Ad un tratto la strada discende rapidamente e ci conduce in

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FERDINANDO GREGOROVIUS

Passeggiate per l'Italia

La

Campagna romana

I Monti Ernici--I Monti Volsci

Idilli delle spiagge romane--Il Circeo

Le sponde del Liri--Il Castello

degli Orsini

in

Bracciano.

_Versione dal tedesco_

ULISSE CARBONI--LIBRAIO EDITORE

ROMA

_Via delle Muratte, 77_

1906

I diritti sulla presente traduzione sono riservati

Stab. Tip. della Società Poligrafica Editrice

Roma, Piazza Pigna, 53.

PREFAZIONE

Questo volume, al quale altri faranno seguito, fa parte di un'opera

geniale, ma poco nota fra noi, del Gregorovius, «_Wanderjahre in

Italien_», che nel testo tedesco comprende ben cinque volumi, editi dal

Brockhaus di Lipsia. Di essa apparvero già in Italia, molto tempo

addietro, frammenti, capitoli isolati, ma--non sappiamo veramente per

quale motivo--mai se ne tentò l'intera traduzione.

Ingiusto essendoci sembrato l'oblio, cui si erano condannate queste

bellissime pagine, abbiamo pensato di presentarle al pubblico italiano

in una fedele ed integra versione.

Questo primo volume comprende le escursioni del grande storico della

Roma medioevale per la terra latina, per la campagna romana, la

marittima e per il Lazio fino alle sponde del Liri, escursioni fatte,

per la maggior parte, fra il 1858 ed il 1860. Non sono fuggevoli

impressioni alla Stendhal, non sono note modeste o superficiali da

_touriste_ e tanto meno vuote e patetiche chiacchierate: se in

Gregorovius il sentimento del bello era profondo, se, dinanzi all'opera

d'arte creata dall'uomo od a quella plasmata dalla natura, egli si

entusiasmava e diveniva spontaneamente poeta, innanzi tutto e

soprattutto, egli era uno storico ed in ogni cosa vedeva quindi e

sentiva il passato. Anche in un'opera di personali impressioni non

poteva perciò spogliarsi del suo abito di ricercatore e ricostruttore di

epoche trascorse: e in queste pagine, infatti, è tutto il Gregorovius

della «Storia del medio evo», è il Gregorovius che fruga fra le rovine e

fra i vecchi manoscritti che raccoglie, riunisce, esamina e

ricostruisce.

Leggendo queste pagine si sente che Gregorovius è nel suo dominio: egli

conosceva infatti Roma ed i suoi dintorni, come pochi anche oggi la

conoscono e l'amava con affetto sconfinato e ammirazione profonda di

figlio: ne conosceva i monumenti, i ruderi, gli abitanti, le abitudini,

il linguaggio, la vita comune, la storia grande e tragica, la politica,

le leggende, la fede. Le sue osservazioni, di un'esattezza severa,

scrupolosa, sono quindi spontanee e pensate insieme, costanti e

continue. La vita di mezzo secolo fa, sotto il dominio papale, molto

diversa invero da quella di oggi, ma forse più caratteristica, rivive

nelle pagine di questo bel libro e vi rivive intera, in tutta la sua

bellezza, ricordando, più di quello che oggi ricordi, tutto un passato

di lotte, di guerre, di gesta e di tragedie. Accanto al Lazio della metà

del secolo XIX si leva, in questo libro mirabile, per quanto non scevro

di difetti e d'ingenuità, il Lazio del medio evo. Libro di rievocazione

storica potrebbe dunque chiamarsi questo: sia che l'Autore ci presenti

il pittoresco aspetto della campagna romana, le selvagge solitudini dei

monti Ernici e Volsci, la poesia profonda delle rovine infiorate di

Ninfa, o il pauroso squallore di Astura dinanzi al limpido Tirreno e le

ville sepolte nelle paludi pontine, l'omerico Circeo, o il cupo maniero

degli Orsini, il passato ritorna sempre in queste pagine e vi ritorna

nella sua vera luce, maestoso, terribile, in tutto il suo profumo di

cosa lontana.

Chi seguirà oggi lo storico tedesco nelle sue dotte escursioni, troverà

probabilmente i dintorni di Roma molto diversi da quello che

presentemente sono: Gregorovius visitò la nostra terra in un tempo che

è, per gli avvenimenti accaduti, già lontano da noi, per quanto neppur

mezzo secolo ce ne separi. Egli percorse questa regione in un momento di

fermentazione e quando ancora tante barbarie non erano state commesse

sotto il vano e pomposo pretesto di progresso, di miglioramento. Oggi

molto, per opera della nuova gente e per le nuove necessità della vita,

è mutato e ciò conferisce al libro un interesse ed un sapore ancora

maggiore. Ciò, anzi, ci ha indotti soprattutto a tentare questa nuova e

completa edizione delle «Escursioni per l'Italia» di Ferdinando

Gregorovius cui non dubitiamo che il pubblico sarà per far lieta

accoglienza.

Luglio 1906.

L'EDITORE.

LA CAMPAGNA ROMANA

(1856)

La campagna romana.

(1856).

La regione nota sotto il nome di Campagna romana varia di estensione a

seconda del modo come ne vengono tracciati i confini. Nel senso più

preciso della parola, si chiama Campagna di Roma la regione deserta e

grandiosa che si stende intorno alle mura della città de' Cesari e che è

bagnata dal Tevere e dall'Aniene. Il suo perimetro si può tracciare ad

un dipresso con i punti seguenti: Civitavecchia, Tolfa, Ronciglione,

monte Soratte, Tivoli, Palestrina, Albano e Ostia. In senso più vasto,

la campagna si stende sino al regno di Napoli, avendo per confini il

Liri o Garigliano; di là da questo fiume sino al Sarno, che si getta nel

mare presso Pompei, vi è l'altra campagna, la quale forma la bella

provincia (Campania) che ha per capoluogo Capua.

La campagna di Roma non è dunque altro che l'antico Lazio, separato dal

paese dei Tusci per mezzo del Tevere. Dopo Costantino il Grande cessò di

esser chiamata Lazio ed assunse il nome di Campagna, comprendendo nel

medio-evo una buona parte del così detto «_Ducatus Romanus_».

