passo passo dalla festa, e uscito dal palazzo Sforza s’avviò alla
propria casa. Qual doloroso contrasto far dovevano nell’animo suo lo
splendore delle sale festose, la gioja passata, i palpiti d’amore,
colla fredda oscurità della strada, colla solitudine, il notturno
silenzio, e l’aspetto d’un avvenire sì vicino ch’essergli poteva
fatale!
Il giorno seguente presso le ventidue ore[26], Lindo camminava lungo
i terrapieni esterni del castello avviandosi a passi affrettati verso
il bosco di sant’Ambrogio _ad Nemus_. Altri non aveva seco che un
fido servo, a cui nell’uscire di casa aveva ingiunto d’accompagnarlo
senza palesargli però l’oggetto di quell’andata. Lasciate a destra le
case del borgo, quando toccarono il sentiero che attraversava l’ultime
ortaglie confinanti colla selva del monastero, Lindo allentò il passo,
e rivolto al servo:
— Senti, Ippolito, (disse) tu mi rendi un servigio che può forse essere
l’ultimo; ma se tale non fosse, io te ne sarò grato per tutto il tempo
della vita.
— Come l’ultimo, signor mio bello? che brutti pensieri gli passano per
la testa?
— Ora è pur d’uopo ch’io te lo dica. Mio buon Ippolito, noi andiamo sul
terreno d’una sfida.
— Una sfida? senza cartello?... e con chi?
— Con un tracotante spagnuolo; il figlio del marchese dell’Hynojosa.
— Oh povero di me! ma come è nata tal faccenda? —
— Questa notte alla festa da ballo in casa Sforza egli mi ha
oltraggiato nel modo più iniquo e più vile; io lo sfidai, poichè non
v’ha che il sangue che possa lavare la macchia dell’ingiuria sofferta.
— Ah ch’io quest’oggi m’era avveduto di qualche cosa! quel non voler
mangiare a pranzo, quel far dare con tanta premura la cote allo
stiletto! si trattava d’un duello! Benedetto signor padroncino, perchè
non ispiegarsi prima con me? sa pure ch’io ho pratica in certi affari
e avrei trovato qualche rimedio. V’ha tanta brava gente in Milano,
che si possono far levare i grilli di capo a chicchessia senz’ombra di
pericolo o d’incomodo.
— Che mi proponi tu?... un assassinio?
— Oh! non si tratta mica di fare svaligiare lo spagnuolo: non era che
per insegnargli la creanza; e di simili lezioni se ne danno quasi ogni
giorno in Milano.
— Io non mi servirò mai della mano altrui per vendicare le mie offese.
— E se rimanesse ammazzato! sgraziato me, che sventura! oh mio caro
signor Lindo! torniamo indietro, avvenga poi quel che sa avvenire.
— Ora non v’ha più luogo a retrocedere; confido ne’ miei santi
protettori, e penso alfine che la ragione è dalla mia parte, essendo
esso stato il primo provocante e l’insultatore.
— Ma se accadesse una disgrazia, come s’ha da fare a contarlo a suo
padre? povero signor conte!
— Egli mi ripetè sovente che alla mia età aveva già sostenuti varii
duelli per assai minore cagione che non sia questa. Allorchè entriamo
insieme nella galleria, indicandomi i ritratti degli avi, mi suol dire:
«Lindo, tutti i personaggi che vedi mantennero illesa la gloria della
casa; io cercai di fare altrettanto: guai a te, se lasciasti segnare
d’infamia il nome della famiglia! pensa che la vita è nulla, e che non
si deve dubitare un istante di sacrificarla all’onore». Ora obbedisco
a’ suoi detti; quindi, se la sorte mi fosse avversa, tu lo consolerai,
dicendogli che a suo figlio non rimaneva altra via che questa per
salvare l’onore.
— Ah! che san Giorgio lo possa ajutare!
— Sì, lo spero: sento un’interna fiducia che mi rincuora. Però ascolta:
se cadessi gravemente ferito, lascia partire l’avversario, indi chiama
soccorso e fammi trasportare al convento. Se poi rimanessi morto di
colpo, siccome ho fede d’essere in grazia di Dio, segnami della croce
colla tua mano, indi aprimi il farsetto, levami dal collo la catenella
d’oro colla santa immagine che vi è unita, avvolgila nel mio fazzoletto
bianco e portala....
