vive?
I due Albanesi si volsero verso di me, non sapendo che rispondere.
—Viva la patria! gridai.
Io sapeva che i soldati di Sua Maestà Siciliana non annidavano sì
alto il loro coraggio e la loro devozione, e che questi imboscati non
potevano essere che bande dʼinsorti, o briganti dispersi, cioè degli
amici. Il brigante parteggia sempre: ieri, per la repubblica, oggi per
il re, sempre per colui o per ciò che non è più.
—Avanzate, rispose la voce.
Lʼuomo era invisibile.
Sopra una specie di piattaforma, dei frassini secolari sʼinnalzavano
ad una altezza prodigiosa, il tronco bianco e pulito, somigliante a
delle colonne; i rami e le foglie coprivano il luogo dʼun baldacchino
magnifico. Si sarebbe detto la moschea di Cordova tappezzata di
lampasso verde. Una dozzina di fuochi immensi, là disseminati,
crepitavano gioiosamente, e facevano come una corona al fuoco di
mezzo più considerevole degli altri. Attorno a questi roghi vi erano
degli uomini che, al grido di chi vive! si erano tutti alzati. Essi
mi parvero dei giganti. Il riverbero spiccato delle fiamme, addolcito
dal lume della luna, dava a questi uomini una statura colossale, cui
la foggia del vestito e lʼatteggiamento rilevavano potentemente. Tutti
avevano preso le armi che scintillavano a questo barlume. Questi
cacciatori del Signore, vestiti di grosso velluto nero, portavano delle
uose di panno sino a mezza coscia. Un panciotto di velluto a bottoni di
argento si apriva in sul petto: una larga fascia di tela di cotone,
a righe bianche e rosse, raddoppiata a parecchi giri, stringeva loro
la vita. Sul loro capo civettava un piccolo cappello a punta, adorno
di molti nastri e di penne di pavone, inclinato su lʼorecchio destro,
e ritenuto sotto il mento da un cordone. Il collo nudo, il colletto
della camicia leggermente rovesciato. Questi uomini avevano un aspetto
di straordinaria virilità. Degli occhi, che avrebbero fuso le monete
dʼoro dʼun avaro. Senza baffi; delle basette enormi, nere come le
notti di dicembre. Il tipo greco, indorato al colore indiano. Le loro
labbra respiravano ogni specie dʼebbrezza, ogni specie di appetiti: dei
denti bianchi come il marmo di Carrara. Alla cintura, dei coltelli;
in bandoliera, una scatola di cuoio per mettervi le cartuccie, un
bicchiere di latta, una piccola otre di pelle per il vino.
Io mi sentii sotto una potenza magnetica inesprimibile quando tutti
questi occhi si appuntarono su di me. Nessuno più pensava alla cena
che arrostiva, sotto forma di agnelli, davanti a questi focolari
improvvisati. La fiamma rischiarava di giù in su queste singolari
figure, mentre la luce cenerea della luna li bagnava dʼalto in
basso, producendo in questo contrasto un effetto sorprendente, un
vigore di tinte, una potenza di riflessi, di angoli, di rimbalzi, di
ombre, che nessuna tavolozza, niun ingegno saprebbero riprodurre. Io
restai abbarbagliato. I miei due Albanesi, abituati a questi quadri,
dettero allora la parola dʼordine, nella loro lingua. Gli amici,
riconoscendoli, gridarono di una sola voce:
—Siate i benvenuti, fratelli!
E sedettero di nuovo sul suolo, allestendosi a sparecchiare la cena.
Dal fuoco di mezzo si staccarono allora due uomini: uno che tennesi a
due passi indietro, la mano sulle pistole della sua cintura; lʼaltro
che procedè incontro a me. Eʼ mi sbirciò un momento, poi sciolse il
suo mantello e mi stese le due mani. Io riconobbi il mio amico, il
colonnello Costabile Carducci.
