dalla pelle sì dilicata, e con quello sguardo tanto dolce, dovesse
arrampicarsi su per le gole dei cammini ad imbrattarsi di fuliggine e
col pericolo di spezzarsi un braccio od una gamba. Invocai che qualche
pietosa padrona di casa, commossa dalla simpatica fisonomia del bello
spazzacamino, gli procacciasse modo di guadagnarsi la vita con mezzi
meno sucidi e perigliosi. Superata la montagna, discendemmo insieme
dal lato opposto a Gressoney, ove separandoci, augurando ad essi ogni
fortuna, feci diventar sedici i loro quindici franchi.
Io passai la notte a Gressoney. Oh, se vedeste che singolare paesetto
è desso mai! giace in fondo ad una valle che ha la forma d’imbuto,
e vi sta queto, isolato da tutto il mondo, presso un torrentello
che move il suo mulino, e in cui abbevera le sue mandre. Durante il
tempo delle nevi non è possibile nè di andarvi, nè di partirne; onde
per alcuni mesi quegli abitanti vi rimangono così separati dal resto
dei viventi, come se fossero nella Groenlandia o nella Lapponia. Se
vedeste che zoccoli che portano le donne; e che pannilani verdi e rossi
dello spessore di tavole di noce, ma hanno certe guancie pienotte
e una solidità di contorni che si confanno a meraviglia con que’
vestimenti. La pace del luogo, la prosperità degli abitanti, mi fece
spesse volte tornare col pensiero a Gressoney, e avrei voluto in certi
bruschi momenti di mia vita esservi nato, e non aver mai superata la
cerchia de’ monti che lo racchiudono: non avrei forse potuto sentirvi
egualmente le impressioni della natura e dell’amore, fonti inesauribili
di felicità nella vita?
Al dì seguente, essendo già alto il sole, abbandonai quel romito
villaggio, e ricominciai a salire la montagna opposta a quella dalla
quale vi era venuto.
Oltrepassato un altro monte discesi a Saint-Jean, altro paesello più
ameno fra quell’Alpi, e di là non mi rimaneva che a superare l’ultima
giogaia della Valdoppia per essere in Valsesia.
Non mi sentiva punto stanco, era spinto dalla brama di giungere presto
alla mia meta, ove m’attendevano piacevolezze d’ogni genere, quindi
rifocillatomi abbondantemente, concessemi un pajo d’ore di riposo, e
prese tutte quelle notizie intorno alla via che l’oste a malincuore
volle somministrarmi, attribuendo io a sola sua cupidigia il consiglio
che ripetevami di fermarmi colà quella notte e non mi porre in via di
quell’ora, che era già verso il declinare del giorno, mi strinsi alle
spalle le cinghie della valigia, e, impugnato il mio bastone, me ne
andai pel mio cammino.
Il sentiero s’arrampicava pel fianco del monte, fra boschi e cespugli:
era assai erta, anzi quasi perpendicolare la via: pur salendo con buona
lena, in poco d’ora mi trovai molto elevato dal fondo della valle, ove
vedeva rosseggiare il paesetto di Saint Jean ad un raggio obbliquo che
gl’inviava il sole dalla sommità dell’opposto monte dietro cui stava
per celarsi; e vedeva pure luccicare il torrente che serpeggiava per
la valle, ed era quell’acqua stessa che romoreggiando balzava giù dal
monte sulla costa del quale io m’innalzava.
Mi avevano detto che la salita voleva un’ora circa; ma io non aveva
calcolato che le mie gambe non erano quelle d’un montanaro, e che
se que’ del paese v’impiegavano un’ora, io non avrei potuto a meno
di consumarvi doppio spazio di tempo. E così fu. Il sole, già tutto
nascosto dietro gli opposti dossi, mandava appena un ultimo rossore
sulle cime più elevate che mi stavano sul capo, ed io m’arrampicava
ancora su per l’erta, e sentiva che le gambe scemavano di vigore ad
ogni passo, e un’ansa affannosa mi toglieva quasi il respiro. Dopo la
salita esser vi doveva uno spianato, inoltrandomi pel quale doveva poi
giungere ai casali componenti il paesetto detto La Montà; ivi contava
passare la notte, per esser pronto al mattino a discendere pel versante
opposto in Valsesia al paese di Riva, da dove avrei potuto ancora
arrivare la sera sino a Varallo.
