico

della Germania pubblicasse un album degli Hohenstaufen.

Il luogo dove ci eravamo fermati era circoscritto dalla parte di terra

dalle paludi pontine, su cui imponenti si ergono i monti Volsci che

scendono al mare; e dalla parte del mare dal capo Circeo che, simile ad

un'isola, si perde nell'azzurro del cielo. Sulla spiaggia sorge, ad un

dato punto, una piccola cappella abbandonata e deserta e pochi passi più

in là emerge dalle acque il castello di Astura, un piccolo quadrato di

mura merlate, con in mezzo una torre. La cappelletta e il castello sono

gli unici edifici che sia dato vedere in questa vasta solitudine. Per

quanto si volgesse da ogni parte lo sguardo, non si scoprivano che due

ombre nere sui merli del castello e due vecchi pescatori seduti contro

il muro, taciturni e quasi annientati dal calore del sole fulgente che

stavano intrecciando una rete di giunchi per i pesci, mentre la loro

barca si dondolava sulle onde.

Correvano gli ultimi giorni del 1268 quando, perduta la battaglia di

Tagliacozzo, giungevano su questo lido, fuggiaschi e pieni di terrore,

il giovane Corradino, il principe Federigo d'Austria, il conte Galvano

Lancia con i suoi figli, insieme coi due conti della Gherardesca,

parenti dell'infelice Ugolino che i versi di Dante hanno immortalato.

Venivano da Roma dove, come narra il cronista Saba Malaspina, avevan

cercato rifugio dopo la sconfitta, e dove era rimasto Guido da

Montefeltro, quale vicario del senatore Arrigo di Castiglia. Corradino

era giunto colà «senza pompa alcuna, non come capo di un esercito, ma

come uno che abbia tutto perduto e che non cerchi che di salvarsi di

nascosto, e quasi fuori dei sensi» (_latenter ingreditur mente captus_).

Ma in Roma erano giunti dal campo di battaglia anche i suoi nemici,

Giovanni e Pandolfo Savelli, Bertoldo e molti guelfi con l'intenzione di

sollevare la città, cosicchè gli amici avevano consigliato al giovanetto

di non indugiare a cercare scampo nella fuga. Si diresse con i suoi

compagni verso il mare, con l'idea di recarsi a Pisa ed ivi imbarcarsi

per la Sicilia; cercò una barca e la ottenne dagli abitanti del

villaggio di Astura, dove s'imbarcò e salpò. Ma avutane notizia Giovanni

Frangipani signore di Astura e riconosciuto dai gioielli che Corradino

aveva regalati, essere i fuggitivi personaggi ragguardevoli, salì su di

un'altra barca, li raggiunse a forza di remi e li ricondusse nel

castello. Invano Corradino supplicò che lo lasciasse fuggire coi suoi,

che non lo volesse consegnare nelle mani di Carlo, avido di sangue;

invano gli ricordò la gratitudine che doveva alla casa di Svevia, avendo

i Frangipani ottenuto grandi feudi dall'imperatore Federigo ed essendo

stato da questi lo stesso Giovanni creato cavaliere; invano Corradino

promise ampia ricompensa e si dichiarò pronto anche a sposare la

figliuola di Frangipani. Il signore di Astura era titubante e commosso

forse dalla gioventù, dalla grazia, dalla sventura di Corradino,

incerto, come dicono i cronisti, da qual parte avrebbe potuto trarre

maggior guadagno, se da Corradino o da Carlo d'Angiò; quando dinanzi al

castello arrivò Roberto di Lavena, capitano delle galere angioine che

ingiunse al Frangipani di consegnargli i prigionieri. Narra Saba

Malaspina che il Frangipani fece condurre i poveri fuggiaschi in un

altro castello vicino, per non essere costretto a consegnarli a Roberto

contro sua volontà e prima che questi avesse soddisfatto al pagamento

della pattuita ricompensa; ma quest'altro castello non è nominato.

Intanto arrivava dalla parte di terra, con fanti e cavalli, il cardinale

Giordano di Terracina, governatore per la Santa Sede della contea della

Campagna; egli pure richiese la consegna dei fuggiaschi.

Il vile traditore, intascato il denaro di Giuda, consegnò gl'infelici

che aveva ospitato, nelle mani dei loro acerrimi nemici. Furon condotti

a Napoli, prima attraverso i boschi e i monti di Palestrina, poi

traverso le meravigliose campagne poco tempo innanzi percorse

vittoriosamente. Il 29 ottobre la mannaia troncava la testa di Corradino

per la prima, poi quelle di Federigo, dei valorosi conti della

Gherardesca, del generoso Galvano Lancia, fratello di quella bella

Bianca che aveva partorito Manfredi a Federigo il Grande e per ultimo

quelle de' suoi giovani figli, Galeotto e Gherardo che erano stati poco

prima strangolati nelle braccia del padre.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 11 / 18 段