La mia padrona--che era una donna abbastanza colta per la sua

condizione, e non possedeva inoltre nessun campo seminato a

granturco--una sera, mentre eravamo a tavola e ad un tratto echeggiarono

fuori le grida di _Grazie, grazie, Madonna!_ mi disse: «Perchè seccare

in questo modo i santi del cielo? Finiranno col noiarli tanto, che

diventeranno cattivi e non faranno davvero più piovere!» Questa febbrile

ansietà finì per commuovere me pure e cominciai a desiderare

ardentemente la pioggia. Tutti i giorni andavo a visitare i campi di

granturco, che andavano di male in peggio. Alla fine fu portato in

processione S. Antonio da Padova; mentre l'imagine veniva ricondotta al

convento di S. Pio, un frate dell'ordine di S. Agostino predicava sulla

scalinata della chiesa, alla luce delle fiaccole. La strada era gremita

di popolo e gli ascoltatori si erano arrampicati financo su gli alberi;

il monaco che gesticolava, l'imagine del santo, le croci nere, le

bianche sottane dei chierici, gli scialli rossi delle donne, la tremula

luce delle fiaccole, gli alberi scuri sotto il turchino cupo del cielo,

e tutta una popolazione implorante da Dio la pioggia, formavano una

delle scene più pittoresche che abbia mai visto. Finalmente il terzo

giorno il cielo si coprì di nuvole, cominciò a tuonare e cadde una

pioggia di una violenza veramente tropicale.

Sembra però che gli dei, o i santi che li hanno oggi rimpiazzati, non

concedano favori senza pretendere vittime. E così avvenne in questo

caso: la pioggia fu accompagnata da un terribile ciclone, fenomeno

stupendo che ebbi modo di osservare, perchè mi trovavo fuori a cavallo:

una massa nera di nubi scese dai monti Volsci, avvolse la valle e

devastò con la grandine una vasta estensione di vigneti. Da allora,

quasi tutti i giorni, nel pomeriggio, scoppiò sui monti un uragano,

accompagnato da tuoni e da lampi: al sopraggiungere di ogni nuovo

temporale le campane di tutte le chiese venivano suonate a stormo. Un

giorno tutto il paese fu sossopra; la popolazione si riversò nelle vie;

si diceva che un fulmine avesse ucciso quattro persone e la notizia fu

confermata. I morti furono portati nella casa di un contadino, dove

furono sorvegliati per ventiquattro ore dalla polizia. Il giorno dopo

giunse, cavalcando un asinello, il magistrato, seguito dal dottorino, di

cui ho già parlato, e dal chirurgo incaricato di fare l'autopsia. Non vi

era dubbio, i morti erano stati veramente colpiti dal fulmine. Nella

notte, furono posti su di un carretto, coperti con un drappo nero e

trasportati in paese; il clero, che portava dei ceri, precedeva il

carro, e quindi seguiva la confraternita della morte, avvolta in grandi

mantelli neri e con torcie a vento in mano. La scena aveva qualcosa di

sinistro. La popolazione tutta ne attendeva il passaggio alla porta del

borgo. Allorquando il corteo vi arrivò cantando il _miserere_, tutti

alzarono le mani al cielo, gettando tali grida di angoscia e di

selvaggio dolore, che l'animo più indurito ne sarebbe stato commosso.

Infatti le vittime del fulmine sono considerate con una specie di

orrore, perchè vengono credute colpite dall'ira divina e si dubita della

loro eterna salvezza. I parenti degli uccisi, delle donne e dei ragazzi,

si staccarono dalla folla. Una donna fu colta da tanta disperazione, che

a stento gli astanti riuscirono ad impedirle di gettarsi sui feretri. I

cadaveri furono portati nella chiesa l'un dopo l'altro e deposti per la

notte sull'impiantito, mentre le stesse scene e le stesse grida di prima

si ripetevano. Non dimenticherò mai quel quadro straziante.

