allontanarmi, prima che i gendarmi e le guardie civiche mi venissero
alle calcagna. Suo fratello Alberto era partito la notte, onde andare,
con i miei due Albanesi, a portare a mia madre il tristo annunzio del
mio arresto. Il vecchio padre, don Cataldo, era uscito di buonʼora per
annasare nel borgo ciò che dicevasi e cosa decidessero sul conto mio.
Serafina era subito corsa a chiudere il portone di strada ed aveva
tirati li chiavistelli, dopo una parola che mio zio le aveva gettato
nellʼorecchio, ed ella aveva poscia sbarrato lʼuno dopo lʼaltro gli
usci di tutte le camere, fino alla sua, dove la si rinchiuse e pregò.
Unʼora dopo questa scena, io udii i gendarmi e le guardie civiche
passar davanti al mio cespuglio, andando al mio inseguimento. Eʼ si
erano sparpagliati in ogni verso, non sapendo qual sentiero avessi
io preso. Le lavandaie avevano negato di avermi veduto—io aveva,
passando, gettato una moneta di argento a quelle povere tupine, che
la vigilia avevan voluto sbranarmi. Dʼaltronde, in Italia, la donna
è ancora la sola creatura che si abbia unʼanima, una coscienza, del
patriottismo senza interesse, ed un poʼ di senso morale. Stanchi,
esausti, abbattuti da trentotto gradi di caldo, i gendarmi fecero sosta
proprio innanzi la siepe sotto la quale io era appiattato. Io udii una
conversazione sul conto mio—che mi dà la pelle dʼoca anche in questo
momento, innanzi ad un _bol de punch_.
E ciò dicendo, Tiberio bevve ridendo un altro bicchiere del liquido
delizioso; e poi continuò:
—I gendarmi restarono quivi una mezzʼora—ed io imparai, che un uomo
può restare una mezzʼora senza respirare.—Poscia eʼ si rimisero in
cammino.
Lʼorecchio attaccato al suolo, udii da prima il suono della loro voce,
poi il rumore dei loro passi estinguersi in lontananza. Io aveva
sentito il ventre freddo dalle lucertole strisciar sul mio sembiante,
e non mi ero mosso per non denunziarmi. Le mosche, le zanzare, le
vespe, mi avevano divorato, ed io non aveva battuto palpebra. Una
catalessia morale aveva irrigidito il mio corpo. Tutta la vita si era
allora concentrata nella vista e nellʼudito. Udivo battere il cuore
degli uccelli poggiati sul mio roveto. Vedevo dei millepiedi rossi
correre su i pampani, ad un tiro di fucile. Rimarcavo mille tinte
nella gradazione della luce del sole, a misura chʼesso sʼinnalzava
sullʼorizzonte—osservazione curiosa e singolare, che mi ha fatto di
poi pigliare il broncio cento volte contro i pittori di paesaggio, che
non capiscono nulla, proprio nulla, del cielo. E come il tempo mi parve
lungo! e quanto il pigolìo degli uccelli mi assassinava!
Ogni rumore era per me un nemico, una trappola forse. Io aveva sete
come se avessi tutta la notte mangiato aringhe o bevuto liquori
spiritosi. Lo stomaco è un organo implacabile ed immorale. Una grossa
serpe nera—serpe innocente—si cacciò allʼombra sotto la siepe. Gli
occhi maravigliosamente belli del rettile ed i miei sʼincontrarono, si
fissarono.
La serpe si fermò, sollevò un poʼ la sua testa civettuola, piena di
curiosità e di stupore, e prudentemente si ritirò. Più tardi, gli
è un grosso lucertolone verde, pesante, brutale,—un pievano,—che
si avvicina al mio viso. Io sputai su di lui. Infine, osai fare un
movimento. Presi il mio orologio. Segnava mezzodì. E poi, restai gli
occhi inchiodati sul quadrante.
Mio Dio! come unʼora è lunga a scorrere! Unʼora? Ma la non termina mai,
non passa mai. Non pertanto, la cadde anchʼessa nel baratro del tempo.