Questo bravo, nobile, disinteressato patriotta—oggi obliato dai
martiri scialosi rimpinziti—aveva spigolato una sessantina di
Albanesi, e con questo manipolo di gente determinata, recavasi nel
Cilento per ravvivarvi lʼinsurrezione. Io provai condurlo meco in
Basilicata. Ricusò—ed eʼ fu il suo cattivo od il mio buon genio che se
ne mischiò.
Carducci mancò il suo intento.
Una sera, egli andò a dimandare ospitalità al suo vecchio amico, il
prete Peluso di Sapri. Questo manigoldo lʼaccolse a braccia aperte;
poi, la notte, quando Carducci dormiva, eʼ sʼintrodusse nella camera di
lui, lʼuccise e gli tagliò il capo.
Peluso adagiò quindi bellamente questa testa in una cassetta di latta,
la contornò di bambagia e di una pezzuola di seta bianca, e corse
a Napoli per presentarla a re Ferdinando. Era la seconda—e non fu
lʼultima—cui S. M., aveva la delizia di contemplare e di mostrare alla
regina ed alla sua progenitura. Il prete Peluso restò nella reggia per
sollazzare i piccoli principi, abbeverar di benedizioni lʼaustriaca
regina e manipolare, a parte col re, negozi di danari lucrosissimi.
Il compagno di Carducci era il barone Porcari, il quale, avendo passato
tutta la sua vita negli ergastoli per delitti politici, sʼannoia a
Napoli oggidì. Eʼ trova che vi è troppo sole, troppa aria, troppo
spazio, troppi visi, troppa folla. La libertà lo inceppa, un letto
lo tedia, una figura ridente lo fa trasecolare. Egli sospira il suo
sotterraneo come la talpa; ha la nostalgia della galera e della secreta.
Io lasciai questi due amici dopo la cena. Io era ammalato. Andai a
sdraiarmi sur un letto di felci odoranti e di mantelli che i miei
_aiducchi_ mi avevano apparecchiato.
Quando apersi gli occhi allʼindomani,..... gli uccelli cantavano, il
fiore espirava i suoi profumi voluttuosi, glʼinsetti dai vivi colori
volteggiavano nellʼaria, un leggiero velo di vapore copriva di una
garza arancio il mondo circostante, le foglie immobili scintillavano di
una luce castamente soffice.
Mi levai di botto.
Carducci e gli Albanesi se lʼavevano spulezzata alle due del mattino.
Guardai a me dʼintorno. Sugli spaldi della montagna, gli alberi
magnifici della foresta come un esercito di giganti, e lontano,
lontano, a traverso il colonnato delle betulle, scôrsi come una coppa
dʼoro, tuffata nellʼazzurro e corruscante come la clamide del monte
Bianco—il mare. Restai una mezzʼora ad inebriarmi di questa armonia
della natura. Poi Spiridione, il più attempato dei miei Albanesi, che
sapeva tutto codesto a menadito, mi riscosse, presentandomi il mio
cavallo allestito di tutto punto.
Partimmo.
III.
Non avendo più nulla a fare in Calabria, pensai ritornare in casa
di mia madre, in una provincia più centrale ove sono le nostre
terre. Imboccammo dunque la via, la più corta e la più sicura,
quella del mare. Io aveva delle conoscenze in questa provincia, che
potevano, credevo, facilitare la mia fuga e sottrarmi ai realisti.
