a tradimento alcuni de’ principali Guelfi ivi rimasti, e loro aveva
data la morte. Mosse quindi co’ suoi armati alla volta del Brembo, lo
valicò e incenerì Gonfaleggio; indi assalì Caprino mettendone a ruina
gli abitati. Si volse in seguito furioso a Pontida per distruggerne il
chiostro.
Le bande montanare, condotte da Pinamonte e dal sire d’Endenna,
eransi sulle prime ritirate nelle valli, rifiutandosi, atterrite, a
stare a fronte a que’ possenti guerrieri ch’erano mandati contro di
esse. Ma alla novella degli orribili guasti recati dal Visconte, e
dell’imminente periglio delle sacre mura del monastero, rampognati
con aspre parole dall’impavido guerriero dell’Imagna, brandirono
di nuovo le armi e giù venendo a precipizio, giunsero addosso alla
soldatesca dell’immite Ambrogio, pel cui comando già andava in fiamme
una parte del convento. Si pugnò con un ardore senza pari: molte aste
e spade si spuntarono e ne andarono in pezzi sulle salde armature di
Pinamonte e del sire d’Endenna; ma essi non cessero mai, e ad esempio
di quegl’instancabili combattenti, le scuri e le mazze de’ montanari
operando robustamente, giunsero al fine a rompere gli ordini de’
militi nemici, e gli serrarono dappresso uccidendo in accannita mischia
uomini e cavalli. Mentre Ambrogio, resistendo tuttavia, faceva impeto
disperato con un drappello di seguaci, assalito da vicino egli stesso,
n’andò al suolo trafitto da mille punte. Ad altro allora non pensarono
i suoi che a raccoglierne la salma e a ritirarsi; nè ebbero schermo
dall’inseguire de’ vincenti che ritraendosi di là dal Brembo, d’onde
recato a Bergamo l’estinto figlio di Bernabò, s’ebbe dai Ghibellini che
dominavano la città, onorevole e lagrimata sepoltura.
Era così venuto pe’ Guelfi il giusto momento di scuotere interamente il
giogo de’ loro oppressori. Celebrarono in Pontida la novella vittoria,
ed ivi Pinamonte giurò che in quelle vallate esser più non vi doveva
segno di dominio de’ Visconti o de’ Ghibellini, e che s’aveva ad ogni
costo a togliere loro di mano i luoghi forti che occupavano. Propose
per prima impresa l’assalto del castello di Clanezzo, ove Enguerrando
Dalmasano teneva uniti a’ suoi uomini della Brembilla i guerrieri
milanesi lasciati colà da Zenone di Groppello ed il cui figlio Bertramo
aveva sempre battagliato contro il loro partito, ed armeggiava tuttavia
sotto lo stendardo della vipera.
Tutti i convenuti applaudirono alla proposta dell’indomito guerriero
di Capizzone, il quale ricondotte quindi nell’Imagna le bande de’
suoi valligiani e fatto forte da masnade della Brembana chiamate dal
suo fedele cavaliero d’Endenna si preparò all’assalto dell’abborrito
Clanezzo.
Sorgeva la notte e neri ammassi di nubi posavano immoti sulle dirupate
cime de’ monti che chiudono quella valle. Quando tutto fu tenebre
si videro silenziosi varcare l’Imagna drappelli e drappelli d’armati
guelfi, che un fiero desiderio di sangue e vendetta conduceva giojosi
a perigliare per le silvestri rupi dell’Ubione. Essi salirono la
montagna, indi la costeggiarono, e riuscirono in Clanezzo d’intorno al
castello di Dalmasano. Splendettero allora le fiaccole e si diè mano
da tutti a martellare colle pesanti travi la ferrata saracinesca. Alle
grida d’allarme delle scolte, al rintronare di que’ colpi, gli abitanti
del castello fecero indarno dalle feritoje e dalle merlate mura piovere
sugli assalitori in mille guise la morte. Ogni ostacolo fu superato;
scassinata e spezzata n’andò la porta, e l’onda degli invasori traboccò
nel castello. Per gli atrii, per le scale, lungo i porticati era un
combattere furioso, e cresceva spavento in quel tumulto feroce lo
scoppiare rimbombante della procella, scatenatasi d’improvviso dalle
balze montane, la quale faceva tremare dalle fondamenta il forte
edifizio, quasi natura sdegnata volesse manifestare il suo corruccio a
que’ spietati deliranti a sterminarsi.
