troppo—pruova i dispacci alteri e schernevoli di Gortschakof nel
1863 e 1864. La Polonia ha saggiato tutti i mezzi che erano alla sua
portata. Essa ha provato la guerra, alligandosi allo straniero, sotto
Napoleone I. Essa ha provato la guerra con le sue proprie forze,
sotto Kosciusko. Essa ha provata lʼinsurrezione, nel 1830 e nel 1863.
Essa ha provato la ricostruzione nazionale sotto la protezione russa,
consacrata dal congresso di Vienna, al tempo di Alessandro I. Essa
ha provato lo statuto amministrativo di Nicola I. Essa ha provato la
forza. Essa ha provato la resistenza passiva e lʼattestazione del
dritto. Essa ha provato di svegliare le simpatie dellʼEuropa e di
provocare la protesta dei governi e la pressione diplomatica. Essa ha
provato lʼopposizione morale.... Tutto ciò che un nobile popolo, un
gran popolo, un popolo coraggioso, convinto, deciso, poteva fare, la
Polonia lʼha praticato. Essa ha soccombuto. Tutto le è venuto manco. Le
circostanze, Dio, gli uomini, la politica, la religione, si son messe
nella partita per ischiacciarla. Ed essa è stata sopraffatta, rotta,
annientata. Che le rimane a fare adesso? Lʼultima prova—quella della
disperazione, quella che il marchese di Wielopolski le ha consigliata,
quella che la logica della situazione impone: associarsi alle viste ed
allʼimpulsione della sua rivale, lavorare per lei a fine di lavorare
nel medesimo tempo per sè stessa.
VI.
La superiorità morale della Russia è incontestabile. Essa possiede, fra
gli altri rami della razza slava, la convenienza della posizione che la
mette a portata di soddisfare ad un tempo glʼinteressi della civiltà
ed i sentimenti della tradizione naturale. Essa può agire a suo placito
in Asia ed in Europa. Essa è organizzata. Essa possiede la confidenza
degli slavi e la fede in sè stessa. Essa domina. Essa occupa colle
sue colossali dimensioni tutta la contrada della razza e brilla al
centro. Essa è temuta dallo straniero. Essa risponde alle aspirazioni
dei popoli e rappresenta ed incarna lo spirito slavo, malgrado la
macchia germanica della dinastia. Essa maneggia interessi naturali
ed omogenei alla tempera del suo popolo. Essa è liberale nellʼordine
economico, sociale, industriale. Essa è tollerante, quasi atea, quando
il culto non inalbera bandiera politica, come in Polonia..... Che le
manca? Realizzare lʼindipendenza delle famiglie slave adagiate sotto
lʼimperio tedesco e turco, per organizzare la razza intera sul tipo
moderno, mediante la trasformazione della proprietà e lo stabilimento
della libertà. Lʼaffrancamento dei servi rende questʼopera più facile e
pronta, e promette lʼavvento della libertà senza scosse, senza ruine,
senza rivoluzione insanguinata nellʼordine delle caste, distribuendo
la libertà economica da prima alle classi minute e la libertà politica
alle classi emancipate di già.
La parte della Polonia in questa situazione è bella e tracciata. Non
potendo svellersi dalla Russia con la forza, bisogna assimilarsela con
la libertà, sterpando lo tzarismo o cangiandone la natura. I popoli non
sono ambiziosi come le dinastie. Ma, al contrario di queste, i popoli
smaniano di libertà—anche quando questa libertà non profitta loro
guari, come nellʼAmerica del Sud; non la si comprende, come in Irlanda;
se ne usa poco, come in Italia e Spagna: se ne è presto stucchi, come
in Francia. Tutto ciò che la Polonia potria ottenere dalla diplomazia,
e la diplomazia e la Russia concedere, non la soddisferà. Lʼalleanza
di nazione a nazione, di una Polonia costituzionale e di una Russia
autocrata, è una chimera, non solamente perchè la Polonia è vinta e
la Russia vi si opporrebbe, ma perchè lʼequilibrio della reciprocità
non esisterebbe. Laonde, presto arriverebbe una di queste due cose:
o la Polonia sarebbe assorbita dallo Tzar, come lo è al presente;
o lo Tzar soccomberebbe alla libertà—ciò che devesi tentare.