Sin dai tempi feudali questa regione era divisa in due parti, la

Campagna propriamente detta nell'interno e la Marittima, che si spingeva

lungo il mare sino a Terracina. La natura l'ha del pari distinta in due

parti, in pianure e montagne. Le pianure sono tre, quella intorno alla

città, solcata dall'Aniene e dal Tevere e coronata dai monti della

Sabina, di Albano e di Ronciglione e bagnata dal mare; quella più vasta,

circoscritta da una parte dai monti Volsci e Albani, e dall'altra dal

mare, la quale comprende le paludi Pontine; ed infine quella interna,

formata dalla valle del Sacco, che fiancheggiato dai monti Volsci, dagli

Equi e dagli Ernici, dopo breve tragitto sbocca nel Liri, presso

Isoletta, sotto Ceprano.

Di questa stupenda regione del Lazio voglio intrattenere i miei lettori,

fra cui alcuno conoscerà certo e ricorderà (se per recarsi da Roma a

Napoli avrà preso la strada per Frosinone e S. Germano in luogo

dell'altra per Terracina) le bellezze della valle del Sacco e delle

montagne che la circondano. Nella mia descrizione moverò da queste due

città, da Genazzano cioè, luogo di pellegrinaggio ben noto, situato

all'ingresso della valle, e da Anagni, antica residenza di più papi nel

medio evo. Ho vissuto tranquillamente a Genazzano alcune settimane, e ne

ho approfittato per conoscere la Campagna latina e per visitare le sue

città ed i luoghi più importanti, di cui la conoscenza poteva servirmi

per la mia storia di Roma nel medio evo. Mi trovavo nel campo preciso di

quella storia, nel paese d'origine di quella grande famiglia Colonna, la

quale di là sorse così imponente e, come già ho detto, in una delle

residenze dei papi medioevali, tra i quali basterà nominare Bonifacio

VIII, per eccitare un sentimento più vivace per quella località. Non si

spaventi il lettore, io non ho intenzione di opprimerlo con nomi e con

eccessive ricerche, per quanto questo paese meriterebbe una nuova e più

chiara descrizione di quelle del Nibby e del Gell, come la meriterebbero

pure Anticoli, Alatri, Veroli, Soni ed Arpino, patria questa di Cicerone

e di Mario, e tutti quei monti e quelle valli, belle e selvagge, colà

situate, note sotto il nome di Ciociaria.

Si va da Roma a Genazzano per la via Labicana, uscendo da Porta

Maggiore, dove in altri tempi cominciavano la via Labicana e la via

Prenestina. Di queste due resta solo la prima, ampia strada che

anticamente sboccava sotto Anagni nella via Latina, attraversava la

valle del Sacco (_Trerus_) e poi il Liri presso Ceprano (l'antica

_Fregella_). Il viaggiatore che esca oggi da Roma per questa venerabile

porta, si trova dinanzi ad un nuovo spettacolo, perchè là sorge la

stazione provvisoria della prima strada ferrata degli Stati della

Chiesa, che porta a Napoli; la costruzione molto meschina è a ridosso

dell'arco gigantesco dell'acquedotto di Claudio. Si direbbe che

l'invenzione più recente della civiltà abbia timore di levarsi a fianco

delle rovine colossali dell'antica Roma, sebbene il genio moderno di

gran lunga sorpassi quello dell'antichità, sì che un Plinio, o un

Traiano proverebbero oggi uno stupore pari a quello del pastore del

Lazio che vede per la prima volta passare precipitosa e sbuffante una

locomotiva. Eccettuata la più bella strada ferrata del mondo, quella che

va da Napoli a Pompei, non ve n'ha altra che possa offrire un contrasto

più vivo fra due epoche della umana civiltà, quanto questa che corre

lungo gli archi coperti di musco dell'acqua Claudia, attraverso alla

triste campagna, fra le antiche tombe e le torri solitarie dell'età di

mezzo.

A tre miglia da Roma s'incontra Tor Pignatara, dove è la tomba di Elena,

madre di Costantino; sei miglia più in là, un ponte sul ruscello Marrana

(_Aqua Crabra_), quindi Torre Nuova con i suoi pini maestosi, castello

di proprietà del principe Borghese, dove gli archeologi pretendono sia

esistita la villa Popinia, di Attilio Regolo, cosa che noi non

contrasteremo, accontentandoci di accoglierla con un sorriso. Il lago

Regillo invece è veramente l'antico «_Lacus Regillus_» e l'ombra di

Tarquinio viene a confermarcelo e a dissipare i nostri dubbi. Oggi non

ha più acqua ed il cratere vulcanico è rimasto secco: è piccolissimo,

tanto che viene chiamato il Laghetto. Dopo si trova la prima stazione,

Osteria della Colonna, che è una taverna isolata al sedicesimo miglio,

costruita ai piedi di una collina che si stacca dai monti Albani, in

cima alla quale sta il villaggio di Colonna, nel medio evo culla della

famiglia di questo nome. Passata Osteria, la prima stazione che

s'incontra è «_ad Statuas_», oggi S. Cesareo; essa pure è una trattoria,

perduta in mezzo alle vigne, in un terreno accidentato, mal rinomato un

tempo per le frequenti grassazioni commesse dai briganti. In questo

luogo i banditi eran soliti attendere il passaggio delle diligenze, ad

una curva della strada, pronti a _saltar fuora_, come dicevano, al

momento opportuno. Da S. Cesario si scopre, fra bellissimi vigneti, il

piccolo villaggio di Zagarolo, antico feudo dei Colonna, ai quali

apparteneva tutto il territorio dei dintorni. Questo borgo dovrebbe

essere, o almeno lo si crede, l'antico _Pedum_, che Orazio nomina nella

sua quarta epistola, diretta all'amico Albio Tibullo:

Albi, nostrorum sermonum candide judex.

Quid nunc te dicam facere in regione Pedana?

Di qui, continuando a salire per qualche miglio, si giunge a Palestrina,

località assai importante, che fu l'antica e gloriosa Preneste dei

Romani, dove oggi si può riconoscere ancora per un certo tratto il

selciato poligonale dell'antica strada.

Qui è bene che ci arrestiamo un poco, perchè i miei lettori non abbiano

ad accusarmi di accennare soltanto al nome di una città così antica e

degna di nota; tuttavia non mi tratterrò a lungo.

Preneste, che ora sotto il nome di Palestrina ci appare come un gruppo

di case nere sul pendio di una collina di tufo, fu anticamente la

dominatrice del Lazio, prima di Alba Longa e di Roma, come lo attestano

le ciclopiche mura in doppia linea che ancora esistono e che

proteggevano altra volta l'antica cittadella. Sorgeva questa sul punto

più elevato del monte Prenestino, in una località per natura fortissima

e quasi inespugnabile, dove nel medio evo fu costruito un castello.