Pinamonte e il sire d’Endenna incalzando vigorosamente gli smarriti
difensori del castello, pervennero pei primi nella sala d’armi, ove
si scontrarono nel vecchio Enguerrando. Egli, vestita la corazza e
impugnata la spada, veniva trattenuto a sommo stento da Costanza sua
nuora, la giovinetta sposa dell’assente Bertramo, dalle donne di lei e
dai servi, deliberato d’uscire ad affrontarsi cogli assalitori.
Allo scorgere i due suoi odiati nemici comparirgli a fronte,
Enguerrando non ebbe più freno, e si avanzò contro Pinamonte
scagliandogli le più fiere imprecazioni. Costanza balzò frammezzo
ad essi, e nell’atto che al suocero faceva scudo di sua persona,
scongiurava co’ singhiozzi, giungendo le mani, il guerriero guelfo
di risparmiare la vita al canuto avversario. Ma Pinamonte ardente di
vendetta, impaziente di tale contrasto, afferrò col sinistro braccio,
in cui portava lo scudo, la desolata Costanza, e trascinandola di
fianco, si tolse così dinanzi ogni ostacolo, onde i ferri di que’
due possenti capi degli avversi partiti cupidi di trucidarsi, si
scontrarono e si ripercossero furiosamente. Non durò a lungo però la
lotta; poichè scambiati alcuni colpi, ribattuta la spada d’Enguerrando
gli vibrò Pinamonte dritta la punta della sua nel petto. Un lampo
folgoreggiando dalle gotiche imposte spalancate dal vento, rischiarava
di sua luce tremenda l’orribile spettacolo. Costanza diè un grido; e
svincolatasi dal braccio del guerriero, s’abbandonò sul vecchio ch’era
caduto rovescio immerso nel proprio sangue.
Il fragore del tuono, il muggire della bufera che incalzava
violentissima, coprivano gli ululati che i servi e le donne mandavano
disperatamente al mirare il loro antico signore steso trafitto al suolo
esalare gli ultimi respiri. Pinamonte recato il fatal colpo, rimase
immobile, quasi inoridito egli stesso alla vista dell’atroce morte di
quel vegliardo. Ma il cavaliero lo richiamò, lo scosse; onde entrambi,
radunati ad alte grida i loro seguaci, abbandonarono quel castello che
avevano riempito di desolazione e di stragi.
Quanto era avvenuto a Clanezzo si rinnovò in altri luoghi delle
vallate e del piano, ove tenevansi presidii ghibellini, e sempre nelle
più perigliose imprese i Guelfi dell’Imagna riuscivano invincibili;
onde quella fazione tenevasi sicura che la ghibellina sarebbe stata
annichilata o perpetuamente sottomessa.
Non fu però tale il volere dei destini. Era statuito che avesse la
stirpe viscontea a grandeggiare in Lombardia: essa doveva spogliare
le città di loro municipali franchigie, essa ridurle suddite in un
ducato, quasi per renderle al tutto imbelli, affinchè dopo un secolo e
mezzo sbandassero, facile preda, ad inghiottirsi negli incommensurabili
possedimenti del Quinto Carlo, l’austro-ispano dominatore.