Questʼunione dʼaltronde, è stata sperimentata sotto Alessandro I e non
riescì. Alessandro II sperimenta in questo momento lʼefficacia della
connessione violenta. Sarà egli più avventuroso? Io nol penso. Bisogna
dunque apparecchiarsi per il periodo dellʼassorbimento, che non può
mancare di giungere. Ed è questo che si consiglia alla Polonia, onde la
non sia ingoiata dallo tzarismo come un elemento morto, neutralizzato,
infecondo, senza ragion dʼessere, senza avvenire, senza efficacia,
ma come un corpo vivente che esercita sur un altro corpo lʼazione
magnetica del dominatore di certe belve feroci—io stava quasi per
dire, lʼazione del tossico.
La questione tra la Polonia e la Russia non è sociale, e perciò
radicalmente insolubile. Essa è nazionale e politica, e quindi appunto
essenzialmente pratica. La Polonia è incivilita; la Russia lo è meno:
ecco la causa intima e grave della lotta e della ripulsione. La Polonia
ha due cose dellʼEuropeo occidentale: lo spirito e la fede: ecco le
asperità della soluzione della difficoltà. Ma la conciliazione è bella
e trovata, pronta affatto, sulla terra promessa della libertà.
La Polonia può conservare il suo culto, il quale non spiace che in
quanto che esso è un simbolo, in questa fase dellʼinsurrezione, di uno
spirito nazionale in rivolta. La Polonia può godere delle sue tendenze
europee, del _self–government_. Ma la Russia spiegherà in Polonia
altresì, senza ostacolo, il suo istinto di razza: sostituire, cioè, il
mondo slavo al mondo occidentale. In Polonia pure, la Russia non vorrà
vedere sommerso, sotto la petulanza oligarchica della nobiltà polacca
ed a suo unico profitto, quello tzarismo che ha salvata, costrutta,
rilevata, costituita, fatta grande e potente la razza slava.
La Polonia deve essere il Piemonte, la Prussia del mondo slavo. Per
conseguenza, la non deve mettersi in lotta con i russi, che sono i suoi
strumenti, i suoi complici, i suoi associati, i suoi co–interessati. I
polacchi debbono portare, entrando nella famiglia, la rivoluzione in
Russia, non accendere la rivoluzione in casa propria. La rivoluzione in
casa è una ribellione: ed i russi la spezzano e spengono nel sangue.
La rivoluzione in Russia è unʼopera di salute comune; ed i russi la
salutano.
Rompere lo tzarismo quale è al presente, ecco dove deve mirar la
Polonia—ed in _hoc signo vincis_. I polacchi vogliono una patria:
ciò è giusto, ciò è bello. Ma prima di essere cittadino di qualche
contrada, gli è mestieri esser uomo. Ora, non si è uomo che per
la libertà. Dunque, guerra allo tzarismo! Su questo terreno,
polacchi e russi sono fratelli. Ma perchè il russo riconosca questo
fratello, e che ne accetti lo aiuto e lʼiniziativa nellʼopera comune
dellʼaffrancamento politico—come glʼitaliani accettarono lʼopera del
Piemonte—gli è dʼuopo che il polacco cessi di esser polacco e nemico
e che si fonda nella razza slava rappresentata dalla Russia, come il
piemontese si fuse nel popolo della sua razza.
