servitore mi annunciò che essa era pronta, l'appetito e la curiosità
erano ugualmente grandi. Nel convento non si mangia carne ed anche
l'ospite deve sottomettersi alla regola, invece si può avere olio ed
aceto a piacere. La mia cena era così composta: Maccaroni all'olio,
senza formaggio, cucinati alla perfezione insieme con erbe squisite
cresciute in quei monti, fagioli verdi, freddi, conditi con olio e
aceto, un fiasco di vino, più che mediocre con una punta di aceto, e per
finire un pezzo di torta cotta coll'olio. Quantunque cercassi di fare
onore ai miei ospiti potei mangiare ben poca di questa roba e mi
contentai dei maccheroni e del pane eccellente. Appena mangiato uscii
per vedere come fosse stata trattata la mia guida, e mi disse che gli
avevano dato del pesce freddo ed una pagnotta di pane.
Intanto era calata la notte profonda, la luna piena splendeva sul più
limpido cielo illuminando lo splendido anfiteatro dei monti. Gli alberi
inondati di luce, le nere ombre delle rupi, i vapori luminosi che
salivano dalle vallate, il terribile silenzio interrotto dal malinconico
grido dell'upupa, il grosso gufo della montagna e il sordo mormorio del
Cosa, tuttociò pareva circondare il monastero di un influsso magico. A
mezzanotte mi destò il suono della campana--suonavano il
matutino--sapevo che a quel suono un frate, l'_excitator_, andava di
cella in cella a destare i monaci. Essi recitano i primi quattro salmi
penitenziali, poi vanno in chiesa dove rimangono tre ore a cantar
matutino. Tornati nelle loro celle seguitano ancora la preghiera, indi è
loro concesso un breve sonno per riposarsi: e così avanti una notte dopo
l'altra. Ascoltai i rintocchi della campana, che parevano risuonare
strani e fantastici nell'aria, e sarei sceso volentieri in chiesa se non
avessi temuto di turbare le preghiere di quei santi uomini. Mi
addormentai al suono dei loro canti e appena spuntò il giorno la mia
guida venne a bussare alla porta della mia cella, per avvertirmi che era
l'ora di partire per Veroli.
Lasciai il convento senza poter ringraziare il superiore, perchè non
vidi anima viva, all'infuori del portinaio e del servitore della
foresteria che si scusò di non potermi portare il caffè, che mi aveva
promesso la sera prima, perchè la regola prescrive un'ora fissa anche
per la colazione. Questa notizia mi fece molto dispiacere, perchè la
strada attraverso ai monti fino a Veroli è lunga e noi uomini
civilizzati ci sentiamo raramente disposti ad un assoluto digiuno alla
mattina. Francesco mi consolò con un pezzo di pane, che aveva portato
con sè, e le più saporite more mi furono offerte, con ospitale
gentilezza, da un cespuglio nelle vicinanze del monastero.
In quella natura alpestre la mattinata era di una bellezza meravigliosa,
il panorama cambiava continuamente d'aspetto fra quelle montagne
variate. Per un'ora costeggiammo abissi scavati dal Cosa, poi il
sentiero scende giù nelle vaste ed amene praterie alpestri. Tutto questo
è proprietà dei Certosini. I cavalli del convento pascolavano a frotte
in quei prati e di tempo in tempo si vedevano mandre intere di capre; i
pastori erano attorno al fuoco, occupati a convertire in formaggio il
latte inacidito. Piccole masserie, di cui molte appartengono al
convento, rompono di quando in quando la solitudine; ne trovai alcune
in posizioni così deliziose, nelle verdi vallate vicino a fresche
sorgenti alpestri, che stimai felici le creature che vi trascorrono i
loro giorni nella pace. Parevano tutti ben nutriti e nessuno domandò
l'elemosina al passante.
Dopo parecchie ore di strada, lasciando dietro di me le montagne, giunsi
alla fertile campagna di Veroli e questo grosso paese, collocato su di
un'altura elevata si presentò pittorescamente al mio sguardo. Esso
domina un sublime panorama e di là la vista, abbracciando tutto il
Lazio, si spinge fino al regno di Napoli, e dovunque sulle pendici
azzurrine dei monti vicini e lontani, spiccano le città e le bianche
castella.
Veroli è città vescovile e non manca di una certa industria poichè
provvede i dintorni di tappeti di qualità inferiore ma molto richiesta,
essi sono tessuti a righe di svariati colori, merce strettamente
nazionale ad uso dei ciociari.