Nè il Legato pontificio, nè i Guelfi seppero approfittare delle
riportate vittorie. Bernabò, a non lasciare inulta la morte del figlio
e la sconfitta del nipote, adunò tutte le soldatesche della signoria;
ed esso stesso guidandole cavalcò da Trezzo, varcando in bergamasca
dal doppio ponte sull’Adda, e mandò in ruina tutti i possedimenti de’
Guelfi, incendiando case, tagliando alberi e viti. S’accostò alla valle
Imagna; e venuto in Almenno, ivi pure non perdonò nè agli abitati,
nè agli abitatori: non penetrò nella valle, poichè giurò che prima
voleva adeguare al suolo le mura del riottoso chiostro di Pontida, e
averne la vita de’ monaci ribelli. Tutti i capi guelfi alla terribile
minaccia che si propagò del Visconte contro il famoso monastero,
accorsero alla difesa di esso, pronti a sagrificarvi la vita. Pinamonte
e il sire d’Endenna calarono frettolosi a quella volta colle masnade
montanare. Ma Bernabò, avanzandosi da Almenno, mosse alla loro volta, e
scontratisi presso Palazzago, nacque un terribile combattimento. Questa
fiata però i montanari e tutte le bande guelfe n’andarono vinte e
sbaragliate. V’aveva una lancia tra quelle de’ cavalieri del Visconte,
che sì furiosamente s’adoperava contro gli uomini dell’Imagna, che
ben vedevasi esserne guidati i colpi da un desiderio più ardente,
che il fervor bellicoso. Era quella di Bertramo Dalmasano, il figlio
dell’estinto Enguerrando, sire di Clanezzo.
I capi guelfi con Pinamonte e il cavaliere d’Endenna in numero d’oltre
settanta, dopo la loro disfatta di Palazzago si gettarono nel monastero
di Pontida, e si prepararono a disperata difesa. Bernabò, circondato
strettamente il chiostro, fece trasportare le macchine belliche per
atterrarne le mura. Vedendosi ridotti a inevitabile estremità i monaci
persuasero i combattenti ad arrendersi. Venutisi a parlamento, Bernabò
promise salva ad essi la vita; ma colla perfidia di que’ barbari tempi,
quando le porte ne furono disserrate, e le sue soldatesche penetratevi
ebbero nelle mani i cenobiti ed i guerrieri difensori, il Visconte fece
i monaci crudelmente trucidare. De’ capi guelfi poi molti perirono nei
tormenti; ad alcuni pochi più doviziosi accordò riscattarsi con ingenti
somme; altri diè prigionieri in mano ai Ghibellini, loro spietati
nemici, onde ne disponessero a piacimento. Il monastero venne poscia
abbandonato alla soldatesca che ne consumò il saccheggio, ed indi fu
dato in preda alle fiamme[22].
Solo andarono immuni dal sacrilego depredare e dall’incendio, i corpi
di sant’Alberto e dei beati Tito ed Enrico i quali stavano in quel
chiostro deposti, ed in grande venerazione tenuti. Venne il vescovo
di Bergamo Lanfranco a raccogliere quelle sacre ossa dalle mani dei
militi, e colle confraternite a lungo seguito di chierici e regolari ne
eseguì in solenne modo il trasporto alla città, ove furono racchiusi in
un’ara di santa Maria maggiore. Per tre giorni il popolo accorse nella
chiesa ad onorare quegli umani avanzi tramutati dalle loro pristine
sedi, e poteva innanzi ad essi meditare quanto erano terribili i frutti
dell’odio e della vendetta nelle cittadine fazioni.
Il cavaliero Merino l’Olmo, il valoroso e fido sire d’Endenna, aveva
lasciata, combattendo entro il chiostro, la vita. Più sventurato
Pinamonte da Capizzone, l’eroe dell’Imagna, carico di catene varcò le
soglie del castello di Clanezzo ivi trascinato prigioniero dal nuovo
sire Bertramo Dalmasano, che lo volle avere da Bernabò in potere e che
aveva a vendicare in lui il versato sangue paterno.
*
Di questi nostri dì chi s’avvia per la comoda ed ampia strada
aperta all’interno della Valle Brembana, ove le salubri acque di san
Pellegrino, chiamano ne’ giorni estivi numerose cittadinesche brigate,
vede poco dentro dall’ingresso della valle sulla destra del fiume un
poggio, che alberi pittorescamente aggruppati, che fiori, che viottoli,
che elegante belvedere, mostrano foggiato ad amenissimo giardino.
Biancheggia un’ampia casa al di là del giardino, e a piè di esso v’ha
l’arco d’un antico ponte sotto cui passa un torrente che versa le sue
acque nel Brembo. Quel torrente è l’Imagna, quella casa il castello di
Clanezzo; e il poggio, sì vago di presente e gradito soggiorno, iva
tutto coperto d’opere fortalizie. Sorge ora un grazioso _caffehaus_
nel giardino là dove eravi il gheffo per le scolte, e il luogo serba
tuttavia il nome di _sentinella_. Ivi chi lo eresse, gentile amatore
della natura e della storia, vi depose verrettoni, pugnali e picche,
e chiovi a larghe capocchie, ch’egli stesso raccolse tra le ruine
dell’antica rocca d’Ubione, di cui sull’alta vetta del monte tutta
scoprì le fondamenta, e pose una iscrizione ad indicarlo ai visitatori.
