Cesare ne concepì l'idea, ma morì prima di aver cominciato i lavori. Gli
imperatori romani, prodighi nelle costruzioni di qualunque genere, non
se ne curarono mai; ed è curioso notare che fu un re barbaro, erede e
conquistatore di Roma, Teodorico il Grande, che fece ristabilire la via
Appia e prosciugare una parte delle paludi pontine presso Terracina.
Esistono tuttora in questa città due iscrizioni, ove è ricordata
l'opera memoranda del re goto. Fra i papi, fu Sisto V, questo romano
pratico e di carattere energico, che per primo riprese i lavori e due
secoli dopo Pio VI continuò l'opera sua facendo ricostruire la via
Appia, scavare a fianco di questa un grande canale, ed altri secondari,
trasformando inoltre una parte delle paludi in terreni coltivabili: egli
fu veramente un benefattore per una parte della regione marittima.
Dalle rovine ciclopiche di Norba discendemmo a Ninfa, che è a' suoi
piedi, proprio dove cominciano le paludi; vi si arriva per una comoda ma
tortuosa discesa, oppure attraverso il ripido pendìo del monte. Noi
preferimmo quest'ultima via, e dovemmo saltare di roccia in roccia
facendo rotolare i ciottoli in basso.
Così giungemmo a Ninfa, la leggendaria città rovinata, mezzo sepolta
nella palude, con le sue mura, le sue torri, le sue chiese, i suoi
chiostri e le sue case coperte di edera. Il suo aspetto è più
incantevole di quello di Pompei, le cui case sembrano spettri o mummie
sventrate, faticosamente strappate alla lava vulcanica. Sopra Ninfa
invece si muove, al soffio del vento, un mare di fiori; ogni muro, ogni
chiesa, ogni casa è rivestita d'edera, e su tutte quelle rovine
oscillano i purpurei stendardi del dio trionfante della primavera.
Si prova un'inesprimibile emozione nel penetrare in questa città
d'edera, nel percorrere le sue vie deserte, nascoste quasi sotto l'erba
e i fiori e nell'errare fra quelle mura dove il vento scherza fra le
foglie. Non un rumore turba l'alta sua pace, all'infuori del grido del
corvo che ha posto dimora sulla torre del castello, del mormorio delle
limpide acque del Ninfeo, del sussurro dei giunchi in riva allo stagno e
del canto melodioso e dolce delle erbe, agitate dalla brezza.
I fiori coprono le vie e vanno, come in processione, salgono sulle
chiese in rovina, si arrampicano ridendo sulle finestre cadenti,
barricano tutte le porte, invadono le case, dentro le quali dimorano gli
Elfi, le Fate, le Naiadi, le Ninfe e tutto il mondo incantato della
favola. Le gialle camomille, le malve, i narcisi odorosi, i cardi dalla
barba grigia, che debbono esser qui vissuti un tempo come monaci, i
candidi gigli, personificazione delle pie monacelle che vissero un
giorno tra queste mura; le rose selvagge, l'alloro, il lentischio, le
alte felci, le rampicanti clematiti, i rovi, il caprifoglio, i garofani
rossi che sembrano Saraceni incantati, i fantastici capperi che spuntano
dalle fessure dei muri, le fucsie, il mirto, la menta aromatica, le
ginestre dorate, ed infine l'edera oscura che ha tutto invaso e che
ricopre le rovine in verdi cascate; tutto questo mare di fiori e di
profumi rapisce i sensi, conquide l'anima e fa deliziosamente sognare.
Le mura della città sono ancora in piedi; esse circondano Ninfa con una
larga cintura e son rivestite completamente d'edera; solo qua e là sbuca
fuori dal verde qualche merlo corroso o qualche torre a metà diroccata.
Le porte sono esse pure invase da piante selvatiche, da rovi e da edera;
sembra quasi che i fiori di Ninfa abbiano voluto barricarle contro
l'invasione d'un nemico esterno, come un tempo lo furono contro i
Saraceni o i mercenari di Federigo Barbarossa e poi contro quelli del
duca di Alba e dei Colonna. Ora la distrutta città ed i suoi fiori non
sono minacciati più che dal fulmine e dalle bufere, che si scatenano
dalle paludi pontine.
