Anche prima però la città era preferita da papi; sin da quando Roma si

era ordinata a governo repubblicano, parecchi pontefici si rifugiarono

dentro le mura di Anagni. Quivi morì nel 1159 Adriano IV, Breakspeare,

l'unico inglese che abbia portato la tiara, sottraendosi alle pressioni

del senato romano per il ristabilimento della repubblica: ivi pure si

rifugiarono l'illustre suo successore Alessandro III ed il successore di

questi, non meno famoso, Lucio III.

La città ritrasse molto vantaggio dall'aver dato, in sì breve

intervallo, quattro papi alla Chiesa; si arricchì, così, di monumenti e

di palazzi in stile gotico-romano, stile che prevalse fino al XV secolo

in molte parti d'Italia. Anche a Genazzano abbiamo trovato siffatte

costruzioni gotiche; poche ne rimangono in Anagni, se si eccettua la

cattedrale, lo stupendo palazzo municipale e la casa Gigli.

Il palazzo municipale ha un imponente porticato, che sorregge un solo

piano. La strada passa sotto a quei portici come attraverso ad una

porta. Sulla facciata si vedono, scolpiti nella pietra, stemmi del medio

evo; in mezzo ad essi vi è il busto di un capitano della città, della

casa della Rovere, appartenente al XV secolo. Nella facciata posteriore

del palazzo sono notevoli gli ornati architettonici del cornicione e le

sue finestre, adorne di colonnette di stile moresco, simili a quelle che

si vedono a Rovello, sopra Amalfi.

Il palazzo municipale si è salvato dalla rovina medioevale, ed è qui,

con la casa Gigli, il principale monumento del passato. La casa Gigli,

un piccolo fabbricato che appartiene certamente al secolo XIV, mi ha

ricordato le case di Palermo: essa è quadrata, con un tetto piatto ed un

portico. Questo consiste in due arcate rotonde sostenute, al punto in

cui si riuniscono, da una sola colonna; sotto di esso si trova una scala

esterna di pietra, che porta nell'interno; questa architettura è

ripetuta nell'unica finestra, del pari ad arco tondo, con una colonnetta

nel mezzo. Sugli archi corre una piccola cornice ondulata, semplice ed

armoniosa; sopra il tetto sono vasi di fiori che danno all'edificio un

carattere grazioso e tutto meridionale.

Dopo aver visitato questa casa, mi son seduto sopra un banco di pietra

che stava lì di fronte e mi sono accinto a farne uno schizzo nel mio

album: sono stato subito circondato da molti cittadini, e nel vederli

soddisfatti di ciò che stavo facendo, ho compreso che quel monumento del

passato ispirava loro un sentimento di orgoglio patriottico. Si son

lagnati però meco amaramente di quei quattro papi, loro compatriotti,

che sì poco avevano fatto per la loro città natale, non provvedendola

neppure di un acquedotto. E' questo veramente per gli abitanti di Anagni

un grave danno: essi non hanno altr'acqua da bere che quella delle

cisterne, che mi è parsa molto cattiva; e d'altra parte non sarebbe

possibile costruire un acquedotto senza enormi spese, perchè

bisognerebbe portarvi l'acqua da monte Acuto, facendole attraversare una

larga valle. «E' vero, dicevano quelli, sarebbe occorsa una grave spesa;

ma pensate che sono stati quattro i papi, e se avessero dato _qualche

cosa per uomo_ l'opera sarebbe stata compiuta».

Il duomo di Anagni è costruito sul punto più alto della collina, presso

la porta di Ferentino, in mezzo a molti altri edifici, in modo che la

sua facciata ed il suo campanile isolato non producono quasi nessun

effetto. Questa chiesa è una delle più antiche del Lazio, più antica

anche della maggior parte delle cattedrali degli Stati della Chiesa,

rimontando ai tempi della prima crociata. La fece edificare nel 1074

Pietro, vescovo della città, della stirpe dei principi longobardi di

Salerno, il quale prese parte alla prima crociata come compagno d'armi

di Boemondo, principe di Taranto. Sulla porta principale del duomo si

legge, scolpita nella pietra, la seguente iscrizione:

QUISQUIS AD HOC TEMPLUM TENDIS VENERABILE GRESSUM

MOX CONDITOREM CUNCTORUM NOSCE BONORUM

CONDIDIT HOC PETRUS MAGNO CONAMINE PRAESUL

QUEM GENUIT TELLUS NOBIS DEDIT ALTA SALERNUS

SIC MISERERE SIBI SUPERI PATRIS UNICE FILI.