Poi, prima di guardare a Pietroburgo, ove è il padrone, il polacco non
dovrebbe egli guardare a Posen ed a Lemberg ove sono i fratelli? Il
polacco è più straniero al tedesco che al russo. Perchè dunque questa
trascurata inazione per sollevare i polacchi della Posnania e della
Galizia contro lʼalemanno, e questa attività aspra e persistente per
liberarsi dal russo?
«I polacchi, diceva il marchese di Wielopolski, debbono preferire
di procedere con la Russia alla testa della civiltà slava, anzi che
trascinarsi alla coda dellʼoccidente».
Noi crediamo che il marchese aveva ragione.
La Polonia, fusa nella Russia, vi porta il dissolvimento—non
il dissolvimento degli elementi naturali propri alla razza,
ma dello tzarismo, che è stata lʼopera terribile della
conquista,—provvidenziale per la ricostruzione della razza, necessaria
alla conservazione di lei fino a che la fu nellʼinfanzia. Ora la Russia
ha raggiunta lʼetà virile, che le permette di vivere da sè stessa, e di
occuparsi della sua bisogna.
Questa riforma dello tzarismo è altresì una garentia per lʼEuropa.
Perocchè la guerra e la conquista, per un popolo libero, non sono
mica un istrumento di regno, il balocco di un principe teatralmente
glorioso, od un deposito del cattivo umore di un ministro, ma unʼopera
di fatalità e di polizia, a cui si ricorre allʼultima estremità...
Si è sempre considerata la Polonia come una specie di materasso tra
lʼEuropa occidentale ed il mondo orientale, rappresentato dalla
Russia. La Polonia non potrebbe rendere miglior servizio allʼEuropa,
allʼumanità ed alla libertà, che cooperando alla metamorfosi della
Russia, mediante il trasformamento dello tzarismo.
Ma, si dirà, perchè voi, che avete cooperato alla libertà dellʼItalia e
trovate legittima la sua indipendenza e la sua unità, non vi ribellate
contro il consiglio del marchese Wielopolski, il quale vuole il
contrario di quello che fu fatto da voi?
La ragione è, che le due emancipazioni hanno un carattere radicalmente
differente.
La rivoluzione dʼItalia ebbe un marchio puramente nazionale; quella
della Polonia ha il carattere della supremazia di un ramo di razza sur
un ramo consanguineo. LʼAustria era un _Impero_ di razza teutonica;
lʼItalia, una _nazione_ di razza latina. LʼAustria non poteva
assimilarsi lʼItalia, la cui civiltà valeva la sua, ma dominarla,
trafficarne, tenerla divisa. Mentre che in Polonia trattasi di
completare la razza slava, e che la Polonia confondasi con un popolo,
alla cui civiltà essa servirà di locomotiva. LʼAustria non faceva
allʼitaliano la sua parte eguale, come la fa oggidì allʼUngheria, come
la Russia lʼoffre alla Polonia; ma essa considerava Milano e Venezia
come suoi possessi, come conquista. Infine il Piemonte fu nobilmente,
francamente italiano in mezzo ad italiani; la Polonia resta polacca in
mezzo agli slavi. La fortuna, per ultimo, sorrise allʼItalia dandole
Vittorio Emmanuele, e Cavour, chiamando Napoleone III allʼimpero; e la
non ha, sventuratamente, ripetuto per la Polonia lo tzar Alessandro I.
Ma, in presenza delle necessità, della fatalità, il dritto esso stesso
ringuaina la sua efficacia. Per i polacchi eʼ non si tratta più del
modo di esistere, ma di esistere. Lo tzar—la Russia complice—sembra
determinato a sterminarla, come i coloni inglesi operano lo esterminio
dei maori nella Nuova Zelanda. LʼEuropa non torce più il capo verso
quelle contrade della desolazione e del dolore. Il modo di resistenza
consigliato dal conte Andrea Zamoyski è una formidabile puerilità:
lʼannientamento volontario è un delitto. Che fare allora? Lo ripetiamo:
esistere! Scomparire come corpo e rinascere come il cuore ed il
cervello di un grande organismo, per farlo palpitare di una vita e di
un pensiero nuovo. Cessare di essere una nazione per essere un popolo,
il cui stato di civiltà esige un regime più libero, e stendere questo
beneficio al resto della razza. Spegnersi come polacchi per risuscitare
uomini e slavi, cittadini di un immenso impero, il quale ha il succhio
della giovinezza ed a cui lʼavvenire appartiene, come allʼAmerica.