Esistono ancora tutte le piazze, tutte le strade fiancheggiate dalle
case cadenti ed invase dall'edera; talune, che conservano l'aspetto di
palazzi di architettura semigotica, appartennero certo alle famiglie più
ricche e più illustri del luogo. Le più curiose a vedersi però sono le
chiese; sono ancora in piedi i ruderi di quattro o cinque di esse. Non
ho mai veduto rovine più poetiche, e difficile sarebbe voler descrivere
quei campanili in parte rovinati, con le loro finestre ad arco oppure
tonde, o divise in mezzo da una colonnina, con le loro cornici
medioevali ad ornato, tutti guarniti di edera e coperti di fiori
variopinti; tutti quegli avanzi di vôlte, di navate, sepolti in un mare
di lussureggiante vegetazione. Tutte quelle chiese sono antiche ed
appartengono ai secoli XI e XII, se pure non sono di costruzione
anteriore perchè il loro stile è quello della semplice forma di
basilica. Nelle loro deserte navate ora pregano i fiori ed invece del
profumo dell'incenso l'atmosfera è impregnata dall'olezzo delle rose.
Sulle pareti, nelle tribune rovinate, qua e là si scorgono ancora, fra
l'edera, alcuni avanzi di affreschi: vi sono martiri con la palma in
mano e con gli strumenti del martirio a lato. Le loro pallide figure,
circondate da svanite aureole d'oro, coperte dalla dalmatica e con la
ricca stola, fra il verde ed i fiori dalle mille tinte, sembrano
irritate nel vedere i figli di Flora, la dea pagana, celebrare un culto
sacrilego nelle chiese abbandonate. Non risuonano più quelle vôlte delle
litanie monacali; più non vi s'ode che l'estivo ronzio degli scarabei, e
le anacreontiche canzoni amorose del grillo. Gli scarabei ed i fiori
sono i soli signori di quei templi e più non li abbandonano.
Nel Mezzodì della Francia fu sporta un giorno lagnanza a S. Bernardo che
una chiesa costrutta di recente ed appena consacrata, fosse stata
invasa dalle mosche. S. Bernardo esclamò: «Io le scomunico», e quando i
messaggeri tornarono nella chiesa trovarono tutte le mosche morte.
Sarebbe però ben difficile ad un santo liberare le chiese di Ninfa dai
fiori, e per quanto quei poveri martiri si mostrino imbronciati, tra non
molto l'edera li seppellirà interamente. Di molti di essi non si scorge
più che un lembo di veste, sul quale sta scritto in caratteri latini il
nome del santo: fra gli arbusti si possono ancora leggere i nomi di S.
Sisto, di S. Cesareo o S. Lorenzo. Quando entrai nell'ultima chiesa,
rimasi estatico. Invece dell'antico pavimento in mosaico bizantino,
trovai un tappeto di fiori e di erba, e sull'altare, dove un tempo
stavano le reliquie dei santi, vidi una rigogliosa vite dell'India, co'
suoi grappoli rossi ed azzurri. Gli altari di Cristo non potrebbero
essere meglio infiorati!
Non manca dunque nulla a Ninfa per essere il _pendant_ di Pompei.
Laggiù, ai piedi del Vesuvio, la classica antichità parla nelle immagini
ridenti della città morta: qui è l'epoca cristiana che ha lasciato un
po' della sua anima sopra i muri rovinati e coperti d'edera. A Pompei
tutto spira amore e vita; vi si vedono amorini che pescano in uno
stagno, satiri che danzano, grilli che tirano un carrettino, baccanti,
avvolte nel loro bianco velo, che suonano il tamburello, o recano nelle
loro mani misteriose cassette, o sollevano coppe cariche di succosi
fichi; qui invece, nella Pompei del medio evo, l'occhio non vede che
rappresentazioni di morte e di dolore. In luogo delle stupende imagini
antiche qui si contemplano le melanconiche imagini delle catacombe,
santi condotti al martirio, fiamme, croci, esseri inginocchiati, con le
mani giunte, dinanzi al carnefice che tiene già la spada levata.
Sarebbe ormai tempo di seppellire nei fiori tutti quei martiri, tutti
quei santi, tutti quei crocifissi corrosi dal tempo. Qui la natura ne ha
sparsi a larghe mani sulle tombe di quei poveri peccatori e di quei
poveri monaci che si tormentavano, si martoriavano nei tempi della più
cupa superstizione. Non è forse tempo che pure il cattolicismo circondi
di fiori le tombe de' suoi morti?
All'ingresso della città sorge ancora il castello, altra volta residenza
dei baroni, nelle cui prigioni languirono le vittime del feudalismo.
