—In nome del re, rispose il degno magistrato, io richiedo il

rivoluzionario, il nemico di S. M. il re nostro signore e della

nazione, che si cela in casa vostra.

—Eh eh! fece Alberto voltando la cosa in celia. Incognito! una bestia

di questa sorta qui dentro. Andate in casa del capitano piuttosto.

Questi impallidì e replicò:

—Io constato che voi resistete al nome del re e userò la forza.

Popolo, dissʼegli poscia, vengono qui per spingerti allʼinsurrezione

contro il re, nostro augusto padrone; abbasso i traditori, a morte i

giacobini!

Il popolo fedele, che fiutava lʼoro della mia valigia—ahimè! non vi

era che qualche vestito e delle cartacce—bruciando di amore per il

trono, per lʼaltare, per la proprietà e per la famiglia, gridò, ruggì

come unʼeco terribile:

—Abbasso i giacobini! morte alla nazione!

Lʼera edificante. Io restava, colle braccia incrociate, dietro Alberto,

e contemplava Serafina.

—Come lʼè bella! mi dicevo, sentendo il sangue rifluire verso il cuore.

Il rossore, il pallore, si alternavano, come i fiotti del mare

alle spiagge, sul sembiante della fanciulla. I suoi grandi occhi

riflettevano il cielo ed avrebbero rischiarato la prigione di Ugolino.

—Andiamo a cercar lʼaccetta e atterriamo la porta, urlava la plebaglia

rigenerata.

—Insomma, dissi io ad Alberto, dimanda a codesti bravi cittadini, che

diavolo vogliono e per chi mi piglian dessi!

Alberto ripetè la domanda. Il giudice, scegliendo lʼaccento più

ufficiale, dichiarò che io era il generale Ribotti, e che era suo

dovere impedire la conflagrazione del regno.

—Non si tratta che di ciò? gridai io, tirando da parte Alberto e suo

padre e mettendomi alla finestra a mia volta.

Poi, indirizzandomi a quellʼonesto pubblico ed al suo organo officiale:

—Tu la pigli grossa, sclamai, cioè, voi vʼingannate, signor

funzionario. Il general Ribotti, a questʼora, digerisce, fuma, beve e

se la batte in ritirata con i nostri _valorosi fratelli_ di Sicilia.

Io sono il marchese di Tregle, deputato al Parlamento e mi reco alla

Camera.

—Voi andate dunque alla Camera per le vie scorciatoie? osservò

lʼarciprete della Comune.

—Vegliardo, risposi io con prosopopea, imparate che tutte le strade

sono buone, quando conducono lʼuomo a compiere il suo dovere. Io mi

reco alla Camera... erborizzando per le vostre montagne.

—Ah! voi fate della botanica in assisa dʼinsorto!

—Oh che? andreste per avventura a cercarmi taccole adesso sul taglio

e la moda del mio abito? Augusto vecchio, apprendete che questo qui è

proprio lʼuniforme dei membri del Parlamento della regina Vittoria.

—Ohibò! ohibò! egli è il generale Ribotti; lo si conosce, lo si è

visto. In prigione, alla ghigliottina! Consegnatecelo, o metteremo

fuoco alla porta della casa.

—Piano, eh! dissi io....

E qui, via! mi misi ad improvvisare uno _speech_ serio. Era proprio

serio? Nol so, per dio. Ma insomma, parlai. Mʼinterruppero. Io dimandai

il silenzio e lʼordine. Mi fischiarono. Ripresi la parola. Mi gettarono

dei limoni. Io li presi al volo e continuai. Coprirono la mia voce di

urli, dʼingiurie, di bestemmie, di ogni specie di grida di bestia. Io

mi coprii infine con dignità, protestai e mi ritrai dalla finestra.