Quando io vidi le due sfere accavallarsi lʼuna sullʼaltra sul numero
II, respirai. Era lʼora convenuta con mio cugino. Dovevo mettermi in
cammino. Io fermai per cinque minuti ancora la mia respirazione, onde
meglio ascoltare, poscia lasciai libero giuoco ai miei polmoni ed uscii.
Avrei desiderato che una notte eterna avviluppasse lʼuniverso: ed eʼ
brillava un sole di Oriente, fulgidissimo, implacabile. Mi guardai
intorno. Non unʼanima. Guardai lontano. Nessuno. «Andiamo, mi dissi,
cangiando dʼun tratto di umore, non so perchè; andiamo dunque! E
cominciai a cantare: _Malbrough sʼen va–t–en guerre.... en guerre....
en guerre...._ ripetendo lʼ_en guerre_ in tuono sempre più basso.
Quindi mi arrestai corto e ridivenni timido.
Io marciavo trascinandomi quasi sul ventre, fra i vigneti e le
boscaglie. Alle due e mezzo, mi fermai al sito indicatomi da mio
cugino. Lo esaminai bene. Lʼera proprio quello. Vidi la vecchia quercia
decapitata, circondata da olivi, sul piazzale della vecchia casa,
a cima del monticello. Impossibile di sbagliare. Verificai che non
mʼingannavo, mi assisi ed incrociai le braccia.
Scorse unʼora. Lʼorecchio teso lontan lontano, io osservava
macchinalmente una fila di formiche rosse. Mi coricai supino e fissai
gli occhi al cielo. Come il cielo è bello! Quindi chiusi gli occhi
provando di addormentarmi, e mi addormii.
Ero restato una mezza ora in quello stato di torpore, quando principiai
a sentire un forte malessere, una specie di oppressione, quasi fossi
stato allogato sotto la potenza di un succhiamento che mi aspirava. Non
era dolore: era la sensazione strana di unʼestrazione del me fuori di
me. Apersi gli occhi diretti allo zenit di un cielo di cobalto. Guardai
senza vedere da prima, poi ben presto la mia attenzione si concentrò
sur un globo nero, librato perpendicolarmente sul mio capo. Questo
punto mi sembrò dapprima immobile, poscia compresi chʼeʼ si moveva,
vedendolo ingrossare ed approssimarsi. Poco dopo, distinsi unʼaquila
immensa che, cangiando allora la sua discesa verticale, cominciò a
descrivere sul mio corpo dei circoli spirali, larghissimi da prima, più
ristretti in seguito, a guisa dʼimbuto.
Il mio malessere aumentava, si pronunciava, diveniva poco a poco
doloroso. Si sarebbe detto che mi vuotassero. Lʼaquila discendeva
sempre. Essa poteva essere in quel momento a due o trecento metri,
perocchè io misurava di già cogli occhi la formidabile tesa delle sue
ali, la testa proiettata in avanti, gli artigli terribili contratti
sotto il ventre, ma aperti, i suoi occhi spalancati e fissi. Volli
rialzarmi: provai uno stento forte a scuotere il peso invisibile che
mʼinchiodava al suolo.
Io aveva tolto la mia veste, a causa dellʼafa opprimente, aveva tolto
la cravatta, aperta la camicia sul petto, di guisa che il busto restava
quasi nudo.
Un formicolamento, davvero penoso, arrovellava adesso tutto il mio
corpo. E lʼaquila si avvicinava. I nostri occhi, egualmente devaricati
ed immobili, sʼincrociavano, si penetravano. Io compresi alla fine
che mi trovavo sotto una potenza magnetica feroce, che aumentava di
secondo in secondo. Lʼaquila era a meno di cento metri lontana da me,
silenziosa, ma col rostro terribile mezzo aperto, quasi avesse avuto
bisogno di respirare più vivamente. I suoi circoli concentrici erano
adesso talmente ristretti che sembravami la si lasciasse calare in
linea retta, senza batter ala, del suo solo peso, e la si precipitasse
sopra di me.
Lʼimminenza di questʼattacco imprevisto ed inaudito, mi fece ribalzare.
Feci uno sforzo come se avessi avuto a sollevare un soffitto cadutomi
sopra, e saltai in piedi, prendendo il revolver alla mia cintura.
