strepito che quella turba vi faceva per entro era infernale. Il
capitano napoletano credette gli crollasse la volta del tempio sotto
i piedi, e non si saprebbe dire se lo scompiglio, il chiasso, o
qualche altra causa poco eroica gli facessero perdere la testa in quel
momento. In luogo di far chiudere lo sbocco delle scale che mettono
dall’interno della chiesa alla parte superiore o collocarvi buon numero
di soldati per difenderne l’accesso, lo che per l’angustia del sito
stato sarebbe felicissimo, egli lasciò sforniti di difesa que’ luoghi.
Mise tutti i lanzinecchi armati di spade e d’alabarde avanti la torre
del campanile, in cui si chiuse coi moschettieri spagnuoli, da due dei
quali, che mandò sulla cima, faceva ripetere incessantemente i segnali
per chiedere soccorso all’esercito ch’era fuori delle mura della città.
Ma quello per suo maggiore sbalordimento non sembrava pure accorgersi
del tremendo pericolo in cui si ritrovava. Eccoli finalmente i ribelli
anche sul Duomo; uno, due, dieci si slanciano su delle scale e si
spargono pei tetti, indi riunitisi alla voce dei loro capi, vanno a
circondare il campanile. Il fiero Bartolozzone s’apprestava a venire
tosto alle mani, ma da Macassora d’animo più mite, fu fatto sospendere
l’assalto, poichè a risparmio di sangue offrire voleva capitolazione.
Si fece egli innanzi alla fila gridando ai soldati d’arrendersi, e
il capitano messo fuori il capo da un pertugio del campanile non gli
rispose che con parole ingiuriose e braverie. Ad onta di ciò Macassora,
che ben conosceva la disperata posizione di costoro, insisteva onde
deponessero le armi, ma una palla di moschetto scagliata dalla torre in
tal punto gli troncò la voce e la vita. Quel colpo colmando di sdegno
gli assalitori fu segno di generale combattimento. I lanzinecchi si
difesero valorosamente, ma dopo aver perduti molti dei loro andarono
scompigliati. Resistevano al di dentro del campanile i moschettieri
spagnuoli scaricando incessantemente gli archibugi, e gran danno
recavano ai combattenti. Questi stavano quasi per rinunciare all’ardua
impresa di penetrare colà, quando loro venne in capo di dar fuoco alla
torre, e tutto l’occorrente apprestato, fecero alzare le fiamme. Al
divampare di queste i moschettieri si diedero vinti, ma non v’era più
scampo.
— Vittoria! Vittoria! evviva Milano! Alziamo la bandiera, facciamo
vedere ai nostri che siamo i vincitori — esclamò Bartolozzone.
— Sì, si alzi la bandiera, la nostra bandiera della croce rossa —
gridarono tutti ad una voce.
Nessuno però aveva pensato a portare là su nè stendardo, nè gonfalone,
onde vi fu un momento d’imbarazzo, che durò poco; poichè in una
moltitudine trionfante v’è sempre qualche ingegno che ha in pronto lo
spediente per ogni caso possibile. Si vide ad una delle finestre, che
dalla cupola giù guardano nella chiesa, un’ampia tenda bianca; si corse
a strapparla, e pigliata da quattro dei combattenti ai quattro angoli
opposti, veniva tenuta ben tesa. Il figlio dell’ucciso Macassora si
levò allora di dosso la camicia e raggruppatala, servendosene a modo
di spugna, la inzuppò in un guazzo formato dal sangue che era colato
dalle ferite di varj soldati che giacevano uccisi quivi presso; poscia
ogni volta secondo il bisogno ribagnandola nel sangue segnò sulla tela
due grandi righe rosse a forma di due giganteschi semicerchii, che si
tagliavano nel mezzo, rappresentando così la croce convessa che è lo
stemma municipale milanese. Levato quindi uno de’ più lunghi e grossi
pali delle travature del tetto, con funicelle e stroppie vi attaccarono
per un lato quella tenda.
Bartolozzone intanto co’ suoi di porta Ticinese inseguiva da vicino
l’ultimo rimasuglio de’ lanzinecchi, i quali cercavano salvare la
vita ora col combattere, or col balzare fuggendo di tetto in tetto.