Intanto le accette cominciavano a dar rovello alla porta. Non vi era

tempo da perdere. I due Albanesi, Alberto, suo padre, Serafina ella

stessa, volevano tirar moschettate sullʼudienza in disordine. Io mi

opposi. Abbottonai la mia casacca di velluto, calcai sul capo il

cappello, misi i guanti.... sì, i guanti gialli che dovevano servirmi

per prestare il giuramento alla Costituzione di Ferdinando II... ed

ordinai di aprire la porta.

Ed eccomi in mezzo alla moltitudine. Vi erano lì duemila persone. Tutti

si precipitarono sopra di me ad una volta. Un furfante mise la mano

alla mia cravatta—una bella cravatta tricolore.

—Villano! gridai io sdegnato, non disfare il mio nodo.

E gli applicai una ceffata. Una mano carica dei destini di una nazione,

devʼessere pesante: la si rispetta. Eʼ rinculò. Il capitano, il

giudice, il sindaco mi circondarono. Ma era impossibile di avanzare.

—Fate largo! gridava la guardia civica.

—In prigione! alla ghigliottina! braitava la canaglia—i fanciulli e

le donne più alto degli altri.

Povere creature! esse hanno così di raro uno spettacolo nella rude loro

vita dei campi! Unʼimpiccaggione, lʼè una rugiada: fa epoca. Facemmo

qualche passo. Ad un tratto, un uomo si precipita sopra di me, con un

trincetto di calzolaio alla mano.

—Lasciatemi bere il sangue di codesto nemico del mio re! grugniva il

manigoldo, scoccandomi un colpo della sua terribile arma.

Io aveva riconosciuto nella folla un giovane chiamato Galvani, un dì

mio compagno di studi a Napoli. Questo ragazzo gridava, a rompersi le

costole, che io non era mica il Ribotti, che io era il marchese di

Tregle, quando il ciabattino si slanciò su di me. Galvani arrivò a

tempo per ritenere il braccio dellʼassassino; di guisa che non vi ebbe

altra disgrazia, che una bella fessura alla mia bella assisa.

Allora la guardia civica, che si era infine aperta una via, mi circondò:

—Gli è meglio che andiate in prigione, mi susurrò allʼorecchio

Galvani. Quivi, sarete salvo.

Io parlai, protestai, presi a testimonio uomini e bestie, sulla

violenza che si adoperava contro un rappresentante della nazione che

recavasi al Parlamento, e rotolai, o piuttosto mi rotolarono verso la

prigione.

Ed eccomi là.

Non era proprio la prigione ove mi avevano condotto—quelle prigioni di

Calabria ove una palla di cannone prenderebbe una flussione di petto e

la febbre putrida! Mʼinstallarono nel corpo di guardia; al primo piano.

Io avevo una guardia che faceva sentinella alla mia porta.

Appena in gattabuia, io rifaceva il nodo della mia cravatta innanzi

ad un vetro, quando il capitano della guardia civica si presentò. Si

chiamava don Prospero. Era un informe cubo di carne: non braccia,

non gambe, non collo. Una zucca popona, mitragliata dal vaiuolo,

tenevagli luogo di testa. Dei mustacchi più formidabili di quelli di

Vittorio Emanuele. Gli occhiali verdi nascondevano gli occhi. Le falde

dellʼuniforme a coda di rondine, aprendosi, mostravano i rattoppi ed

i rabberci delle sue brache. Un naso lungo, molto lungo, lunghissimo,

quasi altrettanto lungo che quello dellʼex Imperatrice dei francesi.

Quando parlava, la sua bocca era una cascata a getto continuo.

—Ebbene, signor marchese, eh! lʼabbiamo scappata bella. Voi direte

alla Camera che io ho fatto ammirabilmente il mio dovere, eh! Cosa

posso fare adesso per servirvi, eh!

—Andate a farvi..... No, prendete carta ed inchiostro, e scrivete.

Il capitano andò giù a cercare quello che occorreva e ritornò. Io gli

dettai una protesta in regola. Eʼ scrisse.

—Ora, gli dissi io quando egli ebbe finito, portate codesto in mio

nome al giudice di pace.

