In casa Sforza davasi una magnifica festa da ballo. Affluivano sulla

piazza di san Giovanni alla Conca, ove sorge quel palazzo, servi

e valletti, precedendo colle torce i loro signori. Nelle lettiche

fiancheggiate da staffieri muniti di fiaccole venivano le dame, altre

dalla contrada di Zebedia, altre da quella de’ Nobili o dalla strada

de’ Settali[24]; alcuni de’ gentiluomini giungevano a cavallo.

Sulla piazza era un mescolamento infinito di persone, ed un immenso

bisbiglio. La luce di tanti lumi si rifletteva sui circostanti edificii

congiunta a quella che più viva e splendente riboccava da tutte

le finestre e dalla gran porta del festante palazzo. Quel chiarore

riverberavasi da un lato sulle mura del convento de’ Barnabiti di

sant’Alessandro, ch’era allora un basso e modesto edificio, dall’altra

parte diffondevasi sulla facciata della chiesa di san Giovanni in

Conca, e andava perdendosi sulla torre di san Zenone, imbiancata dal

raggio della luna nascente, che listavasi a traverso le gottiche arcate

del portico, il quale congiungeva la _Casa de’ cani_ col castello

della torretta, antico monumento della grandezza e potenza di Bernabò

Visconti.

Sulla soglia della porta del palazzo Sforza erano quattro alabardieri

che formavano ala, e paggi e servi della casa in ricche assise che

introducevano gl’invitati; nell’atrio e per lo scalone altri ve ne

avevano che rispettosamente facevangli passar oltre. Giungevano

continuamente dame e cavalieri; entravano a due, a tre insieme i

giovani patrizii, altri silenziosi, altri chiacchierando, ridendo,

o vivacemente interpellandosi: tutti portavano la cappa, il berretto

con ala in giro strettissima, e la spada; nel rimanente la foggia de’

loro vestimenti era svariatissima. Si videro venire l’un dopo l’altro

i giovani più conosciuti nella città, sia per lo sfoggio degli abiti e

de’ cavalli, sia per l’ardimento nelle galanti imprese, o pel numero

de’ duelli: tale celebrità se la dividevano allora un Lonato, un

Lampugnano, Costanzo d’Adda, Ermes Visconte, Manfredo Poro, Triulzo, e

i due spagnuoli Camarasso e Cordova.

Le dame arrivavano ne’ più sfarzosi abbigliamenti conducendovi le

figlie e seguite dai mariti. Vi si presentarono per le prime la Cicogna

e l’Erba, i cui palazzi erano vicini: vi venne la contessa Elena

Archinto col conte Orazio suo sposo, e la di lui sorella Massimilla

moglie di Battista Litta con tre leggiadre nipoti; il conte Giovanni

Arcimboldi vi condusse la sua bella consorte Cassandra degli Affaitati

cremonese; Renato Borromeo, la sua Ersilia dei duchi Farnesi, il

barone Bonifazio Visconti di Castelletto la sua Antonietta Cadamosta.

Livia Barbò venne insieme al marito Galasso Landriani; i due senatori

Marc’Antonio Aresi e Lodovico Taverna v’accompagnarono le mogli

Ippolita Clara e Dorotea Filiodona, entrambe madri di amabilissima

prole. L’elegante e spiritosa francese Claudia di Saint-Germain sposa

del Conte Giambattista Arconati, la dignitosa Irene d’Avalos, la

vezzosa Deidamia Vistarini, Marcellina Balbiano di Belgiojoso, Deianira

Corio, Sigismonda d’Este, Laura Gonzaga, Bianca Beccaria, furono

per avvenenza le più distinte tra quelle che onorarono quel festoso

convegno.