Ma incalzati e spinti da ogni parte verso l’estremità che termina alla
facciata, quando furono colà, ad onta che opponessero la più disperata
resistenza, vennero superati, e mano mano che cadevano disarmati
o feriti, venivano presi e scagliati inesorabilmente dall’alto; e
scendeva chi a piombo, chi capovolto, chi roteando a sfracellarsi,
orrenda vista! con rumoroso tonfo sul suolo.
Tutte le finestre e i balconi delle case che circondavano la piazza,
tutte le aperture delle trabacche di legno, che ne ingombravano l’area
erano piene zeppe di gente di ogni età e condizione, i cui volti
sorgevano l’uno sopra l’altro guardando ammirati, attoniti, istupiditi
quello spettacolo strano e spaventoso, e in quella immensa moltitudine
di astanti regnava il più profondo silenzio. Solo sopra l’altana
(_baltresca_) di una casa che era in fondo alla piazza di prospetto
alla facciata del Duomo, stava seduto un cristianone panciuto, nudo
le braccia, nudo il lardoso petto, mezzo sbracato, e mal coperta da
un piccolo berretto rosso la calva zucca, il quale facendo dalle risa
balzare la trippa e le ganasce, battendosi le cosce esclamava: — Ohi!
Ohi! correte, correte! che bel vedere! che gran caso! bruciano la
Spagna, e i lanzinecchi fioccano dal Duomo. —
La torre intanto consumata in gran parte alla base dalle fiamme diè
uno squasso, si spaccò e cadde ruinando. Rimase però eretto ancora
uno de’ suoi squarciati fianchi a cui stavano uniti vari pezzi di
scala. Macassora seguìto da due de’ più intrepidi vi si arrampicò,
trascinandovi sopra la tenda e conficcandone il palo come un’antenna
sul punto più elevato; appena eretta in tal modo, al vivo soffio
dell’aria, la tela si aprì sventolando, e mostrò, sanguinoso stendardo,
l’ampia croce.
A quella vista alzossi da tutta la sottoposta piazza un’esclamazione di
meraviglia e d’applauso così unanime, sonante, prolungata, che fu udita
e si propagò sino nelle più remote contrade.
Ma la gioja del trionfo ebbe breve durata e pienamente rimasero delusi,
coloro che, segreti partigiani del duca Francesco Sforza, assediato,
come dicemmo, dagli imperiali nel castello, avevano sperato che il
popolo vincitore, sarebbesi tosto rivolto a sussidiarlo per rimettere a
lui libera e potente la signoria della città nelle mani. Erra chi fida
ne’ moti popolari effrenatamente spinti alla strage; se valgono a far
sazie le cupide vendette, non giovano mai a creare vigor di ragione o
santità di diritto.
Al Duca ridotto allo stremo per mancamento di vittuaglie, fu forza
l’arrendersi un mese dopo quel combattimento (24 luglio 1526). Pattuì
salva la libertà sua e de’ suoi, ed esso uscitone, venne il castello
occupato da Anton De Leyva, coi soldati di Carlo V, a cui rimase così
interamente soggetta, ancor più doma e sottomessa Milano.
Indarno poi l’esercito de’ collegati contro quel monarca fece ogni
prova per toglierli la preda.
Scese il Lanoy colle lance, e i fanti francesi; vi si adoperarono colli
svizzeri ed i papali il duca d’Urbino, il marchese di Saluzzo, e quel
Giovanni Medici, chiamato dalle Bande nere, l’uno dei più intrepidi
condottieri italiani, che colto da un colpo di falconetto alla giornata
di Borgoforte, morì in Mantova, pieno più che d’anni di gloria. Tutto
fu vano contro gli imperiali sempre agevolmente reintegrati, essendo
Lamagna inesauribile sorgente d’uomini, pei quali è premio non fatica
il combattere nelle italiane contrade. Perciò lungi dal cedere essi
spazzaronsi innanzi i nimici, e fatti sicuri inoltrarono a Roma e la
presero, guidati dal duca di Borbone che traditore al re francese erasi
dato al tedesco, e il quale lasciò la vita innanzi le mura della sacra
città.