—Allʼistante, signor marchese. Il mio figlio vi conosce. Voi direte

alla Camera che io sono un buon patriotta, eh! Come vi ho protetto! Vi

bisogna altro?

—Mandatemi tutto ciò che è necessario qui: un letto prima dʼogni cosa.

—Vostro umilissimo servitore, signor marchese. Vi manderò da pranzo da

casa mia....

—Non andare ad intossicarmi, per lo meno, vecchio galuppo! Va, va.

Lo spinsi.... e caddi affranto sur uno sgabello.

VI.

Io aveva rappresentato la mia parte, il meglio che avevo potuto; ma non

nasconderò che il mio cuore andava al galoppo e che tutto mi sembrava

orribilmente nero. Mi sentii alleviato, trovandomi solo. Però io non mi

faceva la minima illusione sul finale del dramma. La mia prigione era

la cappella del condannato. Io abbracciai di un colpo dʼocchio, come i

raggi solari al centro di una lente, tutta la mia vita passata, tutto

ciò che mi era caro nel mondo, mia madre, mia sorella, il mio vecchio

padre, la mia innamorata, poi mi vidi nel fondo dʼun cortile, innanzi

a quattro uomini ed un caporale, sul punto di essere fucilato come un

cane arrabbiato, senza spettatori, e gettato alle gemonie. Io vidi dei

quadri fantastici messi come un riverbero, in faccia della mia vita

della vigilia, ricca, felice, amata, libera, scettica. Io vidi tutto

ciò al di fuori di me, sentendomi sospeso al di sopra del mio essere,

come si dipinge lʼangelo custode aleggiando sul suo protetto. Non potei

gustar nulla. Mi coricai e mi addormentai.

Il sole anchʼesso coricavasi in un mare magnifico, cui tingeva di

porpora.

Aprendo gli occhi allʼindomani, allʼaurora, esaminai la camera ove mi

trovavo. Un luogo infame davvero, annerito, deturpato da caricature

orribili disegnate al carbone, senza carta alle pareti, senza soffitto,

quasi senza vetri alle finestre, ed un buco orrendo in un angolo.

Il domestico del corpo di guardia scopava, in onor mio, la camera di

fuori. Lo chiamai. Venne e mi portò dellʼacqua. Poco dopo, si presentò

il capitano.

—Ebbene, signor marchese, state allegro. Avete ben dormito, eh!... Oh!

ieri sera abbiamo segnalato a Napoli per telegrafo il vostro arresto.

Il ministro vi farà mettere in libertà immediatamente, e voi direte,

eh! che siete stato trattato con ogni riguardo.

Questa notizia era per me un colpo di fulmine. Essa sollecitava

la lugubre soluzione che io aveva intravisto il dì innanzi. Era

inevitabile. Il ministro Bozzelli mʼinvierebbe al generale Busacca, e

questo amabile ubbriacone mi avrebbe fatto fucilare in men di tempo che

non ne metteva a cioncare un gotto di Madera. Malgrado ciò mi contenni

e risposi:

—Avete fatto benissimo. La risposta è arrivata?

—Il telegrafo non parla mica la notte, signor marchese (nel 1848 il

telegrafo elettrico non esisteva negli Stati di Ferdinando II). La

risposta però può arrivare da un istante allʼaltro.

—Sta bene, andatevene adesso.

—Volete che vi faccia portare del caffè?

—Grazie. Vedremo più tardi.

Eʼ partì dondolandosi, le mani dietro il dorso, e lo vidi traversare

la piazza. Unʼidea solcò il mio spirito come un lampo. Ero perduto:

bisognava tutto osare. Terminai la mia toilette, misi i guanti,

raccolsi un mozzicone di sigaro gettato via dal capitano, calcai il

mio cappello sul capo, ed uscii. Il domestico terminava di scopare

lʼanticamera; le porte erano aperte. La guardia civica occupava il

pian terreno, donde io doveva passare. Scesi la scala e mi rivolsi al

sergente:

—Sergente, datemi del fuoco per accendere il mio sigaro.