— Perchè diventa così smorto?....... ohimè gli vien male?
— Portala nella casa che ha la seconda porta a destra prima d’arrivare
all’ospizio de’ Pellegrini Bianchi; nella casa Guaraldi: quivi
chiederai.... della signora....
— Di qual signora?
— Di Gabriella: ed a lei consegnandola le dirai (ricordati) le dirai,
che per vendicare un insulto ch’ella meco divise ho sagrificato
volentieri la vita; vita cara e felice, poichè era beata dal prezioso
amor suo! ma che un codardo sarebbe stato indegno di lei; le dirai che
s’io ho perdonato al mio uccisore, ella nol deve.... che si ricordi
sempre di me e faccia tutto quel bene che può all’anima mia.
— Oh che caso!.... venire a queste estremità, e pensare che si viveva
così quieti! maledetta la festa da ballo!
— Glielo dirai?
— Lo dirò, ma....
— Taci. —
Eransi già innoltrati fra le piante, ed appressandosi allo spazio vacuo
d’alberi detto la _Rotonda del bosco_, il giovine Manfredi v’aveva
scorto il suo avversario, lo Spagnuolo, ch’era quivi con Sagramoro al
fianco, e volgeva lo sguardo dal lato da dove esso veniva. Uscito al
largo Lindo fece del capo un saluto; e Camarasso, dopo averlo squadrato
coll’occhio dalla testa ai piedi, bisbigliò alcune parole all’orecchio
dell’amico, indi con ironica voce inchinandolo disse:
— La Signoria Vostra si è fatta attendere alquanto. È forse la danza
di jeri, la _biscia amorosa_, che lo ha costretto a stare tanto tempo
in riposo? od ha voluto da prima andare a prendere congedo dalla sua
ballerina? Quanto pagherei ch’ella pure fosse qui presente, per vedere
che specie di pirlotti sogliono fare quelli che hanno l’impertinenza di
sfidare un Camarasso, un marchese dell’Hynojosa! —
Lindo strinse le labbra con moto sdegnoso, e senza dargli alcuna
risposta, si tolse il manto e il cappello, che pose nelle mani
d’Ippolito, in un col pendone ed il fodero della lunga spada, della
quale armò la destra; e cavato colla sinistra il pugnale andò a
collocarsi a quattro passi circa di fronte allo Spagnuolo. Questi
si liberò pure della cappa e del berretto, e munito d’armi eguali
si preparò al cimento. Sagramoro e il servo di Lindo si ritrassero a
moderata distanza, ciascuno verso la destra di quello a cui serviva di
patrino.
I due combattenti, alzate le spade e tenendo l’impugnatura dello stilo
prossima al petto, stettero da principio varii istanti misurandosi
dello sguardo, indi abbassate con pari velocità le punte spinsero
i loro ferri ad incrociarsi. Battuti questi e ribattuti più volte,
senza che nè l’uno nè l’altro potesse entrare a ferire, sebbene
accompagnassero i colpi con diversi e studiati moti del corpo, si
scostarono entrambi simultaneamente sospendendo per poco la lotta.
Camarasso uniti i piedi, ritirate le braccia, si curvò tutto in sè
raccolto, come tigre che si rannicchia per islanciarsi d’un salto
sulla preda. Lindo posato saldamente, colla spada spianata dinanzi,
il pugnale sollevato in alto, attendevalo intrepido. Ricominciò
il combattimento. Lo Spagnuolo scagliandosi ad assalirlo appoggiò
l’acciajo contro il suo e glielo slisciò con forza verso il petto; la
botta era decisiva se Manfredi interponendo con somma lestezza la lama
del pugnale non ne avesse fatta sviare la punta, ricevendo nel momento
medesimo sulla tazza della propria spada il colpo di stilo che diretto
alla testa gli vibrò l’avversario. Questi balzò tosto all’indietro e si
percossero e ripercossero quindi le lame con maggior veemenza.
