Anche in seguito la casa Conti rimase per lungo tempo signora di Segni,

dove anzi, dopo il 1353, i suoi membri occuparono la carica di podestà

da prima e poi di vicario, a nome del papa. Allorchè la famiglia Conti

si spense e l'eredità passò a Mario Sforza, Sisto V eresse la contea di

Segni a ducato. Le truppe del duca d'Alba, nonostante la sua formidabile

posizione strategica, s'impadronirono di Segni e la distrussero il 13

agosto 1557: ciò spiega perchè in Segni non rimanga traccia di antichi

edifici gotici. La città venne riedificata, ma la casa Sforza, piena di

debiti, non potè mantenersi padrona del ducato, ed allora ne venne

investito da Urbano Vili suo nipote, il cardinale Antonio Barberini. Non

meno di mezzo secolo durò la lite fra i Barberini e gli Sforza, finchè

questi, verso la fine del 1700 la vinsero. Oggi ancora gli

Sforza-Cesarini sono baroni, anzi duchi di Segni.

Tali sono, in brevi parole, le vicende di questa città nel medio evo; se

se ne volessero rintracciare le sue prime origini, sarebbe necessario

risalire nientemeno che ai tempi favolosi di Giano e di Saturno.

All'arrivo in un nuovo paese, la prima cosa che mi reco a visitare è la

cattedrale, perchè generalmente la maggior parte delle chiese sono veri

musei della storia locale, ed è raro che indipendentemente dalle

antichità architettoniche non si trovi pure qualche altro ricordo del

medio evo. Sono per lo più iscrizioni, che accennano ai principali

avvenimenti del paese, o monumenti sepolcrali che, con le loro scolture

ed i loro caratteri latini, presentano una grande attrattiva, ed hanno

un grande valore per coloro che si occupano o si dilettano di studi

storici. Disgraziatamente però il tempo rovina ogni cosa, deturpa lo

stile primitivo degli edifici, che a poco a poco vanno assumendo un

aspetto moderno di cattivo gusto, e va facendo scomparire dalle antiche

tombe delle chiese le preziose iscrizioni. Quante non ne sono state

tolte dalle basiliche di Roma! Le chiese di Roma erano un tempo piene di

tombe del medio-evo; tutte le grandi famiglie vi possedevano cappelle

gentilizie o cripte mortuarie. Ma dopo che Giulio II osò togliere dallo

stesso S. Pietro le tombe dei papi, e rovinarle, distruggerle, il

cattivo esempio è stato seguito ovunque, ogni qualvolta si è trattato di

fare nelle chiese una qualche riparazione, un restauro qualsiasi. Sono

poche ormai in Roma quelle in cui lo storico possa trovare ancora nelle

tombe e nelle iscrizioni, notizie del passato: ne rimangono alcune in S.

Pietro, in S. Giovanni Laterano, nella Minerva, in S. Maria in Aracoeli,

la famosa chiesa del Senato romano durante il medio-evo, ed in altre

poche, nelle quali l'antico pavimento non è stato completamento

disfatto. Solo ora che è troppo tardi, si comincia a tenere in gran

pregio ciò che è stato distrutto; si deve al De Rossi, l'illustratore

infaticabile delle catacombe, se in Roma sono state salvate dalla

completa rovina gran numero d'iscrizioni medioevali, collocandole nel

museo Lateranense.

Mi ero rallegrato pensando che Segni, città vescovile sin dal 499,

avrebbe avuto un'antica e bella cattedrale, ma invece ho trovato una

costruzione moderna, grossolana, decorata nell'interno con un pessimo

gusto romano, con una cupola dipinta, lusso questo veramente superfluo e

senza ragione di essere in una chiesa dove a nessuno vien fatto di

torcere il collo per contemplare le pitture di una cupola. La chiesa

contiene due statue moderne, consacrate a due uomini illustri, a cui

Segni si vanta di aver dato i natali, il papa Vitaliano ed il vescovo

Brunone. Vitaliano da Segni fu papa dal 657 al 672, nel periodo cioè più

obbrobrioso di Roma quando la città era soggetta ai bizantini. Fu lui

che ospitò l'imperatore Costanzo II, allorquando nel 663 venne a Roma a

toglierle tutte le opere d'arte, sfuggite alla rapacità dei Vandali.

Costanzo strappò perfino alla cupola del Pantheon le lastre di bronzo

dorato che la ricoprivano, per portarle a Bisanzio.

