ripido sentiero; laggiù il torrente Cosa rumoreggia in una stretta gola
e, per un poco, la strada segue le sue sponde ombreggiate da piante di
castagno e d'ambo i lati sorgono imponenti pareti di roccia. A sinistra
s'innalza il monte Marginato che stende nell'aria la sua imponente
massa, gettando un'ombra cupa e profonda sulle acque che gorgogliano con
forza tra le pietre. A destra sorge un'altra rupe non meno scoscesa,
ricca di vegetazione, nella quale appunto è scavata la grotta. Anche
l'entrata promette qualche cosa di straordinario. Una nera gola si apre
fra scure masse di pietra, ed una corrente d'aria gelata pare scaturisca
dalla più grande profondità.
Ci coprimmo bene prima di entrare. Le guide ci avevano preceduto colle
torce accese, e le leggiere nuvole di fumo che salivano su dalle fessure
della parete esterna ci avvertirono che esse erano già dentro la grotta.
Ho visto molte caverne nei monti e, in generale, non sono molto propenso
ad ammirare questi scherzi della natura; perciò entrando nella grotta di
Collepardo non mi ripromettevo nulla di straordinario. Ma nonostante le
mie prevenzioni, confesso che mi fece molta impressione specialmente per
la sua grande ampiezza. Si compone di due parti principali, come due
immense sale che, in mezzo, sono separate da una parete mezzo rovinata.
Le pareti sono nere o giallo-scure come il pavimento, sparso di grosse
rocce sulle quali ogni tanto bisogna arrampicarsi, e dalla volta
irregolare del soffitto pendono stalattiti delle più svariate forme,
mentre altre bizzarre figure isolate o in gruppi pare che sorgano dal
suolo stesso incontro a voi. Le figure più strane si sono formate nella
parte posteriore della grotta e per farcele vedere meglio, le guide ci
fecero aspettare un poco per illuminarla bene prima che vi entrassimo.
Molti uomini e ragazzi si erano messi in piedi qua e là colle loro
torcie, e per di più avevano acceso in diversi punti grossi mucchi di
stoppa. Quando gettai lo sguardo nella sala così illuminata essa offriva
certamente uno strano spettacolo. Ora pareva di entrare in un tempio
egiziano sostenuto da nere colonne tra le quali fossero sfingi ed idoli
scolpiti. Ora invece sembrava di girare in un bosco di palme o di altre
fantastiche piante di pietra. Dalle pareti pareva pendessero lancie,
sciabole e rigide armature di nani e giganti. Tutto ciò si animava alla
luce delle fiaccole che facevano risaltare alcuni gruppi, gettando
un'ombra profonda sugli altri. A volte le nuvolette di fumo, errando qua
e là formavano come un velo; i gufi ed i pipistrelli, disturbati nella
loro quiete, svolazzavano nell'aria umida gettando grida selvagge.
Queste grotte non si possono descrivere, perchè ognuno le vede in modo
speciale e le popola di fantasmi diversi, secondo l'immaginazione
individuale. Naturalmente le più notevoli di queste stalattiti hanno un
nome ma mi è rimasto impresso soltanto quello dei così detti «_Trofei
dei Romani_». Senza dubbio la grotta di Collepardo contiene un seguito
di sale simili a queste e si estende profondamente nella montagna, ma
ancora non vi è modo d'inoltrarvisi.
In questa regione vi sono molte grotte scavate nella pietra calcare, che
un tempo saranno forse servite di rifugio a qualche eremita. Anche
nell'anno 1838, presso Collepardo, in una grotta del vicino monte
Avicenna, abitava un eremita.
Nel settembre di quell'anno si presentò là un giovane francese, a nome
Stefano Gautier, e disse di aver seguito un'ispirazione celeste che lo
aveva chiamato in quella solitudine per condurvi una vita da anacoreta.
Lo straniero si stabilì in quella grotta, dove gli portavano da mangiare
e da bere. Pregava e portava cilizi; lo si vedeva spesso a Collepardo, a
Veroli e nella Certosa di Trisulti, dove visitava le chiese e discorreva
coi frati. La sua condotta era irreprensibile, anzi passava per santo,
quantunque fosse ancora molto giovane. Gautier aveva già trascorso due
anni in quel l'eremitaggio, quando un giorno gli sbirri circondarono il
suo rifugio, e lo arrestarono, conducendolo con loro. Nessuno conobbe la
causa di questo arresto e non si potè sapere nulla di preciso del suo
destino; si seppe solamente che il santo era stato consegnato nelle mani
della giustizia francese e corse voce che egli avesse preso parte ad uno
degli attentati contro la vita di Luigi Filippo.