L'alta torre quadrata, di mattoni, è simile alla torre delle Milizie a
Roma, e probabilmente della stessa epoca. Essa sorge in prossimità di
uno stagno che, come lo Stige, sta vicino alla città dei morti ed è
circondato da una cintura di canne. Il luogo suscita ricordi mitologici:
lo si direbbe il soggiorno delle ombre, visitato da Enea o da Ulisse. La
cupa torre ed altre rovine gettano la loro ombra tremante sulle acque
silenziose dello stagno e il giunco vi sussurra malinconicamente agitato
dal vento. Talvolta si leva un grido d'anitra selvatica: sembra quasi il
gemito di un'anima che soffra nelle profondità della terra ed aspiri
tornare alla luce.
Seduto in mezzo alle rovine, girai lo sguardo su quel verde reame di
ombre, poi levai gli occhi verso la linea azzurra, tracciata nel cielo
dalle montagne, su cui si distaccano gli scogli ciclopici di Norba ed il
suo castello, e infine li abbassai di nuovo sulle paludi pontine e sul
capo Circeo che superbo emergeva dal mare illuminato dal sole cadente.
Che Circe la maga abbia abbandonato la sua dimora, fabbricata laggiù sul
promontorio? Abiterebbe forse ella ora a Ninfa? E' forse divenuta la
regina dell'edera! Nel vedere il verde che mi circondava per un momento
ho creduto che Ninfa fosse il magazzino d'edera dell'Italia e che ivi
venissero le anime dei grandi ad inghirlandare tutte le rovine
gloriosamente. Bisogna sedersi su quei muri, allorchè la sera ravvolge,
nella porpora da prima, poi nell'oro, tutte quelle mura, tutte quelle
rovine tappezzate di foglie, ed allorchè la montagna, il mare, il capo
Circeo si tingono con sfumature indicibili.
E che dire poi di questo paese di fate quando si leva la luna e
l'illumina con i suoi bianchi raggi? Il ruscello Ninfeo che esce dallo
stagno, sembra abbia ivi origine e porti in quel mondo di tombe lo
spettacolo della giovinezza e della vita: lo si direbbe un essere
umano che abbia paura del funebre luogo e fugga precipitoso e
spumeggiante verso il mare, attraverso le paludi pontine. Esso dà moto
ad un molino stabilito in un edificio medioevale, in stile
gotico-romano, con finestre a colonnine. Un'iscrizione sulla porta
indica che il molino e la strada furono opera di Francesco Gaetani,
duca di Sermoneta e signore di Ninfa, nel 1765.
In antico un tempio delle Ninfe era costruito, a quanto si dice, presso
il lago e da quello il paese avrebbe preso il nome. Si racconta che
sulle fondamenta di questo tempio fu poi innalzata la chiesa di S.
Michele. Nel 1216 Ugolino Conti edificò nello stesso sito la chiesa di
S. Maria del Mirteto.
La storia di Ninfa è peraltro abbastanza oscura. Nel sec. XII
apparteneva ai Frangipani. Il famoso Alessandro III vi fu consacrato
papa il 20 Settembre 1159. La famiglia Gaetani ne divenne in seguito
signora alla fine del sec. XIII ed i discendenti di questa illustre casa
ne sono rimasti padroni fino ad oggi. L'archivio di famiglia a Roma
conserva numerosi documenti che attestano che Pietro Gaetani, nipote di
Bonifacio VIII, conte palatino lateranense e conte di Caserta, comprò a
poco a poco le case e le terre di Ninfa dai loro proprietari.
Io non ho rinvenuto alcun documento del XV secolo in questo archivio; ma
ho trovato invece un atto stipulato il 22 febbraio 1349 nel castello che
oggi giace rovinato. L'atto porta queste parole: «_Actum Nimphe in
scalis palatii Rocce Nimphe presente Nicolao Cillone Vicario
Sculcule..._».
* * *
L'indomani mattina noleggiammo a Norma dei muletti per recarci al
celebre villaggio di Cori o Cora, distante tre buone ore. Vi si arriva
per una via carrozzabile che rasenta Ninfa, ma noi preferimmo prendere
una scorciatoia montuosa che serpeggia lungo la catena dei Volsci. La
vista che vi si gode è meravigliosa ed ampia, stendendosi per la pianura
dalle pontine e dal mare fino a Roma.
Il fresco del mattino ed il cielo purissimo, come lo è quasi sempre in
settembre, resero deliziosa la nostra gita, sebbene i monti che salivamo
fossero monotoni e deserti. Solo qua e là ci imbattemmo in alcuni
pastori, intenti a mungere le loro pecore od a preparare innanzi al
fuoco il loro formaggio fresco, od anche a costruire le loro capanne
coniche da nomadi, con rami di ginestra.
