V’aveva fra le bandiere, ossia tra i corpi delle diverse por

RACCONTI STORICI

DI

Giambattista Bazzoni

_Nuovo Volume_

MILANO

Presso Omobono Manini

1839

A Sigismondo Raris

_Consigliere._

M’è soave il credere, o Amico, che la tua Maria de Cheissing, la beltà

sì leggiadra ch’ora impalmata conducesti dalla patria vestfalica, più

grata essere ti debba per averla posta a soggiorno in parte vaghissima

di quella terra «_ove fiorisce l’arancio_,» come cantò il tuo Goëthe,

in questo ridente suolo lombardo, in questa bella Milano che vi siede

regina.

Ella fu qui non tua, e quando, reduce a’ suoi lari, questi campi e

questo cielo, che animava la rimembranza, le avranno sorriso in più

rosea tinta al pensiero, allora di certo l’immagine che nel suo vergine

cuore già sorgeva diletta, raccoglieva da quella luce poetica della

mente più vita d’amore. Quindi l’ebbra passione, quindi quella piena

d’affetti che rende ora sì lieti i tuoi giorni, i quali l’incolpabile e

gentile animo tuo merita numerare sempre ugualmente sereni e felici.

S’io dunque falsamente non m’appongo, entrambi prediligere dovete

vivamente questa contrada, pronuba e fautrice dell’avventurosa vostra

sorte. Ma ohimè! se all’innamorata fantasia qui altro non è che

splendido azzurro d’aure, verde di frondi, olezzo di fiori, se nelle

città grandeggiano allo sguardo monumenti sontuosi e l’arte assidua ne

fa elegante e festevole l’aspetto, molti e molti pur volsero angosciosi

tempi, che ogni cosa qui ammantarono di lugubre velo.

Tratto dal desìo di investigare le trapassate età, io stesso rimestava

le patrie vicende, e mi provai a dare colla penna forma e vita, dirò,

all’impressione che da quell’eco di potentissimi eventi mi derivava,

non m’annodando al rigore de’ fatti, chè troppo agevole riesce il

rilevarli nelle pagine stesse della storia. Ora concedimi adunque,

che ti presenti questi miei lavori, i quali io chiamo volentieri

delineamenti storici, e sarà il mio più caldo voto adempito, se essi

varranno ad ispiegare non senza qualche diletto allo spirito della tua

amabile Compagna, alcune delle scene che compongono la gran tela degli

avvenimenti svolti dai secoli in queste contrade, di cui è bello non

ignorare nè i luttuosi, nè i prosperi casi.

Io poi sarò lietissimo, se tu v’aggiungerai, siccome vero, il

convincimento che questa sia una prova della sincera rispondenza alla

tua cara amistà, di cui tanto mi pregio.

_Giambattista Bazzoni._

MILANO

NELL’ANNO 305 DELL’ERA

DELINEAMENTO A PANORAMA.

Seconda Roma.

AUSONIO.

Elmetti d’argento, lucenti loriche, clamidi purpuree, candide vesti

sacerdotali, aste d’oro recanti le insegne e le aquile romane, bighe

sonore, cavalli scalpitanti del lento procedere impazienti, clangore

di trombe, teste coronate di verdi serti, onda di popolo ammirante,

festoso; tale era il magnifico spettacolo che si presentava nell’ampia

via dell’antica Milano, che dal palazzo degl’Imperatori[1], correndo

presso l’Ippodromo o Circo[2], dirigevasi al tempio di Giove[3].

Il cielo era sereno, fulgidissimo il sole che irradiava la moltitudine

stipata nella via, e quella che ghermiva la sommità e le aperture delle

case, de’ palagi, e i peristilii de’ templi, recatasi spettatrice del

sontuoso trapassare di tanto corteo. Era quel dì il primo di maggio

segnato nelle tavole della storia a caratteri cubitali, poichè in

tal giorno due augusti, due imperatori romani dimettevano la porpora,

spogliandosi volonterosi della potestà più sovrana fra quante siano

state strette da mano d’uomo, per rientrare nel nulla della vita

privata. E questi due imperatori erano Diocleziano che in Nicomedia

cedeva la parte orientale dell’impero al Cesare Galerio, e Massimiano

Erculeo che in Milano ne cedeva la parte occidentale al Cesare Costanzo

Cloro.

Diocleziano, quello ch’ebbe il crudo vanto d’imporre il proprio nome ad

un’era tutta di sangue e di tormenti, l’era dei martiri, che oltre i

cristiani sterminò a centinaja di mila i popoli del settentrione, dai

Romani chiamati _Barbari_, quello che sdegnando come troppo semplici

gli imperiali ornamenti già assunti da un Augusto, da un Nerone, da

un Tiberio, da un Vespasiano, vestiva oro e seta e cingeva non corona

di lauro, ma diadema, facendosi appellare _Giove_ ed _Eternità_,

ed erasi a modo dei monarchi asiatici circondato d’eunuchi, quello

stesso Diocleziano s’aveva l’inesplicabile vigor d’animo di discendere

spontaneo da tanta nube di fasto, di gloria e di potenza per recarsi

colla moglie in una casa di Salona sua terra nativa a coltivare l’orto

paterno. Ventun anni prima era egli salito al soglio, evento da una

Druidessa di Tongres vaticinatogli, e v’ascese bagnandone i gradini di

sangue, poichè non essendo che comandante degli ufficiali di palazzo,

quando Aprio, prefetto del pretorio, uccise l’imperatore Numeriano

reduce dalla Persia, Diocleziano trapassò il petto ad Aprio, e fu egli

quindi proclamato all’impero.

Nel giorno stesso adunque che in Nicomedia scendeva Diocleziano dal

trono, ne scendeva pure Massimiano Erculeo in questa città di Milano,

ove aveva recata la sede dell’impero d’occidente. Costanzo Cloro, il

nuovo imperatore che succedeva a Massimiano, trovavasi nelle Gallie,

e frattanto in Milano veniva eletto Flavio Valerio Severo al grado di

Cesare, nome che davasi ai designati eredi del trono imperiale.

Abbenchè gli abitanti di Milano già da alcuni anni solessero ammirare

lo sfoggio della romana magnificenza, pure quel giorno sì straordinaria

era la pompa, non che la causa di essa, che immenso appariva il

concorso de’ cittadini, a cui s’erano aggiunti numerosissimi i

forestieri convenuti nella capitale d’Insubria da altre vicine parti,

siccome dalle rive del Lario, del Ceresio, del Verbano, da quelle del

Ticino, dai laghi Gerundio ed Eghezzone[4] e dai colli Orobii.