Il sergente mi guardò senza rispondere ed obbedì. Io accesi il

mozzicone e presi la via della porta.

—Ma, ove andate, signore? mi dimandò il sergente.

—Come, dove vado? Me ne vado, per bacco!

—Ve ne andate, ve ne andate..... ma voi non potete andarvene.

—Ah! grazie. Eccone unʼaltra che è proprio bella. Fo i miei

complimenti al vostro paese.

—Bella brutta, eʼ bisogna restar lì, signore, e risalire.

—Davvero?

—Ma....

—Il capitano non vi ha dunque detto, signor sergente, chʼegli è venuto

ad annunziarmi che il ministro aveva segnalato da Napoli, che io potevo

continuare il mio cammino?

—Neppure una parola di tutto ciò, signor marchese.

—Ebbene, caro voi, andateglielo a dimandare allora a codesto idiota, e

vi auguro il buon giorno....

Il sergente restò perplesso, mentre io mi diressi di nuovo verso

lʼuscio.

Eʼ disse infine, alzando le spalle:

—Poichè voi mi assicurate che il capitano vi ha detto codesto, non

sarò io che vorrò trattenervi. Servitore umilissimo, signor marchese, e

buon viaggio.

—Per la vostra gente, dissi io, dandogli una moneta dʼoro.

E partii, a passo lento, esaminando, da uomo che non ha fretta, la

piazza, la caserma, la casa comunale, i contadini che se ne andavano ai

campi ed i loro ciuchi. La guardia dinanzi la porta mi seguiva degli

occhi: io sentivo il suo sguardo bruciarmi il dorso. Appena però mi fui

sottratto ai loro occhi, io non feci che un salto fino alla casa del

mio amico Alberto. E vi metteva il piede, quando alla porta, per una di

quelle venture, che non sono inverosimili che nei romanzi, io mi sentii

avvinghiato dalle braccia di un vecchio prete da un lato, e dallʼaltro

da quelle di un giovincello. Io resistetti. Essi mi baciavano sulle

guance, ciascuno dal suo lato, il prete sclamando: «Io sono tuo zio,

Tiberio!» ed il giovane echeggiando:

«Tiberio, io sono tuo cugino!»

—Ehi feci io, ma....

Io non avevo davvero il tempo di andarmi ad informare donde mi

piovessero quello zio e quel cugino provvidenziali. Li credetti sulla

parola, e rendendo loro ingenuamente lʼamplesso, dissi:

—Benissimo, poichè siete mio zio e mio cugino, allʼopera. Me la sono

svignata dalla prigione: salvatemi, adesso.

—Presto, Gabriele, gridò lo zio, prendi Tiberio con te, gettatevi

nelle vigne, nascondilo in qualche sito e ritorna per compiere il resto.

Gabriele mi prese dal polso.

—Presto, andiamo, eʼ gridò.

—Un istante, risposi io, sfuggendogli dal pugno.

Salii la scala, saltando i scaglioni quattro a quattro, e via nella

camera di Serafina.

In questo frattempo, ecco ciò che avveniva al corpo di guardia.

Il sergente, dopo avermi veduto partire, dopo aver diviso tra i suoi

uomini la moneta che io gli aveva lasciata per mancia—facendosi la

parte di.... sergente, non senza una lunga discussione—fu preso da un

accesso in ritardo, di sentimento del dovere. Eʼ se ne andò dunque dal

capitano per domandargli se io gli aveva detto la verità!

Il capitano era stato proprio allora chiamato dal giudice di pace, a

proposito di un dispaccio telegrafico arrivato da Napoli. Il sergente

respirò. Continuò dunque lentamente la sua via verso la casa del

giudice. Alla porta di questo onorevole magistrato, il sergente

incontrò il capitano che usciva, affannoso, frettoloso, con un

dispaccio alle mani.