Parigi, Aprile 1871.
IL MARCHESE DI TREGLE
IL MARCHESE DI TREGLE
I.
Eppure è vero!
.....Sono oramai undici anni, disse Tiberio, marchese di Tregle,
ponendo il suo bicchiere sulla tavola ed asciugandosi i baffi che
incominciavano ad incanutire. Era il 1848. Sua Maestà siciliana aveva
fatto mettere alla porta il _suo_ Parlamento dai _suoi_ Svizzeri,
mitragliare il _suo_ popolo dal _suo_ esercito e coricare sotto
lo stato dʼassedio il _suo_ reame. Io era insorto. Era la moda di
quellʼanno, del resto. Io mi trovava in Calabria.
In mia vita non ho mai esercitato un mestiere più dolce e più gradevole
di quello dʼinsorto. Non ho mai tanto dormito. Non ho mai tanto goduto
della beatitudine della postura orizzontale, quanto durante il tempo
in cui sono stato rivoluzionario fra le bande calabresi. Avrei potuto
dettare dei versi, se le mosche me lʼavessero permesso.
Questo insetto arrogante scompigliava le mie rime.
Noi eravamo duemila bellimbusti, e occupavamo la gola formidabile che
separa la provincia di Basilicata da quella di Cosenza, alla testa del
ponte di Campotenese. Questi due mila messeri non avevano preso affatto
la cosa sul serio, non comprendendola guari. Essi non erano insorti per
alcuno interesse speciale. Passavano dunque le loro giornate a giuocare
alle carte, a dar la caccia ai pidocchi di cui formicolavano e ad
arrostire dei montoni—montoni naturalmente realisti. Essi erano poco
o niente pagati e pieni di abnegazione.
I soldati di Sua Maestà, dallʼaltra parte del ponte, occupavano i loro
ozi presso a poco nella stessa guisa. Solamente, come diversione, essi
scorrevano di quando in quando pei villaggi, si facevano servire dai
contadini, e pagavano a colpi di calcio di fucile.
Il generale Busacca, che comandava questa colonna mobile, stanziava
a Castrovillari. Questo generale sarebbe pur stato il più feroce e
brutale ubbriacone del suo secolo, se Gregorio XVI non lo avesse
preceduto. Egli si coricava fra due bottiglie, quando non cadeva,
messo fuori di combattimento, sopra un campo di battaglia seminato di
orciuoli e di fiaschetti di ogni forma. Busacca non avrebbe giammai
punito un soldato che si fosse divertito a bastonare un contadino. Se
incontrava un soldato ubbriaco fracido, egli dimandava a sè stesso se
non bisognasse proporlo per la decorazione dellʼordine di Francesco I.
In ogni caso, lo citava nei suoi ordini del giorno.
«Ei si ubbriaca, diceva Busacca, dunque egli è bravo! Sua Maestà, che è
un guerriero, va matto per i buoni soldati».
Non vedendosi attaccato da noi, Busacca non si curava punto di mettere
un termine a questa vita di cuccagna. I gesuiti gli avevano insegnato
il famoso: _cunctando restituit rem_.
Noi godevamo dunque della più perfetta tranquillità. Dʼaltronde, io non
so proprio perchè noi eravamo insorti, facendo quello che si faceva.
I nostri uomini davano la caccia al gregge dei realisti. Costoro
fucilavano, impiccavano, incarceravano tutti quelli dei nostri che
loro cadevan tra le mani.