Lʼaquila si arrestò per un secondo, poi avanzò ancora. Io tirai su di
lei, ed agitai il mio pastranello, violentemente. Lʼaquila si fermò
di nuovo per un minuto circa, lasciandomi dibattere per forte paura,
poi la fece come un salto indietro, e la vidi rialzarsi lentamente di
nuovo verso il cielo, descrivendo le medesime curve che aveva descritte
scendendo.
Essa si levò, si levò sempre. Io cominciai a non più distinguere il
fulvo colore delle sue piume, poi i suoi membri, poi le sue ali, non
ha guari come due vele latine. Essa si rimpiccioliva, si rimpiccioliva
ancora. Io non scorgeva più il suo movimento, ma la vedevo perdersi
nelle alte regioni, confondersi con i raggi luminosi, infine sparire
affatto, fondendosi con lʼazzurro del firmamento. Respirai, mi vestii e
guardai al mio orologio. Segnava le quattro.
Le quattro, e nessun cugino! Avrebbe egli dimenticato lʼora? Alle
quattro e mezzo: non uno strepito nellʼaria. Avrebbe egli dimenticato
il convegno? Sono le cinque: gli uccelli si svegliano, il moto
deglʼinsetti ricomincia; ma il mio cavallo non giunge. Lʼavessero
arrestato? Alle cinque e mezzo, non cʼera essere vivente intorno a
me. Ciò che io almanaccava, ciò che io sentiva in quel momento, non
saprei esprimerlo: era un ditirambo di bassezza, di dolore, di paure,
di sospetti, di scoraggiamento, di dilaniamento che non mi farebbe
stimare lʼuomo, se egli fosse un essere stimabile. Lʼuomo in faccia
di sè stesso, solo, senza lʼelettricità morale che gli comunica il
contatto della società, la quale mette in giuoco lʼamor proprio di lui,
è obbrobioso. No: e non è la fattura di un Dio!
Ed il mio cugino? Non sarebbe egli passato prima che io giungessi, o
durante il mio combattimento con lʼaquila! Quel giovanetto era egli
davvero mio cugino? No: e mi vendeva in quel momento. I gendarmi
lʼavevano arrestato.... Il vecchio prete era una spia.... E poi che
cosa fare? Io non conoscevo i sentieri per andarmene a piedi a casa
mia, a traverso le montagne...... E sempre lʼorrida fisima, lʼindegno
delirio: mi hanno tradito! sono solo in mezzo allʼincognito, cacciato
come un lupo!
Alle sei, nessuno ancora.
Nessuno ancora, alle sei e mezzo.
Quellʼagonia avrebbe invecchiato Catone—il Catone di Plutarco.
Mi levai. Il sangue correva nelle mie vene come un gruppo di bruchi.
Feci parecchie fiate il giro del vecchio tronco dʼalbero sotto il
quale ero assiso. Ed ascoltavo sempre! ascoltavo! Ma nulla, ma
assolutamente nulla! Non un soffio. Il canto degli uccelli, il fruscio
delle ali deglʼinsetti, il leggiero strepito delle foglie sotto la
respirazione della brezza, tutto si andava tacendo, poco a poco, lʼun
dietro lʼaltro. La notte spiegava le sue vele. Ed il mio cuore batteva
a spezzare le costole. Infine mi slanciai di un balzo sulla strada,
come una tigre che si precipita sur una preda, senza saper perchè,
nè che mi facessi. Erano le sette. Vidi allora un uomo, un pescatore.
Per un movimento istintivo, rinculai di un passo. La vista dellʼuomo
mi richiamava al pudore della dignità. Quellʼuomo mi vide anchʼegli e
venne a me.
—Bravʼuomo, gli dissi, non potendolo evitare, mi sono smarrito nel
mettermi sulla via di Lauria. Vuoi accompagnarmi? Ti pagherò la tua
giornata.
Il contadino sorrise. Si guardò con precauzione intorno, poi mise
lʼindice sulle labbra.
—Zitto! io vi conosco. Io era a Campotenese con voi. Non abbiate
paura. Che volete?
—Ebbene, amico mio, sì. E poichè tu mi conosci, salvami. Conducimi in
casa mia, e ti si darà di che vivere per due anni.