Le strade sono strette e spesso tortuose e molti quartieri sembrano
addirittura labirinti, pieni di casette strane, che, in generale, hanno
una loggia aperta. Trovai la piazza interamente coperta di frutta
estive, vendute ad un prezzo irrisorio, che in questi luoghi non reca
meraviglia. In questa stagione il mercato rigurgita di cocomeri, che
trovai squisiti. Un soldato congedato, veterano ancora dei tempi
napoleonici, sentì per caso nel caffè dove mi ero seduto, che venivo
dalla Certosa e mettendomisi vicino fece un'entusiastica pittura della
vita di paradiso che si conduce nella solitudine di quel monastero, e
disse che l'ultimo desiderio della sua vecchiaia era quello di essere
accettato come frate laico nella Certosa. Disse che si sarebbe messo
anche subito in pensione nel convento, se avesse posseduto la lieve
somma che bisogna versare nella cassa dei frati. Poi il discorso prese
la solita piega ed egli coprì il governo pontificio di tutte le
invettive che si odono giornalmente da tutte le bocche. Il bravo
veterano mi fece nascere la curiosità di vedere la grande tenuta dei
Certosini situata sotto Veroli. Il tempo stringeva, perciò decisi di
rinunciare a Frosinone, che pure era così vicina, e di passare da quella
tenuta per recarmi a Ferentino.
Lasciai Veroli durante un magnifico temporale. I monti dei Volsci e
degli Appennini erano avvolti in una tinta azzurro-cupa, e le fuggevoli
striscie di sole, facendo spiccare in un cupo riflesso ora questo ora
quel monte, illuminando ora un castello ora un convento, producevano su
quel fondo oscuro un incantevole effetto. Raggiunto dalla pioggia
affrettai il passo attraverso ad una lussureggiante pianura ricca di
frutteti e vigneti e mi trovai davanti alla fattoria della Certosa. Essa
farebbe davvero onore ad un principe romano. I fabbricati della fattoria
sono di aspetto grandioso e, tenuti con somma cura, uniscono in sè i
caratteri del convento e del castello.
Anche qui la regola dei Certosini prescrive che sia dato cibo e bevanda
al viandante che lo richiede, ed in caso di bisogno essi devono dare
anche alloggio per la notte. Non chiesi nè una cosa, nè l'altra, ma
domandai il permesso di visitare la fattoria. L'ispettore, un robusto
frate laico, in tonaca bianca, con una lunga barba, non solo mi dette il
desiderato permesso, ma mi accompagnò egli stesso in giro. Essendo
abituato nel mio paese a figurarmi un fattore come un uomo di maniere
piuttosto rozze e dure con alti stivali e speroni, col frustino in mano
e la bestemmia sul labbro; un economo in tonaca da frate, colle maniere
di un santo, mi sembrò qualcosa di straordinariamente originale. Con una
simile guida i nostri primi passi furono naturalmente diretti alla
chiesa che è costruita a fianco della fattoria. Entrando nella cappella
la mia guida capì, anche troppo presto, di avere con sè un eretico, e il
santo economo si gettò in ginocchio con un profondo sospiro, nel quale
credetti distinguere il timore per il mio destino dopo morte e la sua
bene intenzionata preghiera per la salvezza della povera anima mia.
La tenuta dei Certosini chiamata Ticchiena è uno dei più ricchi
possedimenti della campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che
pagano l'affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati
laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria.
Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è
impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la
beneficenza. Il nome della Certosa di Trisulti è benedetto e lodato in
tutta la contrada, e mi fu detto che molti anni prima in una tremenda
carestia che desolò la Campagna, per molto tempo il convento provvide i
viveri. «I Certosini hanno governato la campagna per moltissimo tempo»;
ecco la lode che sentii ripetere più volte ed in molti luoghi. E con
questa, voglio chiudere queste pagine come si conviene ad ospite
riconoscente.
I MONTI VOLSCI
(1860)
I monti Volsci.
(1860).
