Le case del paese non bastano ad alloggiare tutti i pellegrini, e a

tarda notte si vedono questi uomini, abituati ai disagi, distesi a

gruppi sul selciato duro e disuguale. Se ne vedono nelle strade, in

mezzo alle piazze, intorno alle fontane, offrendo, in proporzioni

ridotte, lo spettacolo di una fermata notturna di un popolo migrante. Ma

è un'antica legge celeste che piova, quando l'umanità si riunisce per

solennizzare qualche festa, perchè non vi è maggior burlone del cielo,

quando guarda di lassù il bizzarro agitarsi dei miseri mortali. I

pellegrini si erano appena coricati alla meglio, quando cominciò a

piovere. Allora avvenne una fuga generale in mezzo alla confusione ed ai

lamenti, tutti in massa si precipitarono alla ricerca di un portone o di

un tetto sporgente ove ripararsi. E quanti di quegli infelici, esausti

dalla fatica, per miseria o per averne fatto il voto, rimasero digiuni!

La mattina dopo, la festa incomincia con la messa solenne e con una

specie di vendita religiosa. All'entrata della chiesa vengono venduti

gioielli d'oro, imagini sante, corone, ampolline della grossezza di un

dito, contenenti olio delle lampade che ardono davanti al quadro della

Madonna. La folla le acquista avidamente per un _baiocco_, quale rimedio

infallibile contro tutte le infermità.

Nel pomeriggio, musica suonata da una banda sulla piazza, e poi

l'inevitabile tombola o lotteria, ed alla sera fuochi artificiali.

Quindi anche i pellegrini ballano allegramente sotto le piante del

parco, ma la maggior parte preferiscono far ritorno alle lor case,

appena recitate le preghiere ed offerti i loro doni. Si vedono ripartire

cantando, in gruppi come quando sono venuti, tutti infiorati da quei

mazzi di rose e garofani artificiali, che si vendono in tutte le feste

pubbliche del mezzogiorno. Nel ritorno, giunti al punto da dove per

l'ultima volta si può vedere Genazzano, s'inginocchiano, con le mani

appoggiate ai loro bastoni e dicono in silenzio la preghiera d'addio.

Tale scena, all'aria aperta mi è sembrata la più bella di tutte. Mi

fermai con piacere ad osservare le belle donne che s'inginocchiavano con

una mossa graziosa collo sguardo rivolto verso quel santuario da cui si

congedavano portando nel cuore qualche consolazione.

Lasciamo noi pure Genazzano e rechiamoci a Paliano e ad Anagni.

* * *

Paliano, città di 3700 abitanti, è situato a circa sei miglia di

distanza da Genazzano, su una collina rocciosa, ombreggiata da boschi e

coltivata a vigne, isolata in mezzo alla campagna. Vi si arriva per una

buona strada, attraverso a campi di granturco; alla sua sinistra si leva

la gran piramide del monte Serrone, che imprime a tutta la contrada un

carattere di grandiosità e di maestà.

Più comodo e più bello è il sentiero, praticabile anche a cavallo, che

conduce in cima alla collina rocciosa. Lassù sorge la piccola e solida

fortezza bianca, che fu una posizione importante un tempo, disputata

spesso nelle guerre della Campagna romana e nelle lotte che i Colonna

sostennero con i Papi. Alta e scoscesa non è difficile difenderla anche

contro l'artiglieria. Ora è ridotta a prigione e contiene duecento

galeotti, custoditi da una compagnia di cacciatori pontifici. La città

si stende sotto al castello e lo circonda. Le strade e le piazze sono

strette, le case nere e di miserabile aspetto, eccettuato qualche

edificio che ha pretesa di palazzo; non vi ha altro movimento che quello

dei contadini che si recano ai campi e ne ritornano.

Mi occuperò ora del palazzo dei Colonna, un ramo dei quali assunse il

nome di Paliano e ne diventò poi il principale. E' un bell'edificio di

tufo grigio, di forma quadrangolare, formato da due soli piani, ma

vastissimo e collocato all'ingresso della città, sul fianco della

collina, da dove si gode una vista stupenda. Lo stile, elegante,

appartiene al principio del XVII secolo, ciò che dimostra che dovette

essere restaurato in quel tempo.

Quando si conosce la storia degli illustri personaggi della famiglia

Colonna, e si sa l'influenza da loro esercitata sulle vicende di Roma e

d'Italia, non si può fare a meno di visitare con vivo interesse Paliano.