Questo popolo esprime ancora i suoi sentimenti con un'ingenuità

primitiva, e si può dire che viva ancora allo stato di natura.

I rapporti fra i due sessi in questi paesi richiamano sempre alla

memoria i costumi orientali. Per principio, gli uomini non devono aver

relazione che con gli uomini, e le donne con le donne. Sembrerebbe

ridicolo che un marito passeggiasse offrendo il braccio alla moglie; ed

una fanciulla crederebbe compromettere la sua reputazione se osasse

fermarsi a parlare per strada con un giovane, e peggio ancora se si

lasciasse accompagnare da lui. A gl'innamorati non è concesso che il

«_discorso_» vale a dire un colloquio a gesti dalla finestra o sulla

porta di casa, il «_lenes sub noctem susurri_» di Orazio. Sono in uso le

serenate con accompagnamento di chitarra; spesso canti pastorali o le

note dolenti della cornamusa rompono melodiosamente il silenzio della

notte. Il popolo canta in modo meraviglioso dei semplici e lunghi

stornelli che accarezzano dolcemente l'orecchio. E' un vero piacere

udire nelle vigne le domande e le risposte di due innamorati che, senza

tregua, come le cicale nell'estate, levano nell'aria un canto dialogato.

I matrimoni qui sono molto precoci: spesso un giovane di ventun anno

sposa una fanciulla che ne ha quindici appena. Una lunga relazione,

quello che dicono qui «_fare all'amore_» si ritrova più spesso nel

popolo che nelle classi agiate e superiori, dove il matrimonio è

ordinariamente un affare. Citerò un esempio, di cui sono stato

testimonio. Un giovane abate di ventun anni, figlio di una ricca

famiglia del luogo, desiderava abbandonare la carriera ecclesiastica e

tornare allo stato secolare. Un bel giorno, un frate francescano di

Civitella (qui i frati si cacciano in tutti gli affari delle famiglie)

andò a trovare la madre del giovane abate e le disse: «Nel paese di

Pisciano v'è una fanciulla di circa diciotto anni, che desidera

maritarsi; ha mille scudi di dote ed appartiene ad una delle migliori

famiglie della contrada. Se consentite a questo matrimonio, parlatene a

vostro figlio». Il giovane abate accolse la proposta senza esitare, e,

vestito del suo abito ecclesiastico, il domani montò a cavallo e andò a

Pisciano per conoscere la ragazza. Si fidanzò subito con lei, e tornato

a casa chiamò un sarto per farsi trasformare la sottana in un abito

secolare; la sorella cucì in tutta fretta un paio di calzoni grigi per

il giorno delle nozze, e siccome gli mancava una sottoveste, la madre mi

fece chiedere in segreto di prestargliene una. Così vestito si presentò

una seconda volta alla fidanzata nella casa di un contadino, dove il

contratto di matrimonio fu subito firmato. Tre settimane dopo la sposa

arrivò in una vettura, recando seco due grossi sacchetti pieni di

monete, e tosto si celebrarono le nozze! Lo sposo prima della cerimonia

non aveva visto che due volte, e ciascuna volta per pochissimo tempo, la

compagna di tutta la sua vita. Fu preparata loro nella casa dei genitori

del giovane una cameretta, o, per essere più precisi, non vi si pose che

un letto colossale, e niente mutò nell'esistenza di quella gente.