Nella adunata folla popolare tra l’indole varia delle fisonomie che

appalesavano le razze diverse degli abitatori in questa contrada

commisti, scernevansi più distinte e numerose quelle d’origine gallica

ed etrusca. I discendenti degli antichi occupatori delle Gallie

manifestavansi per chiome bionde, per occhi azzurri, per larghe e

rilevate ossa delle guancie, ed un’espressione del viso guerriera,

e tuttavia alquanto selvaggia; si riconoscevano i figli della gente

etrusca per volti affilati, pel mento acuto, gli occhi e i capelli

nereggianti, e per un’aria che indicava maggiore civiltà e coltura.

Il vestimento era pressochè in tutti consimile e sapeva del romano,

poichè non constava nella maggior parte che d’una tunica di lana sia

bianca, sia di tinta verde o rossa, a maniche brevi, stretta a mezzo

il corpo da una cintura di cuojo; i canuti vegliardi e alcuni pochi

tra gli uomini in età virile recavano folta e lunga la barba, e cadenti

sugli omeri i capegli. Qua e là distinguevasi frammischiato alla plebe

mediolanense, un Jutongio, un Alamanno, un Vandalo, un Marcomanno, di

quelli stati fatti prigionieri nelle ultime guerre e dall’imperatore

distribuiti come schiavi nelle provincie. Alcuni di essi coprivansi

ancora coi laceri avanzi de’ loro indumenti di pelli di topi insieme

congiunte o d’altri villosi animali delle germaniche e scitiche selve;

se ne scorgevano alcuni aventi a modo di collare un giro di catena di

ferro. Erano tutti ispidi, truci, e schiavi sì, ma di animo indomato.

Fra mezzo al popolo nessuna toga patrizia: vedevansi queste

all’incontro formicare ne’ palazzi ove apparivano le matrone e le

donzelle coi cinti gemmati ed i pepli trapunti.

Là sugli elevati poggi e le finestre l’idioma più usato era il latino,

sebbene i Milanesi porgessero spesso occasione di burleschi motti e

sogghigni ai Romani, pronunciando quella lingua coll’accento insubre,

in cui principalmente dominava l’_u_ acuto, che fu ne’ tempi posteriori

detto _u_ lombardo, ma che venne innestato tra noi dagli antichi

Galli invasori. Mentre le dame e gli uomini di più raffinato costume,

favellando inframettevano nella lingua latina molte parole greche,

ch’era il vero linguaggio degli eleganti, nel dialogare del popolo

non udivasi neppure una sola terminazione latina, e sebbene a tale

idioma appartenessero la maggior parte delle parole usate dalla plebe,

esse venivano però detroncate e declinate in una foggia speciale, che

quella poi si fu che ingenerò così il nostro come molti altri dialetti

d’Italia.

Il Cesare Flavio Valerio Severo era alfine uscito dagli atrii

imperiali. Precedevano coi centurioni alla testa le coorti delle

legioni di Ercole e di Giove, create da Diocleziano per bilanciare il

troppo funesto potere de’ pretoriani; i cavalieri romani erano i più

vaghi a vedersi, seduti con somma agevolezza sui focosi cavalli, cui un

semplice drappo copriva il dorso; su quella gioventù vigorosa cupidi

s’affisavano gli sguardi femminili. Le loro nude e torose braccia,

i larghi petti ben annunziavano in essi i temuti vincitori dell’orbe

intero. Dietro tali schiere erano drappelli di guardie imperiali cogli

scudi d’argento, e la corta e larga spada svaginata; seguivano con rami

di sacre frondi i sacerdoti, indi sovra aurea quadriga, che cavalli

bianchissimi traevano, appariva coronato d’alloro il nuovo Cesare, con

lorica d’oro fulgidissima e purpureo manto.

La quadriga di Flavio Valerio Severo era seguita da un’altra salutata

più clamorosamente dai viva del popolo; stava in essa un uomo al

quale il crine incanutiva, abbronzato in volto, e le cui membra

appalesavano ancora tutta la forza e la solidità d’un atleta. Era

Massimiano l’abdicante imperatore, guerriero infaticabile, il recente

trionfatore de’ ribelli Bagaudi delle Gallie; gli stava alla destra suo

figlio Masenzio, alla sinistra la figlia Fausta entrambi predestinati

alla porpora. Di seguito a questo veniva sovr’alto carro un giovine

per nessun altro riguardo allora distinto, che per essere figlio

di Costanzo Cloro, il quale mentre doveva un giorno far perire a

Massimiano e Masenzio, doveva poi agli incestuosi ardori di Fausta,

assunta a consorte, sacrificare il suo proprio figliuolo. Susseguivano

in bell’ordine i proconsoli, e i magistrati del pretorio, e i tribuni e

gli edili, e chiudevano la schiera due coorti della legione italica.

Nel tempio fumavano l’are, il Flamine ordinava cadessero sui tori

ricinti di fiori le sacre bipenni: misti ai vapori del sangue delle

vittime, s’alzavano gli incensi odorosi. Eccheggiò d’inni e di preci il

tempio, e si proclamava il Cesare, pio clemente felice.

Compiti i sacri riti redivano i principi alla sede imperiale fra

l’acclamare del popolo incessante. Intanto dietro l’Ippodromo in una

via oscura, angusta, un branco di femmine dimesse e pochi uomini di

condizione servile, uscivano queti, silenziosi, da una casa d’aspetto

ruinoso, e in mezzo ad essi era un vecchio di veneranda presenza,

d’angelico sguardo. Mentre stavano per separarsi furono scorti dai

passanti nella via maggiore, ov’era la pompa trionfale e cominciò tosto

a serpeggiare una voce che ripeteva — _i cristiani, i cristiani_.

— In un istante quel nome circolò più rapido, fu in tutte le bocche

e s’alzò dalla massa intera, un urlo crescente, tonante, un ruggito

di detestazione, di minaccia, uno spaventoso _barrito_ come dicevasi

allora. Egli era come se sbucato fosse da oscura caverna un gruppo di

tigri, di genii malefici, di furie, e non già misere donnicciuole,

poveri servi, vecchi cadenti, ch’altra colpa non avevano agli occhi

stessi di chi gli odiava, che di propagare ciò che insegnava ad essi un

divino maestro, l’amore cioè e l’uguaglianza fra gli uomini, il perdono

delle ingiurie, la carità senza limiti, virtù coronate dalla speranza

d’una perpetua felicità. Erano cristiani infatti che uscivano col loro

diacono da una specie di catacomba ove dimoravano nascoste già da oltre

due secoli le ossa di santa Valeria[5], la moglie del primo martire

milanese san Vitale, la madre d’altri celebri martiri, Gervasio e

Protasio, che tutti avevano confessato col sangue all’epoca dell’impero

di Nerone.