Prima di entrarvi ricordiamo brevemente la storia dei più illustri tra

i Colonna.

Non è molto che lo scrittore romano Antonio Coppi, ben noto come

continuatore degli _Annali_ del Muratori, ha pubblicate le sue _Memorie

Colonnesi_ (Roma, 1855), opera seria, piena di notizie importanti per la

conoscenza della famiglia Colonna e di Roma nel medio evo. Quest'opera

fornisce eccellente materiale agli studiosi, tolto dall'archivio dei

Colonna. D. Vincenzo Colonna[1] pose a disposizione del Coppi questo

archivio, come già lo aveva messo a disposizione di un altro storico

della sua famiglia, il conte Litta di Milano. Fra i molti archivi delle

famiglie nobili, che in Italia abbondano, quello dei Colonna occupa per

importanza storica uno dei primi posti. Irrequieta, bellicosa ed

ambiziosa, questa famiglia, sorta sui primordi del medio evo, riassume

in sè la storia di Roma e dell'agro romano. Divenuta ricca con

l'ingrandimento dei suoi dominî, non potè però mai, come altre famiglie

anche meno antiche, soprattutto nell'Italia settentrionale, erigere un

principato indipendente, perchè i suoi possessi erano nello stato del

Papa; da ciò guerre interminabili con la Santa Sede ed una tendenza a

parteggiare per gl'imperatori. La casa Colonna brillò assai più in

guerra che nella pace, sebbene abbia dato alla Chiesa un papa, Martino

V, che pose fine allo scisma, e molti cardinali. Poco coltivò le scienze

e le lettere; in queste, più dei Colonna, brillarono alcuni papi

stranieri e le loro famiglie, che è inutile qui ricordare. Appena, nella

loro lunga storia, si trovano alcuni nomi che si riattacchino alle

scienze, alle lettere ed alle arti: ricorderemo solo i rapporti del

Petrarca col vecchio Stefano Colonna e coi suoi colti e valorosi figli,

ed il nome dell'illustre poetessa Vittoria Colonna, contemporanea di

quelle due bellissime donne, Giulia Gonzaga e Giovanna d'Aragona, che

entrarono per matrimonio nella sua famiglia.

L'origine di questa famiglia è incerta: Sembra però che essa discenda da

quei conti di Tuscolo, che erano potenti in Roma nel X secolo. Secondo

questa ipotesi, il capostipite dei Colonna sarebbe il margravio

Alberico, marito della famosa Marozia, morto nel 924, cinque discendenti

del quale, quasi l'un dopo l'altro, occuparono il seggio di S. Pietro.

Tuttavia il nome dei Colonna non appare la prima volta che ai primi del

secolo XII, con Pietro Colonna, di cui ho parlato. In questo primo

periodo noi li vediamo nominare già come signori di Zagarolo e di Monte

Porzio. Siano o no i Colonna discesi veramente dall'antica casata dei

conti di Tuscolo, scomparsi quando questa città fu distrutta dai Romani

(1191), quello che è certo si è che essi vennero da quei monti e che a

poco a poco estesero i loro dominî nella campagna romana, da Monte

Fortino,[2] cioè dai monti Volsci, sino ai monti Equi ed Ernici e sino

alla Sabina. Palestrina fu la loro sede principale, e tutti i paesi

circostanti passarono sotto la loro giurisdizione.

Nel secolo XIII cominciò la loro potenza e la loro grande influenza in

Roma, dove già da molto tempo possedevano un palazzo presso la chiesa

dei _Santi Apostoli_, nella regione di _Via Lata_. Cardinali di questa

famiglia ebbero parti importanti in questo secolo, e la storia degli

Hohenstaufen ricorda spesso i Colonna come ardenti ghibellini in Roma.

Chi ignora la parte da essi avuta nella caduta di Bonifacio VIII?

Nel XIV secolo, durante l'esilio dei papi ad Avignone, lottarono senza

tregua per la signoria su Roma coi potenti Orsini, che d'allora in poi,

furono loro costanti nemici ed amici dei papi. Rifulse in questo

periodo, quale capo della casa, il vecchio Stefano Colonna. A lui

Petrarca indirizzò sonetti ed epistole.

Fu in questo secolo che si separarono i due rami di Palestrina e di

Paliano.