La natura ha riunito molte cose notevoli intorno a Collepardo, perchè
solo a poca distanza dalla grotta delle stalattiti, vi sono le famose
sorgenti d'Italia, il pozzo di Santulla, proprio sulla via che conduce
alla Certosa. Volevo giungere a questa Certosa prima di sera per
chiedere ospitalità ai frati. Dopo una cavalcata di mezz'ora in mezzo
agli orti e su di un sassoso altipiano, mi trovai ad un tratto sull'orlo
di una cavità circolare che mi rammentò vivamente le grandi latomie di
Siracusa. Questa misteriosa fonte ha una circonferenza di 1500 passi,
discende ad una profondità di 150 piedi circa e nel fondo lascia vedere
una foresta di un verde cupo di arbusti e piante rampicanti che al più
leggero soffio della brezza si agitano mollemente come le onde di un
lago.
Il sole dall'alto del limpido cielo lasciava cadere delle striscie di
luce in quella profondità e vedevo delle bianche farfallette svolazzare
allegramente qua e là fra le piante di quello strano bosco sprofondato
laggiù. Tralci fioriti coprivano i rami di questi alberi che, a quanto
si assicura, sono alti fino trenta piedi, e pure visti dall'alto
sembrano piccoli arboscelli. Quella splendida fioritura cresciuta a
quella profondità, i selvaggi sentieri che si confondevano come un
laberinto nell'oscura boscaglia, lo svolazzare delle farfalle nate
laggiù, seducevano la fantasia che si figurava in quel magico boschetto
sotterraneo un paradiso di fate ed un giardino di delizie per Oberon e
Titania.
Laggiù scaturiscono abbondanti sorgenti dal corso misterioso che
mantengono il verde dell'erba, mentre questa vasta conca tira a sè la
rugiada notturna.
Discendendo collo sguardo lungo le pareti giù nel profondo si osserva
una meravigliosa vegetazione: in forme bizzarre e fantastiche, simili
alle stalattiti, crescono dappertutto cespugli di lentischi e ginestre
selvatiche dai fiori dorati. Le pareti presentano tutti i variati colori
dell'iride perchè ora la roccia si tinge di un delicato grigio argenteo,
ora invece è di un bel rosso acceso, giallo o turchino scuro, oppure
nero addirittura. Il paesaggio alpestre che circonda questa fonte offre
uno spettacolo di straordinaria bellezza. Qui, dietro gli alberi
verdeggianti, sorge melanconicamente l'oscuro villaggio di Collepardo,
laggiù una lunga distesa di valli rocciose discende a perdita d'occhio,
più in là si elevano monti giganteschi dalle forme maestose sulle cui
cime ancor vergini si librano solitarie aquile reali e le nubi dalle
forme fantastiche stendono il loro bianco velo.
Sull'orlo dell'abisso erano sdraiati, insieme con le loro capre, pastori
dall'aspetto quasi selvaggio, ciociari della montagna coi lunghi bastoni
a foggia di lancia, ed animavano colla loro presenza la scena grandiosa,
mentre alcuni robusti ragazzi si divertivano a gettare dei sassi che
cadevano in quella profondità con un sordo rumore, facendo uscire dai
loro nidi i colombi selvatici che svolazzano qua e là sopra le piante.
Quantunque questi pastori mi volessero dare ad intendere che in fondo a
quel misterioso abisso vivesse una tigre, pure ammettevano che di quando
in quando vi facevano scendere le capre legate ad una corda. Queste
bestie trovavano laggiù acque ed erba in abbondanza e vi rimanevano dei
mesi finchè non le andavano a riprendere riportandole su ingrassate ed
in ottimo stato.