A questo proposito, voglio accennare ad una strana usanza del Lazio. Una

sera udii sulla piazza un rumore curioso ed assordante, prodotto da ogni

sorta di strumenti che io però non riuscivo a definire; uscii e vidi

tutti i ragazzi di Genazzano riuniti innanzi ad una casa, intenti a

darvi una specie di concerto. Mai, neppure nelle università tedesche, io

avevo sentito un complesso di suoni così discordanti: gli uni soffiavano

in conchiglie marine ricavandone orribili fischi, un altro dava di fiato

in un corno di bue, certi picchiavano con falci sopra zappe e padelle,

alcuni agitavano a tutta forza pezzi di ferro vecchio di ogni specie

legati insieme con una corda, un altro ancora faceva ruzzolare per terra

una vecchia casseruola attaccata ad una funicella. Dieci o dodici

monelli scampanellavano rumorosamente con quelle campane che si

appendono al collo delle vacche. «Di grazia, chiesi ad un signore che

assisteva ridendo alla scena, che significa questa musica infernale?» Mi

rispose che in quella casa abitava un vedovo passato a seconde nozze e

gli facevano la «_scampanellata_». Così si chiama questa barbara usanza

dalle campane che di solito portano le vacche. In tutto il Lazio ogni

qualvolta un vedovo od una vedova si rimarita, per tre sere si usa far

loro un simile concerto. Durante il mio soggiorno a Genazzano ne sono

stato spettatore, ed ho tre volte potuto vedere una folla di ragazzi,

preceduta da un monello con una zucca appesa a foggia di lanterna ad un

bastone, percorrere le strade, come un esercito di diavoli che avesse di

notte invaso quel pacifico villaggio.

Perchè Genazzano è veramente un luogo pacifico; i suoi abitanti sono

d'indole dolce ed anche più superstiziosi dei loro vicini; questo

carattere deriva dall'importanza religiosa del paese che è un luogo

famoso di pellegrinaggio, avendo oggi nel Lazio la sua chiesa

l'importanza che ebbero nell'antichità il tempio della Fortuna a

Preneste e il santuario d'Anzio. Ho assistito alla grande festa della

Madonna di Genazzano, l'8 settembre; posso dunque parlarne con

cognizione di causa. Prima però voglio accennare alla leggenda della

sacra imagine, che ha grande analogia con quella della Santa Casa di

Loreto.

A Scutari, nell'Albania, nella stessa epoca in cui la Santa Casa di

Nazareth veniva dagli angeli trasportata per l'aria a Loreto, apparve

un'imagine della Madre di Dio, discesa non si sa se dal cielo o colà

portata da ebrei fuggiti da luoghi remoti. Comunque fosse, fu chiamata

«Madonna del Buon Officio» o del «Buon Consiglio». Ora avvenne che nel

1467 due pellegrini, che volevano fuggire dai Turchi e ritornare in

Italia, si prosternarono dinanzi a quella santa imagine e le chiesero di

proteggere il loro viaggio: con loro grande stupore videro allora

levarsi al posto dell'imagine una nuvoletta bianca che verso sera prese

la direzione di occidente. Essi la seguirono presso la spiaggia del mare

Adriatico, ed avendo la nuvoletta proseguito il suo viaggio sopra le

onde, i due pellegrini traversarono dietro a quella il mare a piedi

asciutti, le tennero dietro sempre, finchè nelle vicinanze di Roma,

disparve ai loro occhi. Avendo però appreso che in Genazzano era apparsa

un'imagine della Madonna, vi si recarono e la riconobbero per quella

vista a Scutari.

Da quel tempo la Madonna di Genazzano, detta del «Buon Consiglio»

cominciò a fare miracoli; le venne costrutta una chiesa e di fianco un

convento, dove i frati di S. Agostino s'impadronirono di questo santo

tesoro, non meno produttivo della Madonna dei frati agostiniani di Roma,

giacchè questa di Genazzano gode in tutta la campagna romana una fama

pari a quella degli antichi oracoli pagani. Due volte all'anno, nella

primavera e nell'estate, vien celebrata la sua festa, ed allora piovono

le offerte in danaro ed in oggetti preziosi e siccome anche i più poveri

recano il loro obolo all'altare della Madonna, si può dire che essa

prelevi sulla campagna romana un tributo maggiore di quelli dello Stato.