Fatto è ch’io giunsi al margine di quel benedetto spianato, e cessai
di salire quand’erasi già quasi fatto interamente oscuro, e sdrajatomi
sull’erba, per prender fiato, mi giunse all’orecchio debolissimo il
suono de’ tocchi dell’avemmaria del paesetto di Saint-Jean. Provai
allora un po’ di pentimento di non aver voluto cedere ai consigli
dell’oste, poichè per giungere a La Montà non rimanevami da far meno
d’un’altra buon’ora di cammino, e chi sa qual cammino! Feci però cuore
a me stesso, anzi gioii meco medesimo, e mi congratulai di trovarmi
una volta nella condizione di tanti viaggiatori, le cui avventure
aveva lette con sì vivo trasporto di curiosità. Che di meglio infatti
per un giovine di venticinque anni, di testa romantica (così si suol
dire), che ha costume la sera di passeggiare le strade ben illuminate
e lastricate della capitale, vedersi solo fra le tenebre, errante pei
boschi alla sommità delle Alpi, colla probabilità di scontrarsi nel
genio delle ghiacciaje che sotto forma d’un orso venisse a divorarlo,
senz’altra speranza di vendetta che di far urlare quell’animale nelle
sue rupi un mese intero, per le punture che gli avrebbe cagionate entro
le sue viscere il cervello, intingolo indigeribile formato col deposito
d’ogni specie d’idee letterarie, metafisiche, poetiche e legali?
Questo pensiero m’aveva fatto sorridere tra me stesso, avanzandomi per
l’incerta traccia del sentiero, quando ad un tratto vedo un chiarore
che subito scompare, e appena ebbi campo di rivolgere la testa ch’udii
rumoreggiare il tuono. Fermandomi a guardare indietro, scôrsi nubi
nerissime che s’erano avanzate alle mie spalle, e che, venendo da
verso la valle di Saint-Jean, andavano nascondendo sul mio capo la
volta del cielo. Che gusto m’avessi lo lascio immaginare a voi. Io
camminava in una pianura, che, per quanto poteva rilevare, era come
una vasta prateria, sparsa qua e là d’alberi radi. Tratto tratto
però mi sentiva sotto i piedi il nudo macigno. Facendosi sempre più
dense le tenebre, io non iscorgeva il sentiero che al bagliore dei
lampi che si succedevano quasi incessantemente. Cominciarono i soffj
del vento, e il tuono echeggiava arrotolandosi fra quelle teste di
montagne. Vi dico da vero che principiai a non aver più nessun piacere
di trovarmi in quell’ignota solitudine con un tempo spaventoso di
quella fatta. Sperava, ad ogni passo che m’inoltrava, di trovarmi nel
desiderato paese di La Montà, o di scorgere almeno qualche lumicino che
annunziasse una capanna, fosse stata anche l’abitazione delle streghe,
dei briganti, o dei falsi monetarj: ma non vedeva niente, altro che la
corona delle rupi che circondavano quel piano, che si mostravano più
nere ancora del nerissimo cielo. Un romore, uno scroscio grandissimo
accompagnato da un sibilo spaventoso di vento, veniva avanzandosi
precipitoso, e vedeva al chiarore dei lampi le chiome degli alberi
flettersi ed alzarsi rapidissimamente. Ad un tratto fui inondato dalla
pioggia, e, quasi al tempo stesso, ciò che mi diede più paura, fu di
sentire che i miei piedi diguazzavano nell’acqua sino alla caviglia,
per cui credetti d’essere entrato inavvertentemente in qualche stagno
o fondo paludoso. Di sentiero non eravi più insegna. Rimasi un momento
immobile, e mi credetti perduto: ma al luccicare della saetta, avendo
veduto che il terreno a man manca si rialzava, mossi i passi da quella
parte, e infatti in due o tre minuti mi sentii fuori del guado, e
compresi che andava ascendendo. — Meno male (dissi fra me), il pericolo
d’affogarmi sembra passato. — Ma la pioggia e il vento incalzavano con
tal violenza, ch’io dovetti appoggiarmi ad una pianta per sostenermi in
piedi. — La scena è più teatrale che in un ballo di Viganò (diceva in
me stesso), ma minaccia d’andare troppo in lungo, e se dovessi starmene
qui tutta notte sotto questo diluvio coll’aquilone che spira, mi
prendo tale un malanno che non rientro mai più in velocifero da porta
Tanaglia. —
Mentre io era colà in una posizione così critica, guardando
attentamente ad ogni gettata di luce intorno a me, mi venne veduto,
non molto all’insù dal posto ove mi trovava, un piccolo edificio
coperto di paglia, un tugurio. Mi sentii rinascere, e tosto mi diressi
a quella volta. Pervenutovi, m’accorsi ch’era una capannetta deserta,
uno di que’ casolari ove alloggiano i pastori quando conducono alle
alpi le mandre, e che partendo abbandonano. Alla porta s’ascendeva
per alcuni gradini; ne mancava l’imposta e dentro appariva vuoto ed
oscuro. Salii tosto quella scomposta scaletta, e giunto al limitare
tastando col bastone, e sentendo che il pavimento era più basso, prima
di discendervi per entro vi feci rimbombare la mia voce, porgendo
l’orecchio, per udire se mai cosa alcuna vi si rimovesse, poichè v’era
pericolo vi fosse rifuggita qualche fiera.