Nel secolo XV crebbe ancora la potenza della casa, prima per i grandi

favori di Ladislao re di Napoli e di Giovanna II, e poi per l'elezione a

papa di Ottone Colonna, sotto il nome di Martino V. I Colonna ottennero

dunque molti feudi nel reame di Napoli, principalmente il ducato dei

Marsi (da cui presero il titolo di: _Marsorum dux_), la contea di Celano

e quarantaquattro villaggi e castelli.

Ai tempi di Sisto IV vennero in guerra con la Santa Sede; Girolamo

Riario, nipote del papa, assediò Paliano, ma l'assedio fu tolto in

seguito alla morte improvvisa del pontefice. Del pari guerreggiarono con

Alessandro VI, e durante quegli anni la campagna romana fu quasi sempre

desolata dalle armi. Fu il ramo di Paliano che in questo periodo diede

gli uomini più illustri della famiglia. Ricorderò solo Fabrizio, primo

connestabile della casa, e i suoi due figli, Ascanio (1522-1553), marito

di Giovanna d'Aragona, e Vittoria, moglie del marchese di Pescara,

Ferdinando d'Avalos. Marcantonio, figlio di Ascanio, rinomato come uno

dei vincitori della battaglia di Lepanto. Nessuno poi ignora quale parte

ebbe prima di ciò Pompeo Colonna nelle disgrazie di Clemente VII e nel

sacco di Roma.

Verso la metà del secolo XVI i Colonna furon minacciati da un grave

disastro: venuti in dissidio con Paolo IV, furon da questo papa, di

natura irritabile, spodestati di tutti i loro dominî, come già lo erano

stati da Bonifacio VIII. Il pontefice eresse Paliano in ducato e lo donò

a suo nipote Giovanni Caraffa. Marcantonio, capo della casa Colonna, si

difese e, con l'aiuto del duca d'Alba, percorse la campagna romana per

riconquistare i suoi possessi: da ciò ebbe origine la famosa guerra fra

Paolo IV ed il re di Spagna, conosciuta sotto il nome di «Guerra della

Campagna». Essa terminò nel 1557 con la pace di Cave (presso Genazzano),

negoziata fra il duca d'Alba e il cardinale Carlo Caraffa. Solo dopo la

morte di Paolo IV però, Marcantonio potè rientrare nel possesso de' suoi

beni; tutti coloro che se ne erano impossessati fecero un'orribile fine.

Giovanni, duca di Paliano, fu decapitato a Roma nella Torre di Nona, e

il cardinale Caraffa fu strangolato in Castel Sant'Angelo.

Marcantonio può ritenersi come l'ultimo dei Colonna potenti: egli morì

a Paliano nel 1584. Dopo di lui le cose cambiarono; i baroni cessarono

di guerreggiare col papato ed i loro beni cominciarono ad assottigliarsi

a poco a poco, per le vendite a cui furono costretti dai debiti. La

gloria di Lepanto era costata loro ben cara; mi diceva Don Vincenzo

Colonna, che Marcantonio contribuì a questa guerra con un milione, e che

d'allora in poi la famiglia non si era mai più rialzata. Fin dal 1622

vendettero gli antichi possedimenti di Colonna e di Zagarolo, e nel 1630

dovettero vendere Palestrina, ora in possesso dei Barberini. La famiglia

venne man mano declinando e per sempre: il ramo di Paliano esiste

ancora; il suo capo attualmente è Giovanni Andrea, marito d'Isabella

Alvarez di Toledo, ma si è trasferito da Roma a Napoli, residenza

abituale dei Colonna. La maggior parte dei loro feudi è pure nel regno

di Napoli, avendo Filippo III Colonna (morto nel 1818) posseduto colà

sessantadue feudi, ventisette negli Stati della Chiesa ed otto in

Sicilia, con 149,403 vassalli. I feudi nello Stato pontificio erano:

Anticoli, Arnara, Castro, Cave, Ceccano, Collepardo, Falvaterra,

Genazzano, Giuliano, Marino, Morolo, Paliano, Patrica, Piglio, Pofi,

Ripi, Rocca di Papa, San Lorenzo, Santo Stefano, Sgurgola, Serrone,

Sonnino, Supino, Trivigliano, Vallecorsa e Vico.