Sorse il giorno però ch’anco l’ire e le guerre ebbero fine. I due
potenti avversari Carlo V e Francesco I segnarono pace (in Cambrai 5
agosto 1529). Il monarca francese cesse per sempre ogni pretensione
di sua corona sulle terre milanesi, e Carlo colmò la speme di questi
abitatori, restituendo il ducato a Francesco II Sforza, nel dicembre
dell’anno stesso. Sgombrò così una volta l’Anton De Leyva dalla nostra
città, in cui ritornò, desiderato, amatissimo, il Duca suo natural
signore, che faceva certi gli animi dover con libero dominio restaurare
la patria de’ lunghi mali causati dalle protratte concussioni
straniere. Crebbe oltre ogni misura il contento e la fiducia del
popolo, quando si seppero statuite le nozze del Duca con Cristina
figlia del re di Danimarca e di Elisabetta sorella di Carlo. Quelle
nozze celebrate in Milano il 3 maggio 1534 con pompa ed esultanza
indescrivibile, continuando la successione ducale, erano pegno della
stabilità del potere e quindi della affrancazione di queste contrade
da ogni estera dominazione avvenire. Ma ohimè! fu troppo passaggiera
la gioja e la lusinga fallace! Il giorno 19 novembre 1535 vestiva a
bruno Milano, e dal castello al Duomo stendevasi funeral processione;
erano le esequie del duca Francesco II Sforza, ultimo legittimo
di sua stirpe, ultimo dei signori di Milano. Il ducato divenne una
impercettibile porzione de’ dominii di Carlo, sui quali dicevasi mai
non iscomparire il sole.
Le infermità che avevano risparmiato Anton De Leyva gli concessero di
rientrare trionfante in Milano, ove sedette governator generale dello
Stato, pel suo Imperatore.
Calò in quell’anno 1527 anche Odetto di Foix, signore di Lautrec,
capitanando nuova e poderosa armata di Francia. Esperto, fiero, rapido
qual fulmine prese Alessandria, Novara, Pavia, Piacenza, e passò oltre
ardente di cogliere più famose palme nel regno di Napoli, ove trovò
morte non guerresca. La somma delle cose per gli avversarii di Carlo
V venuta nelle mani del conte di Saint-Paul, egli pure volse tutta
l’opera sua alla grand’impresa di snidar da Milano l’Anton De Leyva
cogli imperiali. Le sorti furono decise alla battaglia di Landriano
(21 giugno 1529), ove si scontrarono le avverse schiere. Il De Leyva,
benchè afflitto da podagra, volle dirigere di persona la pugna, e
si fece portar pel campo in una sedia a bracciuoli recata a spalle.
Foss’egli più maestro o più venturato, il conte di Saint Paul ebbe
la peggio, e la rotta gli toccò sì grave che non solo rimase ferito
e prigioniero egli stesso coi due valorosi italiani, Claudio Rangone
e Gerolamo da Castiglione, ma le sue genti, perdute armi e salmerie,
n’andarono al tutto scompigliate e disperse. Il suolo lombardo tanto
tenacemente contrastato beveva a fiotti sangue non suo[27].
FINE.
AVVENTURE
IN UN VIAGGIO PER LA VALDOPPIA (dal vero)
Mi torna il giovine
Tempo nel cor.
FAUSTO.
Nel liceo convitto, in cui era stato posto fanciullo, il primo libro
d’amena lettura ch’avessi nelle mani, furono le novelle del Boccaccio,
edizione compiuta statami donata da un mio parente ora defunto,
il quale era uomo di buona pasta, poichè ne’ giorni festivi veniva
immancabilmente a levarmi dal liceo per farmi pranzare in sua casa,
ordinando sempre si cucinasse qualche manicaretto di particolare mio
gusto, e dopo il pranzo mi lasciava poi correre e saltellare in piena
libertà pel giardino, permettendomi eziandio di montare a bisdosso
d’un cavallaccio, docile come un montone, pel quale io partiva sempre
dalla mensa colle taschette del giubberello colme di frusti di pane.