Tutto d’un tratto al povero Ippolito corse un ghiaccio per le ossa
e quasi mancarono sotto le ginocchia vedendo il suo padrone stretto
seno a seno collo Spagnuolo, il quale, abbassato lo stilo, lo rialzò
grondante di sangue, accompagnando quell’atto d’un feroce sorriso.
La ferita era stata fatta alla sommità del braccio destro che si rigò
tosto in rosso; ma Lindo non parve sentirla, tanto rimase imperturbato:
si svincolò d’un colpo e puntate entrambe le mani armate contro le mani
del nemico, ajutandosi di tutta la forza della persona lo respinse da
sè, ed egli stesso indietreggiò varii passi. Allora stese subito le
armi, e piegata la testa in avanti si gettò di nuovo impetuoso contro
l’avversario. Questi andava parando con tutta maestria i suoi colpi,
ma la punta della spada di Lindo entrava, rientrava lungo la sua colla
rapidità d’una viperea lingua e gli balenava incessantemente agli
occhi.
— Ah ti sei infuriato? (esclamò Camarasso sempre difendendosi). Ora
imparerai che contro di me ci vuol altro che un leccardo milanese tuo
pari: sono gli ultimi tuoi sforzi.
— Se n’accorgerà chi cadrà il primo.
— Ebbene, prendi questa e va all’inferno.
— Sono in piedi ancora... tu ci andrai... Tò questa... ah!... e
quest’altra. —
La sua lama si fisse e rifisse nel petto allo Spagnuolo, che torcendo
gli occhi, allentate le braccia, cadde rovescio all’indietro con tutto
il corpo.
Sagramoro appena vide cadere Camarasso gli si avvicinò, lo guatò bene,
poi calato il cappello sugli occhi s’affrettò ad allontanarsi di là.
Ippolito respirando alfine liberamente, corse d’appresso al proprio
padrone, sollecitandolo ad uscire con prestezza da quel bosco ove
potevano essere sorpresi. Il giovane Manfredi grondante di sudore,
traendo a stento la lena, stava appoggiato alla spada immobile,
stordito, nel posto stesso ove aveva scambiato l’ultimo colpo. Lo
trasse da quel momentaneo letargo un calpestío che s’udì di cavalli
approssimantisi di corsa alla selva. Prima sua cura, anzi che prendere
pensiero di sè stesso, fu d’ingiungere ad Ippolito volasse al vicino
monastero a chiedere soccorso per il caduto, onde salvarne la vita
s’eravi tempo ancora, o per farne almeno raccogliere la salma.
Appena Ippolito, benchè a contr’animo, si fu diretto verso il convento,
apparve ansante fuori degli alberi nella rotonda un giovinetto che a
passi precipitati accostatosi a Lindo:
— Oh mio contento! (esclamò) non è troppo tardi!... Che veggo?...
dunque il cielo fu giusto, le mie speranze son coronate, foste voi
che vinceste? — e nel volto a quel giovine, bello come una bellissima
fanciulla, brillava un lampo inesprimibile di gioja.
Lindo lo rimirava stupito, e quasi non prestasse fede ai propri occhi:
— Voi?... (profferì con trasporto), siete voi veramente?
— Sì, son io: nulla valse a trattenermi. Ben prevedendo jeri a che
sareste venuti, feci spiare i vostri passi, seppi l’ora, il luogo e qui
venni, o Lindo, per dividere la vostra sorte.
— Oh mia divina Gabriella! quanto amore!... darei per voi mille volte
la vita. Sì: noi siamo vendicati, ma ohimè! chi sa quale può essere il
mio destino!
— Stanno là fuori tre palafreni: balzate a cavallo e salvatevi
prontamente, io vi seguirò col mio servo.
— Ma Brunato vostro fratello!...
— Egli è avvertito di tutto, e ci raggiungerà nel luogo che sceglieremo
ad asilo. —
In questo frattempo ritornò Ippolito, a cui tenevano dietro frettolosi
due laici del monastero. Lindo pria che giungessero, annunziò al
servo in rapide parole la propria partenza, e gli impose che narrando
l’evento a suo padre lo accertasse che gli avrebbe prestamente data
notizia di sè.
