ove dominavano i Ghibellini, altre vittime di quell’ira faziosa
languivano sotto il carco delle più lugubri idee. Nel massiccio e
gretto muro che stava di contro alla parte esteriore dell’abside della
cappella ed al ricinto che chiudeva il cortile o piazza d’armi di quel
castello, s’apriva un verone allora di recente per gran parte murato,
sì che non offriva libero ingresso alla luce che presso alla volta
ov’erano due archi di sesto acuto divisi da arabeschi traforati. Di
tal modo erasi cangiata la sala, a cui rispondeva il verone stesso,
in un carcere per racchiudervi un vecchio di cadente età ed una tenera
fanciulla, i quali nel momento di cui parliamo trovavansi da poco ivi
gementi. Erano i dominatori del castello giunti a tal grado di barbarie
da caricare le braccia ed i piedi del misero vecchio di pesanti catene.
Giaceva esso in quell’ora della notte steso sul letto, posata su ruvido
guanciale la testa sparsa di radi capegli, candidi come la lunga barba
che gli scendeva dal mento. A piedi del letto sedeva la giovinetta
Adelasia, a cui ogni sospiro dell’avo, precipitato a tanto miseranda
condizione, recava al petto una nuova ferita. Contava essa appena i tre
lustri, angelici erano i suoi tratti, sebbene affievolita, estenuata,
ne avesse il dolore la bella persona. Allentate teneva le treccie e giù
in gran parte trascorrenti per le spalle; aveva piegati gli occhi al
suolo, e posate in grembo le mani assorta forse in qualche commovente
memoria de’ suoi giorni felici. Un raggio di luna penetrando dall’alto
del verone veniva intero a cadere su di lei e ne rischiarava colla
pallente luce i dolci contorni.
Richiamata a sè stessa dalle vive rimembranze a cui la traevano il
cuore e la fantasia, badò con ansia al vecchio e s’accorse che erasi
assopito in profondo sonno. Ringraziò tacitamente il cielo di quel
benefico ristoro all’infelice, indi si diede a ripensare. Ma fosse
il commovimento a cui con maggior efficacia la dispose la fervida
preghiera elevata a Dio per riconoscenza, fosse un angoscioso ritorno
sovra sè stessa ed il crudele suo stato, fosse una più tenera cagione,
abbondanti lagrime le sgorgarono improvvisamente dal ciglio, ed a
frenare i propri singulti, che destar potevano il vegliardo dormente,
comprimeva le labbra con entrambe le mani che inondavansi del suo
pianto.
Ed oh per qual cagione mai ad un tratto si scuote, e porge intenta
l’orecchio? — È lo scalpitare di un cavallo accorrente; innalzasi il
grido delle scolte — s’appressa il cavallo alle mura — «Chi mai sarà?
(ella dice fra sè stessa) Oh! recasse almeno una novella felice!» —
Ma il cavallo trascorre, — è trapassato — torna a regnare come prima
solenne il silenzio.
Un’ora dopo il prigioniero nella Torre di Bergamo, i cui sonni erano
stati brevi ed agitati, essendo sorto, affacciatosi alla ferriata di
sua finestra dal lato meridionale, vedeva lungo una delle strade della
pianura apparire e nascondersi fra i rami delle piante un non so che di
lucente che s’andava appressando alla città; erano i riflessi di una
lucida armatura, era un guerriero che veniva precipitando il corso a
quella volta.
*
Spettava a Filippo Colleoni la Torre, ed accanto vi sorgeva il palazzo
di quel temuto capo de’ Guelfi.
Fu innanzi l’abitazione di lui, che balzò d’arcioni il sopravvenuto
guerriero, a cui da’ vigili custodi vennero prontamente spalancate le
porte, e l’inaspettato suo arrivo di tal ora mise in grave agitazione
tutti gli abitatori. Egli era desso Ubaldo Vertua l’uno de’ valorosi
seguaci della fazione, e stretto al Colleoni dall’amistà più fida.
