s’avevano a grado d’accogliere fra loro chi pel lignaggio e per gli
ampi possedimenti poteva far più valido il loro predominio sugli
abitatori delle prossime valli. Mentre trascorrevano i giorni di prova,
pe’ quali il guerriero doveva farsi degno di proferire a piè degli
altari il voto solenne, che per sempre lo togliesse alle cure profane,
giunse replicatamente al suo orecchio la tristissima storia de’
patimenti de’ suoi congiunti dell’Imagna, che dall’incessante assalire
d’Enguerrando, il vecchio sire di Clanezzo, venivano oppressi.
Pinamonte, stirpe di Guelfi e caldissimo seguace egli stesso di quella
fazione, poichè teneva sacrosanta la causa della Chiesa nel seno della
quale aveva cercato rifugio, sentì bollirsi un fiero sdegno nell’anima
alle novelle di tante onte recate a’ suoi dall’avverso ghibellino; e
tutto divampando d’armigero fuoco, cesse, troppo novello monaco, alle
inveterate inclinazioni di battagliero; sicchè non potè reprimere la
smania di trovarsi fra’ suoi monti per affrontarsi co’ rivali della
Brembilla e, sternati i Dalmasani, vendicare col ferro le offese da’
suoi lungamente inghiottite.
Patto aperto ai monaci tal disegno con sì decise parole, che la forza
del suo volere invariabilmente annunziavano, non trovò tra que’ padri
chi tentasse dissuaderlo dal guerresco proposito, che anzi ad una
voce lo animarono, affinchè, dimessa la tonica, avesse a riprendere
la spada, per recarsi a domare l’orgoglio degli iniqui ghibellini.
E ciò fecero, poichè lo reputavano efficace ausilio sul campo alla
guelfa fazione che dai monaci di Pontida veniva in secreto bensì, ma
operosamente favoreggiata. In que’ giorni stessi nel chiostro, sotto
il velo del più profondo mistero, tenevasi mano cogli emissarii del
Pontefice, ad ordire in tutti i monti dell’alta Lombardia una vasta
congiura, per riunire i Guelfi, e moverli a sollevarsi ad un tratto
nell’opportuno momento, affine di trionfare una volta per sempre del
partito ghibellino, scacciando le forze di Bernabò Visconti, divenuto
signore di Milano, il quale, siccome tutti gli altri di suo casato,
offriva il principale appoggio che s’avessero nell’alta Italia i
Ghibellini, la cui maggior potenza derivava specialmente dal tenersi
congiunti sotto lo stendardo della vipera viscontea.
La cospirazione guelfa veniva però preparata nelle tenebre più fitte,
sì che allora non ne erano ancora fatti partecipi che alcuni tra i
precipui capi guelfi di Bergamo e delle valli Seriana e Camonica,
stretti al silenzio dai più solenni e tremendi giuramenti; nè i monaci
stimarono di render conscio del secreto Pinamonte prima d’averne tenuto
consiglio col Legato.
Ciò nondimeno quel dì che rivestita la sua pesante armatura, ricinta
la fida spada, il guerriero dell’Imagna abbandonando i Cenobiti
varcava sul cadere della notte la soglia del monastero, l’Abate che
lo accomiatò benedicendolo gli disse: — Andate, o valoroso figlio, la
forza di Dio sia con voi. Non passerà lungo tempo, lo speriamo, che vi
potremo annunziare una buona novella, voi fateci promessa che ad ogni
nostra chiamata ritornerete fedelmente in queste mura per prestarvi ad
operare come lo destinerà chi ode la voce di quegli ch’è più illuminato
di noi. —
Pinamonte piegò un ginocchio a terra e portandosi alle labbra la mano
dell’Abate che lo aveva benedetto, giurò ch’esso sarebbe sempre stato
umile servo della Chiesa, e la avrebbe con tutta fedeltà obbedita
sin che gli rimanesse nelle vene una goccia di sangue. Salì poscia in
arcione, e si pose per la via della sua valle, di cui gli era noto ogni
riposto sentiero.
Lasciati dietro a sè gli ultimi casolari d’Almenno, di cui vedeva
luccicare i rusticani fuochi, entrò nell’ombre più dense delle gole de’
suoi monti.