Non udendo alito balzai giù dalla porta nell’interno, e m’accorsi con
mio sommo contento che v’era sull’impalcato un bel letto di foglie.
Staccai dalle spalle la mia valigia, mi tolsi l’abito tutto molle
d’addosso, mi soffregai per asciugarmi alla meglio, ringraziai la
provvidenza, e me le raccomandai: indi stesi tutta la mia stanchissima
persona su quelle foglie, che mi sembrarono uno strato di morbide
piume, e provai quel sentimento di felicità, che m’immagino debba
sorgere in cuore a chi afferra il lido campando dal naufragio.
Descrivervi quali pensieri mi passassero per la mente sarebbe
impossibile cosa: quello ch’è certo si è che m’addormentai pensando
a chi pensava a me, e che forse vaneggiava amorosamente alle melodie
d’una gaja serenata, senza pur dubitare ove diavolo mai si trovasse
il suo Trovatore. E tanto più che l’ultima sera nel darmi l’addio
di partenza, conoscendo l’indole mia arrischiata, m’aveva fatta
calda preghiera, di non espormi a inutili perigli, e di non mettere
a repentaglio una _vita troppo cara_. — Che belle paroline, eh? —
Ma, e chi non le ha udite all’età di venticinque anni? — Pure, onde
gustarle completamente, bisogna credersi esseri privilegiati, e tale
io mi riputava allora in buona fede: onde ricordava quell’affettuosa
espressione coll’accompagnamento d’una voce commossa, d’uno sguardo
pieno di soavità e di sentimento, vedeva quelle forme gentili, quella
bianca mano che mi salutava ancora dal balcone, e tutto ciò mi mandava
un miele per le vene, mi faceva più beato d’un re, benchè perduto là
sull’alpi tutto solo, e sdrajato sovra aride foglie in un deserto
tugurio; e credo che gli spiriti ilari che si esalavano da me, mi
servissero di riparo contro l’influenza funerea che stagnava sotto
quella volta.
Non so quanto dormissi, ma mi svegliai che fitta era ancora l’oscurità,
però cessati i lampi, i tuoni, il vento e la pioggia. Stirai le membra,
e mi sentii assalito da un brivido di freddo; volendo addormentarmi di
nuovo, allungai un braccio per internarlo nelle foglie, onde averne
calore, e nel così fare urtai in qualche cosa, che toccando sentii
essere una valigia. Mi pareva d’aver collocata la mia dall’altra parte,
e subito mossi l’altro braccio per accertarmene, e infatti sento che
la mia valigia è colà! — «Gran Dio! due valigie! qui v’è alcun altro;
dissi tra me, traendo a stento per la sorpresa il respiro. Ma tosto mi
animo, e grido: — Ohe! ohe! chi c’è qui. — Nessuna risposta: mi rialzo,
porgo attentissimo l’orecchio, non odo fiato, non odo respiro, era un
silenzio profondo, non interrotto che dal cader lento delle goccie che
stillavano dalla paglia del tetto. Mi metto a frugare a tentoni per le
foglie, allungando anche i piedi, e urto con questi in due altri piedi,
che sembravano rivestiti di grosse scarpe. Li premo con forza, ma non
ne segue alcun effetto. Mi do a cercare colle mani e sento un braccio
rivestito di panno — lo scuoto — niente — Che affare è questo? — dissi
tra me preso da spavento, e diressi la mano ove doveva essere il volto,
e l’abbassai — misericordia! — le mie dita s’inforcano nelle caverne
delle ossa nasali d’un teschio umano, che si scompone a pezzetti —
misericordia! — chi m’avesse fatto un salasso non ne avrebbe cavata
goccia di sangue: rimasi più morto che vivo.
