imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le
miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura,
oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto dei
_dimokur_, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato
del vento, e rinunziare così allʼincanto della luce pura, dellʼaria
fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento
freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad
abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.
Glʼindigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della
morsa.
Infrattanto la stagione avanzava. Lʼora della speranza, e lʼagonia che
essa sveglia, sonava: ecco giugno. Il mare carreggiava sempre i suoi
_ice–bergs_ o torosi, ossia monti di ghiaccio. Si vedevano ancora di
lontano degli spazi immobili di ghiaccio continuo; ma lʼazzurro dei
fiotti rivaleggiava con quello del cielo, lʼacqua ribolliva, saltava,
fremeva, viveva; il naviglio prendeva il posto della narta e della
slitta.
Ecco il mese di luglio: e non un baleniere!
Ecco il mese di agosto: e non un baleniere!—
Abbrevio.
Io non potrei giammai comunicarvi il sentimento di ansietà spasmodica
che, per quaranta giorni, oscurò le nostre veglie e popolò di fantasimi
il nostro riposo. Noi eravamo giunti a considerare come una delle
venture le meno lugubri il ritorno a Yakutsk, vale a dire, il disonore
per Cesara e per me la morte sotto lo knut.
I progetti del nostro salvamento sʼincrociavano: approdare allʼAmerica
Russa ed andare incontro allʼincognito dei Samoiedi; risalire lʼAnadyr,
traversar le montagne e sboccare verso il mare di Okhotsk, al golfo di
Penjinsk, recarci alle isole Aliutine, nel Kamtsciatka e di là, come
Benyowski, salpare verso Canton; passare il verno alle sponde dello
stretto di Behring ed attendere lʼanno prossimo; o recarci nellʼAmerica
russa con gli Tsciuktscias che vi vanno a cercar pelliccerie...
Tutto ciò era tenebre, dolore, disperazione. Infine, io mi decisi a
traversare lo Stretto in una _baydara_ indigena, barca costrutta di
costole di balena e pelli di foca, ed approdare più al sud che potessi
del Capo del Principe di Galles. Ethel era pronto a condurmivici,
contentandosi, per tutto prezzo, di uno dei miei revolver e di un
poʼ di polvere. Io potevo condurre meco Metek, la tenda, le renne, i
cani, la slitta: quattro o cinque di quelle barche si mettevano a mia
disposizione. Non avevo che un centinaio di leghe marine da navigare.
I nostri sguardi non si distaccavano più dal mare. La mia vista aveva
acquistata unʼacuità incredibile. Io comprendevo il linguaggio di ogni
fiotto, di ogni soffio, di ogni onda, di ogni cangiamento di tinta
dʼombra e di luce. Il giorno della partenza era fisso al 7 agosto. I
fagotti erano allestiti. La rassegnazione era caduta sopra di noi come
il coperchio di una tomba. Lo scorruccio ci annichilava lʼanima. Io
cominciavo a dubitare dellʼintervento divino nella vita del mondo, che
la mia religione insegnavami.
—Bontà di Dio! Misericordia eterna! Lʼè una nuvola? Lʼè una vela? Lʼè
un punto nero! No: lʼè una delle tre isole dello Stretto! No: lʼè un
masso di ghiaccio che sorge dagli abissi! Che? esso si approssima. Esso
ingrandisce e prende forma. Esso avanza dalla nostra parte....
Cesara ed io cademmo in ginocchio e baciammo il suolo. I nostri occhi
nuotavano in lagrime di gioia. Lʼera una nave....
Io distinguevo la bandiera.
—No, non è la bandiera russa. È dessa inglese, olandese, americana?
Guarda, guarda ancora, guarda meglio, Cesara... Le stelle americane!
Sì, era un brick di guerra degli Stati–Uniti che bordeggiava al
vento per entrar nella baia. Esso aveva seguìto la costa delle isole
Aliutine, facendo osservazioni idrografiche ed astronomiche. Le
trattative della cessione dellʼAmerica russa agli Stati–Uniti, erano
cominciate e Lincoln aveva ordinato delle verifiche.
Unʼora dopo, la nostra baydara era in mare. Tre ore dopo, io parlava
al capitano dellʼOcean–Queen. Cinque minuti dopo, Cesara ed io eravamo
ricevuti in mezzo agli evviva entusiastici dellʼequipaggio. Un
deportato polacco che aveva traversato tutta la Siberia per scappare
allo Czar? che festa! che trionfo! che strepito nel mondo intero!
Unʼora dopo, Cesara ed io avevamo ricevuto degli abiti da marinaio. Le
nostre pelli, i nostri arnesi di Yakutsk, i nostri intestini di morsa
erano orrendi!