Raggiunti quindi i cavalli che stavano al limitare del bosco, vi
salirono e li misero con rapidità sulla via. Inoltravasi la notte,
pur essi continuarono al chiarore delle stelle il loro cammino, sin
che pervennero tra le valli dell’Olona. Quivi discesero in un rustico
casolare; ove l’affettuosa non meno che intrepida Guaraldi, volle di
propria mano medicare la ferita al braccio di Lindo. Nel dì seguente
ripresero il viaggio; dai colli pervennero ai monti, e oltrepassate
le rupi di Gana, valicarono la Tresa. Là nella terra elvetica presero
queta e stabile dimora. V’andò Brunato; ed allorchè, indi a pochi mesi,
furono dal vecchio conte Manfredi composti i dissidii colla famiglia
dell’ucciso, ritornò Lindo con sicurtà a Milano e presentò al padre
Gabriella perchè l’abbracciasse qual figlia, poichè egli avevale già
dato il diletto nome di sposa.
FINE.
CAMPO DI BATTAGLIA
SUL DUOMO DI MILANO
Furono tapelati come cani.
BURIGOZZO.
Sul Duomo di Milano a guardia del campanile, ch’era una gran torre di
legno eretta sulla vasta sommità di quella cattedrale, veniva sempre
collocato un grosso drappello di soldati, parte spagnuoli, parte
alemanni, e vi aveva per ciò fare la sua buona ragione come vedremo in
appresso.
La sera del dì 17 giugno 1526, durando il caldo che nella giornata
era stato eccessivo, uno de’ moschettieri spagnuoli della guardia del
campanile, prima che scendesse affatto oscura la notte, se ne andò
passo passo su per le guide lungo i tetti del tempio, all’angolo che
guarda tra mezzodì e levante per quivi sdrajarsi e dormire. Ciò fece
primieramente onde meglio godere di una brezza frescolina che quivi
spirava più viva che in ogni altro punto, ed in secondo luogo per
istarsene lontano quanto fosse possibile dai soldati lanzinecchi, stesi
a gruppi qua e là al piede della torre, il cui russare e le esalazioni
fetenti, riuscivano insoffribili per sino ad uno spagnuolo.
Era da poche ore trascorsa la mezzanotte, e il buon moschettiere,
ancorchè il letto fosse assai duro, dormiva saporitamente, forse
sognando di custodire al pascolo i suoi _maragalos_ su qualche verde
cima delle Asturie, quando venne a destarlo un bisbiglio di voci,
che saliva dal basso. Egli erasi posto all’estremità del piovente ove
v’aveva un piccolo piano formato da tavole e difeso verso la caduta da
un parapetto di travicelli; si sollevò, allungò il capo per entro la
sbarra, e guardò in giù. Parvegli gettar l’occhio in un pozzo, tanto
era nero il vacuo che si sprofondava tra il Duomo, l’Arcivescovato e il
Palazzo ducale; da quell’oscuro fondo sorgevano voci che annunziavano
varie persone unite e parlanti tra esse con foga e concitazione. Ad
un tratto vide lume di fiaccole portate da due uomini che venivano
correndo dalla contrada delle Ore, seguiti da altri, che avevano nelle
mani arnesi luccicanti, i quali al moschettiere parve fossero armi
da punta. Si arrestarono questi un momento a scambiare alcune domande
con quelli che erano fermi da prima, indi tutti insieme si diressero a
passi veloci verso la piazza ora detta della Fontana, di là alla casa
del Capitano di Giustizia, dietro la quale scomparvero, sebbene per
alcun tempo la traccia del riflesso rossastro delle fiaccole indicasse
per quali strade tenessero cammino.
— Che vorrà dir questo?.. Qui sta sicuramente per iscoppiar fuori
qualche maledetto diavolo (esclamò il moschettiere ritraendo la testa
dalla sbarra e rizzandosi in piedi). Che questi ghibellini scomunicati
di milanesi stiano preparandone un’altra contro di noi? Oh per la
Madonna del Pilar la sarebbe dolorosa! corriamo ad avvertirne il
capitano! —
Alzato che si fu guardò verso l’orizzonte diritto innanzi a se, e vide
sorgere nel cielo in fondo un lieve bianchiccio, un primo indizio
d’aurora; si mosse tosto, e ricalcando le guide venne nel camerone
d’armi praticato nel campanile a raccontare al suo capitano, comandante
del posto, quanto gli era occorso vedere.