L'altra statua, mediocre essa pure come opera d'arte, sorge di fronte a

quella di Vitaliano.[7] Brunone nacque ad Asti nel Piemonte, fu

raccomandato a Gregorio VII e più tardi da Urbano II fatto vescovo di

Segni. Contrariamente alle prescrizioni canoniche, abbandonò la sede

vescovile e si ritirò a Montecassino, dove l'abate Oderisio l'accolse

fra i seguaci di S. Benedetto. Sebbene il papa Pasquale II gli avesse

intimato di restituirsi alla sua sede episcopale, egli rimase a

Montecassino, di cui divenne poi abate, e dettò ivi, nella tranquillità

del chiostro, le sue opere di esegesi.

In seguito alla lotta d'investitura, questo stesso papa Pasquale fu

fatto prigioniero da Arrigo V e, cedendo alla forza, promulgò un editto

con cui veniva riconosciuto all'imperatore il diritto d'investitura. Ma

non appena Arrigo fu tornato in Germania, i cardinali ed i vescovi

spinsero Pasquale a revocare il decreto ed a rompere il suo giuramento;

e fra i più zelanti ad indurlo a far questo fu Brunone, che abbandonò

Montecassino e fece ritorno nella sua diocesi, dove morì nel 1123. La

Chiesa lo santificò nel 1183.

Fu un inglese, certo Ellis, abate di Montecassino e vescovo di Segni,

che innalzò questo monumento al suo predecessore. La chiesa di Segni ha

inoltre un altro legame con la lontana Inghilterra: fu in uno dei sinodi

tenuti in questo sacro luogo che nel 1173 Tommaso di Canterbury fu da

Alessandro III beatificato, pochi anni dopo la sua tragica fine.

Un'iscrizione del duomo ricorda questo fatto.

Lord Ellis divenne vescovo di Segni nel 1708. Restaurò la cattedrale e

fondò il seminario. In questo collegio vengono allievi da tutte le

parti del Lazio, per farvi gli studi di umanità, di guisa che può essere

considerato come un ginnasio. Gli allievi indossano l'abito

ecclesiastico, anche se non intendono dedicarsi alla carriera

sacerdotale. Il seminario sorge presso la chiesa di S. Pietro, nel punto

più alto e più bello della città, dove in tempi remoti si elevava

l'acropoli volsca, o rocca ciclopica.

Lassù, sopra un'altura, da dove si domina tutto il Lazio, si levano la

rocca ed il tempio dell'antica Segni, di cui rimangono pochi avanzi, fra

i quali notevole è una piccola cisterna circolare, situata presso il

seminario. Gli abitanti della città hanno fatto di questo luogo la loro

passeggiata favorita; essi vanno a spasso lungo le ciclopiche mura, sul

punto più alto della montagna, fra quei blocchi di pietra, coperti di

musco e di fiori selvatici. E' difficile trovare una passeggiata più

originale di questa, a tanta altezza. La montagna scende a picco e di

domenica vi ho trovato delle signore, elegantemente vestite in abito di

seta e col ventaglio che sembravano voler signoreggiare su tutto il

Lazio; poichè di lassù lo sguardo abbraccia un vasto panorama di pianure

e di monti popolato da innumerevoli città, ricche tutte di memorie

storiche o leggendarie. Il panorama si stende da Roma, che si scorge

confusa fra le nebbie nella pianura, fino ad Arpino, patria di Cicerone,

che biancheggia sui monti azzurri del regno di Napoli.

L'aria v'è fina, quasi cruda. Essa agita di continuo le rose selvatiche

e le piante di ginestra, che crescono fra le rocce. Tutto ricorda tempi

antichissimi, primitivi di fiera e selvaggia natura, e l'animo ne rimane

profondamente turbato.

Sono salito più in alto, per arrivare alle famose mura ciclopiche che,

come in tutte le città del Lazio, circondavano qui la rocca, cadendo a

picco sul pendio del monte. I loro massi stanno tuttora connessi gli uni

agli altri, come se l'opera fosse stata compiuta ieri soltanto: qua e là

si aprono piccole porte di stile etrusco. In fondo ad un lungo muro

esiste ancora la famosa, pittoresca porta ciclopica, ad arco ottuso,

formata da enormi massi quadrangolari. L'aspetto gigantesco di queste

mura, la tinta cupa che il tempo le ha dato, le piante selvatiche che le

ricoprono, la grandiosità del monte a cui si appoggiano, producono

un'impressione che la parola non sa descrivere.