La forma dei caratteri di questa iscrizione appare moderna: è forse del

secolo XVI, ma lo spirito e l'espressione appartengono certo al tempo in

cui la cattedrale fu innalzata.

Quantunque più volte restaurata dai vescovi della città, la cattedrale

ha conservato il suo carattere primitivo, gotico-romano. La facciata è

di architettura rozza: termina con un frontone pesante, a forma di

triangolo, di cui l'angolo superiore è ottuso e la base è formata da una

semplice cornice. Nel centro si apre una finestra circolare, senza

ornamenti, ed al disotto di questa un'altra finestra grande e quadrata,

aperta molto probabilmente in un'epoca posteriore. La porta, ve n'è una

sola, ha una cornice d'un gusto mediocre, formata di strisce di pietra

ornate di teste di leoni e di tori, rozzo lavoro del medio evo.

Da un sol lato della porta, senza simmetria e senza ragione alcuna di

essere, sorgono due pilastri con capitelli, incastrati nel muro. Ai

disopra v'è un arco di pietra adorno di semplici arabeschi.

Tutto l'edificio è costruito col tufo calcareo bruno, fornito dalle

montagne vicine. Si vede facilmente che la facciata ha conservato nelle

linee generali la sua forma primitiva, ma che è stata in seguito

restaurata alla men peggio, per necessità.

All'interno il duomo è vasto e bello, non a forma di basilica, bensì

costruito in quello stile semigotico, di cui in Roma porge esempio la

chiesa di S. Maria sopra Minerva. Ha tre grandi navate ed un coro a

volta alto, in forma di croce; il pavimento, in mosaico, fu eseguito nel

1226, dal celebre Cosma, romano, a spese del vescovo Alberto e del

canonico Rinaldo Conti, che salì più tardi sul seggio papale col nome di

Alessandro IV.

Dal coro si discende nella cripta sotterranea, veramente bella e degna

di una descrizione minuta. Consiste in una volta non molto alta,

sorretta da colonne; tanto la volta che il pavimento sono decorati di

mosaici colorati, mentre le pareti sono interamente ricoperte di antichi

affreschi, disgraziatamente molto sciupati ed in certi punti addirittura

irriconoscibili. Si nota subito che essi appartengono ad epoche diverse,

perchè, mentre alcuni dei soggetti biblici che vi sono rappresentati

sono di un rozzo stile bizantino, altri presentano i caratteri di

un'arte più avanzata, e vi sono pure alcune belle e graziose figure,

particolarmente quelle dell'adorazione della Croce, che sembrano

dell'epoca di Cimabue.

In questa cripta è la tomba di S. Magno, patrono della cattedrale, ed

un'antica iscrizione ci fa sapere che nel 1231 lo stesso maestro Cosma

fu incaricato di rinnovare la tomba del martire. Così questa famiglia di

artisti, che ha arricchito Roma di tante opere preziose, recava pure il

suo artistico tributo nei paesi della campagna romana.

Anche nella cappella del coro, nella navata posteriore, esiste un

monumento eseguito dai Cosmati, un antico tabernacolo gotico, poggiato

sopra un sarcofago di marmo, la cui forma ricorda a prima vista la tomba

del vescovo Consalvo, eretta nel 1298 da Giovanni, figlio di Cosma, in

S. Maria Maggiore di Roma. Non v'è dubbio che anche questo tabernacolo

sia opera sua, ed anteriore solo di quattro anni, perchè l'iscrizione

dice:

IN ISTO TUMULO REQUIESCUNT OSSA D. PETRI EPISCOPI

QUI NUTRIVIT D. BONIFACIUM PAP. VIII. ITEM SUBTUS

OSSA D. GOFFREDI CAJETANI COMITIS CASERTANI.

ITEM OSSA D. JACOBI CAJETANI HIC RECONDITA KAL. AUGUSTI

ANNO D. MCCXCIIII.

Sul sarcofago semplicissimo, che racchiude le ossa di questi membri

della famiglia Gaetani, si scorgono le loro armi, ma senza l'aquila,

componendosi lo stemma dei Gaetani ordinariamente di uno scudo diviso in

due campi, in uno dei quali sono due strisce serpeggianti, nell'altro

un'aquila.