Mi fu detto che i doni più belli siano portati al santuario dalle molte

confraternite sparse per tutta la campagna; ogni fratellone sborsa

cinque baiocchi al mese alla cassa comune, in modo che vi sono delle

confraternite che arrivano a raccogliere sino a cento scudi. Il reddito

annuo del santuario si può approssimativamente valutare a 7500 scudi.

L'imagine è posta in una chiesa ben decorata e pulita, in una cappella

illuminata da varie lampade, chiusa da un cancello di ferro: il quadro è

quasi sempre coperto da un velo di seta gialla. Si dice che, portata

dagli angeli, anche in quella chiesa non si sia mai posata sulla pietra

e che resti sospesa nello spazio, sorretta da mani invisibili. Io l'ho

vista più volte scoperta, ma non ho mai potuto comprendere in qual modo

sia sospesa.

I pellegrini cominciano ad arrivare la vigilia della festa, ed allora il

paese e i dintorni si animano e nell'aria echeggia senza posa il canto

delle litanie. Le strade sono percorse da compagnie di pellegrini, che

giungono in buon ordine, vengono dall'Abruzzo, da Sora, dal Liri, e per

la maggior parte dalla campagna latina. Si direbbero rinnovate le feste

antiche di Giove Laziale, tanti sono i visitatori, dissimili fra loro

per costume e per dialetto. Vederli discendere dalle colline, sentendoli

cantare l'«_Ora_», gli uni per la via, gli altri lungo il fiume a

traverso i viottoli dei campi, vestiti di rosso, di verde, di turchino,

tenendo in mano il lungo e ricurvo bastone del pellegrino, è in quel

magnifico paesaggio uno spettacolo veramente degno dell'ammirazione

dell'artista, del poeta e dello storico.

Il giorno in cui dovevano arrivare i primi pellegrinaggi sono uscito ad

incontrarli a cavallo per godere completamente questa scena popolare,

che aveva per me un interesse storico riportandomi al medio-evo. La

_comarca_ di Roma, a cui appartiene tuttora Genazzano, termina a due

miglia dalla città, ed ha per confini un braccio del Sacco, che si

traversa su di un ponte in pietra, ponte Orsino, famoso un tempo per le

aggressioni dei briganti. Al di là comincia la legazione di Frosinone.

In questo punto le colline scendono dolcemente verso il fiume ed agli

occhi si presenta il quadro stupendo della pianura, dei monti Volsci,

della Serra e delle alture di Olevano, ai cui piedi si stendono dei

ricchi boschi. Il luogo era il più adatto per aspettare i pellegrini;

qui entrano nel territorio del santuario, fanno breve sosta, e vi

entrano ginocchioni cantando fervorosamente dei cori; poi traversano il

ponte cantando e trascinandosi sulle ginocchia, in doppia fila, gli

uomini da una parte e le donne dall'altra. Dirigeva i cori una vecchia,

la quale alzandosi dopo aver traversato l'intero ponte in ginocchio,

gridò con voce sonora un «_Evviva Maria!_» cui rispose unanime il coro.

Quindi la processione si mise in moto di nuovo, e quantunque quel

continuo canto dovesse stancare, v'era sempre un uomo od una donna che

riprendeva la litania. Quel canto monotono ed uniforme, che è la più

semplice espressione del sentimento religioso di questa gente e che si

avvicenda come il movimento regolare delle onde, esercita una profonda

suggestione su quella folla. Sembra quasi che la processione prosegua il

suo cammino, cullata da quest'armonia melanconica, più leggera e più

regolata e che il canto regoli i movimenti del corpo e le impressioni

dell'animo, tenendo gli uni e gli altri costantemente diretti verso la

meta del pellegrinaggio. Ho notato che le pause erano sempre brevissime

e che allorquando negli intervalli i pellegrini cominciavano a tacere o

a favellare fra loro, la conduttrice del coro riprendeva subito il

canto.