Metek non volle seguirmi. Egli pensava passar lʼinverno fra
glʼindigeni, recarsi con loro alla fiera di Ostrovnoye, e con i Yakuti,
che frequentano questa fiera, ritornare a Yakutsk. Io gli diedi tutto:
provvisioni, viveri, armi, abiti, tenda... e dugento dei trecento
rubli in oro che mi restavano.
Sciogliemmo dallo Stretto cinque giorni dopo. Costeggiammo lo
Kamtsciatka. Da Petropaulowski, scrissi a mia madre, e la mia lettera,
nel plico del capitano pel console americano a Varsavia, fu trasportata
dalle poste russe...
Sposai Cesara a New–York, ove ricevei lettera e danari da mia madre e
da... mio fratello!
LA POLONIA E LA RUSSIA
I.
Noi dividiamo le idee del marchese Wielopolski[4].
I polacchi, e coloro che considerano la quistione al punto di vista
esclusivamente della Polonia, respingono la teoria della disperazione
proclamata da questo patriotta. Ma noi dobbiamo esaminare la questione
al punto di vista dellʼEuropa e deglʼinteressi generali dellʼumanità.
Non dobbiamo quindi preoccuparci dei lamenti, e, se volete, neppure
dei dritti di un popolo che ci ha abbarbagliati delle sue imprese
cavalleresche, commossi dei suoi infortuni. Esso espia le colpe della
sua aristocrazia—cui non troviamo giammai nella storia al servizio
della libertà, della giustizia per tutti, avendo pietà del popolo,
risparmiando il debole.
LʼItalia ha espiati i delitti delle due Rome—lʼimperiale e la
cattolica.—
I filantropi da congressi, i democrati da parata, attestano le loro
simpatie ai vinti. Noi offriamo loro, di più, ciò che ci sembra la
verità. Perocchè noi scriviamo con coscienza, noi che eravamo ieri
ancora nei ranghi dei vinti e che siamo ancora oggidì nella posizione
di minacciati.
Lʼesercito francese guarda a Roma, lʼaustriaco campa a Trento.
Lʼattitudine dellʼEuropa verso la Polonia sarebbe oltraggiante se
la fosse volontaria. La stampa, che sʼinteressa alla vittoria di
Gladiatore e si entusiasma ai gargarismi della Patti, registra con
indifferenza lʼannichilamento della Polonia. E noi vediamo passare in
mezzo a noi, senza provare il minimo turbamento, il minimo rimorso,
lʼesiliato polacco, che porta, dʼordinario, così degnamente il peso
della sua sventura. Non pertanto, malgrado questa indifferenza, si
sente che la coscienza pubblica ha nel fondo unʼinquietudine dolorosa,
e che vi restano ancora delle anime generose le quali sclamano: «No: la
non può durare così! Gli è impossibile, non si può lasciar distruggere
la Polonia dalla Russia, come si lasciano gli americani terminare la
distruzione dei Pelle–rossi!» E si cerca allʼorizzonte se vi è una
nuvola dal lato dellʼOriente che si oscuri, e cui si possa considerare
come il precursore della tempesta. Eppure non bisogna dissimularlo:
questa tempesta che taluni invocano, lʼimmensissima maggioranza la
paventa.
La faccia dellʼEuropa è cangiata. LʼInghilterra si è ritirata sotto
la tenda, non come Achille il quale tiene il broncio ad Agamennone,
che digerisce nelle braccia di Briseide, ma come il Nestore della
politica europea, per preoccuparsi deglʼinteressi seri della comunità
e lavorare. LʼAustria, smozzata, cura le sue lividure e le sue
piaghe al regime dellʼacqua di Jouvence della libertà. La Francia
si prepara alla riscossa pel ricupero delle provincie e dellʼonore
militare perduto. LʼAlemagna, costituita, termina lentamente la sua
opera—pronta, un dì, a lasciare andare, se occorre, Posen e la Galizia
onde annettersi lʼarciducato di Austria. Le idee economiche e sociali
hanno preso il posto delle idee politiche nel regime internazionale.
Il sistema delle alleanze, divenuto barbogio, ha ceduto il posto ai
trattati di commercio. La riconoscenza del fatto compiuto è inserita
come un principio nel dritto pubblico europeo. La ricostruzione
delle nazionalità è considerata come una misura di ordine pubblico;
ma unicamente quando ciò si compie senza turbare la pace generale e
contro nazioni di razza diversa, non mica quando trattasi di nazioni
consanguinee, tra le quali ei sarebbe pericoloso intervenire, fazioso
pronunziarsi.
Questi cangiamenti dellʼidiosincrasia dei popoli e dei governi pesano
singolarmente sulla quistione polacca e sulla politica generale, al
punto, che se la quistione italiana fosse ancora da risolvere, egli è
più che probabile che la non sarebbe neppur sollevata. E nondimeno,
eʼ trattasi della razza teutona e della razza latina, lʼuna incontro
allʼaltra, e non di due rami della razza slava, come nella quistione
polacca!