L'origine dell'antica città rimonta ai tempi favolosi, ai tempi di re

Cecolo, che Virgilio (_Eneide_, VII, 678) pone alla testa di una

legione, di cui facevano parte le genti dell'Anio, dell'Ernica e della

«_ricca_» Anagni.

Preneste fu signora del Lazio sino al giorno in cui i Romani la

sottomisero. Più tardi la si trova spesso menzionata nella storia; Pirro

la conquistò e vi si arrestò prima di muovere contro Roma; maggiore

importanza ebbe ai tempi di Silla, quando il giovane Mario cercò di

sottometterla; e allorchè Silla divenne padrone della città, dopo un

lungo e faticoso assedio, vi fece trucidare tutti gli abitanti maschi,

li rimpiazzò con i suoi veterani ed ingrandì talmente il tempio della

Fortuna, uno dei più famosi santuari del Lazio, da comprendere quasi

tutto lo spazio dell'odierna città che venne innalzata sulle fondazioni

del tempio di Silla. Augusto portò nuovi coloni a Preneste, e tanto lui

quanto Tiberio suo successore si recarono di frequente e volentieri a

villeggiare nella villa imperiale che possedevano in quella città, dove

trovavano pura e salubre l'aria. La villa Claudia fu anche nei secoli

seguenti, durante l'estate, dimora prediletta degli imperatori, e la

città si mantenne florida per lungo tempo ancora e non perdette il suo

splendore che all'epoca delle invasioni barbariche, in cui prese il nome

di Palestrina.

Secondo un atto del 970, che esiste tuttora, papa Giovanni XIII fece

donazione del feudo di Palestrina alla senatoressa Stefania. La nipote

di questa, Emilia (_Imilia nobilissima comitissa_), sposò verso il 1050

il padrone di Colonna e, a quanto pare, il loro figlio, Pietro de

Colonna, inaugurò la dominazione della sua gente sulla città di

Palestrina. Ciò che è incontestato si è che dal XII secolo questa

famiglia cominciò a diventare potente in quel territorio e ad estendere

a poco a poco il suo dominio dai monti Latini a quelli dei Volsci, degli

Equi e degli Ernici. Palestrina fu tolta nel 1298 ai Colonna da

Bonifacio VIII, loro acerrimo nemico, o con un assedio, o in seguito ad

una capitolazione accettata dai due cardinali della famiglia, Iacopo e

Pietro, e dai loro congiunti, che vi si erano rinchiusi; il papa,

divenuto padrone della città, furiosamente ne fece abbattere le mura e

le case, ad eccezione della cattedrale di S. Agapito, e, dopo aver

sparso di sale le rovine, vi fece passare sopra l'aratro. Tuttavia

Palestrina risorse, ma per essere distrutta di nuovo, nel 1436, dal

patriarca Vitelleschi. Venuto questi in guerra con i Colonna,

s'impadronì della sfortunata città e tutta la distrusse, non facendo

eccezione neppure per la cattedrale. Due anni appresso anche il

castello, che sorgeva in cima al monte, fu atterrato.

Sorvolo su i saccheggi che in seguito rovinarono di nuovo Palestrina. La

città, tale e quale è oggi, non rimonta oltre il secolo XV. I Colonna

continuarono a considerarla come loro principale residenza, con Paliano,

ed ottennero anzi, nel 1571, da Pio V, il titolo di principi di

Palestrina, finchè, per i debiti, nel 1630 dovettero vendere la città a

Carlo Barberini, fratello di Urbano VIII, per la somma di 775,000 scudi

romani. L'ultimo Colonna signore di Palestrina fu Francesco, morto nel

1636.

L'attuale città si stende a forma di terrazze sul pendio del monte, ed è

di aspetto cupo, eccezione fatta della lunga via principale, dove sono

parecchi palazzi. Nel punto più elevato sorge il palazzo Barberini,

magnifica costruzione nello stile del secolo XVII, oggi completamente

abbandonata. Per la sua forma semicircolare ricorda la pianta

dell'antico tempio della Fortuna di Silla, sulla cui area fu appunto

costruito. Questo palazzo baronale che risale al periodo del maggior

lusso della vita romana moderna, ha gran numero di sale, di camere, di

logge, ma non offre nulla che meriti veramente di esser visto,

eccettuato un grande mosaico, paragonabile a quello scoperto a Pompei e

conosciuto sotto il nome di battaglia di Alessandro. Rappresenta scene

campestri e religiose dell'Egitto, con gruppi di sacerdoti, di

sacerdotesse, di sacrificatori, di guerrieri, di pescatori, di pastori e

di cacciatori, con templi, case rustiche, animali, il tutto eseguito con

somma maestria. Pare che non risalga ai tempi di Silla, come è stato

affermato; è senza dubbio di un'epoca posteriore, forse di quella

dell'imperatore Adriano. Questo capolavoro artistico fu scoperto nel

1638 fra le rovine del tempio della Fortuna, dove ornava probabilmente

una nicchia. La famiglia Barberini lo aveva da prima posto nel suo

palazzo a Roma, ma più tardi lo restituì a Palestrina, per aderire alle

preghiere degli abitanti, i quali si dolevano che la loro città fosse

stata privata della sua più bella rarità.

Ma ciò che è più pregevole nel palazzo di Palestrina, non è la sua

antichità, ma la sua posizione, in cima all'altura, dove spira un'aria

sempre fresca, pura e balsamica, e dalle cui finestre si gode una vista

d'una grandiosità e d'una bellezza veramente uniche. L'occhio di lassù

abbraccia la maggior parte del Lazio da un lato e dall'altro una parte

dell'antico paese dei Tusci (Etruria), ora patrimonio di S. Pietro; la

vasta pianura, di aspetto classico, è limitata dai monti Latini e

Volsci, in mezzo ad essa si apre una larga strada in fondo alla quale si

scorge luminoso il mare. All'orizzonte si scorgono le linee di Roma, la

città eterna, nei vapori turchini, il monte Soratte isolato e solitario,

e la catena degli Appennini, e più in là i monti della Sabina, ed a

sinistra poi l'ampia e bella valle del Sacco, dominata dalle cime di

Montefortino e di Segni; e più lontano le alture della Serra e tutte

quelle vette dei monti di Anagni e di Ferentino, che si perdono

nell'azzurro vivo del cielo. Se poi ci figuriamo quelle pianure e quelle

colline seminate di città, di ville e di villaggi così ricchi di ricordi

storici, che richiamano alla memoria i tempi di Roma antica, dell'impero

e del medio evo, se si pensa che di lassù si possono contemplare

l'Umbria, la Sabina, il Lazio, il paese degli Equi e degli Ernici,

l'Etruria, i monti Volsci ed Albani, ed infine il mare, tutto questo

riunito in un solo e grandioso panorama, ci si potrà fare allora un'idea

della grandiosità ed imponenza dello spettacolo che Palestrina offre.