Il capo nominale della spedizione era un tale Pietro Mileto, un
vegliardo che aveva una magnifica testa da patriarca e bestemmiava e
mentiva, come lʼaveva fatto, in un giorno memorabile, lʼapostolo suo
patrono. Spendeva le sue giornate in dispute con il suo domestico,
quando non cantarellava unʼaria favorita, chʼegli aveva appresa al
bagno. Poichè questo eccellente patriota aveva roso la sua catena
venticinque anni al bagno di Nisida, per delitto politico.
Diciamolo qui: Mileto perì miserabilmente. Dopo la nostra disfatta,
una banda di zingari lo scoprì travestito da mendicante, e gli mozzò
il capo onde guadagnare il prezzo di cinque mila ducati,—22,250
franchi,—cui re Ferdinando lʼaveva valutato. Questa testa fu inviata
a Sua Maestà nella sua reale residenza di Gaeta. Lo scaltro monarca,
che aveva delle ragioni per sospettare la fedeltà del suo ministro
Bozzelli, tre volte rinnegato, armò il suo occhio di occhialino, si
circondò della sua numerosa nidiata di bimbi rachitici, e restò durante
qualche minuto a contemplare, a girare e rigirare quella povera testa,
per bene assicurarsi della sua autenticità, prima di sborsarne il
valsente.
Nella mia qualità di dilettante, mi avevano attaccato allo stato
maggiore. Io portava una sciabola formidabile, due pistole, un pugnale,
che mi serviva a trinciare le mie costolette, una casacca di velluto
nero, un cappello allʼErnani con galloni dʼoro, e brache di fantasia.
Che cosa non avrei io dato per avere una sciarpa rossa intorno alla
mia vita sottile! Avrei avuto lʼaria più da _trovatore_. Io aveva al
mio servizio, in qualità di ordinanza, un Siciliano che si vantava
di essere stato pasticciere, ma che era, in realtà, un perfetto
predatore, uno snidatore di ogni specie di selvaggina. Avevo inoltre,
come domestici, due Albanesi, alti cinque piedi e dieci pollici, di
cui comprendevo appena qualche parola. Erano stati briganti nella
banda di Talarico, è vero, ma sapevano cuocere in punto una braciuola,
imbiancare e stirare la biancheria sì da invogliare una duchessa a
confidar loro i suoi merletti. Sono i soli famigliari fedeli chʼio mi
abbia mai avuto in mia vita.
Io aveva vissuto quindici giorni in questa gradevole posizione, non
udendo altri colpi di fucile, che quelli tirati contro le lepri, e non
vedendo altri nemici che le vipere. Noi eravamo, noi altri capi, tutti
fraternamente riuniti in un fortino costruito dai briganti, in cima ad
un rialzo,—un ridotto druidico,—circondato di pietre ciclopiche.
Su questo recinto si era intessuto un pergolato di rami e di foglie per
ripararci dal sole di luglio. Le nostre coperte, i nostri mantelli,
stesi sul suolo, ci servivano di tappeto, di tovaglia, di tovagliolo,
di materasso. Coricato supino durante tutto il tempo che non restavo
seduto per pranzare, io contemplava, a traverso i buchi del soffitto,
il cielo eternamente e monotonamente azzurro.
Il nostro pranzo ordinario si componeva di un montone o di un
piccolo vitello infilzato allo spiedo, cioè a dire ad un ramo
dʼalbero acuminato. Gli ex–briganti, divenuti cittadini, difensori
della legalità e della _Carta_, erano i nostri cucinieri, i nostri
guerrieri, le nostre cameriere, i nostri domestici. Gli altri contadini
sembravano stupidi. Non ebbi affatto lʼoccasione di sperimentare se
erano buoni ad altra cosa.
Un giorno, verso le cinque della sera, le nostre bande manipolavano
la loro cena, quando, tutto ad un tratto, si spande il rumore che il
generale Du Carne ci prendeva ai fianchi.