—Non posso, signore. Ho in casa mia moglie che lʼè ridotta al _pan
di frumento_ (allʼagonia). Il _curioso_ (il confessore) è al suo
capezzale. Che si direbbe se la lasciassi? Non potrei più rimaritarmi:
alcuna donna non vorria più di me.
—Ma almeno..... ma questo.... ma quello....
Tutto che gli dissi, fu inutile. Nulla lo toccò, nulla lo tentò, nulla
riscosse quellʼuomo. Eʼ si limitò a condurmi alla riva del mare, in un
vecchio casolare abbandonato dalla dogana, e mi lasciò quivi per andare
in casa sua a cercarmi del pane e vedere se sua moglie era morta. Quel
vecchio aveva la testa di San Pietro: una testa ostinata, tenace,
violenta, bronzata.
Una mezzʼora dopo, eʼ tornò, portandomi del pane ed un pesce fritto.
Mi dimandò scusa di avermi fatto aspettar tanto.—E soggiunse: che non
era colpa sua, che sua moglie veniva giusto allora di spirare, che
egli aveva chiusa la porta, coperto il fuoco, allumato una lucerna
innanzi la morta, che aveva qualche ora libera da spendere e che poteva
accompagnarmi fino a.....
Io udii uno strepito lontano. La notte era venuta completamente.
Udii qualche cosa di appena percettibile, che marciava sulla strada
consolare. Il rumore si avvicinava, diveniva più distinto. Era una
cavalcatura che camminava, un cavallo che galoppava. Il cuore si
chiuse, si allargò, si ristrinse di nuovo: «Sono le genti che vengono
a catturarmi; il vecchio S. Pietro è andato a denunziarmi.... Che? un
nitrito? un nitrito!....»
Mi precipitai fuori, uscii sulla grande strada....
Il mio cavallo mi aveva fiutato. Eʼ mi chiamava
Mio cugino era stato sorvegliato tutto il dì e non aveva potuto partire
senza farsi scoprire.
Io saltai come un tigre sul mio cavallo. Senza toccare nè crine nè
staffe, mi sentii in sella. E mio cugino inforcava le groppe. Ero
salvo! ero salvo!
Io obliai perfino di dir grazie al mio S. Pietro e di dargli la mia
borsa. La gioia è brutale ed ingrata. Quellʼuomo è desso restato onesto
dopo codesto? Questo pensiero mi ha perseguitato non poche notti. Io
credo che sì.
In tutta lʼodissea di astuzie che mi ebbi a correre in seguito per
sottrarmi alla caccia della polizia, prima di toccar il suolo francese,
dovunque, gli è il contadino che io ho trovato il più devoto, il più
disinteressato, ed a cui mi sono confidato con più abbandono.
Ma la borghesia!
Ahimè!.....
IX.
Abbrevio.
Quando giunsi in Basilicata, la reazione vi fioriva. Non vi era
altro a fare che nascondermi, uscire dal regno, o farmi impiccare.
Questʼultimo partito mi sorrideva meno di ogni altro, e lo misi da
banda senza più.
Mi nascosi dunque e cercai il modo di espatriarmi.
Era mestieri, per questo, dʼimbarcarmi. Due mari mi offrivano una via
di scampo: lʼAdriatico ed il Tirreno, lʼuno per condurmi a Roma, ove la
mano amica della Francia non aveva ancora strangolata la repubblica;
lʼaltro per lasciarmi arrivare in Francia ove la repubblica agonizzava
ancora.
Io mi decisi per Roma.
Nel frattempo in cui mi allestivano un imbarco, io dimorava in
un castello ove la gendarmeria mi fece lʼonore di parecchie
visite, avvegnachè io non le contraccambiassi lʼonore di riceverla
personalmente.... No, la ricevei una volta.
Un giorno, sibariticamente coricato nella spessezza di un muro,
leggendo i _Pamphlets politiques_ di Cormenin—un repubblicano morto
non ha guari senatore!—io udii quella buona gendarmeria lamentarsi
forte della mia poca creanza di non permetterle di guadagnare il premio
di 25,000 lire, prezzo a cui lʼeccellente prefetto Caracciolo aveva
messa la mia testa. Quando quella brava gente ebbe dunque terminato la
sua ventesima visita, e la si fu ritirata, la signora della casa invitò
il capitano a desinare. Egli accettò.