Disse recare importantissimo annunzio, e introdotto in una delle
sale superiori del palazzo, si vide ben tosto comparire innanzi
sollecito l’amico a cui, benchè quasi gliene mancasse il cuore, narrò
l’infaustissimo evento che lo aveva fatto accorrere precipitoso in
Bergamo.
All’udire l’inaspettata notizia, i tratti del Colleoni naturalmente
severi, si fecero lividi e contraffatti, gli divennero pallide e
tremanti le labbra, e gli gocciò gelato sudore dalla fronte. Anche
sui bruni lineamenti del Vertua, chiusi nel cerchio di ferro che
formava serraglia alla visiera allora elevata sull’elmo, stava scolpita
l’espressione d’una amarezza profonda, che annunziava quanto cordoglio
a lui pure cagionasse la novella di cui era venuto apportatore.
Sedevano que’ due l’uno a fronte all’altro, e li rischiarava il lume
d’una lampada posata sovra una tavola ad essi vicina, mancando ancor
più di un’ora allo spuntar del giorno.
Era Colleoni rimasto immobile quasi stordito dall’orrendo racconto;
teneva le braccia compresse fortemente al seno, e girava di quando in
quando gli occhi smarriti che poi volgeva fisi al suolo. Scorgevasi
che lo premeva una intensa angoscia, e che i suoi pensieri andavano
travolti da un turbine di funeste immagini. Il guerriero rispettava
quel silenzio indicatore della violente lotta interna de’ più possenti
affetti del cuore, mortalmente vulnerati sin negli intimi loro recessi.
«Mio padre!... mia figlia!... la mia Adelasia!... in loro potere?...
(esclamò alfine Colleoni) in potere d’Alberigo? di quell’empio senza
religione, senza fede?... È vero anch’io ho nelle mani un Suardi e
potrò pagarmi di sangue stilla per stilla, ma intanto oh cielo! che mai
sarà di loro in questo momento? Chi sa a quali strazii li sottopongono!
Ed io li ho lasciati senza difesa nelle mie case d’Iseo!... Oh me
incauto! me infelicissimo!...» — e profferendo quest’ultime parole
balzò in piedi urlando e percuotendosi disperatamente la fronte. Ubaldo
Vertua levatosi esso pure gli si fece d’appresso e posandogli sulla
spalla la mano tuttavia coperta dal guanto di ferro — «Amico (disse con
grave accento) non perdiamo in vani lamenti questi istanti preziosi.
Fa duopo cercare per quanto ci fia possibile un pronto riparo a tanta
sventura. Se opera di spada fosse stata valevole, se fosse bastato
l’andar incontro a qualunque periglio, non m’avresti veduto comparirti
avanti senza ricondurre nelle tue braccia il padre e la figlia...
Filippo tu mi conosci...?
«Oh sì! cento volte esperimentai la tua amistà, il tuo valore. Ubaldo,
io t’amo come fratello... che dico?... come figlio...! Ohimè! e non
dovevi tu essere veracemente mio figlio? non è per te la mano della mia
Adelasia? se non fossero state quest’ultime maledette discordie che ci
tolsero di compiere riposatamente i nostri disegni, essa non si direbbe
già tua, non sarebbe già entrata nelle tue case?... Salvala per pietà!
salvami la figlia, salvami il padre! egli sì vecchio, e venerando,
e, oh dio! la sua canizie è forse in quest’istante calpesta, colma
d’obbrobrio dal mio nemico!... No, io non potrò espiare giammai una
colpa sì atroce; io li ho abbandonati indifesi, io sono la causa del
loro supplizio!...