Oltrepassata questa porta, mi sono trovato sul versante opposto del

monte, dove sparisce la vista del Lazio. Esiste colà pure una grandiosa

cisterna circolare, scavata nella pietra, che ha 30 piedi almeno di

diametro. Vi ho trovato delle donne intente a lavare i loro panni. Mi è

capitato più volte di vedere nelle città volsce siffatte grandi ed

antiche cisterne, che sono veramente una loro caratteristica.

Gli abitanti di Segni hanno anche un altro luogo di passeggiata, nella

valle, di fronte alla porta della città: essa conduce prima ad un

convento, nascosto fra le piante, e poi sale per le montagne. Vi

abbondano castagni giganteschi, quercie ed olmi; qui vi è solitudine e

incantesimo romantico, quanto ne desidera il cuore.

Era venuta la sera e gli abitanti di Segni erano accorsi colà in gran

numero. Qui le classi superiori si vestono già secondo la moda francese,

ma il popolo è rimasto fedele al suo costume montanino. Nel basso Lazio

le donne portano dei fazzolettoni rossi; nella pianura i colori sono più

vivaci e più vivaci sembrano essere gli spiriti, perchè la vita v'è più

facile che sui monti severi e selvaggi, avvolti nelle nubi. Qui le donne

portano degli scialli di lana di color turchino cupo, e la tinta di

questi scialli, o mantiglie, come si chiamano in Sicilia, m'è sembrata

armonizzare con tutto il paesaggio di Segni. Il turchino ed il nero

sono i soli colori che ho visto indosso a quella gente.

Per quanto sia grandiosa e bella la posizione di Segni, non sarei capace

di passarvi un'estate. Quelle nere pietre, quella natura melanconica e

demoniaca avrebbero ben presto reso silenziose le Muse. Inoltre vi

soffia quasi sempre un vento terribile; in estate tutti i giorni sulle

montagne vicine si accumulano delle nubi che si rovesciano poi ad un

tratto su Segni.

Del resto sono riuscito a trovare un buon alloggio in questo luogo;

l'unico albergo della città è pulito ed i prezzi vi sono moderati, come

lo sono generalmente sempre nei paesi di montagna. Vi ho mangiato delle

pesche squisite di un colore giallo bianchiccio pallido, e bevuto del

vino eccellente, sebbene un po' aspro. Di questo vino fa menzione anche

Marziale in questi versi:

«_Potabis liquidum Signina morantia ventrem:

Ne nimium sistant, sit tibi parca sitis,

Quos Cora, quos spumans inimico Signia musto_».

Era mia intenzione trovarmi a cavallo il domani, al levar del sole, col

mio compagno, il celebre acquerellista Müller, per salire sulla cresta

dei monti, traversare l'antica foresta dei Volsci ed arrivare al vetusto

paese di Norba; ma il cielo cominciò a coprirsi di nubi, e poi il tuono

rimbombò sui monti e l'acqua infine scese a dirotto. Disperavamo già di

poter fare la nostra gita, quando ad un tratto Giove Pluvio si mise a

sorridere. Subito saltammo a cavallo e, preceduti dalla nostra guida, ci

ponemmo in marcia. Il vento faceva turbinare le nubi bianche,

spazzandole dal cielo, come barchette a vela: era uno spettacolo

incantevole e grandioso.

Subito dopo Segni principia una verde e folta foresta. Noi vi cavalcammo

allegramente, perchè le foreste in Italia sono abbastanza rare: non c'è

bisogno di dire quanto a me, cittadino tedesco, sia apparsa gradita,

ricordandomi la patria lontana. Non ho ritrovato qui però gli abeti neri

del Natale a me familiari, ma invece stupendi olmi, quercie ed alcuni

pini. Il pino risuona come un arpa allorchè il vento scherza con le sue

fronde; il suo suono ha qualche cosa di delizioso, come un canto di

spiriti.

La strada era ancora fangosa, ma essendo a cavallo abbiamo fatto a meno

di guazzarvi dentro come quelle povere fanciulle e quei ragazzi che

abbiamo visto trascinarsi a piedi scalzi pel bosco in cerca di funghi,

fatti spuntare nella notte dalla pioggia. Un silenzio profondo regnava

in quella solitudine, interrotto solo qua e là dai colpi di qualche

spaccalegna. Non abbiamo incontrato che un merciaio, il quale, a fianco

del suo muletto carico di mercanzia, si recava a Cori. Il merciaio

ambulante doveva traversare faticosamente la cima di quei ripidi monti,

per giungere alla città. Il commercio tra Segni e Cori non dev'esser

dunque molto attivo.