La disfatta, o per dir meglio, la rotta, aveva in ventiquattro ore
cangiati in realisti gli uomini i più ardenti della vigilia, e costoro
raddoppiavano adesso di zelo onde farsi perdonare dal re il loro
amoruccolo di un dì per la libertà. La guardia civica ed i gendarmi
inondavano la contrada, tendendo contro noi delle trappole, mentre i
patrioti di ieri si trasformavano in segugi. Ogni passo divenne un
pericolo. Ma, per ventura, i miei ex–briganti conoscevano tutti i
sentieri, che non son mica i sentieri di chiunque, e pur nondimanco
sono i più belli. Ondʼè chʼegli è incredibile quanti precipizi di
queste montagne varcammo, quanti abissi costeggiammo sdrucciolando sur
una terra sminuzzolata, quanti picchi scalammo, quante coste a scesa
rapida e quasi perpendicolari scendemmo, quanti folti squarciammo a
traverso felceti alti come selve cedue, quanti torrenti spumosi come
vino di Champagne valicammo, quante corremmo di praterie belle come un
paesaggio di Croop, di vigneti splendidi, i di cui frutti avrebbero
fatto credere ai tropi della _Cantica dei Cantici_, di olivi grossi
come vecchie querce dalle foglie verdi, sbiadite, verniciate da un
lato, da un altro vellutate come il labbro superiore di una fanciulla,
infine, quanti questa cavalcata di quindici ore ebbe di accidenti
imprevisti, di varietà, di sorprese, di quadri incantevoli, di estasi,
di pericoli..... Io mi sentiva trasportato. Lʼuomo politico era di già
restato al Parlamento, dopo il guazzabuglio del 15 maggio; lʼinsorto
era restato nel fortino di Campotenese; qui, io mi trovava poeta.
Il mio cavallo calabrese aveva della capra: esso scivolava come un
_pattinatore_, si arrampicava come un gatto; si faceva piccolo, si
raggroppava, si allungava, passava dovunque. I suoi garretti di
acciaio si tenevan fermi sopra un viottolo stretto come un filo di
refe, sul labbro di un burrone, a cinquecento piedi di altezza. Era
davvero un cavallo fazioso, avvegnacchè uscisse dalla scuderia di un
vescovo.
Ma per bella che fosse la natura, per palpitante che fosse la
situazione, ad una certa ora lʼappetito si risvegliò.
—Ehi! Spiridione, sai tu, mio bravo ragazzo, che io ho fame?
—Ed io dunque, capitano?
—Diavolo, amico mio, perchè non lʼhai tu detto più presto?
—Non si confessa di aver fame, quando il padrone non ne ha punto.
—Ma, figliuolo mio, il padrone divorerebbe in questo momento il cuoio
del tuo zaino, e più volentieri ancora una costa di montone.
—Scherzi a parte, se vi piace, capitano! Il mio zaino ha avuto lʼonore
di figurare sulle spalle di Talarico, ed io non lo darei per il
pastorale del vescovo di Cosenza.
—Io non ne voglio davvero del tuo zaino, amico mio. Ma qualche cosa
che rassomigliasse ad un pollo arrosto o ad una braciuola, eh! Se
uccidessimo Demetrio, che da due giorni non schiude labbro? Che ne dici
tu, Spiridione?
Demetrio mi guardò con due occhi che mi tolsero la voglia della
celia per due giorni. E non rispose punto. Ma io lo vidi ritirare il
fucile dal suo dorso, esaminarne lo scudellino—il suo fucile era
ancora a pietra—poi accoccarlo. Io non garentisco che, nel mentre
costui eseguiva lentamente queste operazioni, io fossi completamente
tranquillo. Non dissi nulla pertanto e continuai a camminare. Ad un
tratto, Demetrio si fermò, accostò il suo fucile alla guancia, mirò e
tirò.
—E val meglio uccidere codesto, disse egli, che la gente battezzata, e
mangiare di codesto che è più tenero.
Ed egli andò a raccogliere un colombo, cui aveva ucciso di una palla
asciutta, ad una distanza prodigiosa. Il colpo levò uno stuolo di
piccioni selvatici. Spiridione, che aveva il fucile carico a capriole,
sparò a sua volta e ne stramazzò cinque o sei. In meno di dieci
minuti il fuoco era acceso, e la cacciagione spiumata, rosolava sulle
braci. Per me, Spiridione appese un piccione dai piedi, con una corda
attaccata ad un ramo di albero, e lo lasciò arrostire girellando
innanzi al fuoco. Mentre i volatili cuocevano, Demetrio varcò una siepe
ed andò a cogliere alcune spighe di gran turco, che cacciò sotto le
ceneri. Era il nostro pane. Il cavallo ebbe le foglie del granone, e
non son mica sicuro se il suo intimo amico Spiridione non gli diede
altresì a gustare unʼala o due di colombo.