Quando i Colonna, nel medio evo, dalle finestre del loro palazzo o

castello miravano i loro possessi, potevano orgogliosamente ben dirsi i

più ricchi ed i più potenti signori del Lazio.

Dinanzi a questo quadro meraviglioso, sotto l'azzurro di quel cielo, in

quell'aria sì pura, si prova quasi una voluttà nel ricordarsi che

Palestrina ha dato i natali ad uno dei geni più grandi della musica

sacra, che assunse ed illustrò il nome della sua città natale.

Più ampio orizzonte ancora si scorge, salendo dal palazzo all'antica

rocca: questa sorge proprio sulla vetta del monte Preneste; vi si arriva

faticosamente in meno di un'ora, per un ripido sentiero scavato nella

pietra calcare. Era un dopo mezzogiorno di agosto, quando io mi ci

recai, e sebbene il sole fosse ardentissimo, mi sentivo fresco e

leggero, poichè l'aria fresca di quell'altura non lascia sentire la

fatica. Su questa cima è un piccolo borgo, S. Pietro, che risale a tempi

antichissimi, poichè si fa menzione di un convento o monastero in quel

punto sin dal secolo VI. Vicino a quello rimangono le belle rovine del

castello medioevale, dei muri quasi abbattuti, delle torri cadenti,

invase dalla ginestra selvatica e quasi coperte di edera lussureggiante.

Qui fu rinchiuso lo sfortunato Corradino, dopo la battaglia di

Tagliacozzo, e di qui egli fu condotto al patibolo a Napoli.

Bonifacio VIII fece distruggere questo _Castrum Montis Prenestini_,

antica rocca dei Colonna e centro della loro signoria nella Campagna. Si

possono leggere anche oggi le lagnanze dei Colonna al papa, in un

documento del 1304, dove è scritto: «Egli ha anche demolito la rocca

dell'antico monte Prenestino, _Rocca nobilissima_, che comprendeva

splendidi palazzi e mura antichissime costruite dai Saraceni

(_Saracenico opere_), con grandi macigni, al pari delle mura delle

città, ed inoltre l'importantissima chiesa di S. Pietro, edificata

sull'area di un monastero. Egli ha atterrato tutto ciò, insieme ad altri

palazzi ed alle case, in numero di circa duecento». Il celebre Stefano

Colonna però fece ricostruire la città e la rocca, ed oggi ancora si può

leggere sopra la porta della rocca rovinata e sotto lo stemma dei

Colonna, la seguente iscrizione:

MAGNIFICVS DNS STEFAN DE COLVMNA REDIFICAVIT

CIVITATEM PENESTRE CV MONTE ET ARCE

ANNO 1332

Preneste fu del resto uno dei paesi storici più antichi del Lazio, e

pare sia stato dimora attribuita al favoloso re Cecolo, nome che sembra

una trasformazione dell'antico re Cocalo di Agrigento, famoso per il

mito di Dedalo. La veduta da questo punto dei monti Sabini, che si

levano severi e maestosi, è grandiosa ed imponente.

Non chiederò a' miei lettori di seguirmi fra le rovine dell'antica

Preneste disseminate nelle vigne, sotto l'odierna città, dove formano

una specie di labirinto di volte e di stanze, e dove ancora si trovano

preziosi oggetti di antichità; non chiederò questo a' miei lettori,

perchè tali escursioni sono faticose ed in genere quasi inutili.

Palestrina ha due buoni storici, Cecconi e Petrini, le cui _Memorie

Prenestine_ sono molto preziose per lo studio della storia del medio evo

romano e della campagna romana.

Subito sotto la città, la strada s'interna in una gola profonda, in

mezzo ai monti popolati di lussureggianti castagni, dove scorre anche un

torrente chiuso tra due rocce selvagge che tolgono ogni vista. Dopo tre

miglia la strada si apre ad un tratto sopra un ponte grandioso e

pittoresco, che varca uno degli affluenti del Sacco, e ci si trova

allora dinanzi il cupo e bizzarro villaggio di Cave, costruito su una

collina attorniata da vigneti e da giardini, da dove la vista può

stendersi sino ai monti Volsci e per la pianura del Sacco.

Sulla piazza del mercato di Cave sorge una colonna, emblema della

famiglia Colonna, antica feudataria del luogo. Nei dintorni crescono

alberi di noce di straordinarie dimensioni, i cui frutti raggiungono

talvolta la grossezza di un pomo e sono molto apprezzati in tutta la

campagna romana.

Il popolo di Cave è di sangue caldo, pronto all'ira ed incline a

maneggiare il coltello, e parla un dialetto che si avvicina molto al

linguaggio delle cronache del medio evo, al romanesco, e che ricorda

anche il calabrese per la facilità nel sostituire alle vocali i

dittonghi. Invece di _si_, per esempio, esso dice _sei_ ed anche

_seine_, con la cantilena abituale alla gente volgare; dice _signoure_

per _signore_, _muratoure_ per _muratore_, _Rouma_ per _Roma_. Quei di

Palestrina hanno invece conservato molte parole e desinenze latine; il

buon vignaiolo Agapito, quando m'invitava ad andare nella sua vigna, mi

diceva: _venite in vigna mea_ (e non _mia_), locuzione questa che dai

contadini di Genazzano era stimata cattiva e che a quelli di Palestrina

pareva migliore.

Ci vogliono ancora tre miglia di strada per arrivare a Genazzano, sempre

sullo stupendo altipiano che corre lungo il monte di Cave, con la vista

continua dell'amena valle del Sacco, ed in lontananza con la vista di

Paliano, altra dimora dei Colonna, con il suo castello interamente

bianco: sui confini dell'orizzonte da questa strada si scorge inoltre

l'antica Anagni, perduta quasi fra le nubi, sulla cima del monte.