I feudi erano maggioraschi e per la maggior parte vincolati a

fidecommesso, secondo le leggi locali. Ma la rivoluzione francese venne

a mutare i sistemi: nel reame di Napoli la legislazione feudale fu

abolita nel 1806, in Sicilia nel 1812, e negli Stati della Chiesa la

maggior parte dei baroni vi rinunziò nel 1816, seguendo l'esempio del

principe Colonna. A Napoli i fidecommessi vennero aboliti in parte nel

1807 e totalmente nel 1809; in Sicilia invece erano ancora in vigore

alla morte di Filippo III (ma disparvero qualche settimana più tardi, il

2 agosto 1818); nello Stato Pontificio sono tuttora in vigore. La

successione di Filippo fu perciò regolata da leggi diverse e l'asse

ereditario è stato diviso in più parti.

Filippo, discendente diretto di Marcantonio, lasciò solo tre figlie:

Maria (maritata a Giulio Lante della Rovere), Margherita (maritata a

Giulio Cesare Rospigliosi) e Vittoria (maritata a Francesco Barberini);

la nobile stirpe fu continuata da suo fratello Fabrizio.

Queste sono le notizie che ho creduto utile dare al lettore, prima

d'introdurlo nel castello di Paliano. Ma questo castello, che brillava

una volta per il suo lusso e la sua magnificenza, non è più oggi, come

tanti e tanti altri palazzi baronali italiani, che un luogo deserto e

silenzioso, dove un custode brontolone vi fa da guida, additando le nude

pareti e lamentandosi che siano scomparse le belle collezioni d'armi

della famiglia, trofei di tante battaglie, e che i quadri preziosi siano

stati venduti o portati altrove.

Però mi piace visitare questi antichi castelli nobiliari, in cui gli

alberi genealogici, anneriti dalla polvere e dal fumo, pendono ancora

dalle pareti, quasi piante disseccate, ed in cui le tappezzerie

ciondolano dai muri non meno lacere dei diplomi feudali, che il vassallo

ha finalmente fatto a pezzi. Quasi spettri, vi si vedono i ritratti di

una lunga serie di antenati, anneriti dal tempo nelle loro massicce

cornici dorate: essi evocano il ricordo di tutto un lontano passato

scomparso. Vi sono ritratti di guerrieri, di cardinali, di belle

gentildonne, di cui i colli alla Maria Stuarda ci fanno conoscere il

secolo in cui vissero. Veramente ne trovai pochi a Paliano, appena una

trentina di ritratti, intorno ai quali il guardiano non seppe darmi

alcuna informazione. La sua testa era ancora più vuota, più disordinata

del palazzo dei suoi padroni, e tutti i ricordi del passato erano

completamente sfumati nella coscienza di questo essere moderno. Quanto

avrei dato per sapere il nome di quella bella donna pallida, dagli occhi

nerissimi, vestita di un abito di velluto rosso! Eppure non domandavo

che un nome! Era forse Felice Orsini, o Lucrezia Tomacelli, o Diana

Paleotti? Oppure era quella stessa infelice duchessa di Paliano, di cui

la tragica fine fu uno dei più strani romanzi del suo tempo? Essa però

non fu uccisa in questo palazzo, ma in un altro castello di suo marito.

Nella piccola galleria non manca neppure il ritratto di un astrologo,

che ci siamo abituati a considerare quale _spiritus familiaris_ di ogni

nobile castello antico; un vecchio dalla barba lunga e bianca, con

un'ampia veste di velluto. Il suo abbigliamento è in armonia con i

mobili massicci e severi di quei palazzi medioevali, dove i nostri abiti

alla francese ed i nostri candidi guanti sembrano eccessivamente

ridicoli. L'astrologo di Paliano era, secondo l'iscrizione, _Nicolaus

Colinus de Paliano, astrologus insignis_.

Nelle altre sale, alle pareti sono appesi panorami e piante di molte

città, quali Madrid, Parigi, Venezia, Firenze e Genova.

Le sale sono di mezzana ampiezza e sembrano stanze di una casa di

campagna, se si paragonano alla principesca sala di ricevimento che si

ammira nel palazzo Colonna a Roma.