Nel contemplare dall'alto la vasta regione delle paludi pontine e
soprattutto la spiaggia latina, là dove sorge l'antica Ardea ed i paesi
dei Rutuli, ritornano naturalmente alla memoria le figure di Virgilio.
Ivi sorse la Troia romana, ivi fu il campo delle epiche lotte
dell'_Eneide_: ricordandolo, sembra quasi di veder rapidamente passare
sulle praterie od attraverso le foreste l'eroina dei Volsci, la bella
amazzone Camilla:
«Hos super advenit Volsca de gente Camilla,
Agmen agens equitum, et florentes aere catervas,
Bellatrix...»
La descrizione della morte di Camilla e la tragica fine di Evandro,
figlio di Pallade, sono ciò che di più bello Virgilio abbia scritto. E'
qui che bisogna leggere: i melodiosi versi dell'_Eneide_ sulla campagna
romana, per gustarne completamente la magica bellezza. La poesia di
Virgilio è improntata di quella stessa pura e maestosa beltà che
caratterizza la campagna romana. L'immortale poema è quello che più e
meglio riproduce a noi il carattere di Roma antica e fin che durerà il
mondo varrà a circondare d'una aureola di poetica ispirazione questi
monti, questi boschi e questi campi. Qui vivono Turno, Lavinia, Ascanio
ed il fido Acate... e in quale quadro! Esso non ne ha uno eguale, uno
così epico, se non sulle rive dello Scamandro, se forse non è ancora più
sublime. Cosa v'è di più grandioso della campagna intorno a Roma e del
mare che ne lambisce le rive?
Nel percorrere i luoghi che furon la prima culla della grandezza romana,
si richiamano alla memoria i versi virgiliani su Troia e sull'Ellade. Si
vive quasi in un'atmosfera ellenica, e ciò tanto più quanto più ci si
avvicina a Cori.
Questa città è antichissima, risalendo ai tempi mitologici, ai tempi
pelasgici. Roma è detta la città eterna, ma non per la sua antichità,
perchè molte città della campagna romana sono di gran lunga più antiche,
soprattutto Cori che, secondo i calcoli di tutti i topografi antichi e
moderni è una delle città più antiche del mondo, essendo stata fondata
1470 anni avanti Cristo, 700 anni cioè prima della fondazione di Roma.
Secondo la leggenda, Cori fu edificata dal troiano Dardano, figlio di
Corito, re d'Italia e d'Elettra, figlia di Atlante, il quale poi fuggì,
fratricida, per paura di Siculo e di suo padre, nell'Asia, dove fondò
Dardania che solo dal suo nipote Tros fu chiamata Troia. Nel VII libro
dell'_Eneide_ [verso 670 e seguenti], è nominata Cora:
«Tum gemini fratres Tiburtia moenia linquunt,
Fratris Tiburti dictam cognomine gentem,
Catillusque acerque Coras, Argiva juventus».
I tre fratelli Catillo, Cora e Tibur o Tiburto erano figli di Anfirao di
Argo; venuti dalla Grecia in Italia, costruirono Tiburi o Tivoli. Cora
fu anche, a quanto si dice, il fondatore di Cori: questa è la seconda
leggenda sull'origine della città.
Siamo ora dinanzi alla città, le sue case sono disposte a piramide sulla
montagna; sulla cima appaiono i bei resti del tempio d'Ercole e, ai
piedi, stanno dei giardini pieni di frutta e di olivi. Cori conta circa
5000 anime. Fin dal medio evo è stata feudo «del Senato e del popolo
romano» ed è uno dei più bei possessi della città di Roma.
Non stancherò il lettore con la descrizione delle rovine di Cori,
avendogliene già descritte abbastanza. Meritano però uno sguardo le mura
ciclopiche o pelasgiche. Esse sono visibili in molti punti della città;
si possono paragonare con le mura dell'antica Micene o Tirinto.
Sostengono l'Acropoli sulla sommità del paese. Quando uno si è
arrampicato sin lassù, rimane grandemente sorpreso di trovarsi dinanzi
alle rovine del peristilio di un tempio di puro stile greco. E' un
piccolo edificio dorico grazioso, benissimo conservato. Il travertino
delle colonne ha preso un colore turchino grigiastro che gli dà un
aspetto assai antico. Si chiama tempio d'Ercole, ma questo nome
probabilmente non è giustificato.