Ebbi appena il vigore di balzar fuori di là lasciando nel casolare,
abito, valigia e berretto, e non trassi il respiro che vedendomi
all’aria aperta. Sedetti sui scalini della capanna, col capo in mano,
lasciando si calmasse la terribile palpitazione di cuore che mi aveva
assalito. Alzai poscia gli occhi al cielo: era sereno e stellato: da
levante veniva un venticello foriero dell’aurora; il suo fiato per me
fu un balsamo, e più di tutto alcune voci che udii, e mi sembravano
di persone che fossero sul sentiero da me percorso la sera. Mi posi
a gridare chiamando; mi fu risposto; io continuai a gridare e sentii
ch’alcuni uomini venivano alla volta. Quando li vidi da vicino, narrai
loro la mia trista ventura, ed essi tosto, tratta l’esca, il ferro e la
pietra focaja, accesero una piccola lucerna, ch’un d’essi trasse da una
bisaccia che recava ad armacollo; e ravvisai in essi tre cacciatori da
camosci.
Penetrammo tutti insieme in quella capanna, e si vide, pressochè tutto
coperto dalle foglie, un uomo, dirò meglio uno scheletro, rivestito
d’abiti militari. Mi dissero che doveva essere qualche sgraziato
disertore sorpreso là su da un male violento, il quale trattosi in
quella capanna vi morì senza soccorsi: avvenimento accaduto, almeno da
due mesi in addietro.
Ritrovata la valigia di lui fu slacciata e vi si rinvennero per entro
alcuni pochi oggetti di vestimento, e un portafoglio. Questo pure venne
aperto, e vi si vide una carta d’iscrizione militare su cui leggemmo —
_Gaudenzio D...., d’anni ventinove, nativo di, ecc._ — con tutti gli
altri consueti connotati personali che lo indicavano per un giovine
ch’essere doveva d’assai bello aspetto. Nel portafoglio vi erano pure
due lettere, ed una picciola busta di seta verde da cui levammo una
cartolina, la quale era circondata per più giri da un sol capello
biondo, le cui estremità erano rattenute da un po’ di cera. Una di
queste lettere era suggellata e mancava d’indirizzo. L’altra portava
nella direzione il nome del soldato colla mansione a Saluzzo; questa,
essendo aperta, noi la spiegammo e vedemmo essere del curato del suo
paese che gli scriveva in nome di sua madre. Vi si parlava di nozze di
persone conoscenti, e della spedizione che veniva fatta a lui d’una
picciola somma di danaro: non vi si leggeva altro, nè trovammo cosa
alcuna di più, che ci potesse rischiarare intorno a quell’individuo ed
al funesto suo destino.
Uno di que’ cacciatori, il più attempato, disse ch’egli era fratello
del sindaco di Saint-Jean, e che avrebbe dato avvertimento onde que’
resti umani venissero sepolti, e fosse partecipata notizia del fatto
all’autorità superiore.
Io rimasi compreso da tanta pietà per quell’infelice, e al tempo stesso
da tale orrore e ribrezzo d’aver avuto un simile compagno di letto, che
non aveva quasi più vigore da riprendere i miei arnesi.
Alla fin fine ajutato da que’ cacciatori mi rivestii, e mi rimisi,
accompagnato da loro, in viaggio; ma quello scheletro mi opprimeva
l’immaginazione, mi disperava. Mano mano però che si spandeva la luce
mattinale, si andava scemando anche lo squallore della mia mente, e
veniva a poco a poco riconoscendo me stesso. Quando alfine m’affacciai
dal vertice del monte all’ampia vallata, e vidi le nebbie candide
e natanti volare in fuga innanzi al sole che mi sorgeva luminoso di
fronte, ogni mia tristezza si dissipò, ed altro non mi parve quel caso
che una romanzesca ventura.
FINE.