Ad un tratto la strada discende rapidamente e ci conduce in una

incantevole regione di collinette e di valli, che si seguono con

pittoresca varietà; delle distese di olivi inargentati, dei folti

boschi, malinconici, di castagni, dei campi di grano e di granturco,

degli orti, delle viti che avvolgono i loro rami da un olmo all'altro,

completano il bel quadro. Sulla collina che domina tutto questo

paesaggio è situato Genazzano, paese lungo e nero come le rocce su cui è

fabbricato. Le sue case sembra quasi che si arrampichino in processione

sino alla chiesa di S. Maria del buon Consiglio, il santuario più famoso

della campagna latina, o che si rechino, quali vassalli, verso il bel

castello baronale dei Colonna, che corona la sommità del monte.

Una porta merlata dà accesso alla piccola città; appena entrati

l'attenzione del visitatore è attratta da un rozzo affresco, dipinto

sulla parete di una casa, che rappresenta la «Madonna del Buon

Consiglio», sostenuta in aria dagli angeli e circondata da pellegrini

dalle cappe adorne di conchiglie e col bastone ricurvo in mano, in atto

di venerazione. Strade deserte menano alla piazza principale «_piazza

Imperiale_» l'aspetto delle abitazioni nulla ha di seducente, se non

qua e là qualche finestra gotica, che ricorda, con le sue sculture ed i

suoi rabeschi, il periodo migliore del medio evo.

Quando si arriva in un paese appartato per dimorarvi qualche tempo (io

ho villeggiato per tre mesi a Genazzano la prima volta, e vi sono

tornato ancora due volte nell'estate), uno dei primi pensieri, dopo aver

trovato un'abitazione ed esservisi istallati, è quello di cercare le più

belle passeggiate e quei luoghi dove si può gustare l'aria libera, il

fresco, la tranquillità, e leggere e pensare senza venir disturbati. Mi

sono accorto subito che a Genazzano potevo soddisfare i miei gusti

rustici. Per il paese non si può, è vero, passeggiare a lungo, le vie

essendo troppo ineguali e troppo strette; non v'è una pianta sotto

l'ombra della quale sia possibile sedere; ma fuori abbondano ombrosi

castagneti e ameni vigneti, ove è dato assaporare tutte le dolcezze

della pace e della solitudine. V'è pure una strada piana, adattissima

per passeggiarvi; per giungere a questa bisogna attraversare il palazzo

Colonna e si arriva ad un ponte gittato attraverso un burrone e formato

di un arco solo in pietra, non indegno degli antichi romani: vi si

scorge la mano possente dei Colonna. Addossato allo stesso palazzo è un

acquedotto, costruito questo pure da quell'antica famiglia, ora

abbandonato, ma molto pittoresco, con i suoi archi che, in parte

rovinati, sorgono negli antichi giardini, ridotti essi pure in misero

stato.

Lungo l'acquedotto v'è una strada, per i soli pedoni, che conduce

all'abbandonato convento di S. Pio.

Ricordo ancora con un certo piacere il giorno in cui, andando alla

scoperta di un luogo per le mie future passeggiate, ho percorso per la

prima volta la via che mena a S. Pio. La strada bella e buona sale fra i

vigneti ed i boschi; tutto ad un tratto la vista si apre a destra, e si

scorgono terreni ondulati, coperti di viti, e l'ampia e tranquilla valle

del Sacco, circoscritta da catene montuose, ed un paesaggio dall'aspetto

superbo. A fianco della via sorge una piccola altura detta Fagnano,

sulla cui pendice trovasi un masso voluminoso, ombreggiato da annose

piante di olivo; su quest'altura mi son procurato spesso il godimento di

leggere la _Vita nuova_ di Dante o la _Consolazione della filosofia_ di

Boezio, riposando poi alla fine di ogni capitolo i miei occhi nel

contemplare quel quadro sublime che si spiegava dinanzi a me. Di lassù

si gode tutto meravigliosamente: sul primo piano dei lussureggianti

boschetti; più in là un'ampia valle coperta di una cupa foresta,

illuminata da un sole ardente; a destra ed a sinistra delle splendide

catene di montagne. Quella a sinistra è chiamata Serra, dominata dalla

piramide gigantesca del Serrone, da cui si staccano monti di minore

altezza, persi tutti in un mare di verdura, interrotto qua e là da

numerosi villaggi e castelli. Dalla Serra si staccano delle ridenti e

fresche colline, seminate qua e là di fortezze feudali e di bianche

borgate, brillanti sotto i raggi del sole. Sull'altro versante, altre

colline formano come gli avamposti dei monti Volsci, le cui sommità

seguono delle ardite curve e danno così un altro aspetto al paesaggio.

Su queste vette luminose e nelle nere valli, l'occhio distingue numerosi

castelli, monasteri e villaggi che sembrano sospesi nell'aria. Da per

tutto regna un silenzio solenne, imponente. I contorni delle cime

sembrano scolpiti nell'azzurro del cielo. Dietro la Serra si scorge qua

e là una punta nevosa, d'una dolce tinta violetta: è qualche vetta

selvaggia dell'Abruzzo; più lontano ancora, in una nebbia d'argento,

appaiono altre punte coperte di neve e nelle forme più svariate, alcune

simili ad obelischi, altre simili a cupole: esse richiamano la fantasia

verso regioni ancora ignote del paese dei Sanniti, o verso le sponde

del Liri.

Chi potrebbe dipingere su una tela le bellezze di questo paesaggio,

allorquando la tinta rossastra della sera viene ad avvolgere i monti con

una porpora raggiante e l'ombra si stende su tutta la valle? La notte

scende allora a poco a poco sulle meravigliose pendici della Serra e

pare che s'impadronisca, l'un dopo l'altro, dei paesi per piombarli poi

nelle tenebre più fitte. Gli ultimi raggi del sole sul tramonto fanno

scintillare i vetri delle finestre di Serrone, di Roiate e di Piglio;

quindi tutto diventa scuro, tutto scompare, ed anche il castello di

Paliano si perde nelle tenebre. Un solo paese appare ancora di lontano,

per gli ultimi raggi che vanno a morire sulle sue finestre; è posto

sopra un colle e lo ricopre quasi tutto e per la sua estensione appare

assai più importante di tutti quelli della campagna romana. Sin dalla

prima sera l'ho riconosciuto, per la sua posizione, e non sono caduto in

errore: è Anagni, la patria di Bonifacio VIII, che io ho salutato con i

versi di Dante:

Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,

E nel vicario suo Cristo esser catto.