I cristiani nelle catacombe formavansi esatta la cronologia degli

imperatori romani colla serie dei cadaveri dei loro fratelli

martirizzati. La più abbondante messe d’umane reliquie s’era colà però

da pochissimo tempo accumulata, e l’aveva fornita Diocleziano. Mandava

quell’imperante a Mileto a consultare l’oracolo d’Apollo: negava il dio

il responso, e pronunciò la Pitonessa: che i giusti sparsi sulla terra

gli impedivano di dire il vero. Non potè a meno Diocleziano di credere

che i _giusti_, indicati dalla Pitonessa, i quali ammutivano l’oracolo,

fossero i cristiani, e determinò di finirla una volta con questa,

diceva esso, setta di stolti che adoravano un giustiziato della Giudea,

e che da ducent’anni stancavano vanamente i carnefici dell’impero e

impinguavano di loro carni le fiere negli anfiteatri. Ordinò quindi

una persecuzione, uno sterminio generale de’ cristiani pel giorno delle

feste terminali, che fu il 2 di febbrajo dell’anno 302. Quindici giorni

dopo non vi doveva essere più traccia di cristianesimo come se non

fosse mai apparso sulla faccia della terra.

Abbenchè non si risparmiasse contro i seguaci del Nazareno alcun genere

di morte, e in tutto l’impero scorresse il sangue loro a torrenti,

quindici giorni dopo, il cristianesimo era più esteso e saldo di

prima, e quando tre anni e due mesi dopo quel famoso giorno 2 febbrajo

302, Diocleziano ritiravasi ad attendere alla coltura de’ fiori in

Salona, certamente avrà trovati colà non pochi cristiani impetranti

sul suo capo il perdono del cielo. Quest’era la consueta vendetta

dei discepoli di Cristo. Anche i miserelli che in Milano uscivano dal

sotterraneo ov’era la tomba di santa Valeria, al tremendo minacciare

delle turbe non opposero sicuramente in loro cuore che una prece, un

voto. E con quanta gioja avrebbero data essi pure la vita, se avessero

potuto sapere che là, fra quegli altieri romani, loro infaticabili

persecutori, eravi già quasi maturo per la sua alta missione, un

giovine, che quella che essi veneravano, obbrobriosa immagine del

patibolo, la croce, doveva stampare sulle insegne imperiali, ed

aveva ad inalzare al trono quella loro religione umile, novella, sì

abbietta e sprezzata, avanti a cui sarebbe andata fra poco dispersa

ed annichilita l’antica; se avessero insomma saputo che dietro la

imperiale quadriga di Massimiano veniva il fondatore dell’impero

d’oriente in Bisanzio, il figlio di sant’Elena, Costantino il Grande!

Incolumi nella persona quella fiata i cristiani, nè altrimenti

offesi che dall’immane grido popolare traevano chi alla loro dimora

per riassumere assidui i domestici lavori, chi alle ignorate stanze

degli infermi recando ciò che nell’agape la carità di ciascuno aveva

tributato a sostentamento e sollievo di quelli che visitati dalla

sventura erano destituiti d’ogni umano soccorso.

Non così gli altri cittadini, che la giornata sacrarono al godimento

de’ pubblici spettacoli di che il nuovo Cesare gratificava Milano.

Nel già accennato Ippodromo erano gare di cavalli ed ogni maniera di

giuochi circensi, nell’arena od anfiteatro costruito dal console Gabino

ai discobuli, ai lottatori succedevano le pugne de’ gladiatori, per le

quali tutti i ginnasii o scuole gladiatorie delle varie circonvicine

città avevano spediti a competitori i loro più valenti nell’arte di

trucidarsi. Lo spettacolo de’ gladiatori era il più accetto, il più

avidamente desiderato dal popolo, che dagli spalti, dalle gradinate,

dal podio accompagnava di fragorosissimi applausi il fortunato colpo,

con cui l’uno de’ combattenti, tutto all’altro immergeva l’acciaro nel

petto, e copriva di fischi, d’urla spietate, il trafitto che avesse

osato morire fuori delle regole dell’arte, cioè contorcendo o stirando

sconciamente le membra.

Giuochi s’eseguivano pure nel circo alla piazza detta _Compitus_[6];

quivi conveniva l’infima plebe. I precipui personaggi sedevano al

teatro[7], ove mimi e commedianti che avevano abbandonate le scene

capitoline rappresentavano nuove drammatiche composizioni, con apologhi

allusivi alla fausta giornata. Non mancava al tempo medesimo gran

numero di passeggianti sotto gli ombrosi viali del _Viridarium_[8],

luogo ove quotidianamente convenivano le più distinte persone oziando a

diporto.

Gli abitatori delle altre città, dei vichi, dei paghi, delle ville,

qui la prima volta accorsi quel dì solenne, passavano intanto curiosi

e stupiti da una piazza da una via nell’altra, ammirando gli eccelsi

palazzi, gli stupendi edificii, che le fiancheggiavano, de’ quali

era sì ricca Milano. Contemplavano l’arco romano[9] alta e massiccia

mole sostenuta da quattro grandi marmorei pilastri, fatta erigere dal

console Marco Marcello dopo la vittoria riportata sui Galli insubri;

fuori della porta Ticinense[10] passeggiavano lo stupendo porticato

delle terme, sorretto da magnifiche colonne corintie scanalate[11];

passavano rasente le forti mura che cingevano la città, munite ad

eguali spazii da quadrate torri che lo stesso imperatore Massimiano

aveva da poco fatto elevare; penetravano nel tempio del Sole alla porta

Argentea[12], in quella di Giano quadrifronte alla porta Comense[13],

visitavano la fabbrica delle monete[14], l’Accademia, la via dei

Sepolcri, e non potevano astenersi dall’esclamare concordi ch’ERA

MILANO UNA SECONDA ROMA.

UN EPISODIO

DELL’ASSEDIO DEL BARBAROSSA

SECONDO DELINEAMENTO A PANORAMA.

Victa Victrix.

Due frati dell’ordine degli Umiliati, mentre ritornavano al loro

convento sull’ora dell’imbrunire nel giorno 24 d’agosto dell’anno 1158,

giunti alla piazzuola di san Matteo alla Bacchetta vennero scontrati

da un uomo d’armi, che frettoloso correva alla loro volta. Era costui

tutto coperto di ferro, alto, complesso, rubesto all’aspetto, e

chiamavasi Masigotto della Cantarana. Arrestatosi ad essi di contro il

milite con voce affrettata:

— Ben trovati, padri santi, disse loro, io me ne andava appunto in

traccia di alcuno di voi.