Castore, Polluce, la Fortuna e Diana, la dea delle campagne pontine, il
Sole, Giano, Eolo, Apollo, Esculapio, avevano i loro tempî a Cori. Si
mostrano ancora, sotto l'Acropoli, quattro belle colonne corinzie,
murate in una casa, che si pretende siano appartenute al tempio dei
Dioscuri. Sussistono tuttora alcuni avanzi di antichi bagni, di
cisterne, ed un ponte gigantesco, di costruzione romana, sopra un rapido
ruscello che corre presso la città. Altre antichità sparse possono
inoltre interessare qui il visitatore.
Poche sono invece le memorie del medio evo. Il tempio di S. Pietro,
eretto sopra le rovine di quello d'Ercole, non offre nulla di pregevole:
è invece degna di attenzione per la sua architettura la chiesa di S.
Oliva. Ma chi può pensare alle antichità dinanzi allo spettacolo della
lontana pianura marittima che si gode da per tutto in Cori?
Passare un'estate a Cori sarebbe delizioso, perchè l'aria v'è fresca e
balsamica, buono il vino e le frutta così abbondanti che per un
_baiocco_ si possono avere ventisei ottimi fichi. Cori però non è
affatto visitata dai romani, che preferiscono Frascati ed Albano:
pochissimi sono quelli che conoscono le bellezze della loro regione.
Eppure dove sognare una vita più attraente di quella che si trascorre
percorrendo le montagne della Sabina, i monti Ernici e Volsci? Dove è
dato ritemprare il proprio spirito come in seno a questa sana e
primitiva natura?
Lasciai Cori per recarmi a cavallo a Velletri e, come feci a Ninfa, mi
promisi di tornarvi per vivere qualche tempo in mezzo a questa classica
pace.
IDILLI DELLE SPIAGGE ROMANE.
(1854).
Idilli delle spiagge romane.
(1854).
Le spiagge del mare latino sono distanti da Roma solo cinque ore di
strada; tre volte alla settimana una diligenza vi porta chi voglia
passare alcuni giorni a Porto d'Anzio o a Nettuno, o vi si reca per fare
la stagione dei bagni, o per imbarcarsi per Napoli. Come un tempo,
queste spiagge sono ancora luogo di ritrovo e di svago per i cittadini
dell'Urbe, giacchè è fra le abitudini della vita romana, recarsi almeno
una volta all'anno a Porto d'Anzio, come pure a Frascati, a Tivoli, ad
Albano, per dimenticarvi la noia della città. Un lungo soggiorno, anche
nel luogo più bello, finisce con lo stancare.
Ho provato questa sensazione io pure, sulla fine della primavera del
1854, quando lo scirocco, flagello di Roma, soffiava da più di otto
settimane sulla città. Allorchè il 24 giugno, di buon mattino, verso le
cinque, sono partito, mi è sembrato di respirare più liberamente.
Splendeva un sole stupendo; la strada era già affollata di persone che,
con fiori in mano, si dirigeva verso la basilica laterana, la cui
piazza, ricorrendo la festa di S. Giovanni, una delle più solenni di
Roma, sembrava un mercato di fiori.
Dalla campagna spirava un vento dolcissimo; i prati scintillavano ancora
della rugiada notturna ed i campi eran ricoperti di grano da poco
falciato.
La strada rasenta i monti Albani. A Fontana di Papa, dove è un'osteria
solitaria in mezzo alle vigne, che prende il nome da una fonte fatta
costruire in quel luogo da Innocenzo XII, ci siamo fermati. Qui è solito
fermarsi anche il papa, quando nel maggio si reca alla sua villa di
Porto d'Anzio per godervi la frescura marina.
Regna ivi una grande animazione: tutti si siedono a tavola e mangiano
_maccheroni_ ed ottime frittate; vi si beve però del pessimo vino. Ad
ogni momento sopraggiunge una carrozza od una persona a cavallo od una
squadra di sbirri che tornano da perlustrare la vicina foresta, ho
sentito uno di questi vantarsi di aver freddato il giorno innanzi con
una schioppettata un brigante. Abbiamo visto anche arrivare da Porto
d'Anzio un convoglio di galeotti, seduti sopra un carro, incatenati a
due a due; fra di essi vi erano dei bei giovani, vestiti pulitamente,
con cappelli di paglia, camice linde, cravatta di seta svolazzante;
giunti a Roma, questi dovevano essere lasciati in libertà. Si porta loro
del vino, dei sigari, ed i birri, stando vicino, col fucile in ispalla,
accettano essi pure quanto viene loro offerto. Tali sono le scene che si
possono godere a Fontana di Papa.