L'impressione di un paesaggio diventa maggiore per il pensatore,

allorchè vi sa ricollegare i ricordi storici e farvi rivivere qualche

grande figura del passato: la valle latina che si stende ai nostri piedi

è la chiave del regno di Napoli, è la strada militare percorsa dai

popoli invasori del medio evo. I Goti, i Vandali, i Franchi, i

Longobardi, Belisario, gli Ottoni, gli Hohenstaufen, i Saraceni, i

Francesi, gli Spagnoli, tutti hanno dissetato i loro destrieri nelle

acque del Sacco, tutti hanno traversato questi campi virgiliani, per

riversarsi poi di là dalla valle del Liri, in quel paradiso che ha nome

reame di Napoli.

Genazzano non è una città molto antica; risale al medio evo. Solo il suo

nome, forse, rimonta all'antichità, giacchè si vuol farlo derivare dalla

_Gens Genucia_, la quale qui possedeva il _fundus Genucianus_. Non è che

dai primi del secolo XI che si ricorda in alcuni documenti il nome del

castello di Genazzano, come proprietà dei Colonna di Palestrina. Questo

castello fu dimora di un ramo di detta famiglia e le diede il nome. Si

vuole anzi che il solo papa di questa famiglia sia nato appunto a

Genazzano: fu questi Martino V, Ottone Colonna, eletto a Costanza nel

1417, sotto il quale ebbe fine lo scisma di Avignone. E' fuori dubbio,

per lo meno, che questo illustre pontefice appartenne al ramo dei

Colonna di Genazzano e che amò risiedere solitario in questo dominio

della sua famiglia. Amava il paese e vi fece costruire delle chiese e

probabilmente ingrandì anche il palazzo che i suoi nipoti, più tardi,

abbellirono. Ai Colonna spetta pure il vanto di aver fatto costruire

l'acquedotto, di cui ho parlato; e le pittoresche rovine dei bagni che

stanno in un avvallamento del terreno, dinanzi alle porte della città,

rivelano, per la grandiosità del loro stile, che autori ne furono i

potenti baroni. Il loro palazzo o castello feudale era un tempo vasto e

magnifico; oggi cade in rovina al pari di quasi tutti i palazzi della

campagna romana.

Il cortile, d'un gusto severo, col suo duplice colonnato elegante e

leggero, ricorda quasi l'epoca del Bramante: ora, però, fra quelle

colonne si vedono statue di marmo mutilate, senza testa, ma che, nello

stato miserando in cui sono ridotte parlano con maggiore eloquenza

all'animo del visitatore che se fossero tuttora intatte. Esse sono in

perfetta armonia con quel palazzo deserto, e mi hanno fatto tornare alla

mente certe descrizioni di castelli feudali in rovina, lette nei romanzi

di Walter Scott. Una volta i Colonna avevano fatto dipingere sulle

pareti di una loggia i panorami delle città comprese nei loro vasti

dominî: ora questi affreschi sono cancellati, come scomparsi sono i

titoli ed i diritti dei loro signori. Unico abitatore, che percorre

quelle sale vaste e abbandonate, simile ad un mago o ad un incantatore,

è un vecchio medico dalla barba bianca, che vi ha stabilito la sua

dimora e solo ne anima la profonda solitudine.

A Genazzano del resto non mi sono dato cura nè di antichità, nè di

ricerche archeologiche, e mi sono invece abbandonato interamente al

piacere di goder le bellezze naturali e di conversare con quella buona

popolazione. Non volendo unicamente trascorrere il mio tempo ad ammirare

l'azzurro del cielo od a parlare solo della storia delle famiglie,

voglio ora discorrere, da campagnolo, dei vigneti ed accennare come qui

si mangi e si beva. Il momento veramente non è il più adatto, poichè le

viti sono ancora devastate dalla crittogama ed il granturco corre

rischio di andare tutto perduto, non essendo da due mesi caduta una

stilla d'acqua.

Un giorno, dopo aver percorso un sentiero selvaggio fra due siepi di

rovi, sono arrivato in un vigneto, dove, in un luogo tranquillo e

ombreggiato da bellissime piante di olivo, mi sono seduto e, tratto

fuori un libro legato in pergamena, mi sono sprofondato nella lettura.

Il cane della casa dove abitava, Moringa, mio compagno di passeggiata,

fedele ed inseparabile che mi guidava sempre nei siti più belli, stava

accovacciato ai miei piedi, quando ad un tratto cominciò ad abbaiare;

alzai gli occhi e vidi alla distanza di cinque o sei passi una donna

assai ben vestita, che mi fissava con segni di viva paura.

«_Buon uomo_, mi disse che fai tu costì?» (Nella campagna romana come

nell'Abruzzo tutti generalmente si danno del tu).

«Perchè me lo chiedi, buona donna?».

«Perchè son certa che quello che stai facendo, è cosa cattiva, mi

rispose essa alzando le spalle in segno di disprezzo; e soggiunse: ciò

non sta bene». Vivamente stupito domandai alla donna per quale ragione

io l'avevo tanto spaventata e se non aveva mai visto in vita sua un uomo

leggere un libro. «Può darsi, mi rispose, ma ciò non sta bene, e chi sa

poi quali siano le tue intenzioni...» e dette queste parole si allontanò

gettando su me più volte sguardi timorosi e sospettosi.

Continuai a leggere, ma poco dopo mi alzai, riflettendo su quella

bizzarra apparizione. La sera raccontai la cosa in casa. «Sapete, mi

disse ridendo Annunziata, la mia albergatrice; quella donna ha creduto

che voi foste un fattucchiero, un mago, e che foste occupato a lanciare

col vostro libro in pergamena una maledizione sulla sua vigna». Risi di

cuore per essere stato preso per un mago e per aver potuto trarre delle

maledizioni contro i vigneti dalla _Storia dei Papi_ del Platina.