Procedeva per la tacita notte, e quando nell’universale silenzio udì
distinto il lontano mormorare delle acque della sottoposta Imagna,
un mesto lampo di gioja sorse nel cuore del guerriero. Oh! quanta
angoscia, quanti cupi pensieri, quanta storia di disperati affetti e
di pietà profonda eransi svolti in quell’anima ardente dall’ultimo dì
che aveva mirate le acque spumeggianti del suo torrente scorrere nel
fondo verdeggiante della valle, e udito quel loro stesso fragore! La
valle era placida, l’ombre solenni, soave il mormorío delle acque come
ne’ giorni della sua infanzia; ma quanto esso stesso era cangiato! I
suoi rosei colori, la sua balda leggiadria, tutto era scomparso come
le dilettose immagini di quell’età fortunata. Pinamonte aveva varcato
l’ottavo lustro; tetro e imponente n’era divenuto l’aspetto, arso il
viso dal sole, corrugata la fronte, fosco e severissimo lo sguardo.
Progrediva il guerriero assorto nelle memorie dei dì che più non erano
e giunse ove il sentiero dalla folta macchia che copriva quella falda,
usciva all’aperto; ivi alzati gli occhi, mirò sull’alto della montagna
a destra, due punti rosseggianti, due fuochi che come due occhi
infernali, giù guardavano nella valle, ed erano lumi nella torre della
rocca d’Enguerrando che nera giganteggiava sull’Ubione.
Un fremito di rabbia assalì Pinamonte a quella vista e si fece più
intenso in lui il pensiero della vendetta, sì che assopì tutti gli
altri sentimenti che gli commovevano il cuore, e ratto spronando alla
volta di Capizzone, si trovò ben presto vicino alle domestiche pareti.
Quanta letizia la sua venuta recasse alle sventurate sue genti, mal si
saprebbe narrarlo. Egli però impose si tenesse celata la sua presenza
nella valle onde non pervenisse all’orecchio di que’ della Brembilla.
Per fidati messi fe’ quindi avvertiti i più prodi valligiani, e
raccoltili intorno a sè secretamente avvisarono ai modi di combattere
uniti e con efficacia i nemici, e statuirono i segni e l’appostamento,
attendendo l’istante propizio in cui i Ghibellini fossero discesi nella
loro valle, essendo vano presumere d’assalirli nella rocca d’Ubione o
ne’ castelli della Brembilla, ove si tenevano troppo vantaggiosamente
difesi.
Ne andò guari che a far paga l’aspettativa de’ Guelfi il vecchio
Enguerrando, come un lione, che sempre avido di prede mal giace
inoperoso nel covo, meditò di condurre sue genti sino al boschereccio
Mazzoleni, terra interna della valle Imagna, ch’era andata sino a quel
giorno immune da scorrerie. Vegliavano attente le scolte di Pinamonte
sì che mai da Clanezzo o dal forte d’Ubione, durante il giorno, o nelle
ore notturne, drappello alcuno moveva il passo, senza ch’egli ne avesse
prontamente novella.
Venuta la sera del giorno cinque d’aprile, (volgeva allora l’anno 1372)
fu recato l’avviso che molti armati da varie parti della Brembilla,
avevano salito l’Ubione, ed erano stati accolti nella rocca. Previde
Pinamonte qualche ostile disegno del Dalmasano, e quindi mandò pronti
avvertimenti onde i suoi fossero parati all’evento.
Un’ora innanzi la mezzanotte, ecco splendere un fuoco sulle vette di
Valnera: tosto gli risponde al di là della valle un altro fuoco sulle
rupi di Bedulíta, e un terzo ne appare ben presto tra i macigni della
Corna Bucca. Tutta l’Imagna ha conosciuti i segnali.
I Ghibellini della Brembilla, usciti dalla rocca scendono intanto
guidati da Enguerrando che troppo uso a vincere e fugare i sin
allora timidi Guelfi non pone mente a que’ che reputa semplici fuochi
pastorali. Entrano così i Brembillesi nella valle Imagna; giungono al
torrente, lo varcano; le sponde ne sono sguernite d’ogni difensore;
quindi procedono confidenti e sicuri.
Intanto i montanari dell’Imagna, prese le armi, abbandonano le case,
e rinfrancano le pavide madri e le spose ripetendo ad esse il nome di
Pinamonte, ed accertandole che ritorneranno vittoriosi e vendicati. Per
diversi sentieri, rapidi e guardinghi nell’oscurità convengono da ogni
banda al luogo prefisso, ch’è là dove il loro fiume rompe fragoroso
tra gli eretti scogli di Ceppino. Quivi li attende Pinamonte, che una
bruna armatura tutto rinserra nelle sue scaglie di ferro. Seppe egli
ben tosto dai sopravvegnenti che la masnada ghibellina teneva la volta
a Mazzoleni, e deliberò d’assalirli al loro retrocedere.