Presso il castello sorge la chiesa di S. Andrea, cappella gentilizia e

tomba dei Colonna del ramo di Paliano, un elegante edificio di modeste

proporzioni. Filippo I (1578-1639) vi raccolse le ceneri de' suoi

antenati, sparse in luoghi diversi, e vi fece costruire per sè e la sua

famiglia la cripta sotterranea. Scesi a visitarla e rimasi stupito di

trovarla priva di ogni ornamento; le pareti della sala, di forma

circolare, abbastanza ampia, sono intonacate di bianco e perfettamente

nude; non v'è nè un sarcofago, nè un monumento in marmo, e non vi si

vedono intorno che delle iscrizioni, i cui caratteri uniformi

appartengono al secolo XVII. Vi si leggono gli epitaffi di Marcantonio e

della moglie Felice Orsini, di Ascanio e di Giovanna d'Aragona, suoi

genitori; di Fabrizio e di Agnese di Montefeltro, suoi avi. Non so se la

più bella donna d'Italia, Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna,

si trovi sepolta a Paliano, nè sono riuscito a sapere se vi sia la tomba

della famosa Vittoria. Nel suo testamento ordinò di esser tumulata nel

monastero dove sarebbe venuta a morire; ella fece anche un legato per le

monache di S. Anna dei Falegnami, che l'avevano assistita durante la sua

ultima malattia, e lo stesso testamento fu dettato al letto della

morente il 15 febbraio 1547, nell'antico palazzo de' Cesarini, presso

l'Argentina. E' quindi molto probabile che ella sia stata sepolta nel

vicino monastero di S. Anna.[3]

Da Paliano non v'è strada carrozzabile che porti ad Anagni, distante sei

miglia, giacchè infatti questo paese non ha che una sola porta, che si

apre davanti a Genazzano, e chi arriva dal lato opposto, è costretto a

fare il giro delle antiche mura. Un sentiero tortuoso, praticabile a

cavallo, ma spesso ripido e scosceso per essere scavato nella roccia

calcare, che lo rende molto sdrucciolevole, conduce ad Anagni attraverso

la campagna deserta.

Ho fatto questa strada a cavallo, insieme con un contadino della

campagna romana, che avevo preso per guida, in una splendida giornata di

settembre, che rimarrà sempre fra le più belle delle peregrinazioni da

me fatte per la _Saturnia tellus_, tanto la vista di quelle contrade

selvagge e di quei monti maestosi era superba. La collina di Paliano

scende dolcemente verso il fiume, mentre dalle altre parti cade a picco;

essa è interamente coltivata a viti; sulla cresta, che noi seguivamo,

crescono folti cespugli di lentisco, fragole e mirto, ciò che mi ha

sorpreso, perchè il mirto preferisce di solito le coste e l'aria marina.

Sulla collina miseri coloni abitano in capanne di paglia a forma di

cono, come se ne vedono per tutta la campagna romana.

Passando per questa rustica colonia la strada giunge ad un monastero,

che sorge solitario fra verdi boschi di elci, castagni ed olmi: si

chiama S. Maria di Paliano. Quindi bisogna attraversare per l'unico ed

angusto sentiero la foresta che circonda tutta la collina. La discesa è

così ripida, che difficilmente si riesce a farla a cavallo. Giunti in

fondo, si trova una pittoresca e selvaggia pianura, che si stende fra la

collina di Paliano e quella di Anagni. Qua e là si vedono disperse delle

solitarie fattorie di pietra scura o qualche mulino presso un torrente

che taglia il sentiero. Il paesaggio è animato da mandre di vacche e di

pecore, ed il pifferaro che scende a Roma nella notte di Natale, appare

qui nel suo stato naturale, e si odono gli strani accenti della

cornamusa che il pastore suona, seguendo passo, passo il suo gregge, che

si muove qua e là in cerca di erba, che la terra fertile abbondantemente

gli offre.

Verso la fine di settembre i greggi di pecore discendono dai monti

circostanti e si spandono, per passarvi l'inverno, nella pianura,

arrivando fin presso le mura di Roma. Nel mio ritorno ne ho incontrato

appunto uno che si dirigeva verso Roma: era così numeroso che ingombrava

alla lettera tutta la strada, ed era diretto e sorvegliato da grossi

cani dal pelo lungo, e da pastori a piedi ed a cavallo. Calcolai che

fossero circa 3000 pecore, ma un pastore mi disse che erano quasi 5000

capi di bestiame che venivano dalla Serra e si recavano a Roma. I belati

delle pecore e degli agnelli empivano l'aria dei mansueti lamenti che

risuonano nella campagna di Roma in ottobre ed in novembre, sì che par

di vivere in mezzo ad un grandioso idillio classico.

Intanto ci avviciniamo ad Anagni e ci troviamo ai piedi della collina,

su cui sorge superba l'antichissima metropoli degli Ernici. Dinanzi a

noi si apre una porta alta e maestosa, che reca in cima lo stemma della

città: un leone sul cui dorso un'aquila affonda gli artigli.