Così parlando Colleoni mostravasi in preda a tutte le smanie della
disperazione, se non che il guerriero tenendosegli costantemente
d’appresso, con parole temperate alla dolcezza, al conforto, poco a
poco lo richiamò in sè medesimo, di modo che, mitigato in lui quel
forsennato eccesso fu vinto da una commozione profonda, e s’abbandonò
singhiozzando sul petto dell’amico, che lo sostenne e lo strinse
affettuosamente al cuore — «No, tu non devi accusar te stesso (disse
egli). Qual colpa è mai la tua, se essi furono per sorpresa assaliti
in Iseo, e trascinati dal Suardi prigioni a Martinengo? Non li
avevi tu tolti da Lovere, stimandoli colà mal sicuri dalle bande di
Valcamonica, e non li ponesti in Iseo sotto la custodia di Ferrino, uno
de’ più valenti di nostra fazione? Chi potrà accusar te, se Ferrino fu
traditore, e compro dall’oro ghibellino, lasciò che Suardi penetrasse
nelle tue soglie e s’impossessasse de’ tuoi?...
— Ferrino! l’infamia de’ Guelfi! egli sconterà colla vita il
tradimento, od io non sono Filippo Colleoni!» — così egli disse con
voce cupa e minacciosa, sollevando la destra come se stringesse un
pugnale.
— Ora ti calma. Suardi non avrà osato bagnarsi del sangue di tuo
padre e di tua figlia. No, pensando che la mano di Ubaldo Vertua può
stringere un ferro, Alberigo non avrà avuto ardimento di giungere a
tanto eccesso. Su dunque troviam modo di togliergli di mano la preda.
— Ma come mai riuscirvi? Troppo forte e ben munito è il Castello
di Martinengo e tu sai che le sue mura furono per noi sin ora
inespugnabili. Ed, ohimè! se pure ci recassimo ad assalirlo mi parrebbe
che ogni nostro colpo di balestra venisse ricambiato con un colpo di
pugnale nel loro cuore.
— Ma e non dicesti tu ch’hai prigioniero un Suardi?» — chiese Ubaldo
con accenti precipitosi come se gli fosse di subito balenato alla mente
un felice pensiero.
— Sì!.., sì... un Suardi... Edemondo suo figlio... suo figlio stesso!»
— esclamò Colleoni con gioja feroce.
— I tuoi sono salvi (gridò Ubaldo abbracciandolo) Mi recherò io
medesimo messaggiero, onde proporre ad Alberigo lo scambio. Potrebbe
egli esitare ad accettarlo se tu v’acconsenti?
— Suo figlio e dieci prigionieri ghibellini a sua scelta» — profferì
con trasporto Colleoni. Ma quasi nell’istante medesimo concentrandosi
in un’amara riflessione, soggiunse dolente. — Ma come mai? andresti
tu stesso a parlamento colà? tu, dentro il suo Castello a darti in suo
potere? Non sai dunque quanta sia la perfidia di quell’anima iniqua e
che nessun sacramento gli torrebbe di levarti la libertà o la vita? No,
amico, io non posso concederlo, un altro...
— Mai — pronunciò interrompendolo con forza Ubaldo — Voglio andarvi
io stesso. Alberigo fu un giorno mio compagno in guerra. Noi pugnammo
l’uno a fianco dell’altro per la libertà della nostra terra, quando la
patria non aveva che una bandiera, or benchè mi sia nimico, sacra è per
sempre la fratellanza dell’armi, ed ei non può offendermi che in campo
aperto o chiuso con armi leali senza malie o tradimenti, ed io starò
sicuro al suo cospetto e in mezzo a’ suoi come tra le pareti del mio
proprio castello».
Colleoni nulla seppe rispondere a sì generose parole. Gli si gettò
di nuovo singhiozzando al seno, e reiterando gli amplessi, mischiava
l’espressione della sua riconoscenza alli scongiuri più caldi di
salvargli il padre e la figlia, secondo che lo ispirava o la speranza o
il terrore intorno alla riuscita della proposta dell’intrepido amico.