—Ah! arrivi a proposito, sergente, sclamò il capitano. Va a metterti

un paio di scarpe nuove; devi partire fra unʼora.

—Partir per dove, capitano? dimandò il sergente, un poco sciancato

quantunque sergente, e per ciò appunto detestando di marciare.

—Per dove, per dove? gridò il capitano dʼunʼaria burbera: per affar di

servizio, per Dio! Bisogna che te ne dica il bello ed il meglio, eh!

che ti dimandi il permesso e ti faccia le scuse di scomodarti? eh?

—Mille perdoni, capitano, replicò il sergente con voce contrita, ma,

per andare, bisogna pur sapere, mi sembra, ove si va.

—Al diavolo, eh! a Cosenza se non ti dispiace. Diciotto miglia con

i gendarmi alle calcagna, e gli uni e gli altri ad accompagnare

quellʼinfernale rivoluzionario che abbiamo acchiappato ieri. Ah! se lo

avessero messo in brani, eh! Sua Maestà avrebbe fatto cavaliere tutto

il paese, compreso il campanone, e te pure, e ci avrebbe esentati dalle

imposte per venti anni, eh!

—Come, capitano, borbottò il sergente, diventando orribilmente livido,

il marchese.... dunque....

—Ebbene, sì, sissignore. Il ministro Bozzelli si è levato di

buon umore e di buonʼora stamane, e ci fa segnalare di spedire il

prigioniero al generale Busacca, a Cosenza. Comprendi, adesso? Otto

uomini ed un sergente.... in mezzo di una piazza... portate, arma!

caricate, arma! arma, fuoco! Al diavolo i rivoluzionari. Viva il re,

nostro adorato padrone!

Io non saprei descrivervi il grido di disperazione gettato dal

capitano, quando apprese che io me lʼera dato a gambe. Una montagna

si abbatteva sul suo capo e lo schiacciava. Immediatamente, gendarmi

e guardie civiche sono sotto le armi, la chiamata batte, la campana

a martello dà rintocchi, il popolo.... per fortuna, il popolo era

ai campi. Immediatamente la casa ove io era è circondata. Io doveva

esserci ancora, perchè unʼora non era per anco passata che io aveva

lasciato il corpo di guardia.

La prima persona che il capitano incontrò allʼuscio della casa, fu mio

zio.

Il vecchio prete era lʼuomo il più litighino della provincia. Egli

sapeva i suoi codici a menadito, e lo si temeva come il colera. Egli

si era minato a far processi; ma ciò malgrado, quando non ne aveva dei

suoi, egli prendeva a patrocinare quelli di altrui—le cause obliate,

abbandonate come impossibili.

Trovandosi dʼincontro a questʼuomo, il capitano esitò.

—Ah! mio vecchio amico, sclamò mio zio con una voce tutto mele: come

Dio vi manda a proposito! Come va la salute? ed i vostri piccoli?

ed i bachi da seta? Fatemi dunque aprir questa porta. Io spasimo di

abbracciar mio nipote.

—Che nipote?

—Ma, il marchese di Tregle, dunque! Voi nol sapevate?...

—Egli è dunque ancora colà?

—Lo credo bene! Non faceva che entrare, ero lì per raggiungerlo,

quando, bum! mi si chiudono le porte sul muso.

Il capitano respirò. Eʼ cominciò allora a bussare ed a gridare:

—In nome del re! aprite, in nome del re....

Infrattanto la forza pubblica si accalcava e circondava casa e

giardino. Impossibile di fuggire. Più il capitano bussava però, più

lʼuscio restava chiuso e la gente di dentro silenziosa. Il padre di

Serafina si trovava innanzi al portone come gli altri. Si era rimarcato

che il mio cavallo era ancora alla scuderia. Dunque, io era in

trappola. Il capitano fece unʼultima intimazione, dichiarando, che egli

stava per rovesciar tutto, anche i muri, e si chiamò un chiavaio.