La grande catena dei Volsci ha principio nel territorio romano presso
Velletri che giace sulle loro pendici, e si stende, in una linea di
belle alture in parte coperte da boschi, fino oltre il confine
napoletano, venendo a declinare verso Capua. Correndo parallela
all'Appennino divide geograficamente il Lazio nelle due regioni Campagna
e Marittima che formano le due provincie di Frosinone e di Velletri.[5]
Lasciando Genazzano, dove mi ero recato a passare un'altra estate nel
silenzio della campagna, ho voluto visitare i monti Volsci, che stavano
sempre dinanzi a' miei occhi, quasi per invitarmi a valicarli per
discendere nella pianura marittima. Una mattina sono dunque montato a
cavallo e vi ho passato alcune giornate deliziose.
Da Genazzano ai piedi della catena vi sono appena tre ore di strada,
attraverso ad una pianura solcata dal Sacco ed interrotta qua e là da
collinette e da verdi praterie: questa pianura presenta gli stessi
caratteri della campagna intorno a Roma. Non mancano le torri nere,
cadenti in rovina, che si levano ad una data distanza l'una dall'altra,
vestigia solitarie e melanconiche dei tempi feudali. Esse danno al
paesaggio un aspetto suggestivo e ricordano l'epoca di barbarie quando i
baroni medioevali dominavano il Lazio. Le famiglie dei Colonna e dei
Conti eran proprietarie di gran parte della regione intorno ai monti
Volsci. I Conti si suddividevano in più rami, quelli di Segni, di
Valmontone e di Anagni; di preferenza però assunsero il titolo di Conti
della Campagna, portando nel loro stemma l'imagine dell'aquila della
campagna romana. Questa casa, illustre per avere avuto più papi, è
estinta ormai da più di trecento anni; i Colonna invece esistono ancora
e sono tuttora proprietari di una parte notevole del Lazio.
Più tardi altre famiglie, nipoti di papi, come i Borghese, i Doria, i
Barberini, presero piede in questa regione e tolsero ai Colonna la
parte migliore dei loro beni. Oggi, se si percorrono queste campagne
latine e si domanda ad un pastore, ad un contadino, o agli abitanti
delle nere castella, a chi appartenga il territorio, i nomi più spesso
ripetuti sono Colonna e Borghese, e quest'ultimo ancor più del primo.
Quando poi dai monti Volsci si scende nella pianura marittima, è il nome
e la signoria di un'altra famiglia baronale di Roma, quella dei Gaetani,
duchi di Sermoneta, che più spesso risuona al nostro orecchio.
Attraversai il Sacco presso la _Mola de' Piscari_, molino veramente
pittoresco, che sorge fra le rovine di un antico castello dei Colonna,
del quale rimangono ancora notevoli avanzi. Ne ho trovata menzione in
alcuni documenti medioevali sotto il nome di _Turris de Piscoli_.
Il Sacco scorre qui aprendosi rumorosamente la strada fra le rocce
calcaree su cui sorgono le rovine del castello interamente coperte di
piante selvatiche. Esso dominava un tempo l'ampia via Latina che parte
da Valmontone che si trova a non più di una mezz'ora di strada.
Cavalcavo attraverso i campi deserti, dove non s'incontra che qualche
pastore con la sua mandra di pecore. I pastori di questa regione portano
le gambe avvolte in una pelle di capra, ancora pelosa, ciò che dà loro
un vago aspetto di satiri. Si comprende facilmente che da questo modo di
vestire abbia avuto origine il mito appunto dei satiri e del dio Pane,
poichè così molto probabilmente vestivano i pastori nei tempi favolosi.
Giunti sulla via Latina, appare a poca distanza Valmontone, che invita a
visitarlo. In cima ad una bassa collina, ma tagliata a picco e nera,
sorgono il castello Barberini, e la chiesa, importanti edifici in stile
barocco del XVII secolo. Attorno a questi stanno raggruppate le case del
paese, contornate da giardini, frutteti e vigne. I topografi moderni
sostengono che Valmontone occupi oggi l'area dell'antica _Tolerium_. Il
nome attuale, appare per la prima volta in documenti del secolo XII, e
designa un borgo di proprietà del Capitolo della basilica lateranense.
Questa chiesa, un tempo ricchissima, vendette il borgo nel 1208 ad
Innocenzo III, della casa Conti, ed al fratello di lui, Riccardo, conte
di Sora, il quale ne divenne feudatario e fu il capostipite del ramo di
Valmontone e di Segni.