Nel luogo stesso a riscontro di quella ove è detto dell’armi rinvenute
sepolte ne’ ruderi della sfasciata rocca, quest’altra iscrizione
si legge che noi riportiamo affinchè serva a compimento del nostro
racconto[23].
«Era a mezzo il suo corso la notte del 20 marzo del 1393. Le acque
de’ fiumi ripetevano nel loro seno l’argenteo disco della luna, che
brillava in un purissimo azzurro. Da questa torricciuola la scolta
vegliava alla sicurezza del Castello. Improvvisamente dall’opposta
sommità del ponte si mostra agli occhi della sentinella un forte
drappello di valligiani d’Imagna. La campana d’allarme tosto ha
rimbombato fra le rupi della valle, ed il suo squillo funesto e
prolungato ha risvegliato gli abitanti del villaggio. Bertramo
Dalmasano, signore di Clanezzo, accorso alla testa de’ suoi armigeri,
opponeva vigorosa resistenza al nemico, che già atterrava i ferrei
cancelli del ponte; ma colpito l’animoso ghibellino da un dardo
avvelenato, periva vittima del disperato suo coraggio. Il prigioniero,
che gemeva sepolto nel carcere solitario del castello, a tale novella
preso da feroce gioja, scuoteva le sue catene; sul suo pallido e
corrugato volto succedeva al pianto il truce sorriso della vendetta, e
dolce gli scendeva al cuore la speranza di rivedere ancora la luce del
giorno, ed i patrj lari».
FINE.
EDEMONDO ED ADELASIA
O LA TORRE DI GOMBITO
EPISODIO DELLE FAZIONI BERGAMASCHE.
Dimessi gli odii antichi e l’ire acerbe
Segnar con viva religion nel core
La desiata pace del Signore.
I GUELFI. Poema.
Ardito monumento di feroci tempi sorge quasi nel centro dell’alta
città di Bergamo, una quadrata elevatissima torre contesta di grossi
massi petrosi, che lungi vedesi dal piano giganteggiare sulla linea
degli edificii come un ricordo severo, una minaccia di trapassate età
fatta solida, inalterabile. Presso la sommità di quella torre s’apre in
ciascuno dei quattro lati un pertugio o finestretta oblunga, arcuata,
che al guardarla dal basso ha l’apparenza di semplice fenditura.
Nell’epoca di cui intendiamo parlare, cioè nell’anno 1306, una ferriata
di grosse barre era apposta ad ognuno di que’ fori e ne divideva
l’angusto vano in più piccioli spazj.
Sul cadere del giorno 24 d’agosto dell’anno sopra annunziato chi dalle
vie vicine avesse mirato attentamente all’alto della torre, avrebbe
veduto tra le ferree spranghe della finestretta dal lato occidentale
apparire la faccia d’un giovine prigioniero che stava immoto
contemplando il tramonto del sole.
Trovavasi infatti colà un misero, ancora nella più fresca età della
vita, che dotato di prodigiosa attività e tutto fuoco nell’anima,
era condannato a consumarsi in fatale inerzia entro quelle ristrette
e tremende pareti, caduto ahi! troppo immaturamente, in potere di un
nemico, più fiero e implacabile per essere suo stesso concittadino.
Aveva quel prigioniero pallido il viso, nerissimi gli occhi, e
cadente lungo le tempia la bruna ed inanellata capellatura; stava
allora curvato al sasso, collocate l’uno sull’altro le braccia e il
mento appoggiato sul pugno della destra mano, fiso mirando il gradato
scemarsi della viva luce del giorno, e il vibrare degli ultimi raggi
lungo la fuga di colline, che si stendono a ponente della città sin
dove avvalla il Brembo. Vedeva egli i castelli sulle prominenze lontane
disegnarsi in nero contro lo splendido occidente, e passare in taluni
di essi per opposte aperture una striscia di luce, che raffigurava
entro le vetriate un incendio.