Del rimanente, quanto giudizio egli s’avesse a dare le novelle del
Boccaccio ad un ragazzetto di nove anni, lascio considerare a voi.
Eppure lo udiva allora (1812) lodar forte qual uomo _spregiudicato_,
come dicevasi, non essendomi che posteriormente accorto, che
appunto gli uomini troppo spregiudicati riescono il più delle volte
pregiudizievolissimi. Le trasposizioni al modo latino, i vocaboli
vieti e ricercati, fecero però buona difesa al mio piccolo cervello,
non lasciandomi comprendere un jota di tutto il libro; se non che mi
servii del nome che vi lessi di _Buffalmacco_, per farne un appellativo
derisorio a un convittore grande e grosso e manesco; il qual soprannome
avendo preso voga, mi capitarono non poche ceffate e pugni per sua
parte, e dei _a pane ed acqua_ per parte del prefetto della camerata.
Eravi nel liceo un inserviente, vecchio ex-militare, che non sapeva
parlare che di Laudon e dei Turchi, coi quali aveva scambiato nel
loro paese qualche colpo di moschetto; esso co’ giovinetti collegiali
era tollerante, compiacentissimo, servizievole, una specie insomma di
caporale Trim, che ben conoscerete. Quest’inserviente, che si chiamava
Carlo, di cui mi pare ancora vedere la pelle arsiccia del volto, i
capelli grigi e corti, e il soprabito turchino speluzzato, possedeva
due volumetti, coperti d’un cartoncino azzurrognolo, tanto laceri ed
unti, quanto lo dovevano essere, avendo fatta per anni ed anni fida
compagnia ad un povero soldato, col quale viaggiarono sino a Temisvar
e fecero ritorno in Lombardia, sempre nella bisaccia militare, o
_mocciglia_, non uscendone che di rado per divertirlo nelle ore di
ozio dei bivacchi e delle caserme, allorchè ne profumava le pagine
dell’incenso della pipa.
Ad onta di tutto il sudiciume, che ingialliva e anneriva que’ due
volumi, a me andavano sommamente a genio, e li preferiva infinite volte
al mio Boccaccio. Erano i viaggi di Robinson Crosuè. Quand’io guardava
rappresentato sul frontispizio quell’uomo col berrettone acuto di pelo
di capra, col parasole da una mano e il fucile dall’altra, passeggiare
in riva al mare, quando lo vedeva fatto compagno di Venerdì, sorgevano
in me non so quali idee di mare, d’avventure, di solitudine, una poesia
in embrione che m’ardeva d’una curiosità indescrivibile. Proposi
a quell’antico figlio di Marte il cambio del suo Robinsone col mio
Boccaccio: tremava non l’accettasse, e quand’egli v’accondiscese,
me ne volai co’ miei due tomi nelle mani, che quasi non capiva in me
dalla gioja, nè fu più contento Giasone quand’ebbe conquistato il vello
d’oro. Ogni momento che poteva rubare alla grammatica del Porretti, ed
alla _Regia Parnassi_, era dedicato al mio carissimo Robinsone il quale
gettò nella mia infantile fantasia, già a bell’apposta organizzata ad
assorbire ogni sensazione straordinaria e vibrata, gettò, dico, una
smania e quasi una monomanìa pel viaggiare.
Allorchè, cresciuto in età, leggendo viaggi e memorie d’ogni maniera,
seppi che quel libro aveva prodotto lo stesso effetto in molti altri
uomini illustri, mi congratulai meco stesso d’essere stato capace di
sentire al pari di loro la forza d’un simigliante eccitamento.
Ma se la lettura di Robinson Crosuè, fatta in età fanciullesca, potè
esser cagione che alcuni, divenuti viaggiatori, toccassero i due
circoli polari, o andassero a servir di pasto ai selvaggi della Terra,
del Fuoco e della Papuasia, quanto a me, mentre fui giovinetto, non
potè spingermi che qualche volta pedestremente da Milano sino a Monza,
a Desio o a Melegnano, o farmi errare all’avventura per i prati ed
i campi seminati di frumento e di grano turco che fiancheggiano il
naviglio di Abbiategrasso e della Martesana.