I Conti rimasero signori di questo luogo sino al 1575, nel quale anno si
estinsero. Giovanni Battista, l'ultimo capo della casa, non lasciò che
una figlia, Fulvia, che portò in dote tutti i beni di famiglia agli
Sforza. Gli Sforza vendettero Valmontone nel 1634 ai Barberini, e
Camillo Pamphili, nipote d'Innocenzo X, lo comperò dal cardinale
Francesco Barberini nel 1651. Da allora è rimasto proprietà della casa
Doria-Pamphili.
Camillo, uno dei principi più ricchi del secolo XVII, in grazia
specialmente della rapacità della madre Olimpia Maidalchini, una vera
arpia, fece edificare il palazzo e la chiesa di Valmontone. Anche se non
si sapesse in quale tempo furono costruiti questi due edifici,
basterebbe un'occhiata per apprenderlo, essendo entrambi in stile del
Bernini, e riportando il visitatore verso l'architettura romana del XVII
secolo. Contemplando gli edifici, non si direbbe di trovarsi davanti ad
un castello della campagna romana, ma piuttosto dinanzi al palazzo
Pamphili ed alla chiesa di S. Agnese, in piazza Navona. I Pamphili
impiegarono le loro ricchezze nell'innalzare principeschi e maestosi
edifici; il nipote d'Innocenzo X costruì presso la porta di S. Pancrazio
la villa più bella e più grandiosa di Roma; fabbricò sul Corso il
magnifico palazzo che porta anche oggi il nome della famiglia Doria e vi
pose la famosa galleria di quadri, che è una delle più ricche di Roma.
Innocenzo stesso edificò il palazzo Pamphili presso la chiesa di S.
Agnese, questa pure da lui fatta ricostruire, e fece innalzare su
disegno del Bernini, la bella fontana in piazza Navona, che può essere
annoverata fra i monumenti migliori della Roma moderna.
Questa famiglia ha dunque aggiunto alla fisonomia della Roma pontificia
dei nuovi tratti, proseguendo così l'opera iniziata prima con tanto
splendore e tanta attività dai Borghese e dai Barberini. In qualunque
modo si voglia giudicare lo stile di quel secolo, non si può fare a meno
di riconoscergli, nonostante le sue stranezze e le sue esagerazioni nei
particolari, una certa grandezza: esso caratterizza nettamente tutta
un'epoca, quella del lusso baronale, del fiorire di una splendida e
ricca aristocrazia; l'epoca in cui i baroni oziosi, dissoluti, vestiti
di raso e di trine, sfoggiavano le loro ricchezze, la loro eleganza in
quelle ampie sale, facendo mostra di quell'opulenza che il sudore dei
poveri contadini procurava loro. La rivoluzione francese ha posto fine
col ferro e col fuoco a questo periodo di dissipazione e di prodigalità.
In questo secolo i papi non hanno più edificato. Dopo Pio VI, non vi è
stato più nepotismo ed il magnifico palazzo di suo nipote Braschi che
sorge, non lontano da quello Pamphili, in piazza Navona, può dirsi
l'ultimo innalzato a spese del popolo angariato ed oppresso. Ora che il
nepotismo più non esiste, non vedremo dunque più costruire dei palazzi
Barberini, Borghese, Doria, Albani, Odescalchi, Rospigliosi e Corsini;
Roma prenderà un altro carattere, ed invece di sontuosi edifici, di
ville eleganti come quelle costruite dalle famiglie dei papi, vedremo
teatri, stazioni, alberghi, villini, ed altre costruzioni simili a
caserme.
Nulla Valmontone ha di notevole. Nessun monumento del medio-evo è
sopravvissuto alla distruzione compiuta nel 1527 dalle soldatesche di
Carlo V, reduci dall'aver saccheggiato Roma. Appena riedificato, fu di
nuovo demolito dalle truppe del duca d'Alba e di Marco Antonio Colonna.
Solo dalla piazza baronale del castello l'occhio può godere una veduta
incantevole, quella dei monti Volsci, sulle cui sommità si scorgono le
case di Montefortino, con il grande e cupo castello dei Borghese che le
domina.
Per quanto piccolo ed isolato, Valmontone non è però privo di vita e di
movimento, essendo luogo di passaggio fra Roma e la frontiera
napoletana. Vi si vedono passare senza tregua file di carri, tirati da
bianchi buoi, che portano alla città dei Cesari grano, lana, vino,
pollame ed altre merci. Anche la posta vi passa tre volte alla
settimana, ma non va oltre Frosinone, capoluogo della delegazione, di
guisa che per andare a Ceprano o più in là nel regno di Napoli, è
necessario prendere una carrozza a nolo.