Lasciò buona mano de’ suoi alla custodia di quel passo difficile,
per troncare ai nemici la ritirata se diretti si fossero al ponte
di Ceppino; ed esso, elettasi una schiera de’ più forti e risoluti,
si recò oltre il torrente ad appostarsi in un luogo pel quale, non
prendendo la via del ponte, dovevano i Brembillesi necessariamente
passare per riguadagnare la loro rocca.
È tal luogo una landa deserta sparsa di radi ma enormi massi che il
lavoro dell’acque e del vento ha resi vuoti e spugnosi imprimendovi
bizzarre forme. Quivi occultati ed intenti al venire del nemico trovò
l’aurora i guerrieri di Pinamonte. Appena alla prima incerta luce
pallidissima dell’alba i culmini delle opposte montagne si disegnavano
più distinte sull’azzurro del cielo già biancheggiante, e là giù nel
piano i drappelli degli armati mal si discernevano ancora dai petroni
ferrigni a cui stavano aggruppati intorno, che la masnada d’Enguerrando
ritornava trionfante d’avere incendiato Mazzoleni, affrettando il
cammino per giungere ne’ suoi asili anzi che fosse interamente spiegato
il giorno. Al crescente rischiarare del dì, mentre pervenivano al
fondo della valle più vivi riflessi di luce, i montanari dal luogo ove
stavano in agguato videro con fiera gioja i loro avversarj varcare a
guado il torrente, laddove allargasi in ampio letto, e prendere cammino
alla loro volta. Indi a pochi istanti i dossi che fiancheggiano quella
landa echeggiarono all’improvviso grido di _Imagna! Imagna!_ e i
Ghibellini si videro ricinti da numerosi armati in atto d’assalirli.
— O Dalmasano, io sono Pinamonte (gridò il condottiero de’ Guelfi), ed
oggi devi qui pagare il fio delle tante tue scelleratezze. —
Enguerrando non si sgominò, benchè in quel momento desiderasse d’aversi
appresso il prode Bertramo, il valoroso suo figlio, che pugnava allora
alle sponde del Tanaro. La zuffa incominciò sull’istante, e il primo
raggio del sole nascente che penetrò in quella valle, illuminò l’una
delle più fiere mischie che siano registrate negli annali delle civili
discordie. Ben presto tutto l’irto piano apparve ricoperto di sangue,
di morienti e di estinti; il ferreo braccio di Pinamonte operò prodigi
di valore. Invano i combattenti della Brembilla, all’eccitatrice e
ancor sonora voce del loro antico signore vendevano a caro prezzo la
propria vita: essi cadevano l’uno sull’altro orribilmente mutilati da
innumerevoli colpi. Il lungo astio represso pareva duplicare la vigoria
ne’ montanari dell’Imagna: essi consumarono la strage de’ loro nemici.
A gran fatica pochi fra i più arditi e fidi vassalli d’Enguerrando,
esponendo i loro petti gli fecero scudo intorno, e strascinarono il
vegliardo nei dolorosi passi della fuga, sì che giunse ad avere scampo
su per la montagna, e pervenne a racchiudersi nella fatale sua rocca.
Mai sì compiuta vittoria aveva coronati gli sforzi d’alcuno de’ due
partiti: quindi la clamorosa disfatta del temuto Dalmasano, e il nome
di Pinamonte da Capizzone, riempirono le valli circonvicine e recarono
letizia inesprimibile a quelli della stessa fazione, sdegno e sconforto
nella fazione contraria.
A Pinamonte mandarono nell’Imagna gratulandosi tutti i capi guelfi
della terra bergamasca, e dal chiostro di Pontida gli venne un foglio
da nome venerabile segnato, che le maggiori grazie della Chiesa
gl’impartiva. Nè al prode guerriero riuscì poi di minore diletto
l’invito che gli fu recato dal castello d’Endenna di prender parte ad
una nuova impresa.