Se il pozzo fosse in Germania od in Scozia la fantasia popolare lo
avrebbe certamente popolato di esseri favolosi, ma gl'italiani in genere
non hanno nessuna tendenza per le favole. L'aria è troppo limpida e
serena in Italia perchè i racconti del soprannaturale possano essere
gustati. Trovai il racconto dell'origine di questa fonte, narratomi da
quei pastori, molto caratteristico perchè è una leggenda. Il pozzo, mi
dissero, era una volta una grande aia circolare; i contadini un giorno
osarono battervi il grano benchè si solennizzasse l'Assunzione della
Beata Vergine. La Madonna adirata di quel sacrilegio fece sprofondare ad
un tratto l'aia con tuttociò che vi si trovava sopra e così si formò il
pozzo circolare. Del resto, non essendovi nei dintorni alcuna traccia di
vulcani, potrebbe essere giusta l'opinione di alcuni che suppongono che
il pozzo fosse una caverna di cui sia sprofondata la volta.
Mi staccai con dispiacere da questo meraviglioso fenomeno immaginando
con desiderio il meraviglioso spettacolo che esso deve offrire di notte,
quando la luna è sospesa su quelle montagne deserte ed i suoi pallidi
raggi illuminano le pareti della fonte penetrando tra le piante del
magico bosco.
I pastori guidarono me ed il mio compagno per sentieri sassosi, finchè
giungemmo alla strada mulattiera che conduce alla Certosa di Trisulti.
Quest'abbazia tanto famosa doveva essere distante circa un miglio
tedesco e non si vedeva ancora ma ci additarono lassù, in cima alla
montagna che avevamo dinanzi, la scura linea di un bosco di quercie,
dietro al quale si trovava un podere, vero modello di coltura alpestre.
Ricordo pochi paesaggi montuosi più belli e d'aspetto più selvaggio di
quello che traversavamo allora. Ora lo sguardo si sprofondava giù in un
vertiginoso abisso in fondo al quale rumoreggiava il Cosa, ora si
elevava alla splendida catena di monti, fra i quali spiccava gigantesca
la piramide del Monna spingendo la sua cima verso il cielo.
Seguitammo a scendere e dopo una mezz'ora di cammino, reso molto
malagevole per dover girare le grigie roccie, che poste sulla strada
come sentinelle sbarravano il passo, giungemmo al torrente che si è
aperto la via tra due montagne e tuonando precipita le sue acque
spumeggianti attraverso le nere gole.
Il sole era già calato dietro i monti e i suoi ultimi raggi infuocati
indoravano ancora le vette circostanti. Cominciammo a salire e nel
voltarmi indietro vidi a poca distanza da me otto o dieci soldati che si
avanzavano a rapidi passi sul sentiero dietro di noi. Dubitai che
dessero la caccia ai briganti, ma non era probabile, perchè la
famigerata banda di Gasperone non abitava più quelle montagne, dove
ancora in molti luoghi si possono leggere nomi di briganti famosi da
loro stessi scolpiti sulle roccie coi loro pugnali.
Quei soldati, come mi disse il mio compagno che si mostrava bene
informato, venivano da Alatri per visitare la Certosa, godendo
dell'ospitalità dei frati, perchè dovete sapere che le ricche tonache
bianche sono obbligate dalla loro regola ad ospitare gratuitamente per
tre giorni ogni viandante, e se anche un intero esercito volesse entrare
nella Certosa, non potrebbero chiudergli in faccia la porta del
convento. Siccome sapevo che la brigata insieme alla quale avevo
visitato la grotta di Collepardo aveva passato la notte precedente alla
Certosa, mangiando alle spalle di quei monaci, quando vidi dietro di me
quei soldati mezzo affamati, che già pregustavano col pensiero il buon
pranzo del convento, fui preso da una certa inquietudine, cominciando
anch'io a sentire gli stimoli della fame: «Vieni, Francesco, dissi,
affrettiamo il passo, perchè quei soldati non arrivino prima di noi alla
Certosa, se no correremo il rischio di trovare i frati di cattivo umore
quando busseremo alla loro porta per chiedere vitto ed alloggio».
Francesco sorrise e proseguimmo la nostra via con maggiore alacrità.