Dopo un paio d'ore di cammino, prima attraverso i boschi, poi, a misura

che si saliva più in alto, sopra le nude rocce, arrivammo al punto

culminante della nostra via e, dato ancora uno sguardo al Lazio che si

stendeva sotto i nostri piedi, cominciammo lentamente a discendere il

versante opposto, senza riuscire ancora a vedere nè il mare, nè la

Marittima, sorgendoci sempre davanti un'altura, intorno a cui bisognava

girare. Fra questa e i monti di Segni si stende un'ampia e bella distesa

di praterie, solcata da torrenti, detta Colle Mezzo. E' stato un vero

godimento camminare, ora a cavallo, ora a piedi, per distrarci, su quel

molle e verde tappeto.

Tornammo poscia a salire, attraverso una bella e fitta foresta, nella

quale cavalcammo per più di due ore. Questo succedersi di montagne e di

valli, queste gole profonde e cupe, cosparse di tronchi abbattuti

coperti di muschio, simili ad eroi vinti, quelle praterie color verde

carico, dove pascolavano delle mandre, quegli arbusti in fiore, quei

sentieri incassati, entro i quali i raggi del sole scherzavano, tutto

ciò ci ricordava ad ogni passo le montagne del nostro paese. Prima di

aver visitato il mezzogiorno, mi ero sempre immaginato che solo in

Germania e nel Nord in genere si trovassero vere foreste; quando però

sono più tardi tornato in patria, ho perduto presto questa superba

illusione. Ciò che manca alle nostre foreste settentrionali sono i

cespugli, le piante rampicanti e la lussureggiante flora del

mezzogiorno.

Come è splendida questa foresta dei Volsci! Non avevo mai visto prima

d'allora una solitudine più poetica! Sembra veramente la dimora delle

silfidi e degli elfi, e si direbbe che il vecchio Saturno, con la sua

bianca barba, vi si debba trovare nascosto in fondo a qualche tenebrosa

caverna. Vi ho ammirato dei meravigliosi fenomeni di vegetazione, dei

faggi le cui cime si perdevano nell'azzurro del cielo: essi avevano

esattamente la tinta delle rocce coperte di musco, in mezzo alle quali

si levavano. Si sarebbe detto che ne fossero una continuazione organica.

Siamo scesi da cavallo in un luogo veramente delizioso e ci siamo

distesi sull'erba. La nostra colazione è stata frugale; dei cespugli di

spine, coperte di nere more, ci han fornito il _dessert_. A poca

distanza da noi era uno stagno d'acqua verdastra, circondato da erbe e

da giunchi che pareva immerso nei sogni. Una passeggiata serale, quando

i raggi della luna vengono ad inargentare la cima degli alberi e gli

elfi cominciano a danzare in circolo sull'erba fiorita, deve essere una

cosa deliziosa.

Finalmente giungemmo al termine della foresta, sul versante sud-ovest

del monte, ed io provai l'impressione di un uomo condotto con gli occhi

bendati dinanzi ad uno spettacolo meraviglioso, cui sia stata d'un

tratto tolta la benda. Dinanzi a me apparve luminosa ai nostri piedi la

pianura marittima, le paludi pontine, pervase di varie e strane tinte,

più lontano il mare, dorato dal sole, le isole di Ponza, perdute in

mezzo alle onde brillanti; il capo Circeo, la torre solitaria d'Astura,

la Linea Pia e il castello di Sermoneta. Uscendo dalle ombre della

foresta, l'aspetto di questo panorama è uno dei più belli che l'Italia

presenti. Su di me ha prodotto un'impressione così forte che non ho

trovato sul momento, e neppure ora so trovare, parole atte ad

esprimerla. Mi si era vantata assai a Roma la bellezza di questo colpo

d'occhio e mi si era detto che non avrei potuto trovare nulla di più

bello della traversata dei monti Volsci e della vista di lassù delle

paludi pontine e del mare; nulla di più vero. Io consiglio vivamente a

tutti quelli che visitano i paesi romani, questa magnifica escursione.

Dopo sei ore di cammino, giungemmo al piccolo villaggio di Norma. Esso

sorge sopra un altipiano, a fianco di una scoscesa montagna, presso i

ruderi ciclopici dell'antica Norba. Norma, Norba, Ninfa sono qui come

degli esseri favolosi. I loro nomi risuonano da ogni lato ad ogni

istante e svegliano nella mente un mondo fantastico di miti e leggende.