È d’uopo qui dire due parole sulla stranissima condizione politica in
cui si trovava ridotta di que’ giorni Milano. Per istrappare questo
bel ducato dalle unghie de’ francesi, i quali mettendo in campo una
serie di pretensioni che chiamavano diritti ereditarj, erano venuti
bravamente ad occuparlo, il duca Francesco II Sforza legittimo signore,
non essendo stato in grado di opporre resistenza valevole, invocò
l’appoggio dell’imperatore di Germania Carlo V, il quale, come ognuno
sa, era eziandio re di Spagna. Questo monarca vantando alto dominio
sulle nostre terre, vi mandò bande teutoniche e spagnuole quante
bastavano per dare lo sfratto alla gallica gente. Infatti l’anno
antecedente quello sventato di re Francesco I erasi lasciato prendere
sotto Pavia, e buon per lui, che gli bastò un motto cavalleresco per
ripararne l’onta in faccia alla nazione.
Dopo la presa del loro re i francesi se ne erano iti, ma gli imperiali
ancorchè non vi fosse più bisogno di loro si mostravano poco disposti a
sbarazzare il loco. Questa lunga fermata nello stato suo di tanta gente
forastiera che bisognava mantenere e pagare, al Duca Francesco Sforza,
è cosa naturale, non aggradiva di troppo; onde sarà o non sarà, fatto è
che venne detto aver egli congiurato contro la potenza dell’Imperatore
e fu gridato fellone, e posto al bando. Anton de Leyva che qui
comandava per Carlo V tentò quindi tosto di impossessarsi di lui; ma il
Duca si chiuse a tempo nel castello, che era eziandio suo palazzo, e vi
si andava difendendo a tutto potere.
Intanto ciascuno può immaginarsi come camminassero le faccende nel
ducato, e specialmente in questa città. Un governo come Dio voleva,
poichè il sovrano del paese era assediato in casa; soldati per
tutto, e quali ospiti si fossero nelle famiglie massimamente ove vi
erano donne giovani e fanciulle è agevole figurarselo. Di quando
in quando botte, scaramucce, ammazzamenti, perchè il castello era
fuora, come allora dicevasi, cioè i ducali facevano delle sortite
contro gli assedianti. Il popolo milanese sopportò per alcun tempo
con pazienza questo stato di cose, ma poi le angherie, le estorsioni,
le prepotenze moltiplicandosi all’infinito ed essendovi anche chi
soffiava di soppiatto nel fuoco, diè fuori ad un tratto facendosi
sentire, come si fa sentire il popolo, cioè insorgendo ed accoppando
quanti lanzinecchi e spagnuoli gli vennero fra mano. Durò la sommossa
due giorni, e l’acquetarono alcuni de’ più ragguardevoli personaggi,
che si interposero ottenendo che le truppe imperiali non pretendessero
più contribuzioni di sorta dagli abitanti, e s’acquartierassero fuori
della città, conservando solo il diritto di mettere guardie all’interno
ne’ luoghi che stimassero più opportuni per la comune sicurezza. Ed
uno di questi luoghi era appunto il campanile del Duomo, poichè oltre
offrire comodità per l’altezza di vigilare il castello e tutta la
città, comunicando col mezzo di segnali gli avvisi al campo stanziato
esternamente alle mura, mettendo colà una guardia si veniva ad impedire
che i malintenzionati potessero avere accesso alle campane, e le
suonassero a stormo per muovere la plebe. Siccome quel tremendo baruffo
popolare avvenuto nel mese di aprile dello stesso anno, da noi sul
principio rammentato aveva fatto una brutta paura alla soldatesca, che
vi lasciò del pelo assai, così questa viveva non scevra di tema, che
un dì, o l’altro s’avesse a rinnovellare. Fra i soldati, sicuramente
i peggio situati nel caso di movimento sedizioso, quelli erano che
stavano di guardia al campanile del Duomo, non già che temessero che
si potesse aver ardire d’andare ad assalirli là su, ma perchè quivi non
v’avevano mezzi di ritirata se non colle ali, e potevano rimanere privi
di tutte le provvigioni da bocca se i nemici li stringevano anche con
una bloccatura.