Questi due esseri se la intendevano come una buona coppia parigina, in
cui la moglie è il compare del marito ed il marito completa la moglie.
Lungo la strada, Spiridione gli contava delle storie, gli zufolava
delle canzoni. Imperciocchè, per fermo, ciò non poteva indirizzarsi a
me, che non comprendevo verbo di albanese, e meno ancora a Demetrio il
quale traversava unʼestasi eterna.
La vita di questo bel giovane, silenzioso e tristo, era una
memoria—lʼamore per Aspasia che aveva lasciata a Lungro.
Finito il pasto—e che pasto! io non ne feci mai di migliori, nè alle
tavole diplomatiche, nè a quelle dei cardinali, neppure a quella di
Sua Eminenza Tosti, neppure alla tavola tua, mio caro Dumas, che eri
il Shakespeare della cucina.—Il pranzo terminato, ci rimettemmo in
via. Il sole era implacabile. Non un sospiro di brezza, non una nuvola
in un cielo che sembrava un soffitto dipinto dʼinesorabile oltremare.
La terra di queste vigne dai grappoli di oro, di questi campi di gran
turco, frastagliati di siepi alle quali delle belle more selvagge
formavano un monile nuziale, questa terra biancastra era screpolata. Su
tutta la vegetazione stendevasi _un oeil de poudre_. Si respirava un
soffio che rassomigliava ad una fiamma. E noi andavamo sempre, evitando
i borghi, le case, lʼuomo. Verso la sera però il viaggio divenne
delizioso. Il caldo era diminuito. Il sole si coricava nel mare, a
perdita di occhio spaziato dinanzi a noi. Ci avvicinavamo a Belvedere,
ove io dirigevo i miei passi.
Ad un certo luogo ci fermammo. Bisognava anzi tutto aspettare che la
luna si levasse; perocchè, se egli era mestieri di non esser visti, lo
era per lo meno altrettanto di vedere. Bisognava lasciar rientrare nel
borgo le pattuglie realiste, che nel giorno davano per la campagna la
caccia ai liberali, e lasciar coricar la gente. Ma, alle undici della
sera, non vi era più unʼanima in piedi a Belvedere.
IV.
Io andavo in casa di un amico—un liberale, un repubblicano di ieri
lʼaltro.
Don Francesco era uno dei caporioni del paese ed abitava una specie
di palazzotto, allʼestremità della cittadina, sulla via scoscesa che
conduce al mare. Arrivati dinnanzi la sua dimora, le mie due guardie
fecero un vivo strepito col martello di bronzo della porta e con i
calci dei fucili. Quella bella palazzina, tutta bianca, dalle persiane
verdi e dai balconi di ferro bellamente intrecciati, tremò sotto i
picchi. Un allocco, messo in croce sulla porta, scossa la testa e
le estremità delle ali, come per dirci: «Andate a farvi impiccare
altrove!» Una dozzina di cani risposero allʼappello. Nel tempo stesso,
un lume passò per un seguito di appartamenti interni e si fermò dietro
una finestra che sovrastava al nostro capo. La persiana si aprì
dolcemente ed una voce stridente, scappando fuori dʼun viluppo di
pezzuole, dimandò.
—Chi è là?
—Amici, rispose Spiridione, poggiando il fucile sul lastrico.
—Amici, amici! riprese la medesima voce, accompagnata da una piccola
tosse secca. Gli amici, a questʼora, e per i tempi che corrono, hanno
un nome.
—Sì, risposi io, diʼ a don Francesco che il suo amico Tiberio,
marchese di Tregle, è qui.