Questʼartefice arrivò. Il capitano gli ordinò di aprire.

—Piano, piano, prese a dire allora il mio eccellente zio; la legge

è la legge, mio vecchio amico, ed essa è legge per tutti. Voi dovete

entrar lì dentro per affar di servizio. A meraviglia. Io lo desidero

più che voi, per abbracciare il marchese mio nipote. Un deputato che va

al Parlamento, cappita? gli è interessante di essere zio di codesto,

capite! Ma facciamo le cose in regola, senza che, io mi costituisco

parte lesa, e vi chiamo responsabile di tutte le irregolarità.

Lʼarticolo 23 della Costituzione dice: «il domicilio è inviolabile».

Per lʼarticolo 38 poi, i deputati sono sottratti alla giurisdizione

del potere giudiziario, civile e militare, senza il consentimento

previo della Camera. Ora, chi sa, mio vecchio amico? Vi sarà ancora un

Parlamento a Napoli: avete visto nella _Gazzetta officiale del Regno_,

che è stato convocato....

Il capitano impallidì. Si trovava preso tra un telegramma del ministro

e due articoli dello Statuto. Eʼ fece chiamare il sindaco.

Questo funzionario era lungo e sottile come un filo di telegrafo

elettrico, strangolato nella sua cravatta, muto come una buca da

lettere, notaio di professione, suonando lʼorgano alla chiesa per

un salario di ventiquattro carlini lʼanno. Egli giunse alla fine,

tirandosi a rimorchio il giudice di pace ed il di lui piede sinistro

addolenzito dalla podagra. I tre funzionari scarabocchiarono un

processo verbale, lo fecero firmare dai testimoni, tra i quali mio

zio, che dopo di averne sorvegliato la redazione, ebbe altresì la

soddisfazione di firmarlo come teste. Quindi, il portone fu scardinato.

Quella gente si precipitò nella corte, non senza una tale quale

trepidazione. Una parte scese in cantina, unʼaltra salì la scala. Ma,

paf! sul ballatoio, lʼuscio del primo piano si chiude loro sul naso.

Si batte di nuovo, si vocia unʼaltra intimazione, si redige un nuovo

processo verbale, poi il magnano fa saltare la stanghetta della toppa

ed introduce il magistrato nellʼanticamera. La porta della sala da

pranzo si chiuse come eʼ mettevano il piede nellʼanticamera. Bisognò

rinovellare lʼintimazione in nome del re, il processo verbale ed il

resto. Breve, dopo avere violate così legalmente cinque o sei porte, si

arrivò a quella della camera di Serafina.

Due ore erano passate.

Si bussò anche alla porta di Serafina.

—Chi è là? dimandò la giovinetta.

—Aprite, in nome del re.

—Non lo conosco.

—Aprite, o rompiamo tutto.

—Ma, non posso.

—E perchè non potete?

—Sono col mio innamorato.

Il chiavaiuolo aprì, ed i magistrati della piccola città di Scalea

trovarono la giovinetta decentemente vestita, assisa sur una seggiola

vicina alla finestra, che sporgeva sul giardino a mezza vita di

altezza, il visino inquadrato fra due vasi di garofani, infilzando le

maglie di un paio di calze, pacifica e sola.

—Ebbene, signorina, gridò il capitano schiumando di rabbia, perchè

avete voi resistito al nome del re? perchè avete voi serrate tante

porte? perchè non avete aperto alla nostra intimazione? perchè vi siete

voi rinchiusa qui, eh! eh! eh!

—Magari, chʼeccone lì dei _perchè_! replicò Serafina senza

commuoversi. Ebbene eccovene un altro adesso: _perchè_ io era in casa

mia.

—In casa vostra, in casa vostra! il re entra dovunque signorina....

—Come i cani dunque...?

—...... Ed anche in casa vostra.

—Se mi aggrada, e quando il mio innamorato non vi è.

—Che innamorato! ove è codesto vostro innamorato, alla fine?