Le viti si vanno a poco a poco riavendo, e siccome è il primo anno che

sono colpite dalla malattia, i grappoli d'uva sono ritenuti, come dice

questa buona gente, _cosa santa_. Durante il mio soggiorno a Genazzano

furono nei dintorni uccise cinque persone solo per aver tentato rubare

alcuni grappoli d'uva. A questo proposito voglio anzi narrare un fatto

che dà un'idea del come qui sia amministrata la giustizia. Un ricco

proprietario, cognato del priore o sindaco di Olevano, uccise un giorno

sulla strada maestra un disgraziato che aveva rubato alcuni grappoli

d'uva; compiuta questa bella impresa, si rifugiò in una sua vigna,

contigua a quella della mia albergatrice. Alcuni suoi amici, siccome i

figliuoli dell'ucciso avevano preso i fucili per vendicare il padre, si

recarono armati dal proprietario per difenderlo. La giustizia intanto

non si mosse e solo dopo varî giorni la vedova riuscì, per mezzo di

protettori influenti, a scuotere il magistrato e ad aver la promessa

che i birri di Olevano avrebbero arrestato l'uccisore: essi però anche

allora non si mossero, perchè, si disse, erano stati comprati col

denaro. Neppure i birri di S. Vito, nei quali la vedova riponeva

maggiore speranza, fecero nulla.

Passarono due settimane. «Bella giustizia avete nei vostri paesi!» dissi

una sera al farmacista di Genazzano, nella cui bottega, come in quella

del suo collega, di Ermanno e Dorotea, solevansi radunare le persone più

importanti del luogo. Il figlio dello speziale, padre della bella Sofia,

allora mi rispose: «Ma che pensate mai, signore? Quell'uomo non fu mica

ucciso, come si dice, dal cognato del priore; il nostro «_dottorino_» ed

il chirurgo, hanno fatto l'autopsia del cadavere ed hanno trovato che

l'infelice cadendo da un'altura si spezzò il fegato». «E' proprio così»

soggiunse l'arciprete di Santa Maria del buon Consiglio. Io tacqui. «Non

ne credete una parola, mi disse la mia albergatrice; quel disgraziato

non si è affatto rotto il fegato, ma...», e col pollice e l'indice

destro fece il gesto di chi fa scorrere del denaro. «Avete capito?» «Ho

capito» risposi.

L'abbondanza di viti qui è straordinaria: per quanto l'occhio può

spaziare, le vigne ricoprono tutte le ridenti colline della campagna.

Le piante sono disposte in lunghe file, appoggiate a pali o sostenute da

quelle canne resistenti che in Italia crescono nei luoghi umidi, o

avviticchiate a piccoli olmi. Gli ammiratori di Virgilio sanno che fin

dai tempi romani si soleva coltivare in queste terre la vite nei modi

cui ho fatto cenno. Grande godimento è quello di poter leggere oggi in

queste vigne le _Georgiche_ di Virgilio, il capolavoro della poesia

latina, libro stupendo non tanto per la forma della composizione, che è

mediocre, quanto per la purezza, la precisione, la grazia inimitabile

dello stile. Ho letto e riletto quei canti fra i campi di Genazzano ed

ho dovuto riconoscere che tutti i consigli, le regole ed i precetti del

poeta sono oggi pienamente osservati, di guisa che pare quasi che egli

abbia descritto i modi di coltivazione attualmente in uso nella campagna

romana.

La vigna è tutto in questa regione: essa riunisce in sè le tre divinità

dei campi: Bacco, Cerere e Pomona. Infatti, fra le file delle viti si

semina il grano, e qua e là vi si piantano gli eleganti mandorli, la più

precoce delle piante del Mezzogiorno, che fiorisce alle prime brezze

primaverili: il mandorlo è stato cantato in una delle _Cento novelle

antiche_, dove è detto essere stato piantato presso la tomba di Narciso

da Amore, quale simbolo degli amanti. Fra le viti cresce anche l'olivo,

dalle foglie sottili che paiono luminose nella luce cangiante, assumendo

una tinta ora argentea ora bronzea: vedendolo levarsi sul grano, vien

fatto di pensare al pane saporito, per il quale somministrano l'olio.

Altrove sorgono anche dei peschi, dei peri, dei meli, dei purpurei

melagrani, dei noci, dei castagni e dei fichi, dai frutti dolci come il

miele. Tutte queste piante porgono una ricca scelta di frutta in ogni

stagione, di modo che quando una ha finito di dare i suoi frutti,

un'altra pianta offre i suoi, mentre una terza li matura e li prepara.

Avendo trascorso un'intera estate nella campagna romana, ciascuna di

quelle piante mi ha pagato il suo tributo, ad eccezione dell'olivo, che

è l'ultimo a maturare.

La mia albergatrice possiede tre vigne, una presso Palestrina, le altre

due nei monti selvaggi di Olevano, a tre miglia da Genazzano. Là sorge

su un'altura, solitaria, una casetta di contadini, con una veranda

aperta, ornata di fiori, ombreggiata da vecchi fichi e castagni: di

lassù lo sguardo spazia sulla catena maestosa della Serra e sulla

pianura del Sacco. Quale godimento passare le ore della giornata in

quella loggia a respirare l'aria pura e profumata e ad assaporare di

quegli ottimi frutti! Quali scegliere fra di essi? L'imbarazzo è grande,

data la varietà dei frutti, uno più squisito dell'altro. Lo stesso

devesi dire dell'uva: la malattia ha risparmiato questa vigna, rinomata

per tutta la contrada; i tralci piegano sotto il peso tanto che è stato

necessario puntellarli con pali e sostenerne i grappoli con fili di

ferro. Non ricordo di aver mai visto dei grappoli e dei chicchi d'uva di

tale grossezza e se volessi paragonarli a qualcosa, passerei certo per

esagerato.

V'è il moscatello dorato, trasparente sotto i raggi del sole, v'è l'uva

nera e quella biancastra, che serve a fare il così detto «_buon vino_» e

quella azzurra cupa, che fa il vino forte, rosso come il sangue. Mi son

recato spesso a mangiarne e poi mi sedevo sotto un castagno ai piedi

della collina, in mezzo ai mirti ed alle felci cantate da Virgilio, e,

fra il profumo della menta e del serpillo, leggevo Orazio o qualche

altro libro che avevo recato meco. La menta è propriamente una pianta

caratteristica della campagna romana: tutti i campi intorno alla città

eterna ne sono profumati. Quando poi mi trovo lontano di qui, in

Toscana, o nell'alta Italia, e mi accade di vedere una pianticella di

menta, il suo profumo mi richiama immediatamente alla memoria la

campagna romana, e me la fa desiderare ardentemente.