—Zitto! sclamò di un tratto unʼaltra voce, uscendo di dietro la
persiana ove tossiva la voce femminina. Vado a fare aprire.
Era don Francesco in persona che aveva parlato. Un minuto dopo, eravamo
dentro e si davano i chiavistelli alla porta.
Questo nobilastro campagnuolo oltrepassava i suoi trenta anni. Era
piccolo, tozzo, bruno, giallo, sempre raso come un prelato. Aveva
capelli folti, occhi biliosi, le braccia più lunghe delle gambe, le
gambe più corte che il tronco, il tronco prolungato di un collo, che
non terminava mai, il tutto coronato di una testa a mitra.
Malgrado ciò, don Ciccio Lettieri aveva delle pretenzioni. Si reputava
economista, romanziere, poeta; aveva pubblicato non so che sulla
storia della Rivoluzione di Thiers—infetto intingolo—e sui fratelli
Bandiera, i quali avrebbero potuto morire con più dignità! Don Ciccio
aveva inventato una gomma per fissare una lente in un _pince–nez_,
senza laccio, ed una zuppa economica per i poveri—economicissima,
perchè la si confezionava di semplice acqua pura. Suonava il corno da
caccia, e parlava sempre di un _toast_ portato al ministro Bozzelli in
un banchetto solenne.
Quando questo modello di galantuomo politico—che accampa oggi il suo
_martirio_ nel ventre del bilancio—mi vide, eʼ restò come fulminato.
Era in maniche di camicia ed in pianelle, facendo rincontro a madama,
la quale, in semplice gonna, prodigava dei tesori cui i miei occhi,
carichi di sonno, non sapevano apprezzare.
La signora Lettieri aveva un mezzo pollice di barba. come una vecchia
carpiona, capelli rari sulla fronte e sulle tempia, e quarantʼanni.
Mi assisi senza complimenti, da uomo stanco e desideroso di riposo, e
dissi:
—Buona sera, signora. Come stai don Francesco? Vengo a dimandarti
asilo fino al momento in cui mi avrai trovato ciò che occorre, per
andarmene via senza pericolo.
—Impossibile, amico mio. La mia casa è sorvegliata.
—Ah! mio caro signore, cominciò a crocidare madama don Ciccio, di gran
cuore, con tutta lʼanima, noi vorremmo tenervi con noi; ma......
—Ah! ma?
—Ma, gli è impossibile. Il sindaco, il capitano della guardia
civica, i gendarmi..... mio marito è sospetto. Io te lo diceva bene,
Francesco, tu lo vedi, che saresti ridotto a cattivo partito con la tua
cospirazione, la tua nazione, la tua dannazione.... Eccoti a bel porto
adesso. Tu non sarai sindaco, neppure decurione.... Impossibile, caro
signore: bisogna partire.
—Certo, signora.
—Lauretta, gridò madama, diʼ ai guardiani del signore di non togliere
la sella al cavallo.
—Nulla di tutto ciò, ordinai io alla mia volta alla serva di
ottantʼanni che spiava alla porta. Io partirò domani. Adesso ho sonno,
e sfido il diavolo e la sua mogliera a scacciarmi di qui. Signora, non
avreste per caso un letto da farmi preparare?
Il marito e la moglie scambiarono unʼocchiata, che io non volli
comprendere. Lʼuna diceva:
—Eh! ecco lì uno dei tuoi scapestrati di amici, dei tuoi vagabondi
sfrontati, dei tuoi mendicanti che sʼimpongono come i gabellieri.
Ed il marito rispondeva:
—Pazienza, amor mio, una notte è presto passata. Non è colpa mia. Che
posso farci?
Io mi stesi sul canapè e soggiunsi:
—Ebbene, don Ciccio, amico mio, animo, su, mio caro, fammi dare un
letto.
—Non vuoi cenare?
—Non mi oppongo a ciò, per non mancar di cortesia verso la signora.