— D’alcuno di noi?... e che bramate, valoroso fratello? — rispose

sorpreso all’inchiesta uno di que’ monaci.

— Siamo trecento di porta Nuova uniti alla Brera del Guercio nel

camerone dell’armeria, e vogliamo uscire questa notte per far prova se

quei del Barbarossa han duro il sonno.

— Ed in che modo possiamo noi prestarvi in tale impresa l’opera nostra?

— Voi dovete venire a benedirci ed assolverci dai nostri peccati,

poichè non potendoci trascinare dietro il carroccio, se alcuno di

noi rimanesse di là del fossato, possa almeno rendere l’anima da buon

cristiano. Venite adunque affinchè stia colle nostre armi anco l’ajuto

del cielo. —

Aderirono ben tosto volonterosi i due frati all’invito, e seguirono il

soldato.

Milano, la più forte, la più prepotente città d’Italia di quel secolo,

vedevasi circondata da folte schiere nimiche che la stringevano, la

serravano irremissibilmente, come un cerchio di bragie ricinge senza

scampo uno scorpione che colla coda percosse la gente. Tanta furia

ostile era guidata intorno a Milano dall’imperatore Federigo I; ed a’

suoi agguerriti battaglioni, a que’ de’ regoli germanici suoi vassalli,

s’erano spontaneamente congiunti drappelli di combattenti di tutte

le circonvicine città, alle quali Milano era stata per lungo tempo

gravemente molesta. Unitamente ai Sassoni, ai Bavari, agli Svevi,

concorrevano quei di Como, di Lodi, di Cremona, di Pavia e d’altre

assai lontane terre, a formare più massiccia, più insolubile la catena

che accerchiava la nostra città, a cui agognavano dare l’ultima stretta

per vendicarsi delle tante patite ingiurie.

Gli edificii sacri, le ville, i casolari che stavano fuori e in

prossimità delle mura, erano stati cangiati in campali dimore pei

capi dell’esercito assediante. Sul più distinto fra essi vedevasi

innalzato lo stendardo imperiale, ed ivi aveva presa stanza lo stesso

Federigo; altrove era la bandiera del re di Boemia; più lungi quella

dell’arcivescovo di Colonia. Qua sorgeva l’insegna del palatino del

Reno, là quella del duca di Svevia, e lontano l’Austriaca, la Bavara,

la Vestfalica. Dall’uno all’altro degli isolati e distinti edificj

occupati dai condottieri dell’esercito, stendevansi a compire il grande

giro le file delle tende de’ soldati, avanti a cui erano ove steccati,

ove macchine militari, torri di legno con catapulte, mangani, petriere,

baliste. Dietro quella prima linea così ordinata allargavasi irregolare

l’accampamento per i pingui terreni suburbani, allora devastati

all’intutto, poichè li calcavano quindici mila cavalli d’Alemagna,

alcune migliaja d’Italiani e immenso numero di fanti.

Le mura che stavano a fronte a quell’oste minacciosa e ne difendevano

la città, erano in parte ancora quelle erette da Massimiano Erculeo

otto secoli addietro, ristaurate dalle ruine cagionatevi dei Goti

condotti da Uraja[15], ed in parte quelle ricostruite ed ampliate da

Ansperto che fu arcivescovo, e dir si potrebbe signore della nostra

città[16]. Quelle mura erano merlate; vedevansi traforate da feritoje a

diverse altezze, e s’avevano al piede larga fossa e profonda. Sorgevano

alte torri ove s’aprivano le porte, e queste stavano chiuse in faccia

ai nemico, servendo come imposte a serrarle gli stessi ponti levatoj

contesti da travi ferrate rialzati colle pesanti catene.

Ardimentosi e forti i Milanesi, usi a provocare e cimentarsi di

continuo nelle zuffe coi vicini, non eransi punto inviliti d’animo, o

posti in ispavento per quella imponente congerie d’armati dal teutonico

imperatore raccolta e condotta ai loro danni. Ben lungi dal sentirne

tema molti de’ più baldi, insofferenti dello stare chiusi e inoperosi,

anelavano d’uscire a misurarsi coi nemici, a far prova con essi di

formidabili colpi, sdegnati in particolar modo che Lodigiani, Comaschi,

Pavesi, Bergamaschi e que’ delle altre città, tante fiate vinte e

sottomesse, ardissero ora presentarsi sotto le loro mura, perchè

s’avevano appoggio nel numeroso esercito straniero. Frequenti sortite

facevano quindi i Milanesi, mostrando agli assedianti con qual fatta

d’uomini avessero a contendere.

Di quei tempi tutti i cittadini in Milano erano combattenti. Venivano

divisi per parrocchia, e quelli spettanti a ciascuna parrocchia

formavano una legione che avevasi il proprio capo. Le parrocchie poi o

legioni che appartenevano ad una delle parti o sezioni della città, che

prendeva nome dalla porta a cui corrispondeva, costituivano un corpo

distinto, che s’aveva una speciale bandiera; e tal corpo appellavasi

col nome della porta stessa. Tutta la milizia poi aveva un capitano

generale, a cui erasi ben lungi dal prestare allora quella cieca

obbedienza che vediamo osservarsi di presente sia negli ordini della

milizia urbana, sia nella soldatesca propriamente detta. Il capitano

generale de’ Milanesi era in que’ giorni il conte Guido Biandrate

novarese.

V’aveva fra le bandiere, ossia tra i corpi delle diverse porte, una

rivalità, una gara di valore nel resistere al comune nemico. La porta

Romana sosteneva la difesa dell’arco romano, già da noi menzionato, il

quale rimaneva fuori della città, e quantunque danneggiato dal tempo e

dai Goti, serviva come un forte, una rocca, una specie insomma d’opera

avanzata a difesa della città, destino comune nei bassi tempi ai

monumenti elevati dai conquistatori del mondo a solo scopo di grandezza

e magnificenza. Ad onta del carico di sostenersi in sì perigliosa

posizione, que’ di porta Romana erano usciti, ed ai Lodigiani che

stavano loro di fronte avevano dato un duro ricordo delle passate

sconfitte; e sarebbe stato assai più terribile se accorso con numerose

lancie il re di Boemia, non fossero stati costretti gli assalitori a

rientrare precipitosamente, perdendo non pochi dei loro. Uscita era la

Vercellina respingendo il duca d’Austria, uscita contro gli Svevi ed

i Pavesi la Ticinese, uscita la Tosa. Era giunto il momento che uscire

doveva la porta Nuova.