Le sale erano addobbate colla pompa che s’addiceva alla nobiltà ed

alla ricchezza della casa, non che al solenne impegno. Nelle prime

camere scorgevansi tutte le pareti coperte di arazzi fiamminghi, altri

istoriati, altri rappresentanti ogni specie di frutti e d’animali,

trapunti con arte squisitissima; progredendo miravansi stanze adorne di

statue antiche, di quadri, di tavole con vasi preziosi. La profusione

però dell’oro e dei lumi era nella vastissima sala destinata al ballo:

quivi lo splendore dei doppieri e delle lampade veniva moltiplicato

da’ grandi specchi di Venezia, oggetto a que’ tempi di sommo lusso, che

pendevano obbliqui alle pareti in ampie cornici.

Volgendo lo sguardo alla moltitudine che spesseggiava sotto quella

ricca vôlta, l’occhio rimaneva abbagliato dalla quantità dei giojelli,

delle pietre preziose, de’ vezzi sfolgoranti, de’ drappi contesti d’oro

e d’argento di che andavano adorni sì le dame che i cavalieri colà

raccolti e frammisti.

Allora la moda, sempre imperante, capricciosa, non concedeva al gentil

sesso i lievissimi veli, i vaporosi tessuti, la semplice seta: un

abbigliamento da festa o da gala consideravasi tanto più sontuoso

ed elegante quanto più era pesante e sopraccaricato di guarnimenti.

Infatti le dame s’avevano vesti lunghe di damasco o di broccato: i

collari, sia lisci od increspati, a lattuga od a canna, sia rotondi,

ellittici, ovali o quadrati, erano tutti alti, eretti, imbozzimati

colla salda, sì che punto non iscomponevansi. Gli ornamenti sulle

gonne e le sopravvesti mostravansi infiniti: se ne miravano di quelle

tutte sparse di rose di perle, altre di capocchie d’oro, altre persino

listate da piume d’uccelli. L’acconciamento femminile del capo variava

di poco; alcune portavano da un lato della testa una penna d’airone,

altre s’avevano pennacchietti e spilli brillantati. Rispetto alla

capigliatura la foggia in che la tenevano gli uomini era conforme al

costume moderno: avevano i capelli corti su tutto il capo, eccetto

i giovani che li portavano più abbondanti alle tempia e sull’alto

della fronte per comporli a ciuffo. Come già accennammo i cavalieri

avevano al fianco la spada e portavano il berretto e la cappa, ossia

mantelletto breve, che dai più galanti veniva raccolto con arte sul

braccio, lo che aggiungeva grazia e maestà alla persona. Al principiare

dell’adunanza, mentre continuava il giungere degli invitati, molti

furono qua e là gli inchini, i saluti delle coppie che si scontravano

per le sale, molto il curioso girar delle persone per rimirarsi a

vicenda.

Il portamento degli uomini e delle donne, se in generale si parli,

era dignitoso e sostenuto, poichè in questa città le maniere sociali

sapevano già alquanto dello spagnuolesco. E per vero dire vedevansi

alcuni dei nobili più elevati in grado o dignità assumere nel loro

contegno l’iberico _sussiego_. Altri all’incontro inclinava di troppo a

quella baldanza avventata che manifesta un’indole ardita e venturiera,

propria in que’ giorni della nazione che signoreggiava queste

contrade. Non è per questo da inferire, che l’antico carattere patrio

fosse totalmente smarrito: era troppo recente lo straniero dominio

per avere già operato un sì funesto cambiamento, e infatti non vi

bastarono due secoli interi. Molti vedevansi ancora che nei loro modi

e nell’espressione degli sguardi e della fisonomia chiaro dimostravano

non avere patito influsso delle genti d’oltremare, in tutto serbando

quel fare veramente lombardo, cioè gajo, giocondo e svegliato.