Venne alfine per me quell’età sospirata (e la sospiro ancora) in cui
potei, come si suol dire, allargare le ali. Da due anni era studente
dell’università. Il titolo di _studente_ dona un non so che di
baldo, di fiorito, d’ornato, che accresce la persuasione del valore
di sè medesimi, così che, avendo tante volte percorso il lastricato
del portico legale, io credetti possedere criterio sufficiente per
intraprendere da solo un vero viaggio. Al tempo delle vacanze quando mi
trovai padrone di me stesso, tratto da due buoni cavalli sulla strada
postale, avviato a Venezia, mi sentii un piccolo Byron, un _Giovine
Aroldo_.
Il mio delirio era il mare. Lo aveva tanto desiderato, che sembrandomi
troppo poca cosa la laguna, appena entrato in Venezia mi feci condurre
al lido per vedere il mare veramente libero e senza limiti. Ma, ho da
dir la verità? al primo guardarlo, causa forse la prevenzione, mi fece
pochissimo effetto, e mi parve fosse assai più pittoresco e seducente
allo sguardo quando lo vedeva in teatro rappresentato sulle scene di
Sanquirico. Oh ignoranza! Però, osservato un giorno, e due, e tre,
il mio occhio comprese alfine la vera magnificenza di quella vastità
d’acqua sì una e sì varia; e mi sentiva poi orgoglioso, passeggiando
all’ombra dell’aguglia del nostro Duomo, d’aver veduto il mare e di
essere stato sobbalzato su per le sue onde, e averle valicate a gonfie
vele.
La è curiosa! noi milanesi che siamo penisolani, e abbiamo da ponente
a una giornata di cammino il mare mediterraneo, da levante a due
giornate l’adriatico, e che, mettendoci a sedere in barchetto alla
riva di Porta Ticinese, potremmo andare sempre navigando sin oltre ben
anco il Monopotapa, siamo uomini sì radicati nella nostra terra ferma,
che, avuto riguardo al numero ed alle persone che avrebbero facoltà
di farlo, si trovano ben pochi che tra noi abbiano intrapresi de’
viaggi marittimi: onde, se non è in difetto la mia erudizione, toltine
quelli d’alcuni missionari, manca per la patria gloria, a compiere
la serie de’ nomi famosi, un viaggiatore di gran rinomanza. Quanto
sarebbe lusingato il nostro amor proprio, se qualche ardito milanese
di vero sangue, avesse piantato e fatto sventolare il biscione sovra
una terra ignota d’un altro continente! ma adesso, addio speranze! si
sono già cacciati gli altri da per tutto sulla faccia di questo nostro
globettino; si ritrovano alberghi e caffè fin là dove nascono le aurore
boreali, e vi si potrà andare tutti fra poco in battello a vapore.
Veduta adunque la grand’acqua, volli l’anno successivo contemplare le
Alpi e toccarne la sommità, per mirare d’appresso le ghiacciaje, quegli
eterni cristalli sì decantati.
Venuto il benedetto settembre, ecco che colla mia valigia sulle
spalle, il mio berretto di drappo scozzese, m’avvio al Sempione.
Tutto il mondo è stato almeno sin là, ha vedute le gallerie, ha
letto l’_Ære Italo_, fece colezione, pranzo o cena all’albergo
del villaggio, servito (allora) da amabili giovanette, e prese poi
qualche reficiamento gratuito all’ospizio. Ma pochi saranno stati di
sì bizzarro cervello, proseguendo il viaggio, di lasciare al pari di
me la nuova strada agevole ed ampia (condotta sul versante opposto
del Sempione con dolci e facili svolgimenti giù fino a Briga), per
cacciarsi sull’antico e dirupato sentiero, il quale, abbandonato com’è,
va a smarrirsi fra antiche e folte selve di larici, molti de’ quali
dalla vetustà rovesciati s’accatastano qua e là, e formano barriera
quasi insuperabile, incontrandosi per ogni dove salti di torrenti e
trabalzi perigliosissimi. E allora appunto non sembravami di essere
nelle Alpi, ma mi figurava di trovarmi, che so io, nelle selvaggie
foreste del Brasile, essendo impossibile che la mia fantasia voglia
rimanersene un istante laddove realmente si trova, e, non badando al
rischio che correva ad ogni passo di rompermi l’osso del collo, io mi
sentiva rapito dal maraviglioso aspetto di quella solitudine, e faceva
in prosa della poesia lamartiniana, da mandare in ruina, pubblicandola,
qualsiasi librajo.