Eccettuati gli uomini d’armi che rimanere dovevano costantemente

alla guardia delle mura nel tratto affidato ad essi, tutti gli altri

di quella porta in numero di trecento, eransi adunati nel camerone

dell’armerìa presso la Brera[17], poichè era da quella _Pusterla_,

ossia porta minore della città, che per riuscire più inaspettati ai

nemici volevano uscire.

Preceduti dal milite avviato a loro, i due frati Umiliati entrarono

in quella vasta sala, o piuttosto ampio androne le cui pareti erano

interamente rivestite di appese armature. Vi ardevano rozze lampade

pendenti dalla vôlta al lume delle quali que’ robusti nostri antenati

vestivano gambieri, schinieri, panciere, corazze, bracciali, manopole

di ferro, e si coprivano il capo con celatoni, cervelliere, cuffie

ferrate, morioni grevi non meno di mortaj di bronzo; attaccavansi

ai fianchi spade smisurate, e impugnavano mazze di ferro, ascie

pesantissime, da mandarne spezzata d’un colpo un’incudine. Era là

dentro rumore pari a quello di un’officina di ferramenta, poichè quando

venivano a contatto que’ guerrieri, cangiatisi in altrettante statue

di ferro, mandavano cupo suono metallico. Delle faccie di essi non

eravene una sola che non annunziasse intrepidezza, ardire, gagliardía

estrema: erano sguardi truci, tinte brune, lineamenti non usi mai a

spianarsi per futili gioje. Etruschi, Galli, Romani, Goti, Longobardi

si erano fusi in una sola razza, omai indistinguibile; non erano più

che Milanesi, ma temprati nell’aspetto e nei modi all’indole incolta di

quel secolo di ferro. Il loro linguaggio era di già dialetto milanese,

come lo provano i nomi delle persone e delle cose in uso a quel tempo,

ma certo non s’aveva quello schiacciato, quel prolungamento, quell’eco

nelle vocali che ebbe nei secoli susseguenti, onde acquistando un

non so che di troppo molle e lento, fu difetto che dalla pronunzia

passò erroneamente ad essere applicato al carattere personale degli

abitanti, per cui a torto dalle altre popolazioni d’Italia vennero

talvolta qualificati d’inetti e di infingardi. A’ giorni nostri tal

nota sfavorevole al dialetto va sensibilmente scemando; poichè rendesi

sempre più spedito il comune favellare, e odesi trascinare assai di

meno che per l’addietro non si facesse le vocali che formano desinenza

alle parole; sulle labbra poi alle persone delle classi più civili

moltissimi vocaboli vanno conformandosi meglio alla giusta dizione

italiana.

Giunti i due Monaci in quell’adunanza di armati, appena furono scorte

le loro bianche tuniche, tutti si composero in silenzio. Si fece tosto

avanti il capo della bandiera, ch’era un compagnone il più ardente

e istizzito che mai vi fosse, nemico dei consoli della città, nemico

acerrimo del Biandrate, nemico insomma di tutti quelli che comandavano

più di lui. Arrogante, avvelenato contro ciascuno, Caccatossico[18]

accoglieva con sogghigno sardonico il racconto delle imprese altrui, e

teneva per fermo che coloro che assediavano Milano non sarebbero andati

sossopra che quando avesse egli fatta una sortita colla sua bandiera.

Era costui grandissimo della persona, ossuto e magro con occhi irosi,

stralunati; ma, per verità, di braccio così poderoso, che narravasi

di lui che, in un conflitto a Vaprio, essendoglisi spezzata la spada e

avendone lungi gettata l’impugnatura, diede colla sola destra coperta

del guanto un sì fiero manrovescio all’uno degli avversarii che gli

fracassò la testa e la visiera. Postosi innanzi ai Frati:

— Alla barba del traditore Novarese[19], sclamò rabbioso Caccatossico,

la vogliamo vedere finita. Questa notte faremo tritume di quella

ciurmaglia che sta fuori a dar guasto ai nostri broli ed alle nostre

ortaglie. Menarono tanto rumore e fecero festa a san Giovanni in Conca

que’ di porta Romana, perchè condussero dentro prigionieri Giovan

Giudeo e il Peterzio di Lodi. Que’ due mascalzoni me li sarei portati

da me legati alla cintola. Faremo noi quel che va fatto, e domani se

ne sapranno le novelle; in seguito poi chi avrà da pagarle le pagherà.

Allorchè vi son io la vittoria non diserta mai la nostra bandiera. Viva

porta Nuova! —

E ognuno ad alta voce gridò: — _Viva!_

— Viva sant’Ambrogio! viva Milano!

— _Viva! Viva! Viva!_ —

Tutti poscia i guerrieri s’inginocchiarono, e l’uno de’ frati con essi;

l’altro monaco, alzata con una mano la croce che portava appesa alla

cintura, recitò una preghiera invocando su di essi l’ajuto divino in

quella notturna spedizione che ritenevasi sacra, poichè esponevano

la vita per la salvezza della patria, quindi li andò benedicendo,

assolvendoli siccome fossero giunti all’ora estrema.

Allorquando poi furono di là partiti i due frati, venne inviato uno

degli uomini d’arme a vedetta sull’alto della torre della Pusterla onde

spiare nel campo nemico.

Il cielo era affatto oscuro, ma nell’accampamento dell’esercito

assediante splendevano innumerevoli fuochi. Da tutte le aperture delle

tende scorgevansi entro di esse, collocati in varie guise intorno

ai focolari ardenti, gruppi di soldati che stavano o pascendosi o

riscaldandosi. Passavano ad ogni tratto innanzi ad esse i drappelli

delle scolte, e cavalieri che apparivano d’improvviso illuminati con

tutto il destriero, e sparivano tosto nell’oscurità. Perveniva da

quel campo un rumor vario, un continuato bisbiglio, tra cui s’alzava

di tempo in tempo qualche voce, qualche grido più distinto che subito

moriva in quel mormorío incessante, come il frastuono d’un lontano

torrente. Ricinto da tutta quella vita serale d’un esercito infinito

stava Milano colle sue mura e le sue torri, nereggiante e muto come il

simulacro d’un vasto funebre monumento.

Mano mano però andavano facendosi più radi i fuochi, s’affievoliva il

mormorío, e quando fu prossima l’ora che segna la metà della notte,

ogni lume era scomparso, spento ogni fuoco, e regnava nel campo un

silenzio alto, profondo, universale.

Scese allora l’esploratore dall’alto a dare avviso a’ suoi essere

opportuno il momento per la sortita. Caccatossico ordinò la schiera e

tutti s’avviarono nell’oscurità tacitamente alla Pusterla Brera, il cui

ponte levatojo venne calato senza alcuno strepito.