Una fetta di mortadella, una frittata, un bricciolo di cacio, un
elefante, due beccacce, un fagiano ai tartuffi.... che so io! Spiega
al vento tutte le tue virtù, e presto, non importa che, cui dividerò
con i miei Albanesi, e che ci addormissimo. Abbiamo fatto non so quante
miglia in quindici ore di marcia.
Preso fra due fuochi, don Ciccio restò neutro. Infine, la signora,
vedendo la mia determinazione ben ferma di non andarmene, si sacrificò,
sprigionando dal petto un sospiro simile al gogolare del tacchino.
—Sta bene, signore. Li volete altresì alla vostra tavola, i vostri
Albanesi?
—Senza alcun dubbio, signora. Io onoro codesti due uomini, come voi
onorereste il vescovo di Cosenza, se venisse a dimandarvi ospitalità.
Lauretta scomparve. Io respirai. Credevo che la cena arrivasse.
Lauretta venne con un paio di pianelle, sʼinginocchiò ai miei piedi
e si pose a cavarmi gli stivali. In quei paesi non si comprende che
si possa cenare con gli stivali ai piedi. Lasciai fare. Ella usci di
nuovo e ritornò, portandomi questa volta il mio cappello, che io aveva
gettato nellʼanticamera.
La signora volle che io conservassi il mio cappello, perchè non
prendessi un raffreddore. Ed io che detesto il cappello e la cravatta,
quasi altrettanto che S. M. Siciliana, obbedii: avrei messo una delle
sue gonne, se me lo avesse dimandato, par accelerare lʼora di andar
a cacciarmi nelle lenzuola. Infine, la cena comparve. Componevasi di
rimasugli di due o tre pasti.... Ingollai un boccon di qui, un di là,
bevvi un gotto e dissi... (in verità, io pagava di buona moneta questo
bestione e la sua orribile femmina).
—Adesso, don Francesco, un buon letto. Vi auguro buona notte, madama.
Non avevamo schiuso labbro nei tre minuti che durò lʼoperazione della
masticazione. Ritirandomi, soggiunsi:
—A proposito, caro, pensa che voglio andarmene a casa, tu sai, per
mare fino a Scalea. Io prendo meco Demetrio, che non può camminare.
Spiridione verrà a raggiungermi a cavallo. Dunque, una barca sicura
e.... avanti la guardia! Buona notte madama.
Seguii Lauretta, zufolando la _marseillaise_. Non guardai nè la camera,
nè il letto, sul quale avrebbe potuto manovrare un reggimento di
bersaglieri, nè altro. Strappai dal mio dosso le spoglie dʼinsorto e
buona sera. Lauretta mi consigliava ancora di recitare un buon _Pater_
ed un _Ave_, secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il papa, che
io russava di un sonno profondo.
La mia minaccia di restar lì, fino a che non mi avessero trovato un
mezzo di partenza, dette dello zelo alla signora. Ella promise una
buona ricompensa—a mie spese—ai doganieri di S. M. e questa brava
gente, con la loro barca di servizio, sotto la bandiera di Sua Maestà,
mi condussero fedelmente—la mia sciabola, Demetrio ed il suo fucile
compresi—fino a Scalea. La bandiera copriva la mercanzia.
Arrivammo a mezzodì, quasi al tempo stesso in cui Spiridione giungeva
col cavallo e che la mia valigia capitava da Cosenza, mandatami
dallʼalbergatore.
A Scalea pure avevo degli amici—un bravo giovanotto chiamato Alberto,
che erasi trovato nelle fila deglʼinsorti. Appena che il vecchio padre,
la giovane sorella ed egli mi videro arrivare, la fu una festa. Il
fascio luminoso dei tre sorrisi mi rischiarò e mi riscaldò il cuore.