Il gendarme ed il prete mangiano sempre.
Si chiusero le porte. Dodici domestici della casa, guardiani di
campagna, armati fino ai denti, si tenevano nel cortile e nel tinello.
Il rispettabile funzionario li aveva sbirciati. Si chiamò a tavola.
Seduto a destra della baronessa, ella mi presentò il capitano seduto
alla sua manca.
Io non ho mai conosciuto, negli Stati di S. M. siciliana, un più
grande galantuomo che quel birro! Cosa strana! in quel paese, le più
gangrenite sono le _persone da bene_!...
Partii infine per recarmi a Barletta.
A qualche chilometro da Bitonto, svolgendo ad un angolo di strada,
eccoci faccia a faccia con la gendarmeria. Si aveva avuto sentore che
io andava ad imbarcarmi e mi volevano risparmiare il mal di mare. Io
portavo, dʼordinario, tutta la barba. Era quindi bastato tagliare
i baffi, radere il cranio alle parti volute, prendere una tonaca,
procurarmi una lettera di obbedienza, per trasformarmi in capuccino;
il più zucco, zuccone, zucconato dei zoccolanti. Un amico si era
travestito in mulattiere.
—_Zzi mò_, mi disse interpellandomi il luogotenente di gendarmeria,
siamo bene qui sulla via di Bitonto?
—Mai no, signor capitano, risposi io balbuziando un cotal poco. Vi
siete forviati ove è la croce di pietra. Invece di prendere allʼest,
avreste dovuto imboccare la via al sud. Voi andate a Modugno, per colà.
—Io lo diceva bene, rispose il luogotenente, dando lʼordine di
retrocedere.
Io offersi loro dei sigari e del tabacco a fiutare, e mandai la forza
pubblica di S. M. precisamente a Modugno.
Noi andammo dritto a Bitonto, ove eravamo attesi.
A mezzanotte, la gendarmeria faceva il diavolo a quattro alla nostra
porta. Noi lʼaspettavamo cenando. Il padrone di casa fece girare una
parte del solaio, ed una piccola scala si offerse ai nostri sguardi.
Discendemmo, e ci trovammo in una bella camera di sottosuolo, preparata
per riceverci, il mio compagno e me. La gendarmeria entrò, perquisì,
bevve, si confuse in scuse, mangiò parte della nostra cena, e se ne
tornò cospettando.
Bisognò rinunziare ad imbarcarmi nellʼAdriatico. Mi decisi pel Tirreno.
Traversai tre Provincie e mi recai nel Cilento, in casa di parenti.
Fui ricevuto come uno zio povero! Io era adesso travestito da prete,
ma che prete!.... Era proprio un gusto a contemplarmi. Ero sporco come
una gerla da cenciaiuolo, e con un tantin di zafferano e di succo di
liquirizia mi ero dato una squisita itterizia. Io andavo, alla fiera,
del resto, per comperar maiali.
Lasciai la notte stessa la casa dei miei cari cugini, che tremavano a
scardina denti.
Ritornai a casa questa volta. Quarantʼotto ore dopo la gendarmeria
capitò di notte a sorprendermi. Essa ebbe perfino il diletto di
sfogliare il volume di Victor Hugo, cui io leggeva il dì innanzi, e
rimuginò perfino sotto il letto di mia cognata, che agonizzava, e che
infatti morì il dì seguente.
Io ero accoccolato sul tetto, in una grondaia, ove ero giunto per una
via altra che quella dei gatti, cui avrebbero dovuto prendere anche i
gendarmi se avessero avuto la fantasia di venirmi a trappolare. Eʼ se
ne andarono borbottando contro i loro spioni—i miei cari compatriotti.
Mi risolsi infine di andarmi ad imbarcare a Napoli, sotto le finestre
proprio di S. M. Siciliana, cui Dio abbia nella sua gloria! Traversai
quattro provincie, vestito da calderaio adesso, perfettamente
imbrattato di carbone, ma perfettissimamente incapace di stagnare una
casseruola, quantunque mi avessero dato tre lezioni sulla bisogna.