Il dì seguente sul volgere del tramonto l’ardimentoso e magnanimo
Ubaldo s’appressava al Castello di Martinengo. Tinte dagli ultimi
raggi del sole rosseggiavano al suo sguardo le alte bastite e le
merlate torri su cui vedevansi lucicare le lance degli uomini d’armi
passeggianti in vedetta. L’imponente aspetto del forte castello del
suo nimico non fece che il guerriero rimanesse un istante in dubitanza
del progredire, ch’egli anzi avviò diritto il destriero alla volta
dell’entrata, e s’avanzò tra il vallo che ne formava gli approcci,
pervenendo ad una torre, la quale sorgeva al di qua dell’ampio fossato
che circuiva il castello e ne chiudeva il varco. La porta di quella
torre andava chiusa da ferrata imposta, ed a lato di essa vedevasi
un’angusta porticella non meno saldamente serrata, al di sopra della
quale nel ruvido ed erto muro s’apriva uno spiraglio, che non sapevasi
se meglio dire una fenestretta od una feritoja.
Appena Ubaldo ebbe arrestato davanti a quella porta il palafreno, che
udì la sentinella dall’alto richiederlo chi fosse e che volesse. Egli
rispose nomandosi, e disse se venire per faccenda d’alto momento e
voler essere guidato innanzi ad Alberigo Suardi. Si ritrasse il soldato
dal pertugio, e tostamente s’udì un interno chiedere e rispondere
di persone diverse. Tacquero alquanto quelle voci, indi s’intesero
elevarsi di nuovo; poscia vi tenne dietro un cigolìo d’argani, e si
vide la imposta della maggior porta, ch’era una saracinesca a cataratta
sollevarsi dal suolo grado grado e penetrare nella volta, alzandosi
tanto da ammettere dentro il Cavaliero, dietro cui tornò immantinenti
a piombar giù con formidabile scroscio, racchiudendo come prima
pesantemente la porta. Ubaldo trovossi dentro un atrio tenebroso,
serrato fra la saracinesca ed una porta opposta chiusa a battenti.
Nell’oscurità quasi compiuta in cui stava ravvolto, poichè colà
non penetrava che lievissimo barlume dall’alto, ad Ubaldo parve
vedere uomini armati aggruppati a lui d’intorno, silenti come ombre
minacciose, di cui distingueva gli sguardi fisi immobilmente su di
lui. Ogni cuore meno ardito e fermo del suo sarebbe stato colto da un
fremito involontario di terrore, trovandosi in quelle tenebre entro
angusto spazio, ricinto da un’arcana congrega di feroci avversarii;
ma a quell’anima era ignoto che fosse timore, ed essa vi stava salda e
imperturbata, piena di valentía e di quella fede cavalleresca che era
la seconda religione de’ tempi. Vennero spalancati i battenti della
porta a lui dinanzi ed ei mirossi di fronte al di là del fossato le
erette mura del Castello di cui aveva in prospetto l’entrata, alla
quale formava imposta il ponte levatoio che stava rialzato. Però
quasi nello stesso istante si smossero dalle loro alte nicchie le
travi, e sospeso alle catene mirò calare lentamente il ponte; che
venne a posarsi sul margine del petrone che formava sporto alla soglia
dell’atrio della torre, offerendo così agevole il passaggio alla
fortezza. Mosse tosto Ubaldo il destriero, sotto le cui zampe ferrate
rimbombò eccheggiando quel ponte, il quale, tocco ch’egli ebbe il
limitare interno del Castello, venne di nuovo rapidamente tratto in
alto, e fu al tempo stesso racchiusa coi battenti la porta della torre.
Il troppo fidente e generoso Ubaldo fu atteso vanamente in Bergamo
quella notte e tutta la domane da Filippo Colleoni consumato
dall’ardore d’una sfrenata impazienza. Al nuovo sorgere del dì non
vedendolo comparire, nè dai messi che avevagli spedito incontro,
udendone annunziare l’arrivo, volgendo mille orrendi dubbii nel
pensiero, Colleoni risolse partire egli stesso alla volta di
Martinengo. A tal arrischiata impresa però si opposero vivamente i suoi
fidi, uno de’ quali, il più esperto, offrì di recarsi da un segreto
partigiano della fazione guelfa, il quale, ignoto ai ghibellini, teneva
dimora poco lungi dalla terra istessa di Martinengo. Colleoni gli
impose di adoperarsi a tutt’uomo nel raccogliere quante notizie mai
venissero possibili, onde scoprire ciò che fosse avvenuto di Ubaldo, e
quale potesse essere stata la sorte de’ prigionieri. Partì con estrema
sollecitudine e segretezza l’esploratore alla volta di Martinengo,
ed al suo ritorno riferì ch’era corsa voce infatti che un guerriero
guelfo fosse entrato nel castello de’ ghibellini, ma non essere stato
più veduto ad uscire di là, e mirarsi una bandiera nera sventolare
inalberata alla sommità della torre più alta.