Attraversato il Vallese, toccato il lago di Ginevra, volli visitarne
la deliziosa riviera, e potete immaginarvi quante sentimentali
esclamazioni m’uscirono dal labbro al mirare Vevey, e tutti i luoghi
che l’appassionata immaginazione di Rousseau fece scena al suo
celebrato romanzo amoroso; e meritarono veramente di trovare un pittore
di quella forza e delicatezza squisita di pennello, poichè vanamente
si cercherebbe un’altra contrada ove l’amore può trovare negli aspetti
di natura sì sublimi corrispondenze con tutte le sue fantastiche fasi,
sieno esse di felicità o di disperazione.
Retrocedendo, pensai poscia di rientrare in Italia varcando il gran
san Bernardo. Avrete letto in molti giornali la diabolica pittura che
fece Alessandro Dumas della salita a quella montagna; è probabile,
per poco che siate dilettanti di romanzi, che l’abbiate parimenti
letta in Cooper nel suo Carnefice di Berna. Ma l’autore dell’Antony,
e il romanziere americano, credetemelo, hanno esagerato la fatica e i
perigli di quel viaggio, per produrre un effetto straordinario, così
come in certi quadri si rafforzano le tinte, anche contro natura,
affinchè facciano più efficace mostra di sè all’esposizione di Brera.
Non voglio sostenere che, durante la cattiva stagione, nel valicare
quell’alpe non si corra pericolo d’essere sepolti sotto qualche
valanga, ma per sei o sette mesi dell’anno vi si arriva alla cima
con tutta facilità e agevolezza; e conosco io migliaja di sentieri
per le valli a noi contigue, ove l’andata è assai più disastrosa e a
rompicollo che sul gran san Bernardo, e pure sono calcate ogni dì da
brigatelle di signorine dai piedini dilicati che vi vanno a sollazzo in
partite di piacere. Ho veduto colassù, la famosa stanza dei morti, che
chiamano _carnajo_, e non dipenderebbe che dalla mia volontà di farvene
una descrizione bellissima d’orrore, e d’innestarvi qualche episodio
drammatico, ma v’attendo a un altro varco.
Lasciato l’ospizio, e quegli ottimi Padri, giù corsi a Saint-Remy, e
la sera era di già nella città d’Aosta. Alla mattina successiva, desto
per tempo, mi recai a visitare la torre del Lebbroso e le stupende
antichità romane. Mi parve strano che, per ammirare i resti d’un
anfiteatro, fossi costretto d’entrare dalla casa d’un contadino in un
rustico cortiletto, ove, mentre immobile contemplando un alto pezzo
d’antica muraglia rifabbricava nella mia immaginativa quel circo,
commettendone le gradinate al podio ed agli spalti, e su vi vedeva
i togati patrizii, le gemmate matrone; il popolo romoreggiante, e
mi pareva udire il ragghio de’ lioni e l’urlo delle pantere chiuse
nelle carceri, o vedere i gladiatori scannarsi fra i fischi o gli
applausi degli umanissimi spettatori, una frotta di polli e di pulcini
beccava sulle punte de’ miei stivali de’ granelli di miglio che si
erano appiccicati nel transito della villereccia cucina, e mai più
s’immaginavano le innocenti bestiuole che dovessero quel piccolo
reficiamento ad Ottaviano Augusto, ed al mio maestro di storia.
Mi lasciai alle spalle anche la città d’Aosta; e proseguiva il mio
cammino giù per la valle fiancheggiando la Dora. Lungo la strada
mi sovvien che entrato in una picciola osteria a prender fiato,
in un paesello chiamato, se pur non erro, Chambave, vi bevetti un
eccellentissimo vino moscato, il quale si spreme da grappoli che
maturano sovra apriche collinette che s’alzano ivi d’appresso; e se vi
dico io ch’era prelibatissimo, io che rare volte ho potuto mirare sino
al fondo del bicchiere per ritrovarvi la verità, me lo dovete credere.