Di contro alla linea di porta Nuova teneva il campo il conte Ecberto

di Butene, il quale capitanava una banda di cavalieri di ventura, che,

seguendo spontanei le bandiere di Federigo, erano venuti all’assedio.

I Milanesi varcato il ponte, procedettero in serrata ordinanza verso

le tende nemiche. A causa delle tenebre che fitte regnavano, si erano

già accostati d’assai alla sentinella, prima che questa s’avvedesse

di loro. Incerto ancora il soldato se le pedate che udiva fossero

de’ suoi, ebbe appena proferita la chiamata per ricevere la parola

d’ordine, che un colpo di mazza l’aveva steso tramortito al suolo.

Tolto così quell’inciampo, si sbandarono prontamente gli usciti, e

superato lo steccato, precipitarono verso le tende. Alcune di queste

furono fatte d’improvviso crollare, in altre penetrarono i nostri

uccidendo chi vi si trovava.

In poco d’ora però il rimbombo de’ colpi, le grida degli assaliti,

avevano destato l’allarme, e i circonvicini balzati dai giacigli,

accorrevano frettolosi a quel luogo chi colle spade impugnate,

chi colle fiaccole accese. Per le nuove genti che continuamente

sopraggiungevano, andavansi quindi moltiplicando i lumi e i

combattenti. Al rosso chiarore di tante fumide faci balenavano i ferri

con sanguigni riflessi, mentre fierissima e micidiale si stringeva la

mischia. Pugnavano i Milanesi come leoni affamati. Ogni loro colpo era

il tocco del fulmine. Colti all’impensata, mal coperti dalle armature,

gli imperiali non valevano a sostenere la furia dei nostri, e ne

andavano a fascio l’uno sovra l’altro. Caccatossico ingiuriando a grida

sgangherate i nemici, avanzava menando con poderoso slancio a due mani

da dritta e da sinistra il suo lungo spadone, spazzando ad ogni colpo

il luogo.

Respinti da tanta tempesta dovettero alla fin fine gli assaliti

volgere le spalle, e si diedero alla fuga per l’accampamento. Mentre

il maggior numero de’ Milanesi li andava inseguendo, altri scorgendo

quivi presso riparati sotto appositi assiti un branco di cento cavalli

de’ guerrieri di Ecberto, che tenevano tuttavia sul dorso gli arcioni,

posero sovr’essi le mani e tagliate le corde, li spinsero verso la

città, ove tosto que’ bardati destrieri furono fatti penetrare. Coloro

che li cacciavano innanzi però ebbero tempo appena di far pervenire fra

le mura la preda, che rivoltisi per raggiungere di nuovo i commilitoni,

li videro che non solo avevano cessato dall’incalzare i nemici, ma

venivano retrocedendo innanzi a loro continuando pur sempre a pugnare.

Essendosi propagata colla velocità del lampo la nuova dell’uscita

degli assediati, varii de’ capi dell’esercito imperiale avevano avuto

il tempo di ordinare le schiere, le quali sopravvenivano sempre più

fitte e numerose. Il conte Ecberto salito prontamente un corsiero, e

seguito da alcuno de’ suoi più valorosi cavalieri, veniva a galoppo

incalzando colla lancia gli assalitori. Il fiero Caccatossico urtato

da lui, si volse d’un tratto e con un gran fendente alla cervice

del cavallo glielo mandò rovescio; mentre l’animale cadeva replicò

poi con una vigoría ed una prestezza indicibile il colpo sulla testa

allo stesso Conte, che lasciò cadere di mano la ronca, e fu veduto

ripiegarsi sovra sè stesso, colando il sangue a rivi dai fori della

sua visiera. Caccatossico lo afferrò tosto pel mezzo del corpo, fuor

levandolo di sella, ed esclamando che voleva portarselo in Milano ed

inchiodarlo come un gufo alla sua casa, onde tutti l’avessero a vedere

e sapessero quelli di porta Romana che il suo era uno de’ buoni, e non

un Lodigian di stoppa; aggiungendo ogni altra contumelia che l’odio

municipale faceva più consueta a quella lingua di fuoco. Ma in tale

istante tutti i seguaci d’Ecberto gli furono sopra, e tratte le spade

lo tempestarono con estrema vigoría. Impedito dai cavalli che lo

assiepavano, Caccatossico faceva ogni suo meglio per riparare i colpi,

ma ne veniva martellato in sì fatta guisa, che alfine rimase fessa in

più parti la sua grossa celata. Allorquando scortolo in tale perigliosa

posizione, volgendo faccia, irruppero i suoi contro i cavalieri nemici,

l’intrepido capitano della bandiera di porta Nuova aveva già avute

forate le tempia ed era caduto sul corpo d’Ecberto che non aveva mai

abbandonato.

Al nuovo impeto gli imperiali cessero il suolo e i Milanesi sollevati

da terra i due estinti guerrieri, via li tolsero, e vennero a gran

passi verso la città, dalle cui mura, i nemici che volevano ostinarsi

a inseguirli, furono trattenuti lontani con una pioggia di saette,

di sassi, di verrettoni. Rientrata al fine l’uscita schiera dalla

Pusterla, venne subito rialzato il ponte levatojo, e ribadita la

ferrata imposta.

Quando i primi fuochi dell’aurora colorirono la sommità delle torri di

Milano, già gran parte della città era conscia del fatto; mano mano

poi che la luce del giorno si faceva più viva, per tutte le contrade

spandevasi il popolo chiedendo ed ascoltando con gioja ed avidità i

casi di quella gloriosa sortita, acclamando la bandiera di porta Nuova,

e deplorando la perdita del valente che avevala guidata. Allorchè fu

alto il sole, in tutte le chiese, ne’ conventi e monasteri, furono

fatte pubbliche preci, e poscia i guerrieri di porta Nuova n’andarono

processionalmente per la città, conducendo i cavalli predati, e

portando sopra un’alta bara il corpo del loro condottiero, innanzi a

cui veniva recata infissa in una lancia la compiuta armatura del conte

Ecberto. A tal vista l’ardire e la speranza de’ cittadini s’accrebbero

a dismisura, raffermi nella persuasione che mai l’esercito alemanno

avrebbe trionfato di loro.

Pure non scorsero quindici giorni e Milano erasi arresa, giurando

fedeltà al germanico imperatore; della qual cosa non è agevole

stabilire le cagioni. Certo è però che a loro mal costo vollero poi

i Milanesi ribellarsi, perchè Federigo sentenziatili contumaci, venne

alla metà dell’anno 1161 ad assediarli di nuovo, e dopo sette mesi di

difesa li costrinse un’altra volta ad arrendersi, sebbene piuttosto a

causa della fame che per la forza dell’armi. Ricevuto in Lodi l’atto

di loro sommissione la più intera ed umiliante, il Barbarossa qui

si recò[20] ordinando che tutti gli abitanti uscissero dalla città e

venisse Milano atterrata, distrutta. E ciò fu fatto. Ma nel chiostro

di Pontida si componeva la famosa lega che doveva vendicare un sì

memorabile affronto.