INDICE
MILANO NELL’ANNO 305 DELL’ERA pag. 1
UN EPISODIO DELL’ASSEDIO DEL BARBAROSSA » 18
I GUELFI DELL’IMAGNA O IL CASTELLO DI CLANEZZO » 39
EDEMONDO ED ADELASIA O LA TORRE DI GOMBITO » 87
LA BISCIA AMOROSA » 121
CAMPO DI BATTAGLIA SUL DUOMO DI MILANO » 161
AVVENTURE IN UN VIAGGIO PER LA VALDOPPIA » 183
_La presente Edizione è sotto la tutela
delle Leggi._
NOTE:
[1] Poco lungi dal luogo ov’è la chiesa di S. Giorgio in _Palazzo_.
[2] Alla Maddalena al _Cerchio_.
[3] In vicinanza di porta Vercellina che aprivasi ove ora è situata
santa Maria alla _Porta_.
[4] Il nostro paese era anticamente tutto sparso di laghi, che il tempo
e l’opera dell’uomo asciugarono. Il lago Gerundio stendevasi nelle
vicinanze del sito ove vi ha presentemente Cassano; il lago Eghezzone
era tra Lodi e Crema, e serbasi ancora memoria dell’isola Fulcheria,
che esisteva in quel lago.
[5] Nella contrada di tal nome ove fu eretta a quella santa una chiesa,
sul luogo appunto ove i primi cristiani avevano celato il suo corpo.
[6] Lungo la corsia de’ Servi, dove fu eretta poi la chiesa di s. Paolo.
[7] Stava ove trovasi ora s. Vittore _al teatro_.
[8] Ne serbò il nome l’attuale _Verzaro_.
[9] Sorgeva sulla via romana presso al luogo in cui a’ nostri giorni fu
costruito il teatro Carcano.
[10] Era al Carrobbio.
[11] Quelle che trovansi tuttavia avanti la chiesa di s. Lorenzo.
[12] Renza, od Orientale ch’era al Leone presso s. Babila.
[13] A s. Giovanni alle Quattro Faccie.
[14] Alla Zecca vecchia.
[15] Nell’anno 539.
[16] Salì alla cattedra arcivescovile nell’anno 863 e morì nel 881.
[17] Ne serba il nome il Palazzo che sorge in quella località.
[18] Personaggio storico. Vedi il _Corio_.
[19] Avevasi sospetto, e il fatto lo accertò che il conte Guido
Biandrate tradisse i Milanesi favorendo l’imperatore Federigo, di cui
passò poscia nel campo. Crediamo però che nessuno avesse pensato a lui
nella giornata del 20 aprile 1814.
[20] Nel 26 marzo 1162.
[21] Era il mese di marzo dell’anno 1373.
[22] I fedeli lo riedificarono poscia più vasto e magnifico.
[23] È desunta da una cronaca latina di quella Valle al capo ove si
legge: _Die XX martii fuit interfectus Bertramus Dalmasanus dominus
Clanetii super pontem de Clanetio per homines Guelphos Vallis Himaniæ,
etc._
Nel secolo seguente i valligiani della Brembilla continuarono a
commettere sui vicini paesi le più crudeli rappresaglie. Stanco il
veneto governo (di cui divenne poi suddita tutta la terra bergamasca)
delle loro sfrenate scelleratezze, faceva imprigionare diciotto capi,
ordinava che fossero smantellati tutti i villaggi della Brembilla, ed
il sole del giorno settimo dell’anno 1443 più non illuminava di quella
popolosa vallata che le immense ruine.
[24] Ora de’ Moroni.
[25] Quel bosco, contiguo al sobborgo detto degli Ortolani, era il
solito convegno dei duellanti dell’epoca. Il convento che dava nome al
bosco, esiste tuttavia, e venne ai nostri giorni da privata beneficenza
cangiato provvisoriamente in ospitale di donne, che s’intitola delle
_Fate-bene-sorelle_, a similitudine di quello per gli uomini assistito
dai Regolari di san Giovanni di Dio.
[26] Vale a dire due ore prima dell’avemaria della sera, essendo allora
ignota la partizione della giornata secondo il sistema francese or
fatto universale.
[27] L’unita incisione che rappresenta la battaglia di Landriano,
è tratta dal quadro del valente Sala, rapito sì immaturamente
all’onore dell’arte. Esiste tal dipinto presso i conti Cicogna, uno
de’ cui antenati prese parte a quella battaglia, ed è il guerriero
rappresentato in atto di parlar col De Leyva.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.