Fra quelli che potevano essere per tal guisa più meritamente designati

eravi un giovine, Lindo Manfredi, di vent’anni allo incirca, di chiara

stirpe, ilare e dolce, ma pieno d’una naturale vivezza e vigoría di

sentimenti. Bello della persona, snello e leggiadro quant’altri mai,

s’aggirava, lieto in volto, per quelle aule popolose, al braccio

or d’un compagno, ora d’un altro, colmo il cuore d’una contentezza

ingenua e pura. Tutto ei mirava con occhio soddisfatto: i singoli

oggetti recavangli un mare di piacevoli sensazioni: poichè oltre

l’appagamento che mettevagli in cuore il vedersi fra tante meraviglie

in così magnifico e splendido luogo, s’aveva in aspettativa un

diletto più sentito, di una dolcezza indicibile, intorno a cui tutta

quella profusione di chiarori, quell’oro, quelle gemme, formavano

come un cerchio sfolgorante, che colorito dai prestigi di una focosa

immaginazione ne duplicava l’incanto.

Era entrata nella sala una giovine donna a lato ad un cavaliero. Lindo

Manfredi velocemente staccatosi da quegli a cui stava vicino, aveva

fatto ai due venuti un saluto distinto ed avevagli seguiti sin là dove

la giovine donna s’assise fra altre fanciulle e matrone. Gli sguardi

degli astanti s’erano tutti rivolti verso la nuova beltà sopraggiunta,

ed era forza infatti per sino al più freddo ed accigliato vegliardo di

accordarle un tributo d’ammirazione. Si rammenterà forse il lettore

d’avere vedute in alcuni dipinti del Gaudenzio o dei Luino certe

giovinette di perfettissime forme, tutte spiranti candore e floridezza,

co’ capelli biondi divisi sulle tempia in due masse di minutissimi

ricci, nel viso alle quali v’ha un’impronta di beltà sublime ma tutta

verità e naturalezza; ebbene una di tali immagini rappresentare gli può

colei che qui indichiamo.

Varii giovani patrizii che stavano a gruppo nel mezzo della sala, dopo

averla rimirata attentamente, avevano preso, com’è costume, a parlarne

con calore, chi l’una cosa, chi l’altra intorno a lei esponendo,

quando s’avanzò verso di essi, con portamento altiero, obbliquo il

berretto sulla testa, espanso il bruno mantelletto, Camarasso, figlio

dell’ispanico marchese dell’Hynoiosa, e piantatosi fra loro chiese a

forte voce:

— Chi è quel bel sole?

— A che vuoi tu saperlo? (rispose l’uno) non è per te che qui risplende.

— Per cento teste di mori! ti domando il suo nome: me lo vuoi tu dire?

— Io non lo so.

— È dei Guaraldi (aggiunse un altro), si chiama Gabriella, ed ha la

casa vicino all’ospizio de’ Pellegrini bianchi.

— Gabriella? ai Pellegrini bianchi? Per sant’Ovidio (gridò Camarasso),

mi colga il fulmine se non è la prima volta ch’io la veggo. In questa

maledetta città non si finisce mai di conoscere le belle donne.

— È fanciulla, sai tu? non le leggi in volto che potrebbe entrare

domani nelle verginelle della Pietà?

— Anche questo pretendi sapere?... ma sull’essere fanciulla, Sagramoro,

ne menti: è venuta al ballo con suo marito: i miei occhi valgono quelli

del re nostro signore.

— Che tu possa perderli sull’istante! Apprendi che quello che la

condusse non le è marito; ma è Brunato, suo fratello.

— Un cancro al cuore! non lo credo.

— Sì, sì, è vero (disse con rapide parole un ragazzetto ch’era quivi

pure a cerchio): Brunato è proprio il fratello della signora Gabriella:

io li conosco; hanno un bel giardino ove comandano essi soli, poichè

padre e madre li sono morti da gran tempo. La signora Gabriella poi

balla tanto bene, che è una maraviglia a vederla: sarà venuta qui a

bella posta; e questa sera ballerà, eh, signor Sagramoro?