Sorgeva forte e ben munita nella valle Brembana il castello d’Endenna,
ed erane signore il cavaliero Merino l’Olmo, il quale era stato nelle
antecedenti vicende eletto supremo duce di parte guelfa. Avendo egli
però conosciuto che vanamente si contrastava co’ Ghibellini sinchè
tenevano congiunte le loro armi con quelle del Visconte, erasi condotto
a vivere solitario nel proprio castello, spiando l’occasione di uscire
a campo in loro danno, quando ne fosse venuto favorevole l’istante. Di
que’ giorni che il grosso delle forze di Bernabò trovavasi impegnato
contro Amadeo conte di Savoja, ei meditava di cogliere il momento per
recarsi al conquisto del castello di san Lorenzo in valle Seriana,
d’onde i Ghibellini che vi si tenevano forti sturbavano i Guelfi
della valle, e tagliavano sovente le loro comunicazioni colla Valle
Camonica, ove quel partito contava numerosissimi fautori. Nel frattempo
giungeva all’orecchio del cavaliero d’Endenna il trionfo di Pinamonte;
per la qual cosa tosto bramò che questo valoroso guelfo seco lui
si congiungesse, e si spiegassero unite contro i Ghibellini le loro
_baveríe_, che così chiamavansi i pennoni o stendardi de’ partigiani.
Il guerriero di Capizzone, non temendo che Enguerrando, di cui aveva
fiaccato così terribilmente l’orgoglio, osasse uscire da Clanezzo
o dalla rocca di Ubione per molestare la sua valle, raccolta buona
schiera de’ suoi, abbandonò l’Imagna e recossi ad Endenna. Ivi Merino
e gli altri capi guelfi onoratamente l’accolsero e festeggiarono.
Trascorsi poi brevi giorni, ordinate le loro genti partirono unitamente
dalla Brembana, e presa la via per le montagne, calarono in valle di
Serio al castello di san Lorenzo, che tosto cinsero di forte assedio.
A Bergamo recò grande scompiglio ne’ Ghibellini l’inaspettato annunzio
d’una tale guerresca provocazione, poichè mal sapevano comprendere come
il sire d’Endenna e Pinamonte dell’Imagna cogli altri Guelfi osassero
tentare una sì aperta ed ardua impresa, quale si era l’espugnazione di
quel castello, mentre potevano venire agevolmente assaliti alle spalle
dalla fazione cittadina.
A provvedere quindi alla bisogna i Ghibellini s’adunarono e statuirono
che in ajuto de’ loro seguaci, accorresse la Cà Suardi, ch’era
nella città la più potente di quel partito. Onofrio e Baldino Suardi
raccolsero quindi i loro uomini, ed assoldate alcune bande d’Ungari che
stanziavano disperse nel paese, s’affrettarono a portar l’armi contro
i tracotanti Guelfi montanari, che addoppiavano gli sforzi per mandare
rovescie le ghibelline bastite.
Il quindici maggio (quaranta giorni appena dopo la carnificina di valle
Imagna) fu il dì in cui la valle Seriana, vide sventolarsi incontro le
nemiche bandiere. Tolti gli Ungari che ingrossavano le file condotte
dai Suardi, tutti quegli armati che si trovavano a fronte erano d’un
medesimo suolo, parlavano un linguaggio, un dialetto stesso, e molti ve
ne avevano nelle linee opposte congiunti dai sacri vincoli del sangue,
poichè la sorella dell’uno era dell’altro o la sposa, o la cognata o la
madre. Ma nulla valeva il potere di sì santi legami a petto di quella
fera cecità dei partiti, che tramutava i fratelli in nemici, e le terre
italiane in tanti campi di guerra.
Preso ch’ebbero terreno le schiere suardesche, i Guelfi diedero il
segno del combattimento, e tosto andarono loro incontro con impeto
estremo. Abbenchè i due Suardi fossero valenti battaglieri, e le loro
genti senza viltà combattessero, non poterono però tener fronte al
sire d’Endenna, ed al pro’ Pinamonte, veri mastri di guerra; ond’è che
dopo poche ore di pugna n’andarono rotti in fuga, lasciando seminato la
valle di cadaveri e di feriti.
Questo secondo e più importante trionfo de’ Guelfi delle montagne,
recò in Bergamo alla parte ghibellina somma costernazione, sì che
spedirono prontamente loro messi alla corte di Milano, che a quel
signore arrecassero l’infausta novella. Bernabò Visconti ne rimase
altamente corrucciato; e sebbene delle politiche cose non fosse troppo
accorto e profondo conoscitore, pure gli fu agevole comprendere che
se i Guelfi fossero divenuti dominatori nel bergamasco, avrebbero
fatto potente sostegno alle pretese del Pontefice, e prossimi come
erano alla signoria di Milano (poichè da’ suoi verroni del castello di
Trezzo tutto gli si schierava allo sguardo il loro paese) gli sarebbero
riusciti troppo pericolosi avversarii.