Ero giunto all'altura su cui sorge la Certosa di Trisulti: essa si trova
sul largo altipiano delle magnifiche montagne che le si aggruppano
intorno. Uno splendido bosco di quercie mi toglieva ancora la vista del
convento. Andando avanti vidi da lontano due frati vestiti di bianco che
passeggiavano su e giù nella fresca ombra di quegli alberi maestosi, ed
invidiai la quiete filosofica che sembravano godere. Se vi è un luogo in
cui lo spirito umano possa raccogliersi nella più seria ed elevata
meditazione, dev'essere qui in una delle più sublimi solitudini che io
abbia mai visto.
Una leggera brezza vespertina soffiava, agitando le vette di quelle
ombrose piante secolari, ed intorno sorgevano solenni e maestose le
montagne. Ad un tratto la campana del convento echeggiò nel bosco e
sentii in me l'influenza potente dello spirito medioevale.
Mi avvicinai ad un frate presentandomi come viaggiatore e gli chiesi
ospitalità per una notte. Il frate ben pasciuto, dall'aspetto imponente,
m'indicò il convento e mi disse che dovevo presentarmi al guardiano.
Dopo un breve tratto di strada attraverso al bosco la Certosa si
presentò al mio sguardo.
Giunto ad una tale altezza su di una montagna quasi impraticabile, dopo
essersi dovuto arrampicare faticosamente per pendii diruti e rocciosi,
il viandante prova una deliziosa ed ineffabile impressione, trovandosi
ad un tratto dinanzi ad una fiorente oasi di coltura. Quel piccolo
paradiso, l'Eden di quei monaci, spiccava sul fondo delle foglie verdi,
solitario, fantastico, meraviglioso. La Certosa non si compone di un
unico fabbricato, ma di un gruppo di cappelle, di chiese, di cortili
cintati, di costruzioni di ogni genere, la cui comoda disposizione
denota ricchezza e tranquilla felicità. Le fanno corona folte piante
annose isolate od in gruppi. Nei recinti chiusi vacche, pecore e capre
pascolavano mentre i frati camminavano su e giù sorvegliando i servi che
lavoravano; vi era un animato movimento di ogni genere di persone, tutte
mantenute dal convento.
Il guardiano, uomo alto e serio con una lunga barba ondeggiante, mi
accolse cortesemente alla porta del vestibolo e mi disse di presentarmi
al superiore che avrebbe poi dato l'ordine che fossi ricevuto.
Indi venni condotto nel vasto cortile interno di forma quadrata,
circondato dai diversi fabbricati del convento e dalla facciata della
chiesa.
Tutto è mantenuto colla più scrupolosa cura e nettezza, ma le
costruzioni non hanno nulla di antico anzi portano l'impronta, dello
stile sfarzoso del secolo XVIII. Nell'interno vi sono dei corridoi
lunghi ed ariosi sui quali si aprono d'ambo i lati le celle dei monaci.
Trovai il superiore seduto dietro ad uno scrittoio in una stanza
spaziosa, occupato ad ascoltare alcuni domestici che pareva gli
esponessero qualche richiesta. Egli accettò volentieri la mia preghiera
di essere ricevuto nel convento senza farmi alcuna domanda sulla mia
patria o sulla mia religione. Certamente a quei frati bastano un rapido
sguardo alla fisonomia del forestiere e le poche parole scambiate con
lui per riconoscere subito il cattolico od il protestante.
Salutai il superiore dopo che mi ebbe consegnato ad un laico incaricato
di condurmi alla foresteria. Si dà questo nome alle camere appartate che
in questi conventi sono destinate ai forestieri: ve ne sono di prima o
seconda classe secondo la condizione dell'ospite. Chi è giudicato più
distinto ha una camera nella foresteria nobile o dei signori, gli altri
si contentano di un modesto alloggio, e quelli d'infima condizione sono
condotti nelle camere dei servi o nelle stalle dove i poveri viandanti
si devono sdraiare sulla paglia. Mi fu assegnata una buona camera vicino
al refettorio. Un letto pulito, cambiato di fresco prometteva un buon
riposo ed il cameriere, un giovane svelto, che era stato garzone
d'albergo in diverse città, ed ora era addetto alla foresteria, mi dette
la consolante notizia che all'ora prescritta dalla regola sarebbe stata
servita la cena nella sala attigua. Nel frattempo, mi disse che ero
libero di visitare il monastero come più mi piaceva.