Norma, Norba, Ninfa, Cori, Sermoneta, come questi nomi melodiosi parlano

alla fantasia!

Allorchè entrammo nell'albergo di Norma e l'albergatore ci condusse

nella nostra stanza, mi affacciai alla finestra e tutta la superba

bellezza della pianura marittima si offerse a' miei occhi. Subito sotto

di me, ai piedi del monte, scorsi una cerchia di mura coperte di ellera

in mezzo alle quali si levavano delle curiose collinette, che sembravano

fatte di fiori. Qua e là sorgevano pure antiche torri rovinate,

rivestite tutte di musco, ed in mezzo a questa bizzarra cerchia di mura

sbucava fuori un argenteo ruscello che attraversava poi le paludi

pontine e, quasi striscia di luce, si perdeva in un lago presso il mare.

Attonito domandai all'albergatore che cosa fossero quella strana cerchia

e quelle collinette in fiore. «Ninfa, Ninfa», mi rispose.

Ninfa! Era, dunque, la Pompei del medio-evo, la città dei sogni, immersa

nelle paludi pontine!

Decidemmo di andarvi la sera, allorchè la dolce Selene sarebbe sorta

dietro i ruderi ciclopici dell'antica Norba.

All'albergo facemmo un buon pranzo e dopo un breve riposo, traversammo

il paese. Norba è il nome volsco primitivo di questo villaggio,

trasformatosi poi, non so quando, in Norma. Ho trovato adoperato

quest'ultimo per la prima volta nelle cronache del secolo VIII,

all'epoca cioè della donazione dei due possessi, appartenenti allo

Stato, di _Nymphas et Normias_, donazione fatta dall'imperatore greco

Costantino V al papa Zaccaria. E' dunque molto probabile che da

quest'epoca l'antico paese volsco di Norba sia stato abbandonato e nella

sua vicinanza sia sorta l'attuale Normia o Norma[8].

Le rovine dell'antica Norba sono a poca distanza da Norma e consistono

in ruderi, tuttora notevoli, della rocca e delle mura, ciclopiche che la

circondavano. Anche qui la rocca sorgeva sopra una rupe isolata, forte

per natura, che scendeva a picco dalla parte delle paludi pontine. Era

di forma quadrata, e la circondava una doppia fila di mura. Vi si può

ancora entrare per una antica porta, di forma rotonda, simile ad una

torre od al pilastro di un ponte, alta circa 36 piedi. Le mura misurano

dai 40 ai 50 piedi di altezza ed offrono un insieme più imponente di

quelle di Segni. Esse circondano l'altura calcarea che è stata spianata

sulla cima; vi si scorgono tuttora fondamenta di costruzioni ciclopiche,

appartenenti forse una volta ad un tempio od a qualche altro monumento

pubblico.

Se si cerca rappresentarsi ciò che poteva essere una costruzione di

questo genere, se un tempio cioè, od un'abitazione, in proporzione con

le ciclopiche mura, bisogna concludere che doveva essere, in ogni modo,

una cosa grandiosa, ma severa e cupa. Come architettura doveva

avvicinarsi al _Tabularium_ di Roma che appartiene ad un dipresso al

periodo dell'architettura volsca ed etrusca. Sarebbe, infatti, errore

credere che le così dette costruzioni ciclopiche rimontino ai tempi

leggendarî. Come ho già notato ad Alatri, non è necessario far qui che

un passo per ricollegarle a quell'epoca della storia romana che porta il

nome di Servio Tullio.

Una piccola cisterna antica ed alcune stanze e grotte sotterranee: ecco

quanto rimane dell'antica Norba, oltre agli avanzi dell'acropoli e delle

mura, di cui ho parlato. Sono rimasto sorpreso di non trovarvi dei

sepolcri o dei loculi scavati nella roccia, come se ne vedono da per

tutto nelle città etrusche e siciliane; in Sicilia, soprattutto a

Siracusa, a Leonzio, ad Agrigento e ad Enna, ve ne sono innumerevoli.

La popolazione di Norma dà all'antica città il nome di Civita la Penna;

io però non sono riuscito a spiegarmi donde questo nome abbia avuto

origine. La denominazione sembra spagnola, perchè Pegna o Peña in

spagnolo significa appunto rupe. Questo nome, del resto, si conviene

benissimo a Norba, che, secondo la leggenda, sarebbe stata costruita da

Ercole.