Da Valmontone la via Latina prosegue per una valle ombreggiata da
alberi, e poi attraversa una pianura silenziosa, fra vecchie torri,
sino ai piedi dei monti Volsci. Ivi dalla strada maestra se ne stacca
un'altra che dopo aver passato il Sacco prosegue per Segni. Da principio
si cammina lungo le prime colline dei Volsci; alla destra sorge Monte
Fortino, cupo ed oscuro, a sinistra, sopra una ridente collina,
Gavignano. La via è monotona, ma più si sale e più stupenda appare la
vista della classica pianura del Lazio, severa e bella, disseminata di
colline e di castelli e limitata all'orizzonte dalle azzurre vette
dell'Appennino, e più in là, verso il Napoletano, da altre montagne,
dalle bianche cime.
Ho percorso tutte le più belle regioni d'Italia, ho vagato per le famose
pianure di Agrigento e di Siracusa, ma nonostante lo scintillio di
colori di queste regioni meridionali, confesso di non aver mai provato
un'impressione tanto profonda come la campagna romana ed il Lazio hanno
saputo suscitare in me. Queste contrade mi son divenute così familiari
quanto quelle della mia patria, avendole dovute studiare profondamente
per la mia storia di Roma nel medio-evo, e visitandole mi sono apparse
sempre nuove e piene di grandezza. Quando poi me ne allontano, provo
ardente il desiderio di rivederle. Non ho mai potuto contemplare da
Monte Mario la valle che si apre fra Palestrina e Colonna verso la
campagna latina, senza sentirmici attratto come da un'imperiosa
seduzione. E' possibile che questo paesaggio debba ai ricordi storici
gran parte del fascino irresistibile che esercita sul visitatore, ma
anche senza di quelli son persuaso che sedurrebbe per il carattere
nobile e grandioso che la natura gli ha impresso. Alcuni luoghi hanno un
aspetto del tutto mitologico, come, per esempio, la pineta di Castel
Fusano, presso Ostia, con i suoi alberi giganteschi che si stendono sino
al mare, e la larga foce del Tevere, che la fantasia si sente portata a
popolare di figure leggendarie e favolose. Altre regioni invece hanno un
carattere del tutto lirico, altre ancora epico, omerico, come Astura e
il capo Circeo. Nessuna regione però ha un carattere storico,
solennemente tragico, al pari della campagna di Roma. Essa appare come
il teatro più grande della storia, come la scena dell'universo. Nessuna
descrizione poetica, nessun pennello di genio, per quanto molti artisti
di valore vi si siano provati, saprebbe dare un'idea della bellezza
grandiosa e superba della campagna del Lazio a chi non l'abbia veduta e
sentita. Là nulla v'è di romantico, nulla di fantastico; tutto è
silenzioso, grandioso, di una bellezza imponente e severa; dinanzi a
quello spettacolo della natura lo spettatore intelligente si sente
penetrato dall'impressione profonda e grave che proverebbe davanti alla
statua di Giunone di Policlete.
Più si sale per i monti Volsci, e più, nel contemplare sotto di sè la
stupenda regione, si prova invidia, per quelle aquile, che sono i veri
_conti_ della campagna e vi spaziano a loro piacimento, da padrone. Ora
immobili sulle rocce, con aspetto imponente, ora sospese nell'aria, esse
hanno la nobiltà di questa natura che dominano; il loro volo silenzioso
e solenne è in piena armonia col paesaggio.
Non si scorge Segni se non allorquando vi si è quasi giunti, perchè la
strada corre sempre tortuosa entro una gola di rocce calcaree, di colore
rossastro. I fianchi del monte sono frastagliati, coperti di massi, che
si accavallano gli uni sopra gli altri, così da sembrare una grande
muraglia edificata da giganti. Esaminando quella formazione geologica,
che più o meno si ritrova in tutti i monti del Lazio, mi è sembrato
evidente che debba essere stato questo fenomeno naturale che ha dato
all'uomo l'idea delle costruzioni ciclopiche; quelle formazioni
geologiche essendo vere e proprie mura ciclopiche, di mole ancora più
imponente. Gli uomini non hanno avuto che da imitare l'opera prodotta
dalle rivoluzioni terrestri.