Anagni mi ha sorpreso: abituato alle strade strette dei villaggi della

campagna romana, ed alle loro case meschine, ho trovato qui delle lunghe

file di fabbricati di bell'aspetto e dei palazzi che fanno pompa dello

stile sfarzoso del XVII secolo e che danno al paese l'impronta di una

certa agiatezza. Questo aspetto moderno mi sorprese ed io non riuscii a

spiegarmelo che dopo aver studiato la storia della città.

Sono arrivato sulla piazza di Anagni, che ha la forma di un piccolo

rettangolo, di cui i due lati più corti son formati da palazzi; delle

case di semplice aspetto chiudono il terzo lato, un parapetto di pietre

cinge il quarto che sorge sulla cresta della collina, di là si scorge la

pianura del Sacco, attraverso la quale si svolge tortuosamente la via

Latina che parte da Valmontone. Essa non tocca Anagni, ma gira intorno

alla sua collina e passando per Ferentino e Frosinone, giunge alle

sponde del Liri, di là da Ceprano. Il panorama che da questa piazza si

gode, è così stupendo che impressiona anche chi abbia visitato

minutamente tutta l'Italia, dalle Alpi sino al mare Jonio e al mare

Africano. Si scorge la catena dei monti Volsci, i cui pendii illuminati

dal sole si vedono così distintamente da poter contare le finestre dei

villaggi che vi sono sparsi; ovunque si scorgono le città dei Volsci,

che sono schierate lungo i monti: Montefortino, la gloriosa Segni,

Gavignano, Rocca Gorga, Sgurgola; più in là, Morolo, Supino, Patrica,

dietro la quale a forma di piramide si leva azzurro e maestoso il monte

Cacume; e più lontano ancora le cime seguono le cime, poi altri paesi:

qua Ferentino, dietro ad una collina Frosinone di cui si vede anche il

castello, Arnara, Pofi, Ceccano, e qualche altro ancora che l'occhio

abbraccia in un solo sguardo. Verso Roma si stende l'ampia pianura,

coronata dai monti di Palestrina, visibile anch'essa a questa distanza.

Si vedono anche i monti Laziali, di modo che da questo punto senza

sforzo alcuno l'occhio abbraccia la maggior parte del Lazio.

Ben diverso invece è il paesaggio, se si guarda dal lato opposto della

piazza, e soltanto allora si comprende la posizione di Anagni. La

collina, sul margine estremo della quale è costruita la città, appare

unita alla Serra, e si stacca da questa con una curva a forma di falce.

La roccia è scura, ripida e brulla, e dal paese si sale in una regione

selvaggia, dove è il villaggio di Monte Acuto, un erto e nero castello,

che prende nome dalla vicina altura.

Nell'osservare questa posizione non ci si stupisce più che Anagni sia

stata nel medio evo preferita da tanti papi come luogo di rifugio e di

villeggiatura, essendo una cittadina nell'aperta campagna, posta su di

un'altura che ne rende l'aria salubre, mentre le sue rocce e le alte

mura la fanno un forte baluardo.

Del resto la città deve la sua importanza storica soltanto al medio evo.

Sebbene sia stata capoluogo degli Ernici, forte tribù del Lazio, essa

non ha avuto alcuna importanza al tempo dei Romani, e, dopo essere stata

da questi soggiogata, rimase sempre una piccola città sottomessa. Anche

oggi qualche rovina ci ricorda il dominio romano; qua e là si vedono

avanzi di mura ed a nord della città una fila di archi giganteschi che

si appoggiano sull'erta scoscesa della collina. Questo caratteristico

monumento dei tempi romani offre una vista imponente. Non esistono più

tracce dell'antica rocca, la quale molto probabilmente occupava il punto

dove oggi sorge il duomo. Neppure esistono in Anagni mura ciclopiche,

come se ne vedono a Ferentino ed a Segni.

Solo verso la fine del XIII secolo Anagni acquistò importanza, avendo

avuto la rara fortuna di vedere in un secolo quattro de' suoi cittadini

ascendere al seggio pontificio. Il primo fu Innocenzo III, Conti

(1198-1216), il secondo Gregorio IX, Conti (1227-1241), poi Alessandro

IV, Conti (1259-1261), ed infine Bonifacio VIII, Gaetani (1294-1303).

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 3 / 18 段