Poi la strada corre per due ore entro le macchie che costeggiano le
paludi pontine sino a Terracina, coprendo la spiaggia del mare, e che
sono abitate da cignali, da porcospini, da bufali, da tori, dalla febbre
e dai briganti, che sbucan fuori di là per svaligiare sulla via Appia, o
presso Cisterna, o presso For'appio, o sotto le rocche di Terracina, i
viaggiatori.
Finalmente ci è apparso il mare, raggiante di luce, turchino,
tranquillo, ed abbiamo salutato le onde azzurre di Anzio, l'antica città
dei Volsci, dove Coriolano trovò la morte, e dove è stato ritrovato il
capolavoro dell'antica scultura, l'Apollo del Belvedere, che ornava il
suo tempio.
Sono ormai nove anni che ogni estate mi delizio del mare. Ivi ho
trascorso le mie ore migliori ed ho fatto le mie più belle escursioni.
Mille imagini e mille ricordi sono sorti in me nello scorgere questo
mare latino. Ma mentre riapparivano chiare e limpide nella mia mente le
coste elisie della Corsica e della Campania, i golfi superbi di Palermo,
di Cefalù, di Siracusa e dell'Etna, la spiaggia latina non ha punto
corrisposto alla mia aspettazione. In tutti gli altri mari si vedono
magnifici scogli, capi, promontori, castelli e città torreggianti qua e
là sulle rive, ricchi oliveti scendenti sino al mare, aranceti fioriti e
odorosi, melagrani con i loro frutti infuocati. Chi può dimenticare,
alla vista del mare, il magico lido di Sorrento, i giardini di Palermo,
i vigneti che si stendono lungo la spiaggia stupenda di Acireale, sul
mar Jonio? Ritornando col pensiero a tutte queste bellezze, la spiaggia
del mare latino e la piccola città di Anzio mi hanno prodotto una penosa
impressione. Per quanto abbia spinto l'occhio dalla parte di Ostia, non
mi è riuscito vedere che macchie deserte, una spiaggia depressa di
argilla e di sabbia, alcuni spazi chiusi da palizzate, dove pascolavano
alcune mandre. La città è un complesso di ville in stile romano, di
casupole in pietra, di capanne ricoperte di paglia, che si stendono
tutte intorno al piccolo golfo, sulla cui spiaggia sono alcune barche
tirate a secco e nel porto poche paranze.
Alla _locanda_, seduto dinanzi al cavalletto, ho trovato un compatriota
tedesco, distinto paesista; pitture di marine, da poco terminate stavano
sulle pareti e provavano che l'autore non aveva perduto il suo tempo.
Non gli ho celato la mia delusione, ma egli mi ha portato alla finestra
e mi ha fatto osservare il mare che scintillava di luce e all'orizzonte
i monti che si profilavano in una tinta azzurrina. Non era trascorsa una
giornata che io non pensava più a tutte le amene riviere che conoscevo
ed ero completamente conquistato dal nuovo fascino di questa solitaria
spiaggia di Anzio. Essa mi ha ricordato quelle del mio mar Baltico, meno
belle e pittoresche e più d'una volta alla vista di queste gialle coste
senza rocce, ho esclamato: Ma questo è proprio Neukuhren, Wangen,
Sassau! La spiaggia del mar Baltico e quella del mare latino si
somigliano fra loro, come un'ingenua canzone popolare ricorda i classici
idilli di Teocrito.
Nè Poussin, nè Claudio, nè Salvator Rosa sarebbero certo qui venuti a
trarre per le loro marine l'ispirazione. Nulla vi ha qui di epico, di
eroico, di grandioso, di ardito, di bizzarro, di fantastico. Tutto v'è
ampio, largo, indeciso, ma tranquillo, pieno di dolcezza, idillico
insomma. Quest'ampia, lunga spiaggia ha un significato veramente lirico,
ed ora mi so spiegare l'attrattiva che essa aveva su i Romani,
preoccupati sempre delle sorti del mondo intero. I contemporanei di
Augusto, di Caligola, di Nerone (questi era appunto di Anzio) amavano
sottrarsi a tutte le preoccupazioni della capitale e godere, per un
mese, nell'estate, in Anzio, il dolce far niente, come anche oggi è
solito fare il papa.