Un frate laico mi accompagnò in giro facendomi da cicerone. Vi sono però
poche cose notevoli nella Certosa, poichè purtroppo tutto ciò che vi era
di antico è sciupato o scomparso, così non trovai nulla d'interessante
per i miei studî. Però la posizione stessa del monastero su quegli alti
monti, la vita di quei monaci nella loro solitaria repubblica, la loro
influenza pratica sulla società, la storia di questi ordini singolari
offrono ampia materia di osservazione. Brunone, uno di quei santi leali
dell'epoca delle crociate, fondò la regola dei Certosini alla fine
dell'XI secolo. Questo ordine che riuniva in sè la vita sociale dei
monasteri e quella degli anacoreti, condannato alla più rigida rinunzia
di ogni cosa terrena, prese il nome dal luogo detto la Certosa vicino a
Grenoble dove venne fondato. I suoi statuti (_consuetudines
Cartusianae_) risalgono all'anno 1134 ed ottennero l'approvazione del
Papa nell'anno 1170. L'ordine si estese presto in molti paesi. Fino
dall'anno 1208 questi padri si stabilirono a Trisulti, di cui Innocenzo
III fece loro donazione. Essi trovarono qui un monastero in rovina che
era appartenuto un tempo ai Benedettini, e nell'anno 1211 eressero su
quelle rovine la nuova Certosa. Si dice che un Castello Trisalto abbia
dato il nome a quel luogo comunemente designato _a tribus saltibus_ da
tre alture boscose.
Quantunque il voto di povertà sia imposto ai monaci dalla regola, esso
non esclude la ricchezza del convento e Trisulti acquistò col tempo
vaste tenute, che possiede ancora, nella provincia di Frosinone. Questa
Certosa non si distingue certamente, come quella di Pavia, per la
bellezza dell'edificio e per le opere d'arte, anzi ha un carattere
assolutamente rurale. Non vi si trovano nemmeno gli splendidi locali che
vanta la Certosa di Roma nelle Terme di Diocleziano, questa del resto è
una fondazione più recente, del secolo XVI, e riconosce come madre la
veneranda Certosa di Trisulti. La piccola chiesa del convento costrutta
da Innocenzo III nell'anno 1211 e restaurata nell'anno 1768 è adorna di
svariati marmi e di molte pitture. Sulla porta d'ingresso vi è una
pittura che ricorda la fondazione della Certosa e vi è rappresentato
Innocenzo III che ne mette in possesso i certosini. Ai due lati della
chiesa è dipinto il martirio dei Maccabei a cui fa riscontro la
persecuzione che i Certosini ebbero a soffrire in Inghilterra sotto
Enrico VIII. Nel coro, meravigliosamente adorno, si vede Mosè che fa
scaturire una sorgente dalle rupi e, di fronte, Brunone che ripete lo
stesso refrigerante miracolo. Il refettorio, in cui si vede una pittura
adattata al luogo, rappresentante il miracolo della moltiplicazione dei
pani e dei pesci, è una sala molto spaziosa. Qui i fratelli nei giorni
di festa si riuniscono ad una mensa comune, perchè negli altri giorni la
regola prescrive ad ognuno il pasto solitario nella cella. Mi fecero
vedere anche la cucina brillante di pulizia ed il forno dove si prepara
in grande abbondanza un pane gustoso di due qualità una fina e l'altra
più ordinaria. Un bacino d'acqua da cui sbocca un canale, mette in moto
il mulino posto in un cortile. La cosa più degna di nota però, quella
che mi fu mostrata col più giusto orgoglio, è la farmacia e vi entrai
con maggior devozione di quella che mi avrebbe ispirato una chiesa.
L'associare le cure del corpo a quelle dell'anima è un'antichissima
missione di questi ordini religiosi posti in contrade isolate. I frati
che si dedicano alla medicina vi spiegano un'attività largamente
efficace e veramente degna di lode. La natura dei monti li invita ad un
continuo studio delle erbe medicinali, che vi crescono in abbondanza, e
infatti, quale più gradita occupazione vi può essere che l'erborizzare
in quelle montagne, fra quelle roccie e quei ruscelli, raccogliendo
piante balsamiche di miracolosa efficacia e prepararne poi delle
medicine?