Per ciò commise al capitano Giovanni d’Iseo la condotta d’una grossa
schiera d’uomini d’armi milanesi, ordinando si recasse immediatamente
a liberare i Ghibellini della Seriana, a cui i Guelfi vincitori stavano
per dare nel castello di san Lorenzo l’ultima stretta.
Mentre veniva a gran furia quel forte soccorso di militi del Visconte,
giunse più affrettatamente al campo de’ Guelfi un messo dal chiostro
di Pontida, e chiamati a consiglio Pinamonte, Merino e gli altri capi,
fece sì che lasciassero l’impresa e si ritraessero, senza sostenere un
nuovo combattimento. Le masnade montanare infatti abbandonato l’assedio
si sciolsero e ritornarono alle loro valli senza attendere i milanesi.
Bernabò, aizzato dai Ghibellini, non rimase pago al disperdersi
spontaneo de’ Guelfi e per punire l’audacia del signore d’Endenna, e
rintuzzare l’orgoglio di que’ dell’Imagna spedì nuove genti d’armi
sotto la guida di Zenone da Groppello. Questi s’inoltrò in Valle
Brembana e giunse ad Endenna, accingendosi a conquistare e distruggere
il castello di Merino l’Olmo, il cavaliero guelfo sì funesto sempre
all’avversa fazione. Il braccio di Pinamonte non venne meno all’amico
in tanto periglio. Scelto un drappello de’ più fidi tra’ suoi, mosse
dall’Imagna, e per lunga via ne’ monti penetrò nel castello di Merino,
e ne protrassero uniti la difesa. Ma ogni dì s’andavano aumentando le
forze del nemico, poichè giungevano all’assedio tutti i Ghibellini
della Valle, nè vi mancò venendo da Clanezzo co’ suoi Brembillesi,
l’indomabile vecchio sire Enguerrando. Ai ripetuti assalti le mura del
castello d’Endenna dovettero cedere alfine, e diroccando lasciarono
penetrare i Ghibellini vincitori. Merino e Pinamonte coi più prodi
rimasti superstiti dopo l’ultima disperata pugna, s’aprirono la strada
col ferro tra le file nemiche. Guadagnarono le rupi di Sedrina, e col
favore della notte si condussero sino a Biello, da dove superata la
giogaja d’Arnosto calarono nella valle Imagna, ed ivi Pinamonte offrì
sicuro asilo nelle proprie case al Cavaliero, la cui intrepidezza non
erasi per tanta calamità fatta minore.
Distrutto il castello d’Endenna, il capitano milanese, affine d’imporre
un freno ai moti dei ribelli dell’Imagna, nella cui vallata non ebbe
però l’ardimento d’inoltrarsi, lasciò forte presidio nei castello
di Clanezzo, perchè colle genti di Dalmasano opponesse ai Guelfi
insuperabile resistenza.
Per tali favorevoli eventi i Ghibellini di Bergamo, protetti sì
vigorosamente dal signore di Milano, stimarono conculcato senza riparo
il contrario partito. Ma egli era in quel momento appunto che riusciva
a maturanza la guelfa cospirazione da lunga mano condotta, e di cui era
centro il chiostro di Pontida.
In quell’aula medesima del monastero in cui ducent’anni addietro
i rappresentanti di tante città d’Italia, obbliati gli odii e le
gare municipali, alla solenne voce di papa Alessandro III, si erano
stretti ad un patto contro il comune nemico, per cui resi nella
concordia e nell’unione invincibili, videro a Legnano le terga del
superbo Federigo, in quelle stesse pareti trenta capi guelfi erano
celatamente convenuti dalle valli e dal piano bergamasco chiamati essi
pure dalla volontà d’un Pontefice. Ma questo però non s’aveva altro
scopo nell’adunarli che di distruggere l’indipendente potenza d’una
famiglia lombarda, quella dei Visconti, la quale signoreggiando Milano
ed estendendo il proprio dominio, faceva ire immune dall’influenza
della corte cardinalizia un vasto tratto di terra italiana. Tale essere
doveva alla fin fine il risultamento di quella guelfa congiura, dal
Legato pontificio coll’opera de’ monaci sì pazientemente intessuta.