Il nostro comandante in capo aveva tutto previsto per custodire la
porta; non si era punto curato delle finestre. Ora, i realisti, avendo
convenevolmente divorato il paese fedele, sguizzavano adesso per i
fianchi e venivano a ficcare il naso nelle nostre pentole. Vedendo che
il nemico penetrava per Normanno e per Torraca, alla nostra destra e
alla nostra sinistra, noi trovammo che il nostro mestiere diveniva una
sinecura, e lasciammo degnamente il posto.
Forse lo lasciammo un poʼ al passo accelerato. Ma ciò è un affare di
ginnastica. Forse avremmo dovuto difenderci. Non ci si pensò guari:
non si può pensare a tutto; e dʼaltronde, perchè incomodarci? Il
fatto è che noi partimmo. Io fui, per pigrizia, uno degli ultimi a
sloggiare, con i preti e i cappuccini, che facevano parte della colonna
rivoluzionaria. Ve ne erano sessantacinque; essi ed i briganti si
sarebbero certamente ben battuti.
Sellato il mio cavallo, lʼordinanza e i miei Albanesi pronti:
—Ove andiamo, capitano? mi dimandò il mio Siciliano.
—Al diavolo: tu lo vedi! gli risposi.
—Sì, al diavolo, mio capitano, ma per quale strada?
—Per la più corta.
—Per andar dove, infine?
—Per bacco! ove vanno gli altri.
—Ma, capitano, mi sembra che gli altri fuggono.
—Ah! e tu vuoi dunque rimanere, insubordinato?
—Giammai, mio capitano.
—Avanti allora, e _abbasso_ chi cade, e _viva_ chi è in auge!
II.
La pianura era animata da piccoli gruppi di gente, ciascuno dirigendosi
verso il suo paese; e non so se non gridassero già: Viva il re! Ognuno
aveva attaccato al suo fucile una pelle di montone e le sue scarpe.
Le scarpe, per i contadini dellʼItalia meridionale, sono un oggetto
di lusso, un arnese di parata. I più arditi erano rimasti un poʼ
indietro.... per raccogliere delle casserole, delle pignatte, della
roba infine. Lo spettacolo diventava lugubre e ridicolo. Eccolo già
deserto questo accampamento, ove i fuochi ardevano ancora, ove un
momento prima una gente spensierata cucinava la sua pappa. Le capanne
di felci e di rami, vôte; gli utensili rotti, sparsi per terra; tutto
devastato, nudo, bruciato. E nella pianura, uomini di grande statura,
dalla bruna carnagione, dai lineamenti pronunziati, fatti da Dio per
compiere delle grandi cose, che se ne vanno al passo ginnastico, col
nastro tricolore sui loro cappelli puntuti, non rimpiangendo altro che
la minestra mancata. Dal canto loro, i realisti si affrettavano ad
arrivare: lʼodore dellʼarrosto infondeva loro del coraggio.
Io presi lo stradale, alla grazia di Dio, non conoscendo il paese, nè
sapendo ove dirigermi. A Spezzano Albanese, incontrai il Consiglio
municipale di Cosenza ed il vescovo, i quali, due giorni prima, avevano
gridato: Viva la Costituzione, abbasso i Borboni! Essi si recavano ora
a presentare i loro omaggi ai generali Du Carne e Busacca. Monsignore
mi diede per cortesia la sua benedizione, sbirciando il mio cavallo
che, quindici giorni prima, egli aveva offerto _per la salute della
patria_. Io non aveva agio di raccogliere delle benedizioni. Avevo
fretta. Non potendo continuare sulla strada di Cosenza, presi il
cammino delle montagne dei miei Albanesi. La mia ordinanza, vedendo che
non vi era più nulla a spigolare con me, rimase un poʼ indietro, poi si
smarrì col mio sacco da notte, in cui vi era un poʼ di danaro e alcune
camicie. E non ne ebbi più nuove. Gli Albanesi mi seguirono bravamente
e fedelmente. Essi avrebbero potuto assassinarmi e essere nominati
cavalieri dellʼordine del _Merito civile_.