Chi potrà mai descrivere il colpo recato da tale annunzio nell’anima
di Colleoni? Ei cadde tramortito in braccio a’ suoi servi, la cui
desolazione giunse al colmo, poichè prolungandosi in esso lui oltre
misura quella crisi funesta, stettero in forse gli si fosse spenta
la vita. Dopo alcun tempo però esso rinvenne, e rimasto alquanto
come trasognato, alla fin fine si scosse, e le prime parole che gli
uscirono dal labbro, furono per chiedere la chiave della Torre ove
stava rinchiuso Edemondo. Quando gli fu recata, esso d’un cenno congedò
tutti i suoi famigliari; fra i quali non vi fu alcuno che, conoscendone
l’indole estrema, osasse insistere per rimanergli d’appresso.
Era sorta intanto la notte. Sepolta nel silenzio e nel terrore stava
quella casa ove ognuno andava compreso dallo spavento d’un’alta
sciagura, fatta più tremenda dal dubbio del fatale arcano che
l’avvolgeva, di cui chi avrebbe avuto mai ardimento di squarciare il
velo?
Solo nelle appartate stanze erasi ritirato Colleoni, e l’ore notturne
ben lungi dal versare in quell’anima lacerata alcuna stilla di pace
o di quiete, ne inasprivano a mille doppii la piaga. Coperto da
un pallore di morte, irti i capegli, ora camminava esagitato, ora
arrestavasi e l’occhio gli diveniva vitreo, immoto, quasi d’uomo che
sogna. Trascorse alcun tempo fra queste ansie crudeli, indi parve
dar luogo in lui la smania disperata, sì che si assise meditabondo,
e stette coll’anima affisa in un pensiero. Ma d’uno slancio sorse
esterrefatto ed indi a poco in tuono cupo mormorò fremendo: «_Sì!
sangue per sangue_». Guardò d’intorno a sè, diè mano ad un pugnale che
intromise nella cintura, e tolta la lampada s’avviò a passi affrettati
per un androne interno che metteva capo all’uscio della torre, lo
schiuse ed entratovi montò le scale. Mano mano però che vi saliva il
mutare de’ suoi passi allentavasi, quasi andasse scemando a gradi la
spiata furiosa che lo trasportava, di modo che pervenuto alla sommità
della torre, presso la stanza del prigioniero, trattenne il piede,
come se una forza interna gli vietasse di procedere più oltre. Benchè
tostamente la sua esitanza fosse vinta, egli ischiuse lentamente
l’imposta, vi penetrò avanzandosi a passi misurati, e s’arrestò presso
il letto, ove mirò, non senza meraviglia, che Edemondo giaceva immerso
in profondo sonno.
Forse l’anima dell’infelice vagava fra dilette immagini, inconscia,
ahi troppo misera! dell’orrendo fato che le soprastava! Colleoni
facendosi della destra scudo agli occhi contro la luce della lampada
che sorreggeva, ne diresse il chiarore sul dormente, che stette a
lungo con cupo sguardo contemplando. Il giovine posava supino, tutto
nudo il costato, la sinistra mano ripiegata sotto la testa, steso il
destro braccio lungo il corpo. Il lume della lampada riflesso sì da
vicino sulle carni del di lui petto, mentre segnava colle ombre i più
lievi risentimenti della muscolatura, facevane spiccare il colorito,
che dilicato e vivo manifestava il rigoglioso refluire di una vita
fiorente. Leggerissimo era il suo respiro e il seno v’acconsentiva
alzandosi ed abbassandosi con movimento pressochè impercettibile.