Il capitano di guardia sul Duomo, che era napoletano, bravaccio
e gridatore quanti altri mai di suo paese, all’udire il rapporto
del moschettiere si rizzò sul suo giaciglio, arruffò i mustacchi e
cominciò col mandar fuori un — _Eh!_ — così strillante e lungo che ne
oscillarono per più minuti le campane, che gli pendevano al di sopra
della testa, indi vomitò bestemmie e minacce contro i milanesi da farne
un dizionario. Nè s’aveva poi torto, giacchè nell’ultima sommossa
volendola fare da gradasso contro il popolo tumultuante, colto alla
porta del Broletto da una mano di quei facchini delle granaglie, gli
tastarono coi randelli le costole e buon per lui che le teneva coperte
da un eccellente giaco di maglia; però ne serbava memoria poichè le sue
ossa avevano acquistate tali proprietà igrometriche da avvertirlo di
ogni mutamento di tempo.
Appena la gran massa del Duomo cominciò a biancheggiare alla prima
luce del giorno sopra il rimanente della città, il capitano rivestite
le armi chiamò tutti i soldati intorno a sè, e fatto un breve cenno
dell’imminente pericolo, ordinò loro di caricare gli archibugi. Nè
andò guari che i concepiti sospetti s’appalesarono veri. Una vedetta
mandata a spiare sull’alto della torre comunicò che vedevasi in varie
delle lontane contrade della città popolo ad accorrere e masse di
gente che s’univano e si scioglievano. S’udirono indi a poco alcuni
colpi di fuoco ma lontani e dispersi. Sembrava eziandio che il tumulto
si andasse avvicinando alla piazza del Duomo; i soldati allora e il
capitano stesso non seppero resistere alla brama di accertarsi coi
propri occhi dello stato delle cose. Abbandonato quindi il campanile
ne andarono su per le guide dei tetti a tutti i punti opposti della
sommità della cattedrale a guardare in giù che mai avvenisse.
Scorse però più di un’ora senza che gli indizj della popolare
sollevazione aumentassero; anzi ai soldati che di là su stavano spiando
erasi quasi acquetata in cuore la paura, vedendo come di consueto
aprirsi tutte le botteghe sulla piazza e nelle prossime vie coll’usata
affluenza di persone. Ben è vero che attentamente osservando, rilevare
si doveva esservi nella città qualche cosa di straordinario, perchè il
movimento nei passeggieri si manifestava assai maggiore del solito,
e s’abboccavano e si fermavano in crocchii numerosi. Il rumore si fa
a poco a poco più intenso; si odono grida da varie parti, circola
rapidamente una novella, e ad un tratto tutta la folla si getta
verso il fondo della piazza, stipandosi ad osservare dalla parte
della contrada dei Mercanti d’Oro: e poi indietro quella gran massa
di curiosi a tutte gambe, e si vede sbucare sulla piazza una grossa
brigata di popolani fornita d’ogni sorta d’armi, ed a capo di essa
un uomo di forme erculee, vestito d’una semplice casacca il quale
teneva brandita nella destra una spranga di ferro. Era Bartolozzone
con que’ di porta Ticinese. In Pescheria Vecchia apparve una frotta
non meno numerosa, ed erano que’ di porta Nuova guidati da Macassora.
Contemporaneamente e dai Rastrelli e dai Cappellari e da san Raffaello
e da santa Radegonda s’avanzarono molti altri drappelli. I più si
condussero alla volta del Palazzo ducale, la cui guardia militare
ritiratasi al di dentro sbarrò la porta, e dalle feritoje che v’erano
praticate ai fianchi, facendo fuoco continuo, cercava tenere lontani
gli assalitori di cui non pochi vedevansi cadere a terra.