— Quanto m’annoii, chiacchierino! vuoi cacciare il naso ove non ti

spetta. Guarda là Luchetto Vimercate; va, va a girare con lui per le

sale.

— Non ha più nè padre nè madre, ha detto quel ragazzo? (così riprese

uno della brigata). È dunque un castello senza bastioni e rivellini:

allora niente niente che si possa intendersi col presidio, il ponte

levatojo vien calato. Non dico bene? — e diede in uno scoppio di riso.

— Mi voto alla bella bionda de’ Pellegrini bianchi! (esclamò Camarasso,

con un sorriso maligno, portando la destra al cuore).

— Alto là: la piazza è già presa (esclamò un terzo). Conoscete Lindo

Manfredi?

— Sì: il figlio del conte Riccardo. Apprese con me la scienza d’armi

alle lezioni di Morone del Pino in san Pietro all’Orto (rispose uno

degli interlocutori).

— Con me veniva da Cesarino Negri, il Trombone, che c’insegnava

a ballare (disse un altro); e ohei! era un mustacchio per far da

mattaccino alla gagliarda. —

Camarasso si tolse dispettosamente il berretto, passò le dita ne’

capegli arruffandogli, diede un’occhiata irosa a quegli che aveva

nominato Lindo Manfredi, e con voce risentita disse:

— Chi è costui? Che c’entra?... Giuoco mille crocioni contro una

patacca, che a chi volesse disputarmi quella testa d’oro non lascio il

tempo d’aggiustare i conti col demonio.

— Tu ciarli al vento; e Lindo intanto è padrone del cuore della

bella — profferì Sagramoro, che col chiudere e riaprire lestamente un

occhio fe’ intendere ai compagni l’intenzione che aveva di sollazzarsi

coll’istizzire Camarasso, e proseguì: — Non l’hai veduto, che appena

ella fu qui entrata le si fece vicino, e si dissero varie parolette

melate: l’ha impegnata di certo pel Tordiglione, il Pastor leggiadro,

o la Biscia; li vedremo danzare insieme poichè ella gli ha detto un

sì, uno di quei sì da far correre l’acquolina alla bocca a un uom di

stucco. Vedilo, ei viene verso di noi: osserva n’è ancor radiante in

faccia. —

Ciò detto Sagramoro s’allontanò. Camarasso che fermo su’ due piedi,

s’era riposto il berretto più obbliquo di prima: accuminò le basette,

e rilevato il collare, incrocicchiò sul petto le braccia. Lindo

assorto in deliziosi pensamenti dirigevasi inavveduto verso quella

parte della sala, nè si accorse di lui che quando gli fu affatto

d’appresso. Allora rimase colpito quasi da paura al vedere colui,

ch’ei neppure conosceva, tenergli addosso fisamente gli occhi fieri,

minacciosi, mostrando nell’atteggiamento della persona un’aria tutta

di disprezzo e di provocazione. A bella prima, fosse effetto della

sorpresa o del turbamento, progredì per alcuni passi sotto il giogo

della timidezza: ma sbandito ad un tratto quell’inusitato sgomento,

si rivolse arditamente, e alto il capo, una mano sull’elsa della

spada, ritornò verso quegli ch’ei già qualificava suo insultatore.

Quando gli fu di contro si arrestò: l’altro stava immobile ancora:

nè potrebbesi descrivere con parole la ferocia dello sguardo che quei

due si scambiarono in tal istante; conteneva tutto il fuoco dell’odio,

dell’abborrimento.