Lo spettacolo di un pellegrinaggio produce sempre, anche su chi non

appartiene alla religione di coloro che lo compiono, una grande

impressione, soprattutto quando l'illusione non è turbata da piccoli

inconvenienti inevitabili in una riunione di tanta gente. Questi

inconvenienti si verificano meno nei pellegrinaggi del sud che in quelli

del nord; la serenità del cielo, la temperanza e la sobrietà delle

popolazioni del mezzogiorno, valgono ad allontanare molte cause dei mali

del settentrione; l'ordine stesso in cui procedono le processioni, la

bella foggia di vestire delle donne, il loro bellissimo portamento e la

loro grazia naturale, esercitano una benefica influenza, anche su gli

animi più vili, e tengono lontana ogni volgarità; ed infine la decenza e

quel sentimento innato di rispetto, che è proprio di tutto il popolo

italiano, vale più di ogni altra cosa ad impedire disordini. Fra tutte

quelle migliaia di uomini e di donne che sfilarono davanti a me, sia

nell'andata al santuario, come nel ritorno, in tanta diversità di genti,

di dialetti e di costumi, io non ho notato mai un solo atto villano o

volgare.

Bisogna anche ricordarsi che questo popolo, fortemente imbevuto di

sentimenti religiosi, non crede nulla più importante e più solenne di un

pellegrinaggio. Quando ha faticato e sofferto per dodici lunghi mesi

quando mali e colpe di ogni sorta pesano sulla coscienza, allora prende

per un paio di giorni il bordone del pellegrino, scende dai suoi monti

selvaggi, abbandona il suo grave lavoro, lieto di muoversi una volta

almeno, di sentirsi libero in compagnia dei suoi conterranei riuniti

tutti per lo stesso fine. Scendono al piano costeggiando il Sacco, _come

i gru, che van cantando lor lai_: lo spettacolo ha veramente qualche

cosa di medioevale. Pensavo a quelle schiere di pellegrini che un tempo

venivano a Roma per il giubileo e ripetevo fra me e me i bei versi del

sonetto della _Vita nuova_:

Deh! peregrini, che pensosi andate,

Forse di cosa che non v'è presente;

Venite voi di sì lontana gente,

Com'alla vista voi ne dimostrate?

Camminavano in gruppi di dieci, venti, cinquanta, cento persone. Ve

n'erano di tutte l'età: vecchi che si appoggiavano sul bastone, servito

loro per cinquanta volte almeno su quella stessa via che ora

percorrevano forse per l'ultima volta; nonne con i loro nipotini,

floride fanciulle, giovani robusti, ragazzi e perfino bambini lattanti,

portati dalle madri sulla testa. In una di queste processioni vidi

passare una giovane sposa che portava sulla testa un cestino, entro cui

giaceva un bimbo che sorrideva graziosamente, con gli occhi spalancati,

quasi si beasse dello splendore del sole. La maggior parte delle donne

recava in capo un paniere con le provvigioni od un fardello di vestiti,

e colla loro varietà aggiungeva nuova bellezza allo spettacolo. Chi

avesse potuto leggere nell'anima di tutti quegli esseri, vi avrebbe

trovato l'innocenza accanto alla colpa, il vizio accanto al pentimento,

il dolore e la virtù, tutto il bene ed il male che si avvicendano nel

cuore umano.

E' come una grande e bella, ma seria e solenne mascherata, che si svolge

in un magnifico quadro, con un succedersi continuo di nuovi costumi, di

colori, di fisonomie diverse; le compagnie dei pellegrini si succedono

le une alle altre, nei costumi dei loro monti, delle loro valli. Ve ne

erano di Frosinone, di Anagni, di Veroli, di Arpino, di Anticoli, di

Ceprano e persino delle napoletane di Sora.