Era mezzogiorno ed il sole splendeva in tutto il suo ardore, allorchè
giunsi innanzi a Segni. Questa antichissima città sorge su di un
altipiano di rocce ed è tuttora circondata per buona parte da ciclopiche
mura. A prima vista le sue case nere, che si inseguono a scaglioni,
interrotte qua e là da alcune torri insignificanti, fanno un'impressione
più singolare che piacevole. Non v'è una cattedrale, non un antico
castello che richiami l'attenzione; non si scorgono che case noiosamente
uniformi, senza alcun carattere architettonico; ed io, che avevo sperato
trovare una città antica, ricca di monumenti, rimasi pienamente deluso.
Tutti i paesi del Lazio propriamente detto, come Anagni, Ferentino,
Alatri, Veroli, recano, più o meno, l'impronta del medio-evo;
quest'antica città di _Signia_ non è invece che un luogo deserto,
malinconico e senza il menomo interesse storico; è insomma una noiosa
città. L'unico ricordo piacevole che di essa mi sia rimasto, è quello
degli alberi stupendi che la circondano da un lato, e la vista dei
rigogliosi boschi che ricoprono i monti vicini.
Mi sono convinto che i paesi Volsci, per quanti ne ho veduti, hanno un
carattere affatto diverso da quelli latini; e ciò principalmente perchè
sono paesi di montagna, solitari, appartati dal mondo, senza commercio
nè industria; taluni scarseggiano perfino di terreni coltivabili, non
hanno che olivi, viti e altri alberi fruttiferi. Vi si raccolgono
abbondantemente le ciliegie, le pesche, le castagne e soprattutto le
ghiande, che servono ad ingrassare i maiali. Questi animali, tutti di
razza nera, vengono allevati in grande quantità sui monti Volsci; i
prosciutti di queste contrade sono infatti rinomatissimi. Tutti i paesi
di questa regione, eccezion fatta delle città, come Cori, che sono più
vicine a Roma e non si trovano proprio sui monti, hanno l'aspetto dello
squallore e della miseria.
Le case di Segni son costruite di pietra bianca calcarea, alternata con
blocchi di tufo nerastro e con mattoni. Questa disposizione dà loro un
aspetto bizzarro; essa denota un primo passo, ancora timido ed incerto,
nella via dell'architettura pisana, che, come è noto, fa alternare
strisce bianche a quelle nere ne' suoi edifici. Ho spesso trovato in
vecchi documenti l'espressione «_Signino opere_» applicata alle case, ed
a Segni ho appreso cosa significasse: essa serviva ad indicare il modo
di costruzione usata in questo paese. Qui però non mi ha fatto una
grande nè buona impressione, avendo trovato nella città di Segni un
carattere monotono e grigio, tanto più triste in quanto che non un
giardino, non un albero viene a rompere l'eterna uniformità di quelle
case di pietra calcarea.
Sono entrato per la Porta Maggiore, per cercare una locanda, e mi sono
subito accorto con stupore che questa porta, addossata alle mura
ciclopiche, è l'unico ingresso della città che, costruita su una ripida
collina, rimane da tre lati inaccessibile. Presso questa porta sorge il
castello o palazzo dei Conti, altra volta signori di Segni, grande
edificio, «_signino opere_», che in complesso ha piuttosto l'aspetto di
un convento che di un'abitazione signorile. Niente gli dà l'idea di un
castello, mancando perfino una torre. Senza dubbio la rocca dei signori
di Segni aveva un altro aspetto prima della distruzione della città,
compiuta dalle soldatesche di Marcantonio Colonna.
Parlando di Valmontone ho già osservato che Segni fu posseduta dalla
famiglia d'Innocenzo III, che fu anche quella di Gregorio IX e di
Alessandro IV. Dopo il ristabilimento del libero governo municipale,
ossia del Senato, in Roma, nel 1143, i papi si sono spesso trovati
costretti a rifugiarsi nei luoghi fortificati della campagna, per
sottrarsi al furore dei romani, e i luoghi prescelti furono Palestrina,
Tuscolo, Anagni o Segni. Eugenio III, cacciato dalla città dal Senato
romano, da principio si rifugiò a Segni, e vi edificò, nel 1145, una
residenza papale, il famoso Alessandro III, Lucio III e Innocenzo III
vissero pure qualche tempo a Segni. Quest'ultimo deve anzi esservi nato,
nel palazzo della sua famiglia.[6]