I Milanesi trionfarono, e la loro città sorse dalle proprie rovine

potente ancora e vigorosissima. L’abbellirono indi i Visconti con

stupendi edificii; l’adornarono gli Sforza; la sua area s’aggrandì,

si duplicò durante la signoria della Spagna; la prima dominazione

austriaca dalla ruggine dei secoli la ripuliva, indi l’imperante

francese vi disegnava opere grandiose. Ora fatta capitale del bel

regno Lombardo, come per incanto fiorisce e s’adorna. Si compiono e

si erigono templi, archi, monumenti; sorgono palazzi, gallerie; ogni

dì diroccano e spariscono vecchie deformi muraglie, e nuove case si

presentano di vago e ornato aspetto, che l’occhio ricreato ammira. Le

vie, le piazze, prima contorte e anguste, si fanno ampie e diritte, e

ogni oggetto v’abbonda a conforto o sollazzo della vita abbisognevole.

FINE.

I GUELFI DELL’IMAGNA

O IL CASTELLO DI CLANEZZO

RACCONTO STORICO.

Chi è quel vecchio che di sangue rossa

La persona, ver me gli sguardi ha intenti?

Non ti par che movendo ei di lontano

Con la fronte m’accenni e con la mano?

Io?... seguirti?... ma dove?... e tu chi sei?

Mi conosci tu forse?... Ah! no t’arresta:

Deh! per pietà non mi strappar da lei!

_I Lombardi alla Prima Crociata._

CANTO XV.

Era il tempo in cui ferveva in Italia la maledetta peste dei due

partiti, generata dai contrasti tra Roma e il germanico impero; ed ogni

città, ogni terra, anzi dir si potrebbe ogni casale, ogni famiglia,

andavano divisi in sostenitori dell’una o dell’altra delle avverse

fazioni e vivevano quindi tra essi non come parenti o fratelli, ma

quali accaniti nemici.

Fra l’ultime ad essere attossicate da sì funesto contagio, fu Bergamo,

in cui il rompersi de’ cittadini in parte ghibellina e guelfa e lo

armato contendere fra loro per simile deploranda cagione, non ebbe

cominciamento che nell’anno 1296, mentre altrove avevano già da lunga

mano quei due nomi fatto insanguinare la terra italiana.

Ben tosto però arse ivi pure potentissimo l’incendio, e si stese dalla

città al territorio; onde il piano e le valli che Bergamo signoreggia,

presentarono rapidamente un solo feroce quadro di civili dissidii. Dopo

infiniti parziali azzuffamenti che gli animi già crudi inasprirono,

vennero alfine le due fazioni ad assalto entro le mura stesse di

Bergamo. Soccombettero nel conflitto i Ghibellini: per la qual cosa,

abbandonate le loro case, ire dovettero in esiglio. Si rivolsero essi

allora al Magno Matteo Visconte, ch’era in Milano il capo del loro

stesso partito, e acciecati dal desìo di vendetta offrirono con mal

consiglio di dargli in mano la città, quando volesse di sue milizie

ausiliarli. Accolse tale proposta l’astuto Visconte; mandò suoi uomini

d’armi, affortificati dai quali i Ghibellini bergamaschi, rientrati

nella città, sconfissero i seguaci della fazione contraria, li

spogliarono de’ loro averi rilegandoli ai confini. I vincitori chiesero

un governante a Matteo, che s’affrettò ad avviare a Bergamo Ottorino

Mandello qual proprio rappresentante, per comandarvi in suo nome. Però

quel trionfo della parte ghibellina fu di breve durata, poichè indi

a pochi mesi i Guelfi ritornati in forze riconquistarono la città, e

ne scacciarono furiosamente i Ghibellini e il Mandello, e ogni loro

seguace, e per vari anni vi si mantennero dominatori.

Se non che molti tra i Guelfi stessi, mutata col tempo opinione, si

diedero al partito contrario; ond’è che i Ghibellini, ripreso vigore,

rialzarono la testa, e nell’anno 1301 chiamarono di nuovo Matteo al

dominio di Bergamo. Quel Signore si mosse incontanente da Milano,

cavalcando di compagnia col proprio figlio Galeazzo e seguito da

numerosa schiera di venturieri e di militi milanesi, venne ad unirsi

coi Ghibellini in terra bergamasca. I Guelfi ch’erano dentro la

città, vedendo affievolite le loro file da numerose diserzioni, messi

in ispavento dalle armi straniere, che sopraggiungevano collegate a

loro danno, sgombrarono Bergamo per la seconda volta, ed ivi entrò il

Visconte colla fazione ghibellina e vi fu proclamato capitano generale.

S’impossessarono i Guelfi della Terra di Romano, e ampliandone il

castello, vi si stanziarono.

In quella età succedevansi rapidissimi i sconvolgimenti, poichè la

forza sociale non stretta a centro comune, ma fra mille capi quasi

equabilmente divisa, faceva troppo arduo lo stabile signoreggiare

d’un solo in regolato ordinamento, e poneva la fortuna dei più in

balìa de’ capricci, degli interessi, degli errori di una moltitudine

rozza e subitanea nel suo parteggiare. Così avvenne che la potenza di

Matteo andò di subito ecclissata, onde il partito ghibellino spoglio

del saldo appoggio del signore di Milano, dovette co’ Guelfi venire

a componimento, e lasciare che questi pure rientrassero nella città

di Bergamo, ove alcun tempo, cioè pel corso di due anni, rimasero

le contrarie fazioni vicine e tranquille. Rinati poscia i dissidii,

com’era agevole a supporsi, la parte guelfa di nuovo prevalse e

i Ghibellini cacciati in bando si raccolsero a Martinengo e di là

uscivano di continuo a battagliare co’ Guelfi, recando ogni guasto alle

loro ville ed ai loro tenimenti.

Questo fatale avvicendare di vittorie e di sconfitte si prolungava da

quasi un secolo intero. Le stragi, le paci, gli assassinamenti, gli

accordi furono innumerevoli. Quella primitiva fazione, come in altre

parti d’Italia, assunse anche ne’ paesi bergamaschi nuovi nomi e nuove

divisioni. Colà si chiamarono _Intrinsici_ i Guelfi, _Estrinsici_ i

Ghibellini. Per le borgate e le terre sino alle estremità de’ monti,

una famiglia, un’insegna davano nome a novelli partiti, ed era per

tutto un indomabile delirio d’odiarsi e distruggersi.