Nella stessa cappella del coro v'è anche un'altra antichità degna di

nota, cioè una antica e bella imagine della Madonna, sotto la quale sta

la seguente iscrizione:

HOC OPUS FIERI FECIT DON RAYNALD. PRESBYTER

ET CLERICUS ISTIUS ECCLESIAE.

ANNO DNI M.CCCXXII. MENSE MADII

Fu dunque un dono fatto dal Conti, quegli che poi fu Alessandro IV.

Pochi altri ricordi di quei papi di Anagni rimangono in questa

cattedrale. Primi fra questi gli abiti pontificali d'Innocenzo III e di

Bonifacio VIII, conservati in un armadio della sagrestia. La pianeta

d'Innocenzo è d'una stoffa turchina, con ricchi e pesanti ricami d'oro,

e vi sono tessute figure che rappresentano soggetti del Nuovo

Testamento, eseguite con una tale perfezione che si direbbero copie di

quadri di Giotto o di frate Angelico da Fiesole, anzichè ad un'epoca

anteriore. Assai più rozzo come lavoro è il pesante piviale di

Bonifacio, ricamato ad aquile e leoni.

Oltre a questi tesori, il sagrestano mi ha fatto vedere delle antiche

mitre vescovili e dei bastoni pastorali che per le loro bizzarre ed

insolite forme meritano l'attenzione degli antiquari.

Invano ho cercato busti o ritratti di quei papi: non ve ne sono.

Soltanto nel muro esterno della chiesa, in una nicchia o tabernacolo,

posta sotto il cornicione, è seduta sul trono la marmorea figura di un

papa. Mi fu detto che quell'informe statua, che pare un idolo,

rappresenta Bonifacio VIII.

In tempi posteriori furon collocati nel coro del duomo i busti dei

quattro papi, dipinti su tela a forma di grandi medaglioni, che ora si

trovano appesi, ondeggianti all'aria, nelle due gallerie del coro

stesso; è questa un'idea bizzarra che deve risalire al secolo XVII, e

forse anche al XVIII.

Prima di lasciare la cattedrale per recarci al palazzo di Bonifacio

VIII, voglio ricordare alcune scene di cui essa fu teatro, scene molto

interessanti per noi tedeschi, poichè esse si collegano alla storia

della Germania, giacchè il duomo di Anagni ha avuto grandi rapporti con

la casa degli Hohenstaufen. Fu davanti al suo altare che Alessandro III,

nel giovedì santo del 1160, maledì il grande imperatore Barbarossa; fu

lì che Innocenzo III lesse la bolla che scomunicava Federigo II; e fu lì

finalmente che Alessandro IV lanciò l'anatema contro il giovane eroe

Manfredi. Scene barbare e selvagge del medio evo, scomparse da gran

tempo, al pari dello splendore del nostro grande impero e del prestigio

del papato stesso.

L'ultimo papa di Anagni fu Bonifacio VIII, della famiglia Gaetani. Chi

ignora la sua prigionia nello stesso suo palazzo, e la tragica fine che

seguì immediatamente la sua liberazione?

Nel 1294 la sorte aveva strappato l'eremita Pietro da Morone dalla sua

profonda solitudine del monte Majella, per innalzarlo al seggio papale.

L'eremita, debole ed inetto, aveva preso dimora a Napoli, divenendo lo

strumento cieco di re Carlo. Intanto l'ambizioso e risoluto cardinale

Benedetto Gaetani di Anagni, aspirava alla tiara pontificia. Pietro, o

meglio Celestino V, decise di abdicare, e così fece, cinque mesi appena

dopo la sua elezione, fuggendo quindi subito nella sua solitudine. Ma

non appena il Gaetani fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, fece

arrestare il fuggiasco, lo portò nel suo palazzo di Anagni e da questo

poi lo relegò nel vicino castello di Fumone, dove l'infelice eremita

finì i suoi giorni.