—Cercatelo.

Le guardie rovistavano e rimuginavano di già da per tutto, dietro il

piccolo letto, nellʼarmadio, nello stanzino di toilette, negli stipi

e nelle scatole. Serafina li guardava fare ed una leggera smorfia

sarcastica sorvolava per momenti sulle sue labbra. Infine ella fece un

segno ed indicò che il suo amoroso seʼ lʼera sfumata dalla finestra.

Il capitano lasciò andare un malannaggia. Mio zio gli battè sulla

spalla e gli disse:

—Voi siete un eccellente capitano; vi farò nominare maggiore alle

prossime elezioni.

VII.

Quando entrai nella camera di Serafina, ella si alzava allora allora.

Era ancora in _negligé_ di mattino, in ginocchio dʼinnanzi ad una

madonna grossolanamente miniata, e pregava.

Se voi non aveste mai in vostra vita, amici miei, uno di questi

_colpi–di–sole_ dʼamore fulminante, che sʼinfiamma in uno sguardo,

che nasce radioso come lʼaurora, tutto armato, subito, infinito,

questʼapoplessia del cuore in una parola, vi compiango: voi non

conoscete lʼamore. Serafina mi aveva irradiato di questo amore

abbarbagliante. Vedendola per la prima volta, credetti averla di già

vista, di già amata, e lʼamai. Io era, in oltre, in una fase della vita

in cui i minuti contano per anni.

Entrai dunque nella camera di lei e le dissi semplicemente così:

—Serafina, io fuggo. Verranno a cercarmi qui. Non so se ci rivedremo

più mai. Ma prima di lasciarti, permettimi dirti, che oggimai non vi

saranno più nel mio cuore che tre immagini di donna: quella di mia

madre, quella di mia sorella e la tua.

E dicendo ciò con voce soffocata, la baciai, e saltai dalla finestra.

Mio cugino mi seguì.

La storia di quella disgraziata Serafina è dolentissima storia. Non la

rividi più... Ella è morta......

Traversammo il giardino che si prolungava fuori del borgo, poi un

piccolo rigagnolo, ove delle donne lavavano dei pannilini. Brancolammo

come serpenti di sotto le siepi e ci aprimmo il passo in mezzo ai

vigneti, i di cui sarmenti, ricchi di pampani, serpeggiavano al suolo.

Una volta quivi, procedemmo carponi, sguizzando ventre a terra sotto le

foglie ed ascendemmo la collina, sempre in vista di Scalea.

Ci trascinammo così per un pezzo fino ad un certo sito, dal lato

opposto allʼaltura. Lì, una siepe spessa, terribilmente irta di

ronchi, mi concesse un ricovero. Mio cugino mi cacciò lì sotto come

una lucertola. Aggiustò i virgulti della siepe, di guisa che alcuno

non avrebbe mai sospettato che la nascondesse un demagogo. Mi disse

di uscir da quel ricetto alle due pomeridiane e discender in un

boschetto ceduo, vicino la strada consolare, ove egli sarebbe giunto

verso le due e mezzo, menando seco il mio cavallo, per continuare la

via. Eʼ mi diede altre istruzioni, poi, carponi sempre, discese di

nuovo fino giù al sentiero, si raddrizzò, scosse la polvere, accese il

sigaro, incrociò le mani dietro il dorso, e se ne ritornò a Scalea con

lʼindifferenza di un uomo che ha fatto una passeggiata per digerire. Io

lo seguii dello sguardo per quanto potei... ed il mio cuore si chiuse.

Era desso mio cugino? La storia genealogica chʼegli mi aveva abbozzata

era poi vera? La risaliva ad ogni modo alla terza moglie del mio

bisavolo. Egli e suo zio avevano il dì innanzi udito parlare del mio

arresto, nel loro paesello vicino Scalea, ed al mattino erano venuti

nobilmente in mio soccorso.

Le notti degli emigrati a Londra · 第 21 / 23 段