Però tra le valli bergamasche quelle in cui più fervido e operoso

si mantenne l’astio di parti furono la Val di Imagna e l’antica

Valle Brembilla, ora entrambe sì queto asilo di placidi mandriani e

d’agricoltori.

S’apre la Valle d’Imagna a ponente di Bergamo poco al di là del

Brembo, e prende nome dal torrente che calando dai monti, da cui è

conterminata la valle a settentrione, la vien rigando presso che per

tutta la sua lunghezza, e va a metter capo nel Brembo. Ristretta è la

Val d’Imagna: ovunque severa, e in molte parti, ma più verso il fondo,

di tetro e selvaggio aspetto, poichè le fanno parete montagne alte,

ripide, boscose; la chiudono aspri monti dentati, di nudo macigno, la

cui catena chiamasi la Serrata, che la dividono dalla più nordica Val

Taleggio.

La Brembilla non era propriamente una sola valle; ma negli antichi

tempi davasi tal nome a tutto quel gruppo di monti cogli avvallamenti

in essi racchiusi, che hanno principio nel punto ove l’Imagna scende

nel Brembo, e per lo spazio di dieci miglia all’incirca, correndo

all’insù, dividono la Val d’Imagna dalla Valle Brembana. Il territorio

tutto e i villaggi di que’ monti, sia sul versante che accenna

al Brembo, sia sul pendio opposto che cala all’Imagna, s’ebbero

complessivamente la denominazione di Brembilla.

Vantava la Val d’Imagna le sue terre di Stroza, Capizzone, Mazzoleni,

Locatello dagli sparsi casali, Sant’Omobono dall’acque salubri, le due

Rota, l’altissimo Fuipiano ed altre non poche. Vantava la Brembilla

il suo Ubiallo, Bondello, Axolo, Biello, Mortesina e il prospettico

Clanezzo. Quest’ultimo aveva un castello, che quasi chiave del paese,

sorgeva al cominciamento di esso sul colle, a’ piè del quale vengono

a mischiarsi le acque del Brembo e dell’Imagna; e teneva soggetto

il ponte, che arcuato fra due dossi petrosi sul fragoroso torrente,

offriva l’unica via che agevole fosse a percorrersi volendo penetrare

in quella contrada.

La Brembilla poi iva orgogliosa eziandio d’una rocca, che sorgeva

sull’una delle sue più alte cime, il monte Ubione, a cui dalla falda

ov’è Clanezzo per arrampicati sentieri in non poco d’ora si sale.

Quel forte arnese, ivi eretto nel decimo secolo da Attone Leuco

conte d’Almenno, mostravasi turrito e cinto da merlate mura. Isolato

e minaccioso quale appariva su quel culmine a cavaliero delle due

Valli Brembana ed Imagna, quasi segnacolo della superiorità su di

esse di que’ della Brembilla, veniva considerato dagli afflitti

abitatori delle soggette vallate, che lo contemplavano da lungi,

come un nido inviolabile d’umani avvoltoi, da cui venivano rapaci

piombando inaspettati, ed a cui riparavano colla preda. Imperciocchè

gli uomini della Brembilla soverchiavano in forze i loro vicini, e con

depredazioni continue li danneggiavano. Erano essi vigorosi, armigeri,

arditissimi, ed avevano valorosi capi nelle famiglie potenti che

dimoravano nella valle.

Tra le distinte famiglie della Brembilla precipua poi era quella

de’ Dalmasani, signori di Clanezzo, nel cui castello abitavano e

d’onde uscivano capitanando loro genti nelle zuffe che co’ propinqui

valligiani perpetuamente s’ingaggiavano, ed in ispecial modo con

quelli dell’Imagna. Poichè tra la Brembilla e l’Imagna, due montuose

rivali, manteneva acceso più fiero e inestinguibile il fuoco dell’ira,

la scintilla degli avversi partiti, essendo la prima di ghibellina,

l’altra di guelfa fazione.

E poco dopo la metà del secolo decimoquarto il più potente avversario

che s’avessero i Guelfi dell’Imagna, egli era appunto il sire di

Clanezzo Enguerrando Dalmasano, ghibellino ardentissimo. Ottenuta

ch’ebbe l’alta Rocca di Monte Ubione dalla gente Carminata (abitatori

di Casa Eminente altro castello nella Brembilla), il rapace Enguerrando

disegnava nella valle, che misurava dello sguardo, i luoghi a cui

portare assalto, e scendeva quindi ruinoso con sue masnade, come

irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa, ora

in quella terra nemica; e solo nella gioja di depredare i Guelfi e

sconfiggerli quell’anima feroce diguazzava. Andavano sconfortati al

tutto gli abitanti dell’Imagna poichè non avevano valida difesa ad

opporre alla prepotente possa del loro odiato vicino, e i soli nomi

di Dalmasano, di Clanezzo, d’Ubione, portavano in tutta la valle la

desolazione e lo spavento.

Già da alcuni anni duravano sì disastrose vicende, allorchè fece

inaspettato ritorno nella terra nativa l’uno de’ più potenti valligiani

dell’Imagna, Pinamonte da Capizzone, ch’era da più lustri stato

assente.

Nell’ardore d’una bellicosa giovinezza Pinamonte erasi abbandonato

a tutta la foga di sfrenate passioni, cui tennero dietro sì tremende

sventure, che l’infelice attrito dalle angoscie e dai rimorsi abbandonò

il patrio suolo, e andò cercando piuttosto la morte che la gloria

combattendo in lontane contrade. Ma essendo uscito illeso dai più gravi

perigli, dimise l’usbergo e la spada e fattosi palmiero, pellegrinò

a Roma ed a Gerusalemme. Reduce da quella sacra terra aveva fermo di

racchiudersi pel rimanente de’ suoi giorni in cella monacale, ore

sperava dalla preghiera e dalla solitudine, raccoglier pace agli

affanni non ancora attutati nel cuore.

Poco lunge dal limitare di sua paterna valle, sorgeva a Pontida quel

chiostro, che la fama della lega lombarda, ch’ivi fu stretta, manda

tuttavia celebrato in Italia, sebbene or vuoto e nudo apra i suoi vasti

recessi al sole ed al vento che aleggia la valle. Di quella età esso

n’andava altamente venerato per la santità de’ suoi Cenobiti, e vi

traevano signori e penitenti a visitarlo sino dai più remoti abituri

de’ monti.

Racconti storici - Nuovo volume · 第 1 / 8 段