Però a que’ prodi e fieri uomini che vi prendevano parte il vero fine
non ne era palese. Essi v’erano condotti, perchè obbedivano all’astio
del partito ed a private brame di vendetta; e purchè i Ghibellini ed il
Visconte rimanessero sconfitti, non avevano pensiero poi di qual giogo
corressero il rischio d’aggravare sè stessi e la patria. D’altronde
racchiusi come stavano ne’ loro solitarii castelli, non potevano
raffigurarsi greve il peso d’una signoria lontana da loro, mentre
la prepotenza d’un forte ed avverso vicino, li obbligava vegliare
incessantemente a difesa delle proprietà e della vita.
Tra i capi guelfi che l’adunarono a Pontita, sebbene vi si contassero
un Guglielmo Colleone, un Lantelmo Rivola, un Simon de’ Broli, pure
per valentía, intrepidezza e scienza d’armi primeggiava Pinamonte, ivi
dall’Imagna trasferitosi coll’ospite suo, il fido sire d’Endenna. Ad
essi due fu dal congresso affidata la difesa delle Valli occidentali di
Bergamo, dal Brembo all’Adda; di questo fiume poi dovevano far libero
il passaggio alle schiere del conte di Savoja, il quale le conduceva
a congiungersi coll’armata del Legato pontificio che s’avanzava per la
terra bresciana, e così sarebbero piombate unite sovra il Visconte.
Scioltasi l’adunanza, ebbero subito luogo tra i Guelfi i prefissi
movimenti[21]. Il conte Amadío di Savoja entrato nel milanese aveva
portato il suo campo a Vimercate. Ricevuto avviso, ei s’avanzò sino a
Brivio. Calati intanto i Guelfi dalle montagne condotti da Pinamonte e
da Merino, respinti o trucidati i presidii ghibellini di Villadadda,
di Calolzio e delle altre terre della riviera, gli fecero sicura la
sponda sinistra del fiume, sì che gettato un ponte varcò in terra
bergamasca, d’onde vettovagliato abbondantemente, progredì alla volta
della bresciana. Forti drappelli di Guelfi delle vallate orientali
l’avevano di già preceduto e s’erano mischiati all’armata del Legato,
che s’avanzava numerosa e potente.
Bernabò vide non senza grave turbamento la fiera tempesta che s’andava
addensando contro il suo dominio e nella quale era ben da prevedersi
sarebbe stata avvolta tutta la sua famiglia, se mai riuscisse meno
poderosa. Per apporvi riparo, nell’atto che adunava tutte le sue
soldatesche, mandò al fratello Galeazzo signore in Pavia, instando
perchè gli avviasse armati onde fosse più valida la difesa contro le
guelfe minacce. E indi a poco infatti, condottiere di molte genti a pro
dello zio, comparve alla corte di Bernabò in Milano il giovine conte
di Virtù, Giovan Galeazzo. Il severo ma semplice Bernabò, accoglieva
benignamente e albergava presso di sè il nipote che gli fu genero, mal
atto a leggere in quello sguardo composto, in quella fronte pensosa il
futuro usurpatore della signoría che gli veniva a proteggere, quegli
che doveva col peso d’una corona ducale tentare di comprimere il
rimorso d’avergli propinato il veleno.
Al nipote Giovan Galeazzo diè compagno Bernabò in quella spedizione il
proprio figlio naturale Ambrogio, giovine di duro animo, e d’indole
avventata e bellicosa. Impose a questi specialmente l’incarico di
domare i Guelfi ch’erano in Bergamo, e di distruggere tutti quelli che
avevano a scorribanda occupato il paese tra l’Adda e il Brembo, traendo
clamorosa vendetta de’ congiurati monaci di Pontida.
Le forze del signore di Milano capitanate dai due cugini, e
insiememente dall’esperto guerriero, il marchese Francesco II d’Este,
entrarono da Cassano su quel di Bergamo. Ambrogio cavalcò dritto alla
città con trecento lancie; mentre Giovan Galeazzo ed il marchese, col
grosso dell’armata ed i Ghibellini raunaticci, continuarono la via
contro le forze pontificie che si appressavano da Brescia.
Non è nostra mente di narrare l’incontro che tra i due eserciti avvenne
a Montechiaro. Basti il sapere che le squadre di Bernabò toccarono
una terribile sconfitta, che il marchese d’Este rimase prigioniero
del Legato pontificio e il giovine conte di Virtù, dopo avere pugnato
da prode, perduti nella battaglia l’elmo e la spada, dovette trovare
salvezza nella fuga, e recò allo zio, nel castello di Milano, la
dolorosa novella.