Registrate adunque questa notizia nel vostro _Memoranda_, poichè
potrebbe essere di qualche peso (so quel che dico a certi miei lettori)
nel determinarvi un giorno ad intraprendere un viaggio per contemplare
i monumenti romani della città di Aosta.
Aveva fatta promessa, anzi partire da Milano, di recarmi al ritorno
dalla mia gita sul lago Maggiore; e m’era sì gradita l’aspettativa di
villeggiare colà che oramai il viaggio mi tediava, e non desiderava che
l’istante di quivi giungere fra una diletta comitiva. Ad accorciare
il cammino pensai dunque che la via più breve per me (tralasciando
di recarmi sino ad Ivrea, e di là per Biella o per Novara al lago) si
era di valicare i monti che dividono la Val d’Aosta dalla Val Sesia,
e discendere a Varallo da dove la strada per Romagnano e Borgomanero
mette capo ad Arona.
Trapassata quindi la pittoresca terra di Chatillon, lasciai le sponde
della Dora, e presi cammino su per la montagna. Fatto buon tratto di
via, e giunto a bell’altezza sul dorso del monte, me ne stava assiso
sovra un sasso a guardar giù la sottoposta valle, la quale di là
si presentava a’ miei occhi pressochè in tutta la sua estensione, e
m’immaginava di vedervi sfilare i molti eserciti che in diversi tempi
vi transitarono, calando per la stessa via ch’aveva fatta io stesso.
Da Annibale, anzi dai Celto Galli in poi, quanti guerrieri o armati di
clave, e coperti di pelli, o colla lorica e la lancia, o colla pesante
armatura del medio evo, o col fucile e gli spallini, passarono là giù
per venire in Italia! e a far che?... a farsi ammazzare la maggior
parte senza cavarne mai alcun buon costrutto. Ma io veramente allora
non pensava a ciò, altro non mi rappresentava che l’effetto pittoresco
delle variate file di quelle soldatesche sparse lungo la valle, coi
cavalli, i carri e i loro bellici strumenti. Oh! se avessi avuta
l’abilità di quel bravo marchese, che dipinse quest’anno con tanta
fantasia la rocca adamantina da cui scende il mago sull’ipogrifo a
pugnare con Bradamante, mi pare che avrei fatto un quadro di genere da
fare stordire gli amatori. Ma, che volete? io non ho potuto riuscire a
far altro mai in pittura, che degli ometti sui libri di scuola.
Mentre era là vidi salire pel sentiero, e venire alla mia volta,
due bei contadinelli, l’uno de’ quali s’aveva qualche cosa sulle
spalle: conobbi ch’erano pellegrini al pari di me. Allorchè mi furono
vicini m’alzai, per proseguire con esso loro la via. Avevano entrambi
fisonomia dolce, ma spezialmente l’un d’essi, biondo di capelli e con
occhi azzurri, mostrava una tale finezza di lineamenti, che l’avresti
detto una fanciulla travestita. Chiesi loro d’onde venissero, e dove
si recassero, e mi risposero in francese ch’erano savojardi, ch’erano
stati a Torino e si recavano a Gressoney, presso un loro parente. Ciò
ch’aveva sulle spalle l’un d’essi era una cassetta sostenuta da una
cinghia di pelle, e mi disse che vi stavano rinchiuse due marmottine,
che sono le bestiuole che ognun conosce, le quali andavano facendo
vedere per le piazze, suonando la ribeca, ch’era lo stromento portato
dall’altro, e ciò per buscarsi qualche soldo onde campar la vita.
Domandai loro che cosa avessero guadagnato, mi risposero che in un
mese ch’erano stati a Torino avevano potuto mettere a parte quindici
franchi, coi quali contavano di recarsi nell’inverno in Francia,
passando poi nella primavera a Gand nel Belgio, ove era il loro padre
col quale esercitavano il mestiere di _ramoneur_.