Io però facevo andare i mantici a meraviglia, e seducevo le fanti,
affinchè dessero vasellame in copia ad aggiustare. Poi le baciava per
mancia.
Entrai a Napoli la sera del 7 settembre 1849, la vigilia della famosa
festa di Piedigrotta.
Unʼimmensa moltitudine arrivava quella sera dai contadi vicino Napoli
per avere il sollazzo di ammirare, allʼindomani, il _suo adorato
padrone_ che si recava in grande gala, in mezzo ad una doppia siepe di
Svizzeri, ad un santuario di non so quale Vergine. Io mi indirizzai
in casa di uno zio, in via di diventar vescovo, per dimandargli
lʼospitalità per una notte. Eʼ mi ricevette come un Turco che ha il
gavocciolo, e mi mise fuori dellʼuscio alla prima parola. Io turbava la
sua pinzocchera o scomodavo la sua serva–padrona. Lʼamico, che aveva
tutto preparato per la mia fuga, mi accolse più decentemente; e la
sera seguente, sera di orgia pel popolaccio napolitano, vestito questa
volta da dandy, dando il braccio ad una bella signorina, mi andai ad
imbarcare a Santa Lucia.
Avevo ora a trattare con contrabbandieri, fior di pesca di
galantuomini.
Il capitano del battello a vapore. _La ville de Bastie_, che doveva
condurmi a Marsiglia, non aveva consentito a ricevermi a bordo che in
pieno mare, nello stretto di Procida. Le navi francesi erano guardate a
vista dalla polizia di S. M. I contrabbandieri mi presero quindi nella
loro barca la notte, mediante sessanta ducati. Passai la notte coricato
in quella barca, sulla spiaggia, e dormii come un canonico. Allʼalba,
sciogliemmo al largo, e mi andarono a nascondere in una delle grotte
sotto il promontorio di Posilipo, ove dovevo restare fino alle quattro
pomeridiane.
Io non ho mai visto nulla di così splendido che quelle rifrazioni delle
onde del mare scomposte dal sole e riverberate nellʼombra. Una tribù di
granchi in bellʼumore, diventando un poʼ troppo famigliari, mʼinquietò
mica male e mʼimpedì di dormire.
Alle quattro, i contrabbandieri ritornarono. Ci dirigemmo allora
verso il sito convenuto, remando lontano da Nisida, donde i doganieri
sorvegliavano, dʼaccordo, i contrabbandieri.
Il vapore partiva da Napoli alle sei.
I nostri sguardi erano fissi allʼorizzonte. «Un pennacchio di fumo
per il mondo», avrei sclamato io, se io mi fossi stato Filippo II o
Carlomagno. Ma quel pennacchio non compariva. Il sole, ripercosso
dal mare, mi aveva bruciato il viso. Avevo la febbre e mi sentivo
svenire. Lʼora passò. Il vapore non compariva. Che sventura era dunque
sopraggiunta?
La _pazza della casa_ trottava, galoppava, volava con la celerità della
luce. Mille dubbi, mille sospetti, come a Scalea. I contrabbandieri
bestemmiavano come dei teologi ravveduti. Giammai io non aveva udito
trattare il paradiso con tanta poca civiltà.
Due ore di ritardo!
I contrabbandieri, vedendo che la _Ville de Bastie_ non giungeva, che
le barche della dogana si staccavano e vogavano verso di noi, volevano
senzʼaltro gittarmi al mare e continuare la pesca delle sardine. Io
li addolciva. Affè di Dio! io non mi sapevo che fossi così eloquente
e persuasivo! Infine, eccolo codesto fumo tanto sospirato! Il vapore
avanza, va presto, presto, prestissimo; eʼ vola.... Eʼ ci sorpassa.