Osservate quest'ultime! Che splendide figure dall'ovale più puro, dalla

pelle olivastra! Le donne hanno un aspetto strano, si direbbero arabe;

attorno al collo portano delle collane di corallo o delle catene d'oro;

dei pesanti orecchini adornano le orecchie delicate; un fazzolettone

bianco o nero, a lunghe frangie, avvolge loro la testa e le spalle, sì

che paiono madonne; una camicia bianca, pieghettata, ricopre loro il

petto, stretto in un basso bustino di color rosso scarlatto. Indossano

una gonnella corta, rossa o turchina, ornata di un orlo giallo. E che

grandi occhi neri, dalle sopracciglia corvine ed arcuate, brillano in

quei volti!

Ecco i pellegrini di Ceccano! Le donne portano un busto di color

amaranto, un lungo grembiale dello stesso colore, ed in testa un

fazzoletto bianco, che ricade sulle spalle. Gli uomini hanno il cappello

a punta ed una giacca color amaranto, ed attorno ai fianchi una fascia

multicolore.

Ecco poi quelli di Pontecorvo! Le donne sono superbe e maestose; vestono

interamente di rosso e portano in testa un fazzoletto dello stesso

colore. Le pellegrine di Filettino vestono con molta semplicità, coi

busti di stoffa nera: costume semplicissimo, ma grazioso e pulito.

Ecco infine i «_ciociari_!» Uomini e donne del paese dei sandali.

Vengono probabilmente da qualche villaggio vicino a Ferentino, forse da

più lontano, dalle frontiere napoletane, dalle sponde del Liri o del

Melfa. E' un paese di splendidi monti dall'aspetto selvaggio, che si

stendono da Ferentino in su verso le province napoletane. Il popolo là

porta le «_ciocie_», calzatura molto semplice che dà al paese il nome di

«_Ciociaria_.» Trovai in uso questa calzatura anche prima di Anagni.

Impossibile concepire una calzatura più primitiva, e si può anche dire

più comoda di quella: ed io ho sinceramente invidiato ai ciociari le

loro ciocie. Esse consistono in una semplice suola di cuoio di asino o

di cavallo forata; si avvolgono intorno al piede e si fissano per mezzo

di cordicelle passate attraverso ai buchi, in modo che il sandalo quasi

lo fascia; la gamba poi è avviluppata sino al ginocchio da striscie di

tela grigia. Così calzato il ciociaro si muove liberamente nei campi e

sui monti, dove zappa la terra o conduce a pascolare le sue pecore e le

sue capre, vestito del suo bigio mantello, o di una pelle di montone,

con la piva appesa al fianco. Si vede subito che quei sandali sono

classici. Diogene li avrebbe certo portati, se non fosse andato a piedi

nudi, e Crisippo ed Epitetto li avrebbero potuti celebrare in un

trattato sulla semplicità del saggio e sulla sua moderazione dei

desideri. Quando questa calzatura è bene aggiustata e quando le striscie

di tela sono ancora nuove, è bella a vedersi; ma, quando le ciocie e le

striscie sono logore e vecchie, prende un aspetto povero e cencioso. E

siccome in tale stato sono generalmente le _ciocie_ di questa gente,

così il popolo che le porta, appare molto miserabile ed il suo nome vien

disprezzato e talvolta usato come una vera ingiuria. Un abitante di S.

Vito, che mi faceva un giorno ammirare lo splendido panorama che si gode

da quel paese, sorridendo con un certa aria di sprezzante superiorità mi

diceva: «Guardate, signore, laggiù è la Ciociaria!»

I ciociari portano delle lunghe giacche d'un rosso acceso, e un cappello

di feltro nero a punta, per lo più guarnito con una penna colorata, o

con un nastro o con un fiore. Fra di essi, come del resto in tutta la

campagna romana, moltissimi hanno i capelli biondi e gli occhi celesti.

Portano i capelli molto corti sulla nuca, come i contadini prussiani, e

ne lasciano invece cadere due lunghe ciocche sopra le tempie.