Colleoni teneva fisi, biechi ed ardenti gli occhi sul giovine sepolto
in sì confidente riposo, e la sua mente ondeggiava divisa fra contrarii
pensieri. Già due volte la di lui mano era corsa all’impugnatura
dell’arma, e due volte pentita erasene ritratta; alla terza come se
fossero apparsi ad attizzarlo i lacerati cadaveri del padre e della
figlia, brillò sguainato il pugnale e ne scese rapida la punta al petto
di Edemondo — Ohimè!... per un filo appena l’estremità del ferro non
ne isfiorava il candore, quando udendo sorgere improvviso un rumore
dal basso, Colleoni trattenne il colpo che già inesorabilmente cadeva.
Era un battere replicato alla porta, un domandare instantemente che
s’aprisse. A Colleoni entrò rapida in cuore una vaga speranza per cui
cedendo alla subita brama di sapere chi fosse, ripose il pugnale,
ed Edemondo destandosi dal suo profondo sonno, rimase colpito da
meraviglia e spavento nell’accorgersi che spariva dal suo carcere un
lume, e nell’udire un sonante precipitar di passi giù per le scale
della torre, della quale sentì racchiudere con violenza l’uscio di
sotto.
Un monaco veniva frattanto introdotto dai servi alla presenza di
Colleoni.
— Giungo da Martinengo e... — (disse mal traendo il respiro quel
vecchio frate, il cui pallore e lo scomposto aspetto annunziavano il
sostenuto affannoso affrettamento).
— Mio padre... mio padre... mia figlia...? (l’interruppe con feroce
grido Colleoni).
— Mio nipote... Edemondo...? (chiese il monaco con voce non meno
alterata).
— Edemondo vive (rispose Colleoni cercando colla mano alla cintura il
pugnale), sì vive... ma i miei...
— I tuoi... vivono parimenti e se...
— Ed Ubaldo, il mio Ubaldo?
— Egli pure è salvo, e sta in tuo potere il farli liberi tutti ed
abbracciarli tra poco in questo stesso palazzo. —
Come sul mare livido per tempesta, brilla dalle nubi squarciate un
raggio di sole foriero del serenarsi del cielo e della calma, così
queste brevi parole del monaco bastarono ad irradiare l’anima del
Colleoni e fugarne la nera disperazione che vi regnava.
— Vive mio padre? mia figlia, il mio Ubaldo vivono? ed io li vedrò qui
tra poco? Ma ascolto io il vero? Non m’ingannate voi? — e nell’eccesso
del contento Colleoni stringevasi convulso al cuore la destra del
Francescano, il quale accertandolo della verità de’ suoi detti, si
fece a narrargli come egli stesso col padre Stefano da Vimercate e con
due frati Domenicani, si fosse recato a Martinengo, e là congregati
i principali della ghibellina fazione, capo de’ quali era Alberigo
Suardi, perorassero in faccia a loro caldamente in pro della pace e
dalla riconciliazione delle avverse parti, il cui osteggiare tornava
sì fatale a loro stessi, ed alla prosperità della patria comune. Ma
sulle prime le loro parole non partorirono effetto, poichè essendovi
fra gli adunati Ferrino da Iseo, uomo di scaltri pensieri e sottile
favellatore, costui vantandosi d’avere abbandonato la parte guelfa
siccome composta di gente scellerata e servile, opponevasi a tutta
possa a che si venisse mai a patti con essa. Egli vinse allora il
partito, benchè i monaci con santa arditezza imprecassero sul suo capo
la punizione del cielo per l’opera iniqua con cui riusciva a tenere
aperta la cruenta piaga ch’essi forzavansi rimarginare. S’aggiunse
inoltre che essendosi nel dì successivo al castello de’ ghibellini
presentato il guelfo guerriero Ubaldo Vertua con pacifica missione,
benchè vi fosse stato accolto amichevolmente prevalse di nuovo il
perfido parere di Ferrino che non s’ascoltasse il Vertua, anzi venisse
posto come nimico in catene, lo che, sebbene ripugnasse altamente al
Suardi, venne per la volontà dei più fatto eseguire. Ma volle Iddio con
terribile esempio manifestare quanto detestasse sì inaudita infamia e
slealtà; poichè il mattino seguente fu trovato Ferrino steso sul suo
letto tutto livido e nero, e già fatto cadavere. Sì tremendo caso mise
in cuor di ciascuno un salutare terrore, per cui raccolti di nuovo in
adunanza i ghibellini convennero in ciò che i monaci interpellati i
guelfi concordemente stabilissero i patti per ricomporre ogni discordia
fra le due parti, e per il ritorno di essi ghibellini in Bergamo.