Alcuni de’ cavalieri astanti senza punto avvedersi di quel tacito

sfidarsi de’ due giovani, passarono congiuntamente favellando in mezzo

a loro, ond’essi rimasti per tal modo divisi, si scostarono movendo

per la sala in parti opposte. Camarasso si frammischiò alla sua brigata

che si diresse ove era Sagramoro. Lindo Manfredi solo e concentrato in

sè stesso andava con premura investigando nella sua mente qual essere

poteva la cagione di quell’ira ingiuriosa sì inaspettatamente contro

di lui manifestata. E conoscendosi innocente d’ogni atto offensivo,

l’ingiusto oltraggio gli piombava più amaro nell’anima e suscitavagli

vampe di sdegno, e progetti di vendetta: ma furono lampi passaggieri,

però che apparve in quella nascente tempesta un pensiero, che il

bollore furente del sangue acquetò, ricondusse negli spiriti il sereno:

un pensiero innanzi a cui fuggì rapida la nera nube dell’odio; e

Lindo compiacendosi in esso, sentì il cuore riaprirsi e s’espandere sì

dolcemente, che avrebbe in quel punto stretta al seno affettuosamente

la mano del più abbominato nemico. Era un pensiero d’amore. —

Maravigliosa potenza! — Gabriella trovavasi colà e attendevalo

impaziente di slanciarsi seco lui nella giojosa danza: ciò bastava

ond’ogni tetra idea sparisse incontanente. Egli la cercò collo sguardo,

e fra il vano lasciato dagli astanti la vide che verso di lui intendeva

le pupille: le sorrise, e s’incamminò alla sua volta.

Ella senza punto tradire il più modesto contegno, l’andava osservando

con viva cura, ed al suo appressarsi si vide cessarle sul volto

la traccia di un lieve corruccio. In quel geloso convegno d’altere

donne fra cui Gabriella sedeva, non fu lecito a Lindo d’arrestarsi a

favellarle; solo passandole innanzi le rammemorò in brevi e cortesi

parole l’impegno della danza, a cui ella rispose con atto gentile.

Incominciava il ballo. — I suonatori coi loro strumenti, ch’erano

liuti, viole e dolcemele, andatisi a collocare sul palco che a guisa

di loggia era appositamente eretto fra due colonne, avevano preludiato

per accordarsi, indi eseguito come ad avvertimento il primo ritornello

dell’_Alta Visconte_, specie di ballo che a’ nostri giorni verrebbe

ascritto al novero dei minuetti. Tutti gli spettatori avevano sgombrato

il centro della sala, e gli uomini s’erano affollati dietro i sedili

delle dame. Quattro cavalieri presentatisi ad altrettante di esse,

le conducevano a mano in atteggiamento rispettoso verso il mezzo, e

postesi le varie coppie di fronte davano principio al ballo. L’_Alta

Visconte_ era una danza tutta gravità e compostezza; voleva movimenti

posati, lentezza ne’ passi, e portamento serio e maestoso. Solevasi con

essa aprire la festa affinchè vi potessero prender parte le dame e i

cavalieri più ragguardevoli fra i convenuti, e spesse volte nè le une,

nè gli altri trovavansi nel fiore dell’età. Il rigoroso cerimoniale

de’ tempi, che voleva appartenesse il primato in ogni cosa ai gradi

sociali più cospicui, costrinse talvolta a danzare le principesse

settuagenarie, gli arcivescovi, i cardinali, come ben sa chi ha in uso

la storia.

Datosi compimento al primo ballo i danzatori ricondussero a’ loro seggi

le dame, indi si ritrassero per far luogo a quattro giovani tutti

di aspetto vigoroso, i quali si presentarono per ballare il _Torneo

alla Normanda_, ch’era una specie di danza pirrica accompagnata da

musica forte e guerresca, portando ciascuno di quelli che l’eseguivano

un lungo bastone rivestito di velluto bianco con un pomo dorato

all’estremità, il quale simulava un’asta. I moti or misurati, ora

precipitosi indicavano assalti e difese che s’andavano variando con

bell’accordo, sì che le posizioni de’ ballerini riuscivano sempre

simmetriche, ed era vago a vedersi l’intreccio delle aste, l’alzarle,

l’abbassarle, il congiungerle, il disunirle in rigore di tempo e di

misura.