Il vecchio mi abbracciò come se fossi stato il suo figliuolo, il
giovanotto mi strinse la mano, la giovinetta mi inviluppò in uno di
quegli sguardi che sono un poema più vasto e profondo della Divina
Commedia. Tutto rideva in questa casa. Anche il cane di Alberto si levò
sulle sue zampe e fregò il suo bel muso sul mio petto. Cinque minuti
dopo, lʼasciolvere era servito. E la conversazione camminava a vapore,
così alla buona, come se fossimo stati in un palco del teatro di San
Carlo. Ad un tratto, udimmo un rumore lontano come il gorgoglio delle
acque di un fiume in mezzo della notte. Tesi lʼorecchio per ascoltare.
Serafina andò alla finestra.
—Lʼè la messa cantata che termina, disse ella: il popolo esce dalla
chiesa.
La conversazione e lʼasciolvere continuarono, ma il rumore aumentava e
si avvicinava.
Alberto andò alla finestra alla sua volta, vi restò un momento, poi si
precipitò nel cortile per assicurarsi se la porta fosse ben chiusa, e
risalì estremamente pallido.
I miei _haiduchi_, armati da capo a piedi, lo seguivano.
—Che cosa è dunque! domandò babbo Cataldo, anchʼegli commosso.
—Gli è, gli è..... mormorò alfine Alberto esitando, gli è che la
guardia civica, il giudice di pace, il sindaco, il capitano sono alla
porta e chieggono di entrare, e che tutta la bordaglia del Comune li
segue.
V.
Ecco ciò che era accaduto.
Alcuni individui mi avevano visto sbarcare alla marina, in unʼassisa
di uffiziale di stato maggiore. Il governo provvisorio di Cosenza
mi avrebbe nominato papa, se lo avessi dimandato, onde sbarazzarsi
della mia persona. Io non dimandai che un grado, senza soldo nè
funzione, per aver lʼoccasione di osservar le cose da vicino, con mio
comodo. I pescatori di Scalea mi avevan preso nientemeno che per il
comandante in capo della insurrezione, per un generale, un maresciallo
forse. Essendosi poscia recati nel piazzale della chiesa, di dove la
domenica, nelle belle giornate, il popolo dellʼItalia meridionale vede
celebrare la messa, questi pescatori avevano comunicata la notizia
al popolaccio del borgo. La novella della nostra disfatta vi era già
capitata da due giorni. La medesima gente, la settimana precedente,
aveva coraggiosamente fucilato il busto in gesso di re Ferdinando sulla
piazza pubblica—quel busto augusto che presiedeva alle udienze del
giudice di pace ed ispirava le sentenze di questo magistrato.
Nel medesimo tempo si era visto passare la mia valigia.
—La è zeppa di oro! si avvisò di dire un uomo di spirito, il barbiere
del villaggio.
—Davvero? gridarono tutti, cogli occhi lucenti.
—Zeppa, zeppa. Il generale va ad attizzare la rivoluzione in
Basilicata. Io mi so questo...... da una persona che lo sapeva.
Occorreva altro? Il giudice, il sindaco, il capitano della guardia
civica, appresero dalla medesima voce che il generale siciliano era
entrato appunto allora nel paese.
—_Santu diavolone!_ susurrò il giudice di pace allʼorecchio del
capitano, ecco unʼoccasione che Dio ci manda, per riscattare lʼaffare
del busto, e salvar vostro figlio, che era egli pure tra i rivoltosi.
Questo paga quello.
—Verissimo! gridò il capitano, colpito da quella luminosa idea.
E senza metter tempo in mezzo, popolo e capi, ciascuno col suo intento,
gli uni per rubarmi, gli altri per transigere col governo, eccoli lì
tutti dirigersi in tumulto verso casa Cupido, ove io dimorava. Il
sindaco si feʼ avanti e bussò. Alberto, che era alla finestra coʼ miei
due bravi Albanesi, coi moschetti in ordine, mise fuori il capo, si
cavò pulitamente il berretto e domandò:
—Che cosa volete, signor sindaco?