Bonifacio non aveva dimenticato che i due cardinali della casa Colonna,

Jacopo e Pietro, avevano osteggiato la sua elezione, e giurò di umiliare

questa potente famiglia. Nel 1297 la ruppe con essa per motivi o

pretesti che non importa qui riferire. Ne seguì una crociata del papa

contro i Colonna; essi fuggirono dinanzi al suo sdegno; i due cardinali,

privati della porpora, si ritirarono a Rieti e Sciarra Colonna, allora

capo della famiglia, si recò in Francia, dove Filippo il Bello lo

accolse con piacere, poichè egli era in guerra con Bonifacio VIII, che

lo aveva scomunicato e dichiarato decaduto dal trono. Egli decise con

Sciarra di sorprendere Bonifacio in Anagni, dove si trovava nell'estate

del 1303, e di farlo prigioniero; a questo scopo Sciarra si unì a

Guglielmo di Nogaret, che godeva la fiducia del sovrano. Furono radunati

segretamente trecento cavalieri e maggior numero di fanti, e dopo che

Nogaret si fu accampato a Ferentino, con alcune truppe pronte ad ogni

evento, Sciarra, nella notte del 7 settembre, uscì dal vicino borgo di

Sgurgola. I ghibellini di Anagni, che erano del complotto, gli aprirono

le porte; egli assalì il palazzo Gaetani e penetrò nelle stanze del

papa. Bonifacio oppose alle violenze sofferte un'eroica dignità. Rimase

per tre giorni prigioniero di Sciarra e di Nogaret che lo minacciarono

di morte, intimandogli di scendere dal trono papale come egli aveva

costretto a scenderne l'infelice Celestino. Intanto il cardinale Luca

Fiesco incitava gli abitanti di Anagni a liberare il papa, loro

concittadino, dalle mani di quella turba furibonda. Il popolo diè di

piglio alle armi e cacciò gl'invasori dal palazzo. Poi ricondusse a Roma

il papa liberato, che vi morì l'11 ottobre per l'ingiuria patita e per

la rabbia.

I cardinali suoi concittadini, membri della Curia, avevano tradito

Bonifacio. Quando poi fu eletto a suo successore Benedetto XI, questi

lanciò una bolla contro coloro che avevano perseguitato Bonifacio, ed

ebbe ad esclamare: «La stessa sua patria non lo protesse; il suo palazzo

non gli servì di asilo; la più alta dignità della Chiesa è stata

insultata; la Chiesa ed il suo Sposo sono stati avvinti dalle catene.

Quale luogo potrà d'ora innanzi offrire sicurezza? Quale asilo resta

ancora inviolabile, se lo stesso papa di Roma è stato offeso nel suo?

Delitto abbominevole, sacrilegio inaudito! Guai a te, Anagni, che hai

lasciato compiere un tale misfatto fra le tue mura! Non cada più sopra

te nè rugiada, nè pioggia, cada invece sugli altri monti, e l'una e

l'altra sfugga te che hai assistito alla caduta dell'eroe senza

impedirla, ed hai tollerato gli fosse fatta violenza!».

La maledizione di Benedetto XI non pesa più oggi sopra la città di

Anagni; ma nell'anno 1616 gli abitanti superstiziosi si credevano ancora

sotto l'influsso di quelle terribili parole. Allorchè in quel tempo il

famoso viaggiatore Leandro di Bologna visitò la città, la trovò un

mucchio di macerie e lo stesso palazzo dei Gaetani in rovina; la

tremenda guerra della campagna romana, condotta dal duca d'Alba, aveva

devastato tutta la contrada, e gli abitanti di Anagni, ridotti alla

miseria, narrarono al bolognese, piangendo, che dal giorno in cui

Bonifacio era stato tradito fra le loro mura, erano stati oggetto di

continue calamità.

Ho cercato in Anagni il luogo dove si svolse questo dramma, che pose

fine, con Bonifacio VIII, alla potenza universale del papato, fondata da

Gregorio VII: ma il palazzo Gaetani è stato distrutto da molto tempo, e

quello a cui ora gli abitanti di Anagni danno tal nome, è un edificio

moderno del marchese Traetti, che sorge sulle fondamenta di quello

stesso palazzo, sul margine della collina, non lontano dal duomo, col

quale mi fu detto che l'antico palazzo avesse comunicazione. Nel cortile

esistono ancora antiche mura della residenza di Bonifacio VIII, e dietro

l'attuale edifizio sono le rovine grandiose di un'antica loggia, di cui

rimangono ancora tre grandi archi, appoggiati alla collina. Ai piedi di

questa sorge una grande muraglia di antica costruzione, che mi si è

detto essere un avanzo delle stalle di Bonifacio VIII.