Questi quattro ebbero le lodi di tutta l’adunanza; e successero al loro

ballo rumorosi ragionamenti che continuarono sinchè fu intuonata la

_Biscia Amorosa_. La musica di questa danza era sommamente melodiosa,

e terminava con una frase patetica, la quale ritornava ogni volta come

un intercalare significativo d’un sentimento dolce e melanconico. Il

risuonare di tal musica espressiva ricondusse un silenzio universale

fra gli spettatori, quasi fosse sorta una voce soave ad annunziare

una desiata novella. Quel silenzio venne rotto da un generale

mormorio d’approvazione tosto che si videro le belle persone di Lindo

e Gabriella avanzarsi nel mezzo della sala per eseguire la danza.

Allorchè essi ebbero con un dolce inchino salutata l’assemblea,

rinacque in tutta la sala il silenzio, eccetto che in un lato solo

ove stava Camarasso, che con faccia turbolenta proferiva bestemmie

e minaccie, e Sagramoro, il quale facendosi forza a soffocare le

risa l’andava acquetando, e non vi riuscì che al momento in cui ebbe

principio il ballo.

Con placide movenze in consonanza alla queta armonia, la leggiadra

Guaraldi incominciò ad avanzarsi e ritrarsi, mentre più discosto ed a

riscontro di lei, Lindo eseguiva eguali moti e figure. Quasi due timidi

amanti, che al primo scorgersi da lungi non osano accostarsi, i due

danzanti esprimevano dubbietà e ritrosìa; ma al sorgere della frase più

patetica, quasi fossero tratti dalla magìa del suono, s’avanzarono l’un

verso l’altro rimirandosi in volto. Cambiò la musica e la fanciulla

e il giovine stornati gli sguardi e ripiegate le mani al sottile del

corpo con passi lisci strisciati a terra girarono a cerchio l’un contro

l’altro e si dipartirono ai lati opposti.

Ricominciò il passeggio de’ due ballerini in distanza, e lo fecero

d’alcun poco più mosso ed animato che pria non fosse, quindi

s’avvicinarono e dipartirono con maggior brio. La terza volta ruppero

con leggiadria indescrivibile in fioretti e passi vivi. Lindo alternava

con somma bravura, spezzate, capriole, salti del fiocco, mentre

l’avvenente Gabriella rapiva gli sguardi con intrecciate, passate e

giri. Sotto di lei sembrava elastico il suolo, tanto era la leggerezza

con cui s’alzava, ricadeva, gruppava e sgruppava i piedi, sempre

sostenendo in vaghissima foggia le braccia, il corpo, la testa. Le

sue forme facevansi più o meno apparenti a seconda della rapidità

delle mosse, come nello slancio del volo si manifestano sotto il velo

d’un’angioletta i suoi contorni divini. Al ripetuto invito del patetico

suono i due giovani si fecero nuovamente incontro continuando la loro

danza animata. Lo sguardo d’entrambi era fulgente e pieno di vita.

Non si divisero questa volta; ma congiunta destra a destra, seguendo

l’impulso della musica che divenne più rapida indi precipitosa,

movevano concordemente i piedi in passi agilissimi, avanzandosi,

ritraendosi, girando intorno a sè stessi, e fu sempre sì giusto

l’accordo, sì grazioso l’atteggiarsi d’entrambi, che i più rumorosi

applausi scoppiarono da tutti gli spettatori, ed essi diedero termine

alla loro danza con vero trionfo.

Gabriella nè lassa, nè scomposta, con un sorriso gentile sull’animate

guance, veniva ricondotta da Lindo al seggio ch’essa occupava da prima.

I giovani cavalieri facevano ressa sul suo passaggio e la miravano

intenti e curiosi con isguardi accarezzanti, inviandole studiate parole

di lode per la di lei valentia nella danza e più forse per i pregi

della persona.