Il capitano Cambiaggio aveva avuto non so che riotta con la polizia,
aveva a bordo un carico di vescovi e di gesuiti, che tornavano al
loro nido dopo la caduta della repubblica romana, ed era forte in
collera.... Insomma, il capitano mi aveva obliato. Figuratevi, quindi,
lʼansia, il terrore che si accasciò su di me vedendo il naviglio
allontanarsi a tutto vapore. Avevo creduto aggrapparmi ad un ramo
ed avevo stretto un boa! Cominciammo a gridare, ad agitare pezzuole
bianche. Infine, un medico francese, il dottore Adolfo Richard, scorse
i nostri segni e li fece rimarcare al capitano. Questi si risovvenne
allora, pestò e _stoppò_. Ci avvicinammo.... mi lanciai sul ponte....
Io non avrei mai creduto ad una simile potenza dʼavvelenamento dello
sguardo umano, se non avessi sostenuto gli sguardi di quei monaci e di
quei vescovi, che gremivano le banchette, vedendomi così piovere in
mezzo di loro. Eʼ compresero chi io mi fossi, e si sentivano impotenti
a bordo. Tre giorni dopo io mettevo il piede sul suolo francese; otto
giorni più tardi io mi sentivo sicuro come un re sotto la bandiera
della fiera Inghilterra.
FINE.
INDICE
Maurizio Zapolyi Pag. 1
Il conte Giovanni Lowanowicz » 105
La Polonia, e la Russia » 267
Il Marchese di Tregle » 303
ERRATA. CORRIGE.
_Pagina a linea_ _Leggete_
6 — 7 del pranzo pel pranzo
id.— 27 sullʼorizzonte lʼorizzonte
12 — 1 ad uno squadrone uno squadrone
18 — 13 scivolò sulla pozza nella pozza
62 — 13 lama onda
65 — 25 e mai a coscienza e mal coscienza
70 — 17 a cui mancata che lʼaveva mancata
72 — 1 decine decime
80 — 16 si trascuravano si trascinavano
128 — 6 Ribitka Kibitka
129 — 12 dato dato ancora
id.— 15 Zchoukos Tsciuktscias
141 — 15 lʼaltro nel partito figlio lʼaltro figlio nel partito
145 — 18 Kiu Kiew
152 — 8 Mi vi assisi Mi riassisi
153 — 4 quando condannati quando i condannati
158 — 26 Toru Tom
160 — 1 Oltai Altai
id.— 2 Irkeretsk Yrkutsk
id.— 4 Pekia Pekin
id.— 7 fa assai fa affari
id.— 28 fosforico solforico
162 — 12 obrupte abrupte
163 — 3 Vablonoi Yablonoi
id.— 15 Tchita Kiahkta
id.— 23 caimano nibbio
164 — 20 esperto aperto
166 — 30 Sablonoi Yablonoi
167 — 12 squallido di freddo squallido e freddo
170 — 25 moto vuoto
175 — 20 non male mica male
id.— 25 lavorare esplorare
176 — 15 dietro da redigere dietro a redigere
182 — 29 non andavamo noi andavamo
185 — 6 correggiava carreggiava
189 — 7 gausli gouzli
190 — 7 Jakuti, Yakutski,
id.— 9 Andyr. Anadyr
197 — 21 cavati da sbarrati da
202 — 7 cuore cuoio
206 — 30 Yadighirka Yndighirka
207 — 1 che formavano che formava
222 — 8 scale pale
225 — 13 sotto di botto
228 — 25 nappa stesa
239 — 30 sterpio sterpi
240 — 7 Avadyr Anadyr
id.— 32 passano avevan passato
244 — 4 torendras tundras
id.— 20 Stunovoi Stanovoi
249 — 21 Ostrovnorse Ostrovnoye
251 — 33 filo sito
261 — 19 lasciavano lasciava
280 — 3 non soprimeranno non sopprimerà
294 — 14 su se su di se
id.— 20 _et passim_—provato la provato della
_Una grande parte di questo volume fu stampato quando lʼautore era
chiuso in Parigi dai versagliesi. Di qui, questi ed altri errori
tipografici, che lʼintelligenza del lettore correggerà da sè._
E. TREVES, EDITORE.—MILANO.
CORRIERE DI MILANO
ESCE OGNI GIORNO
FORMATO GRANDISSIMO, COME I FOGLI FRANCESI. A CINQUE COLONNE
CENTESIMI 5 IL NUMERO