In mezzo a tanta dovizia, chi vorrà credere che la popolazione sia

poverissima? Osservando questa regione la si direbbe un vero Eldorado

per i suoi abitatori; ma se vi si vive un po' a lungo si finisce per

vedere che spesso in questo paradiso terrestre abita la miseria più

squallida. Tutte queste frutta (si vendono qui venti fichi o venti noci,

per un _baiocco_; e nelle buone annate un fiasco di vino per lo stesso

prezzo) non bastano a nutrire il contadino; esso morrebbe di fame se non

avesse la farina di granturco, che forma il suo cibo. La causa di questo

doloroso stato di cose va ricercata nel regime agrario del paese.

Innanzi tutto bisogna notare che ogni proprietario di terra deve pagare

al principe Colonna, come tributo, la quarta parte di quello che il

terreno gli rende. L'antico flagello dei _latifundia_ è ciò che forma la

miseria di questa popolazione; è vero che quasi ogni contadino possiede

una piccola vigna, ma questa non è sufficente a mantenere la sua

famiglia. L'usura poi non ha limiti; anche ai più poveri prende il dieci

per cento. La più lieve disgrazia, una raccolta mancata, come avviene da

alcuni anni in qua, basta ad indebitare il contadino trascinandolo

nella miseria. Se egli riesce ad ottenere danaro e derrate a credito

gl'interessi lo rovinano e l'avido usuraio attende il momento, in cui il

piccolo proprietario per fame sia costretto a vendergli il suo fondo ad

un prezzo irrisorio. I baroni ed i conventi si arricchiscono; i

contadini sono ridotti alla sorte di loro vassalli e di loro mezzadri.

Ho avuto più volte occasione di osservare fatti simili. La vendita ha

generalmente luogo in questo modo: il contadino indebitato comincia col

vendere la sola terra e si riserva le piante «_gli alberi_» sotto la

quale denominazione sono comprese anche le viti, e continua a coltivarle

ed a godere della metà e talvolta anche dei tre quarti del reddito.

Trascorso però un anno appena il contadino si ripresenta all'acquirente

offrendo di vendergli anche le piante ed allora diventa suo mezzadro,

continua ad abitare il terreno con la sua famiglia, a coltivarlo pel

nuovo padrone, ricevendo in compenso una parte dei prodotti, e siccome

non di rado questi non bastano al suo sostentamento, ricorre ancora a

nuovi debiti.

Nella vigna della mia padrona, una veneziana da tutti stimata per la sua

onestà, vive appunto in tali condizioni una famiglia di contadini

composta di otto persone. Ho saputo che essa li aveva trovati e presi

come mezzadri nel suo podere, poverissimi, e che aveva loro anticipato

il denaro per vestirsi, comperare le masserizie e di che mangiare,

ebbene, nonostante tutto ciò quei poveretti vivono in tanta miseria per

l'eccessiva fatica ed il pessimo nutrimento, che sono stati colti tutti

dalla febbre, ed è necessario soccorrerli ancora, perchè possano vivere.

Solo dopo la vendemmia provano un po' di sollievo, sino a tanto cioè che

dura il danaro ricavato dalla vendita della loro parte di vino.

Il vino eccita i nervi, ma non basta a nutrire i muscoli. Quello che

beve il contadino è il vino peggiore, è un vinello; gli occorre dunque

del pane, ed essendo il frumento troppo caro, coltiva piuttosto il

granturco e si ciba di polenta. Come nella Lombardia e nelle Marche, la

campagna del Lazio è coperta dalle belle piante di granturco; pare quasi

che la natura abbia considerato le splendide pannocchie dorate come uno

dei suoi doni preziosi e le abbia perciò ravvolte con nove involucri.

Tutta la povera gente qui si nutre di polenta, sotto forma di pane, o

sotto forma di focaccia, detta «_pizza_». Quando per la strada talvolta

ho domandato a qualcuno: «Che cosa hai mangiato stamane?» mi son

sentito rispondere: «la _pizza_». E se ho domandato ancora: «Cosa

mangerai questa sera?» invariabilmente la risposta è stata: «la

_pizza_». Ne ho mangiata parecchie volte io pure insieme coi contadini.

E' così preparata: la farina vien ridotta a poltiglia; quindi viene

stesa sopra una pietra liscia e fatta cuocere sopra carboni ardenti.

Vien mangiata calda; tutta la famiglia si asside intorno al fuoco e

prende parte al meschino banchetto. La sera mangiano dell'insalata di

campo condita con un po' d'olio od una zuppa di cicoria, di cavoli od

altri legumi cotti nell'acqua. Spesso l'olio manca, come è avvenuto

quest'anno, in cui gli olivi, dopo aver dato l'anno scorso un abbondante

raccolto, sono affatto spogli di frutti, ad imagine di ogni umana

vicissitudine, in cui il bene si avvicenda senza tregua col male.

E' facile immaginarsi con quale ansietà questa gente segua le diverse

fasi del raccolto del granturco. Verso la fine di luglio la pannocchia

comincia a formarsi, ed allora ha bisogno di acqua. Quest'anno non

piove: il calore è straordinario e la popolazione ne è costernata e

rivolge preghiere al cielo per aver la pioggia. Tutte le sere hanno

luogo processioni, che mi rammentano solennità pagane, quelle feste

«_rubigales_» della Roma antica, nelle quali si portava in giro per la

via Appia, _votisque vocabitis imbrem_, la pietra della pioggia; e non

ho mai potuto osservare queste processioni senza stupore. E' veramente

strano di ritrovarsi ai nostri tempi in mezzo ad un popolo che conserva

l'ingenua credenza di poter sopprimere, modificare o accelerare con

preghiere e canti lo svolgimento delle immutabili leggi della natura.

Ogni sera le donne di Genazzano percorrono le vie del paese a due a due,

con un fazzoletto rosso in testa, che scende a forma di velo sulle

spalle, e che portano sempre allorquando entrano in chiesa: le precede

il clero con l'imagine di un santo. Cantando e mormorando preghiere,

arrivano alla piazza maggiore e quivi con un fervore che confina col

parossismo, gridano più volte: _Grazie, grazie, Maria!_ E questo grido,

ripetuto da centinaia di bocche, echeggia nell'aria. «Et Cererem clamore

vocant in tecta» (VIRGILIO). Ogni sera s'implora un nuovo santo, ma

tutti sono sordi alle ingenue preghiere.

Passeggiate per l'Italia, vol. 1 · 第 1 / 18 段