In tempi posteriori la città parteggiò per Mario e fu quindi stretta

d'assedio da Emilio Lepido, seguace di Silla. Emilio Lepido con un

tradimento riuscì a penetrare nella ciclopica rocca, ma gli abitanti,

esasperati, rifiutarono di arrendersi e preferirono, come quei di

Numanzia, trovare la morte tra le fiamme delle loro case. Da allora in

poi, a quanto sembra, la città è rimasta un cumulo di rovine; per lo

meno Plinio la trovò tale.

Dall'alto delle rovine della cittadella il panorama della marittima è

stupendo. Si distingue nettamente la spiaggia del mare, da Porto d'Anzio

sino al capo Circeo ed a Terracina, e più lontano ancora si scorgono

Ostia, Pratica ed Ardea ed un'infinità di torri che solitarie si ergono

lungo la riva come tanti obelischi. Queste torri sono state costruite a

partire dal IX secolo, quando cioè, i Saraceni cominciarono ad apparire

sulle coste italiche. Ancora oggi tutta l'Italia e le sue isole sono

circondate, come da una cintura, da queste torri pittoresche: ciascuna è

custodita da alcuni artiglieri, che sorvegliano dei vecchi e curiosi

cannoni, postivi già da qualche secolo. Lamoricière, il nuovo

generalissimo del Papa, ne ha ora ritirati gli artiglieri e li ha

chiamati a Roma, ed ha anche fatto togliere da quelle piattaforme le

vecchie colubrine che da centinaia d'anni tenevano aperte le loro bocche

sul mare. Ora, invece dei Saraceni, sono i seguaci di Garibaldi che

tentano sbarcare su queste spiagge.

Ho visto una di queste torri brillare a qualche distanza sul mare: era

il celebre castello d'Astura. Più in là, ad un miglio distante da

questa, ho scorto un'altra torre, Foceverde, così chiamata da un

torrente che, uscendo dal bosco selvaggio e paludoso, si versa nel mare.

Una terza torre sorge più lontano, presso un lago, circondato da folte

piante, le cui acque, illuminate dai raggi del sole, splendono come oro

liquido. Una grande, profonda pace regna sul lago insieme con un

silenzio di morte. Non vi sono che uccelli marini che svolazzano senza

posa, qualche pescatore, pallido per la febbre, intento a ritirare nella

sua barchetta le reti, e qualche povero diavolo che, mezzo nudo, va

pescando le sanguisughe. È questa la torre ed il lago di Fogliano, un

tempo chiamato _Clostra Romana_. Lucullo vi possedeva una villa e vi

allevava le murene. Il Ninfeo, il torrente, che abbiamo visto correre

attraverso alle rovina di Ninfa, va a gettarsi appunto nel lago di

Fogliano, ed io potei seguirne tutto il corso, attraverso le paludi

pontine.

Più lontano ancora si scopre il lago dei Monaci, poi quello di

Crapolace, infine il gran lago di Paola con la sua torre, e non lontano

da questo il capo Circeo, che il mare sembra circondare da ogni lato.

Chi non ha mai attraversato le paludi Pontine per recarsi per la via

Appia a Terracina e crede che siano delle putride e nauseabonde maremme,

s'inganna. Vi sono, è vero, terreni paludosi e stagni in quantità, ma

nascosti da boschi, nei quali errano cinghiali, istrici, cervi, bufali e

buoi quasi selvaggi. Nei mesi di maggio e di giugno la regione pare

quasi un mare di fiori. Nell'estate, invece, sembra il Tartaro; la

pallida febbre vi regna sovrana, facendo strage dei poveri pastori e

degli operai che vi guadagnano miseramente il pane.

Più ci si appressa al mare e più i boschi si allargano, e da Norba si

vedono distintamente sino al capo Circeo. Si seguono dalla foce del

Tevere, da Ostia, da Ardea, da Nettuno sino a Cisterna e Terracina. In

mezzo a quei boschi vi sono dei tratti liberi, dove vengono raccolti gli

armenti e dove abitano i coltivatori, come, per esempio, Conca, Campo

Morto, Campo Leone, Tor del Felce ed altre località. Là, nell'interno,

dove i boschi cessano, esistono delle vaste praterie, e più in là dei

campi coltivati, e quindi la via Appia, restaurata da Pio VI. Lungo il

suo percorso attraverso la pianura marittima abbiamo scorto Cisterna, il

villaggio più importante della regione paludosa, anticamente chiamato

_Tres Tabernae_, e For'Appio, anticamente _Forum Appium_.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 8 / 18 段