L’ardito Camarasso sbrigatosi da Sagramoro che pur trattenere lo

voleva, uscendo di mezzo agli altri, le si piantò in faccia, e:

— Vaghissima dea, le disse, io vi proclamo regina della bellezza, ed

a chi ardisse accusarmi di menzogna, lo sosterrò con taglio e punta.

Ma come si osservano le macchie del sole senza che quel lucido astro

si sdegni, permettete voi pure di dirvi che rimarrebbe offuscato il

più vivo raggio di vostra beltà se in luogo di premiare un valoroso

campione, foste resa tributaria d’amore da un cialtroncello, salterino,

bellimbusto. —

La sconvenevolezza e la temerità di tali inaspettate parole, che tutti

compresero essere dirette al giovine Manfredi, fecero nascere un grave

susurro fra i circostanti, ma nessuno osò farne apertamente rimprovero

allo Spagnuolo di cui era nota l’avventatezza, la gagliardia, e la

fortuna nel giuoco delle armi. Gabriella progredì dignitosa senza

che pur sembrasse avervi prestato orecchio, e si riassise in aspetto

placida e tranquilla. Sul volto di Lindo ad un pallore di morte,

successe un vivo rossore; appena fu congedato da lei si diresse alla

volta di Camarasso e lo percosse colla mano sulla spalla.

— Oh che vuole, signor mio? — disse lo Spagnuolo rivolgendosi con aria

beffarda.

— Usciamo da questa sala — rispose l’altro a bassa voce, ma in tuono

risoluto.

Camarasso, volto ai compagni con un sogghigno. — V’ho detto io, che

avrei trovato modo di far venire la lepre da sè sullo spiedo. — Usciamo

pure. —

Si recarono accompagnati da Sagramoro in una delle camere lontane ove

non eravi persona. Ivi lo Spagnuolo ripetè: — Qui siamo liberi, dica

adunque che vuole?

— Voglio ragione dell’insulto che mi hai fatto.

— Giacchè stimi così poco la tua vita, la ragione te la darò.

— Può darsi ch’io sia destinato a fiaccare la tua baldanza.

— Se non fossi certo di crivellarti il petto a stoccate, ti darei una

mano nel viso.

— Fuori la spada, vigliacco impudente!

— Oibò! (proferì Sagramoro interponendosi) in casa degli Sforza un

duello e nel tempo d’una festa da ballo? volete farvi chiudere in

rocchetta? Pazzie! Aspettate domani: vi sono tanti bei luoghi adattati.

— Ebbene domani — esclamò Lindo.

— Sì, domani — rispose Camarasso.

— Ma dove, ed a qual ora? qui bisogna intendersi (continuò Sagramoro).

Le buone regole vorrebbero che fosse di mattino; ma a causa della festa

di questa notte si può differire al dopo pranzo, così verso le ventidue

ore: quanto al luogo il migliore parmi la rotonda del bosco presso il

convento di sant’Ambrogio _ad Nemus_[25]. Che ne dite?

— Ottimamente. Riguardo poi alle armi (aggiunse Camarasso) io sono lo

sfidato, voglio la scelta: spada e pugnale.

— Sia come brami: ci rivedremo domani a ventidue ore nella Rotonda del

bosco.

— Ci rivedremo. —

Sagramoro e Camarasso rientrarono nella sala sghignazzando tra essi.

Il maggior numero degli astanti ben erasi avveduto che aveva avuto

luogo una sfida; ma ciò essendo un avvenimento consueto non produsse

punto maraviglia, nè venne per il capo ad alcuno di porre ostacolo

all’esecuzione, sebbene varii già deplorassero la sorte di Lindo.

Ritornato esso pure indi a poco nella sala, s’accorse che Gabriella

era sparita, e persuaso che fosse cagione dell’offesa fattagli dallo

Spagnuolo si consolò d’averlo tratto a cimento e anelava l’istante di

misurarsi con lui.

Racconti storici - Nuovo volume · 第 5 / 8 段