L’ansia crudelissima patita per la temuta morte de’ suoi più cari,
era stata di fiero insegnamento a Filippo Colleoni sugli amari frutti
delle nimicizie cittadine, quindi prontamente l’animo suo piegossi
ai sensi di pace che Iddio voleva. Venuto il chiaro giorno, Colleoni
adunò i capi della parte guelfa e fece loro accogliere la proposta
riconciliazione. Coll’opera dello zio d’Edemondo e degli altri monaci
proseguirono le trattative e fu stabilito il giorno che i ghibellini
avrebbero fatto il loro ingresso nella città e sarebbe così cessata
per sempre quell’ira faziosa che aveva costato tante lagrime e tanto
sangue.
Nello stesso palazzo, nella stessa sala ove aveva udita la crudele
novella di loro cattività, Filippo Colleoni, circondato da’ suoi,
vide alfine entrare il proprio padre, la figlia Adelasia, il generoso
Vertua, e venire con essi Alberigo Suardi e molti di coloro che
aveva sempre considerati quali suoi più implacabili nimici. I monaci
stavano quivi e gli uni e gli altri per sì fausta risoluzione con
ogni più sacra e lieta parola laudavano. Non giova descrivere con
quale trasporto di gioja Colleoni si slanciò innanzi al genitore, alla
figlia, l’uno e l’altra stringendosi reiteratamente al cuore, nel tempo
stesso che Edemondo abbracciava il padre suo, il fiero Suardi, il quale
intendeva in quell’istante la prima volta esservi ben altri diletti che
que’ sanguinosi dell’armi.
Commossi entrambi i due guerrieri sì lungamente avversi, si guardarono
miti, e avvicinatisi alfine strinsero con tenerezza uno presso
all’altro quei petti, in cui tanto e sì insaziabile sdegno era bollito.
Vertua pose il colmo alla sua magnanimità rinunziando alla mano
d’Adelasia, che volle fosse data al giovine Edemondo come arra di pace;
unendo di un tal nodo il sangue de’ due più potenti capi avversarii.
E non era questo il loro secreto voto, la loro più diletta speranza?
Essi avevano vissuto vicino, ed eransi secretamente amati, quando
ignare dell’ire future le due famiglie non si odiavano ancora. Perchè
il valente Edemondo aveva sulle sponde del Serio risparmiata la vita
a Colleoni perigliando la sua? Egli non aveva veduto nel nemico che il
padre d’Adelasia, e quella vita divenne sacra per lui!
La insperata pace e il ritorno de’ ghibellini furono causa in Bergamo
di giubilo universale. In memoria poi di sì lieto evento fu decretato
(narra uno storico) che ogni anno nel giorno solenne della Natività
convenissero i cittadini co’ loro parrochi a visitare la chiesa di
Santo Stefano, e dopo che questa venne atterrata, si ordinò che tal
visita si facesse alla chiesa di Santa Maria Maggiore, come sino
all’anno 1630 si costumò.
FINE.
LA BISCIA AMOROSA
DANZA MILANESE
(ANNO 1580)
Chi di saper desia
Movere i passi ora veloci or lenti.
Con grazia e leggiadria
Concordi al suon de’ musici concenti,
Miri la bella schiera
Che con un dolce inchino, un giro, un passo
Ferisce i cor di sasso,
Ma di colpi sì cari e sì graditi
Ch’ognor bramâr gli amanti esser feriti.
_Madrigale_
_dell’Etereo Accademico Inquieto._