La notte era caduta. Noi cʼingolfammo in mezzo alle montagne,
incontrando di qua di là dei fuggiaschi, i quali, avendo nascosto i
loro fucili, se ne ritornavano ai loro villaggi, come se venissero
dalla mietitura. Io passai per boschi di castagno, per oliveti
magnifici. Il rumore dei ruscelli animava il silenzio della notte. Un
leggiero venticello dava alle foglie una voce lamentevole. La luna non
era ancora sorta, ma un numero immenso di stelle spandeva la debole e
pallida luce di certi giorni nella Svezia. I viottoli erano orribili.
Le lucciole venivano ad urtarsi storditamente al nostro viso.
Traversammo alcuni poveri villaggi e qualche casolare senza fermarci.
Gli abitanti dormivano per terra, davanti le loro porte aperte, per
sottrarsi aglʼinsetti che, di dentro, li avrebbero divorati. Niente di
più cupo, di più desolato: un tale uomo, su di una simile terra, sotto
un simile cielo! I cani abbaiavano un poco senza incomodarsi, e poi si
riaddormentavano. Di tratto in tratto una donna, quasi nuda, sollevava
il capo dalla soglia della sua porta che le serviva di guanciale, e ci
chiedeva lʼelemosina. I fanciulli ed i maiali dormivano nelle braccia
gli uni degli altri—quando il maiale non mangiava il fanciullo.
Lʼasino vigilante, presiedeva la tribù, il clan.
A misura che noi salivamo queste alture della catena degli Appennini,
la brezza diveniva più fresca, il cielo più sereno, il silenzio
più completo. Entravamo nella regione dei pini, degli abeti, degli
olmi, dei frassini secolari. Il sentiero si perdeva. Noi camminavamo
guidandoci sulle stelle.
A mezzanotte, sorse la luna. Lo spettacolo incominciava a divenire
seducente. Gli abeti, rivestiti di bianche corteccie, prendevano
lʼaspetto di scheletri, di statue di marmo, di fantasmi avvolti in
bianchi lenzuoli, secondo la loro posizione e il riflesso della luna
che li rischiarava. I vecchi tronchi bruciati somigliavano sentinelle
poste in imboscata. La luce, stacciata dalle foglie, pareva coprire
il suolo dʼun bianco merletto steso sopra un panno verde. Dei raggi
di neve scintillavano sulle alte cime, e niellavano dʼargento il
granito rossiccio degli erti picchi. Gli alberi immensi, qui scarni, là
fronzuti, varii, oltraggiati dalla mano dellʼuomo e del tempo, colti
dal fulmine e squarciati dagli uragani, davano al luogo qualche cosa di
fantastico.
Lʼaere era imbalsamato dʼun profumo indefinibile. La campanella
attaccata al collo delle vacche e delle pecore—che nella state
pascolano allʼaria libera su questi monti—tintinnava da lontano,
dallʼaltra parte della montagna, e riempiva lʼanimo di tristezza.
Questo suono patriarcale risvegliava in me il ricordo del mio focolare,
di mia madre, della mia innamorata. Lepri, volpi, conigli, cerbiatti,
capriuoli, gatti selvatici, scappavano davanti i nostri passi. Il
cuculo si lamentava stupidamente.
Più noi salivamo, più il bosco diveniva fitto e spesso, e meno la luna
vi penetrava, sì che io camminava a piedi, non potendo più restare a
cavallo, a causa dei rami intrecciati che intercettavano il cammino.
Tutto ad un tratto, nel girare un picco, che non avevamo asceso, fui
sorpreso da un magnifico spettacolo.