Trovai anche qui, come altrove, che il presente ha maggior diritto alla

nostra attenzione che non il passato, perchè alla vista dello stupendo

paesaggio che si stendeva dinanzi ai miei occhi dimenticai subito la

storia di Bonifacio. Di lassù si scorge una selvaggia regione sassosa,

di aspetto severo, sulla quale sorge solitario un tempio dorico, di

costruzione moderna, che è il camposanto di Anagni. Più in là si leva

maestoso il bruno monte Acuto. Salendo per pochi passi la collina si

scorge alla distanza di sei miglia al più una rupe grigiastra e

selvaggia, sulla quale, in triste abbandono, sorge un cupo villaggio. «È

Fumone!» mi disse una donna che passava; e soggiunse con disprezzo:

«_Quando Fumone fuma la campagna trema_». Non avendo compreso questo

proverbio, gliene chiesi il senso, ma la donna non mi seppe rispondere

che questo: «Guardate, guardate come è misero! Là vi si muore sempre di

fame!».[4] Quello era dunque Fumone, dove fu rinchiuso Celestino V,

l'unico Papa che abbia abdicato, di cui tutta la storia è un romanzo,

quanto tutto il medio evo.

Qui debbo ricordare un curioso incidente. Avevo tratto di tasca, per

osservare Fumone, un cannocchiale guarnito in metallo lucido, quando per

caso lo rivolsi su un giovanetto che stava sulla strada, a poca distanza

da me. Il ragazzo gettò un grido e fuggì in preda allo spavento. Al suo

grido accorsero uomini, donne e fanciulli, domandando cosa fosse

accaduto: questa scena mi ha ricordato quell'altra ridicola di

Genazzano, dove con un semplice libro sparsi il terrore come mago.

Abbiamo ormai visto e parlato di tutto ciò che v'è di notevole in

Anagni, e possiamo lasciare questa città. Ogni interesse per essa cessa

con Bonifacio, se non termina con lui anche la sua storia, poichè dopo

di allora, due sole volte Anagni è ricordata, e cioè nel 1378,

allorquando, dopo l'elezione di Urbano VI, i cardinali francesi

avversari del partito romano, vi si rifugiarono per eleggervi un

antipapa dando origine al grande scisma, e nel 1556, allorquando i

soldati del duca d'Alba la distrussero durante la guerra della campagna.

Questa rovina spiega il suo aspetto moderno. Ora è una città morta di

6000 abitanti, fieri ancora delle loro memorie, dei loro Papi e delle

loro famiglie patrizie. Fra queste se ne contano ancora dodici, le

cosiddette dodici stelle di Anagni, ed ancora esistono quelle dei

Gaetani e dei Conti, i più antichi di stirpe. Nuove famiglie si sono

aggiunte a queste, fra le quali mi è grato ricordare la gentil famiglia

degli Ambrogi.

I MONTI ERNICI

(1858)

I monti Ernici.

(1858).

Vi sono nella campagna romana alcuni luoghi speciali che per la loro

antichità, o per la bellezza dei dintorni, o per le qualità

caratteristiche delle popolazioni, o per i monumenti, invitano il

forestiero a visitarli. La regione di cui mi accingo a parlare è appunto

uno di questi luoghi, e appartiene alla Legazione di Frosinone,

stendendosi sopra il fiume Sacco, sulle pendici dell'Appennino. Le

principali città di questa regione, degli antichi Ernici, sono Anagni,

Ferentino, Alatri, Veroli e Frosinone, paesi tutti più antichi di Roma,

le cui origini risalgono ai tempi favolosi di Saturno ed a quelli dei

Ciclopi.

Era mio proposito visitare non solo le città, ma arrampicarmi anche su

per i monti, per vedere la bella e famosa Certosa di Trisulti, e nelle

sue vicinanze la rinomata grotta di Collepardo, nonchè lo strano pozzo

nelle rocce di Santulla, a forma d'imbuto, detto «Fonte d'Italia», del

quale molti parlano ma pochi si recano a visitare.

A cavallo, in compagnia di un bravo campagnolo, certo Francesco Romano,

che avevo preso meco come guida e come servo, lasciai Anagni prendendo

un'amenissima via.

Scendendo la collina su cui sorge Anagni, ad una distanza di circa otto

miglia, si scorge Ferentino, che si presenta come un paese di una certa

importanza, collocato in cima all'ampia ed estesa vetta, di un colle le

cui pendici sono verdeggianti di vigneti e di giardini, mentre sulla

cima sorgono pittorescamente nere torri medioevali, chiese e conventi.