Mettiamo addosso al ciociaro un lacero mantello, o una pelle di montone

bianca o nera, ed avremo completato il suo ritratto, ma per carità non

diamogli in mano un fucile, altrimenti ci assalterà al passo di Ceprano

gridando «_Faccia in terra!_» e con sorprendente destrezza vuoterà le

nostre tasche.

Le donne portano esse pure i sandali, un abito corto colorato, un

grembiule quadrato di lana, uno scialle bianco o rosso in testa, ed

infine il _busto_ che completa in tutto il Lazio ogni costume femminile.

E' una specie di corsetto in tela, trapunto, duro come una sella, alto e

sostenuto sulle spalle da strisce, esso fascia e sorregge il seno simile

ad una corazza che custodisce la virtù, come un baluardo solido, ma

largo tanto da poter servire da tasca.

La vigilia della festa, le comitive dei pellegrini diventano più

numerose; a poco, a poco non si ode più che il canto melanconico delle

processioni che man mano arrivano in paese e che si recano per le

anguste vie alla chiesa. Giunti alla loro meta tutti sembrano aver

dimenticato ogni stanchezza, l'esaltazione ed il fervore religioso anima

i loro volti, si prosternano davanti alla chiesa, con le mani giunte

intorno al bastone e col loro fardello ancora in testa, e ad alta voce

cominciano a cantare le litanie; poi si rialzano gridando a squarciagola

«_Grazie, Maria!_» e salgono con i ginocchi la gradinata. Qua e là si

vedono delle donne baciare o leccare colla lingua il cammino percorso,

spettacolo abbastanza ripugnante, ed il ricordo di Carlomagno, che salì

esso pure in questo modo bigotto i gradini di S. Pietro, non vale a

mitigare il disgusto.

Non mancano neppure, di quando in quando, delle scene orribili; ho visto

un giorno, per esempio, un infelice che si trascinava con le mani e coi

piedi; fu portato in chiesa dentro una coperta, mentre urlava come un

lupo. Mi dissero che egli era colpito da quella malattia che nel Lazio è

chiamata del _lupomanaro_. Un'altra volta ho visto una donna che è

rimasta a lungo dinanzi alla cappella della Madonna urlando

furiosamente: mi hanno narrato che era indemoniata.

I pellegrini si trascinano senza posa sui ginocchi per la navata

laterale della chiesa e passando davanti alla cancellata cantano,

pregano, e gridano a squarciagola: «_Grazie, Maria!_» e questo grido

risuonava con tale spaventosa energia che il febbrile delirante fervore,

da cui era ispirato, mi fece una profonda impressione.

I ceri ardono, la notte è discesa, i pilastri della chiesa gettano

grandi ombre sul pavimento, lasciando alcune figure nella completa

oscurità, mentre altre restano avvolte in una magica penombra ed altre

ancora sono illuminate da riflessi di luce. I pellegrini, stanchi,

giacciono, in pittoreschi gruppi, sul nudo terreno, attorno alle

colonne, sui gradini degli altari davanti alla cappella; ed i vari

costumi, le diverse età, l'espressione delle loro fisonomie formano un

quadro vivente, che punge la curiosità ed invita alla riflessione.

Intanto un frate agostiniano, seduto davanti ad un piccolo tavolo, vende

indulgenze e riceve offerte per le messe, incassando con indifferenza il

danaro del povero.

Davanti alla chiesa stanno altri gruppi seduti o distesi sulla nuda

terra, mentre nuovi pellegrini arrivano ancora. Si succedono senza posa

durante il giorno, e nella notte che precede la festa, e l'accento

solenne dell'inno latino rompe il silenzio, mentre sulla piccola città

sembra regnare una atmosfera di mistica e profonda melanconia. Eppure

questo torrente che spinge tante migliaia di persone da lontani paesi

verso la stessa meta, ha in sè qualche cosa di consolante, come

qualunque manifestazione armoniosa dell'anima umana, anche nel dolore.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 2 / 18 段