Quando tutto quell’ardente chiarore si andò temprando in una tinta
argentina, che mano mano moriva nell’azzurro sempre più cupo del cielo,
su cui veniva dominando la sera, il prigioniero si rizzò, e più dura,
più angosciosa si scrisse ne’ suoi bei lineamenti la pena, alla quale
quel luminoso spettacolo aveva recati alcuni momenti di tregua.
Dalle sottoposte chiese sì della città, che dei borghi, cominciò in
quel mentre a salire là su il suono de’ tocchi dell’_Ave-Maria_. Al
mesto rimbombo di quel pietoso invito a rivolgersi a Dio, si concentrò
lo sconsolato in sè stesso, ed alzò poscia supplicante lo sguardo,
lasciando giù cadere le braccia con giunte le mani. Parve pronunciasse
una preghiera, ma non ne raccolse giovamento alla quiete dell’animo,
poichè d’improvviso fece un moto di sdegno e proruppe in tronche
parole di rabbia e minaccia. Acquetatosi di nuovo s’appressò al suo
giaciglio, e su vi si abbandonò rimanendovi supino in riposo; ma dopo
pochi momenti incominciò ad agitarsi, e crescendo in lui la smania, vi
si arrotolò singhiozzando disperatamente. Riavutosi da quell’impeto
sfrenato di dolore, si sollevò a sedere, indi inclinossi da un lato,
piegò il capo e rimase sorretto sulle braccia che stese a puntellare
la persona. Così stette a lungo assorto in tetri pensamenti, senza
trarre pressochè il respiro, immobile al paro dell’effigie marmorea del
gladiatore moribondo di cui imitava la posa. Elevata alfine la testa
osservò che riflettevansi in chiaro sulla volta del suo carcere le
quadrate partizioni della finestra aperta dal lato orientale. Comprese
che spuntava la luna, si rialzò, e s’affacciò a quel pertugio.
Di retro ai colli che limitano la veduta verso Brescia, veniva
alzandosi, e sorgendo s’allargava smisuratamente in sua pienezza
l’astro della notte. Allorchè fu tutto sull’alto del prominente colle
a cui pareva appoggiarsi col lembo inferiore, si mostrò rosseggiante,
e venendo da alcune brune strisce di vaganti nebbie bizzarramente
tratteggiato, all’attristata fantasia del prigioniero, il disco lunare,
prese aspetto dell’umana faccia d’un beffardo spirito nimico, apparso
a far più crude col suo reo influsso le sciagure umane, sembrando a
lui che quel fantastico volto, acceso da sinistro fuoco, guardasse a
sghembo giù giù per la pianura e si scorciasse in un pingue diabolico
riso, come una strana creazione venuta dalla profondità de’ cieli o
sorta dall’inferno a spaventare i viventi.
Ma ben presto quando uscita da bassi vapori la luna s’elevò pel
firmamento in sua limpida carriera, la doglia nell’anima del misero
si mitigò, e s’addolciva l’acerbità de’ suoi mali, come dolce era il
chiarore che si diffuse, soavemente investendo le cose e spirando una
calma universale.
All’ora stessa e dagli stessi raggi di luna illuminato andava lento e
meditabondo, mutando i passi sotto il porticato del convento de’ frati
Minori di san Francesco (prossimo all’antica Rocca) uno di que’ Padri,
di veneranda presenza, ed il soggetto de’ suoi intensi pensamenti era
quello stesso prigioniero della Torre. Di quando in quando accanto
alle nicchie delle arche segnate da stemmi gentilizj, e guerreschi, ove
dormivano antichi prodi, quel monaco arrestava il piede e sfuggivagli
dalle labbra il nome d’Edemondo.
Portava egli a quel giovine affetto più che paterno, poichè era stato
quegli che fino dai primi anni dell’infanzia aveva preso con assidui
insegnamenti ad informargli lo spirito alla sapienza ed alla virtù.