La via Latina sarebbe molto monotona sino a Ferentino se non fosse

animata dal continuo passaggio dei _Ciociari_, e qui se ne incontrano

molti, perchè la via Latina serve pel trasporto a Roma non solo dei

prodotti di queste contrade, ma anche di quelle dei confini napoletani,

e gli Arpinati, compatrioti di Cicerone e di Mario, son soliti portare

il loro bestiame al mercato della città eterna.

Incontrai molte comitive di gente di quei paesi e file di carri pesanti

e grossolani, con due enormi ruote, detti barocci, tirati da buoi

bianchi, dalle corna lunghissime. Alcuni di questi barocci erano carichi

di sacchi di grano, altri di lana, la maggior parte però portavano

ceste di polli. I campagnoli che li conducevano facevano veramente una

splendida figura coi loro cappelli a punta, le lunghe giubbe rosse ed i

sandali di rozzo cuoio.

Quando giunsi a Ferentino speravo nella gentilezza di una famiglia del

paese per la quale mi avevano dato una commissione. Un giovane di mia

conoscenza, impiegato nel tribunale di un paese della Sabina, dove mi

ero trattenuto a lungo, aveva la sua fidanzata a Ferentino, e siccome

questa tenera relazione si era da qualche tempo raffreddata, egli

desiderava riannodarla e non avendo potuto accompagnarmi nella mia gita,

come sarebbe stato suo desiderio, mi aveva pregato di far la parte di

Galeotto, o meglio di messaggero d'amore, cosa a cui mi ero volontieri

prestato. Mi aveva dunque consegnato una epistola elegantemente scritta

per la sua bella, raccomandandomi di non consegnarla all'amica in

presenza di suo fratello prete, ma con ogni segretezza. Appena sceso

all'albergo, mi recai alla casa indicatami: la bella e graziosa

fanciulla stava appunto alla finestra. Salii le scale e trovandomi solo

con lei nella prima stanza, senza scorgere l'ombra di un prete, le feci

prima di tutto i saluti dell'amico nella miglior forma possibile, poi

tirai fuori la lettera e gliela consegnai. La poveretta era visibilmente

imbarazzata: prese la lettera, e divenuta pallida, poi rossa, senza dire

una parola, entrò nella stanza vicina e di lì a poco riapparve

pregandomi di entrare. Appena entrato mi trovai di fronte al prete, che

stava coricato in un letto tutt'altro che pulito: egli aveva in mano la

lettera d'amore, che stava leggendo attentamente.

Capii subito che la povera ragazza stava sotto la dispotica influenza

del fratello; che brutte scene dovevano esser accadute in quella casa e

che la giovinetta non aveva la forza morale di sottrarsi alla dura

tirannia del reverendo. Questi, che avrebbe potuto essermi molto utile

per darmi informazioni sulla storia e sulle cose più notevoli della

città, mi accolse con molta freddezza e con una certa inquietudine, ed

io lasciai poco dopo la casa, dolente di avere con la mia intromissione

confuso maggiormente le fila di quell'innocente intrigo amoroso. Per

fortuna trovai altre persone che si offrirono di servirmi di guida in

Ferentino, e così potei visitare in lungo ed in largo quest'antichissima

città del Lazio.

Ferentino, anche oggi importante sede vescovile, si compone di un

laberinto intricato di strade, per la maggior parte strette, interrotte

qua e là da qualche piazza. La tranquillità tutta campestre, la

mancanza completa di movimento commerciale, la solitudine che regna su

quasi tutte le case, danno al paese un'impronta tutta medioevale, mentre

qua e là tronchi di colonne, avanzi di sepolcri, frammenti marmorei,

coperti d'iscrizioni romane, ricordano l'antichità classica.

Mi posi a sedere in una piccola piazza quadrata, che dà sulla campagna

da dove si gode lo splendido panorama del paese dei Volsci, e non tardai

a provare un senso di profondo benessere. Guardavo le donne che si

affollavano intorno ad un'antica cisterna medioevale, calando giù, l'una

dopo l'altra, il loro secchio di latta legato ad una corda; lavoro assai

noioso e faticoso, ma inevitabile, perchè a Ferentino, come in quasi

tutte le città del Lazio, mancano fontane. Spesso in queste regioni il

viaggiatore dura fatica a scuotersi da quel torpore, da quella pigra

contemplazione a cui lo invitano il caldo estivo e l'alta quiete che lo

circonda. In quella strana e pur familiare solitudine si ridestano

sensazioni già altra volta provate, e ciò che giace in un lontano

passato ritorna con dolcezza alla mente come avvolto nell'ombra.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 4 / 18 段