Un bel frate con una lunga barba rossiccia che gli dava proprio l'aria
di un mago del medio-evo, mi ricevette nel più lindo tempio di Esculapio
che si possa immaginare. Il fabbricato dov'è posta la farmacia non è
lontano dall'ingresso del convento, nell'interno del muro di cinta.
Davanti alla sua loggia aperta, un giardino molto ben tenuto rallegra
l'occhio e l'animo, offrendo la vista di una quantità di piante fresche
e profumate delle più svariate specie, fra le quali non mancano neppure
molti fiori ornamentali. La terrazza era adorna di arbusti fioriti
dentro grossi vasi. Entrando da una porta a vetri ci si trova in una
ricca farmacia. L'erudito monaco mi fece molto gentilmente ammirare i
suoi tesori racchiusi in vasi ed in ampolle, e rimpiansi vivamente di
non saperne abbastanza di medicina, per poter comprendere e gustare la
sua conversazione. Nel frattempo comparvero molti contadini a chiedere
delle medicine che sono date gratuitamente. La farmacia di Trisulti è
conosciuta e venerata ovunque come la casa della salute ed i suoi
benefizi sono risentiti fin giù nella campagna del Lazio travagliata
dalla febbre.
Se nei dintorni si fa molto uso dei medicinali di questa farmacia, i
frati stessi vi devono ricorrere raramente. Non mi ricordo di aver
trovato facilmente dei frati di aspetto più robusto. La tranquillità
d'animo, una dieta sempre ugualmente severa e soprattutto l'aria
eccellente di quei monti li conservano in salute; i loro giorni e le
loro notti scorrono interrotti od occupati continuamente dallo sforzo
mentale delle ripetute preghiere e dalle funzioni di Chiesa, ma esente
da patemi d'animo.
Il convento possiede una piccola biblioteca e vi sono dei frati che si
dedicano a studi severi, ma in generale lo studio non è troppo coltivato
in quel deserto. Me ne persuasi conversando col bibliotecario mentre
passeggiavamo insieme nel grande cortile, e vedendo che le mie domande
ponevano nell'imbarazzo quel bravo uomo stimai conveniente di non
seguitare quel discorso. Mi congedai da lui e mi sedetti in uno dei
cortili osservando le figure dei monaci che passeggiavano. Essi
apparivano veramente maestosi nelle loro tonache bianche come la neve.
Mi sorprese il vedere che non portavano nè barba, nè capelli poichè
ogni mese si fanno radere due volte anche la testa lasciando solo una
corona di capelli. Soltanto i laici portano una lunga barba come i frati
cappuccini. Vi sono molti gradi fra i monaci, simili a quelli dei
mistici seguaci di Pitagora. Non vidi i frati più elevati in grado
perchè erano nelle loro celle. Il silenzio nel quale si racchiudono, può
esser considerato come il sacrifizio supremo a cui possa giungere il
fanatismo umano spinto dalla religione. Rinunciando alla parola, la
chiave della vita e delle cose, essi confinano l'anima in una quiete
quasi spaventosa che equivale ad una completa cecità morale: _Memento
mori_ è il raccapricciante saluto col quale essi interrompono il
silenzio incontrandosi.
Pare che a questi morti che camminano, a questi spettri viventi, sia
concesso di abbellire le proprie celle procurandosi qualche distrazione.
Chi coltiva entro cocci dei fiori coi quali tacitamente conversa; altri
si bea la vista con l'effigie di un santo, o custodisce un uccello in
gabbia dilettandosi al suo canto, dato però che un uccello possa cantare
in quelle celle di spettri. Talvolta la natura ribelle infrange con
violenza la regola, che gli preclude la rivelazione divina della vita,
ed il muto volontario comincia a parlare, ed è punito subito colla
flagellazione. Può darsi che fra questi monti sereni e muti, il
tormento del silenzio sia più sopportabile che altrove, perchè qui pare
che la voce d'Iddio parli sola nello stormire del vento, fra le foglie
del bosco, nello scrosciare impetuoso del Cosa selvaggio, nella bufera
che imperversa fra lampi e tuoni, su quelle alte cime. Che spiriti tetri
e melanconici devono giungere a plasmare la natura, le celle e la regola
del convento! Se lo sguardo avesse la potenza di penetrare in queste
anime chiuse certamente vedrebbe le cose più straordinarie.