Nato da una di lui sorella, il cui sposo appena celebrate le nozze
erasi ravvolto nel turbine delle civili discordie, Edemondo venne
abbandonato alle sole cure della madre, la quale riposto ogni amor suo
in quell’unico figliuolo, non sapendo di qual maniera meglio sottrarlo
agli instanti perigli da cui era minacciata l’intera sua famiglia,
affidollo lagrimando al fratello, la cui religiosa condizione lo faceva
ire immune dall’odio degli avversi partiti. Ad onta però de’ pacifici
sensi che lo zio, cedendo benanco alle calde preghiere della madre,
cercava stillare in esso lui, Edemondo, tocco appena l’età che gli
fece atto il braccio a trattare il ferro e forte il petto a reggere
un corsaletto d’acciajo, infiammato dai continui racconti de’ fatti
guerreschi, che incessantemente si succedevano nella sua contrada,
anelò prendervi parte, mischiandosi all’altra gioventù bellicosa; onde
eluse la vigilanza dello zio, gittossi al partito dei Ghibellini ai
quali erasi unito il padre suo, e giurò ai Guelfi sterminio e morte.
Invano tentò il buon Frate richiamarlo alla quiete claustrale ed ai
placidi studj; chè quell’anima bollente dal paterno esempio infiammata,
non spirava che zuffe e battaglie, onde lo zio confortando il
trepidante animo della sorella, altro non poteva che invocare dal cielo
al nipote protezione e difesa nei continui cimenti in cui si scagliava.
Era sede de’ Ghibellini la terra di Martinengo, tenevano la città di
Bergamo i Guelfi. Molte fierissime zuffe impegnaronsi tra essi, ed una
delle più accanite avvenne allo scontrarsi delle schiere avversarie
sulle sponde del Serio. — Per quale cagione mai il valente Edemondo,
la più vigorosa spada di sua bandiera, si lasciò allora atterrare da
un audace nemico, anzi che toglierli com’era in suo potere la vita? —
Ciò era un arcano sepolto ne’ più profondi recessi del suo cuore, e che
quasi a sè stesso non osava rivelare. Preso prigioniero fu tradotto in
Bergamo, e serrato alla sommità di quella Torre, entro la quale già da
più mesi languiva.
Nel padre suo non produsse tale evento che un accrescimento di sdegno,
e il fermo proposito di trarne clamorosa vendetta. Saputosi dallo
zio la fatale novella della cattività di Edemondo, che ne condusse la
madre all’orlo del sepolcro, non ignara che dalla prigionia alla morte
era di que’ tempi un sol passo, tutto pose il buon Frate in opera per
riscattarlo. Ma andate fallite erano le più diligenti cure e le sue
vive istanze, poichè l’inflessibile cuore del fiero Guelfo, di cui il
giovine stava nelle mani, non udiva intercessione, nè sentiva pietà.
Più che in altro trascorso giorno poi trovavasi quella sera l’animo del
Frate in ambascia per Edemondo, poichè durante il dì medesimo, in altre
torri de’ Guelfi alcuni infelici prigionieri Ghibellini erano stati con
tormentosa morte fatti perire, ed aveva potuto non senza raccapriccio
penetrare, comperando da uno sgherro il secreto, che orrendi apparati
si disponevano pure nel sotterraneo della torre che chiudeva Edemondo.
Aggirandosi il Francescano solitario sotto quegli archi dopo avere
a lungo meditato, onde rinvenire se stato pur fosse possibile un
pronto riparo al crudele minacciato disastro, invocando con calorose
preci nuovi lumi dal celeste suo Patrono, parve che una istantanea
ispirazione gli irradiasse la mente, poichè dopo essersi arrestato per
brevi momenti, affrettò d’un subito i passi, abbandonando gli archi del
portico e salì alla cella del padre Stefano da Vimercato, guardiano del
convento. Indi a poco discesi insieme i due frati uscirono in quell’ora
inconsueta dal chiostro, e calati per un viottolo alla chiesa di
sant’Agostino, confabulando a piana voce, si diressero sotto le antiche
mura al monastero dei padri Domenicani, che s’elevava di quell’epoca
sullo spianato che è davanti la chiesiuola della Madonna presso san
Giacomo, luogo nel quale i Veneziani alcuni secoli dopo, atterrato
il chiostro, eressero batterie, siccome punto avanzato delle ampie
fortificazioni di cui la città intera vollero circondata.