Io so che questʼultima asserzione—la consanguineità della razza—è
contestata. Perocchè la scienza ethnologica sopratutto non poteva
sottrarsi allʼidrofobia della politica ed alle allucinazioni dei
partiti. Ma, lʼho detto, io non mi colloco nè al punto di vista della
Russia, nè a quello della Polonia, ma al punto di vista europeo, e
quindi sul terreno dellʼimparzialità—se fuvvi mai storia imparziale!
Imperciocchè, ove la coscienza è sincera, vi è il sistema scientifico,
cui ogni istorico si è formulato, che può essere iniquo.
Io quindi non proverò neppure di ricostruire la razza slava. Ciò mi
condurrebbe inoltre troppo lontano ed escirebbe dalle proporzioni delle
conclusioni di un racconto romanzesco. Però ei mi sembra indispensabile
toccarne qualche motto, onde giustificare su quale base e per
quali ragioni io ho creduto arringarmi ai consigli che il marchese
Wielopolski dà ai suoi compatriotti.
II.
Lʼunità della razza slava ha il suo elemento di certezza
nellʼuniformità della lingua—uniformità spinta sì lontano, che
glʼindigeni del Don e della Volga possono comprendere e quasi
conversare con quelli della Pomerania, della Boemia, della Polonia,
della Dalmazia, e col Bulgaro del mar Nero. La razza slava è la seconda
espressione della natura europea, indigena ancora sul suolo che occupa
oggidì e non venuta dallʼAsia, poco modificata. Dappoichè lo slavo, cui
ci dipinge la cronaca di Nestor allʼXI secolo, è esattamente lo stesso
che quello dei nostri dì, non avendo che due varietà un poʼ spiccate:
al nord, la sotto–razza scandinava; al sud, la sotto–razza ellenica.
La slava è stata sempre una razza conquistata. I popoli dellʼAsia e
quelli della Germania occidentale lʼhanno, a volta a volta, calpestata
e dominata; perocchè dessa invocava lʼaiuto degli uni per sottrarsi
allʼoppressione degli altri—come fecero i popoli delle penisole itala
ed iberica. I Kimris, o Cimbri, furono i primi a passare sulla razza
slava. I Sarmati—nomadi dagli occhi di lucertola, di origine mongolica
e di razza puramente asiatica—vennero a cacciar via i Kimris, e furono
cacciati a loro volta dai Goti—popoli usciti dalla Scandinavia,
trascinando dietro a loro unʼaccozzaglia di Celti, di Slavi e di
Germani. Questi dominatori, portanti una civiltà cui Odin aveva forse
ricevuta dalla Persia o dallʼIndia, fondarono un impero slavo, assiso
sul Danubio e sul Dnieper, nellʼUkrania, ed alle sponde del mar Nero,
risuscitarono la dominazione cimbrica, e riaserrarono la frontiera
romana, sotto il nome di Daci e di Marcomanni. Nomadi, essi imperavano
a cavallo sui popoli indigeni, coltivatori sedentanei, e vivevano
a cavallo—come i polacchi nella convenzione della _pospolite_. Se
la loro potenza avesse durato, forse i Goti si sarebbero fusi con
glʼindigeni. Ma queglino fra gli slavi, che avevano emigrato sotto la
dominazione gotica, ritornarono come vanguardia degli Unni—popoli
asiatici—e respinsero lo straniero dal suolo della loro patria.
Gli Unni rimpiazzarono i Goti, che retrocessero sulle possessioni
romane ed annunziarono Attila. Questi si manifestò allʼEuropa come
la folgore, dominando dalle frontiere della Cina fino al Baltico e
procedendo sopra Roma, menando con lui un miscuglio di guerrieri di
tutte le nazioni e di tutte le stirpi cui aveva traversate. I Goti
batterono gli Unni sulle sponde del Netad e li ricacciarono in Asia.
Poi si divisero dagli slavi: questi rivennero nelle loro contrade e
conservarono le loro abitudini ed il loro organamento sociale; i Goti
seguirono la loro attrazione naturale verso lʼOccidente.
La razza slava ed i suoi rami ellenici erano attirati verso lʼOriente e
Costantinopoli.
Lasciamo da banda la varietà ellenica, o dorica, la quale, in faccia
delle concezioni gigantesche e mostruose della Caldea e dellʼEgitto, si
concentrò e sʼisolò, e seguiamo il movimento della varietà Tsciuda.
Questo ramo della razza slava del nord, occupava le sponde orientali
del Baltico, si stendeva lungo il mare Bianco fino alle foci dellʼOby
e nei profondi del continente Asiatico. Queste contrade, quasi deserte
oggidì nella parte che forma le vaste solitudini della Siberia,
mostrano nelle tombe e nelle gallerie delle mine dellʼAltai le tracce
di una civiltà, il cui sovvenire storico è perduto. Questa varietà
della razza slava abitava il doppio versante della catena degli Ural,
di cui lʼuno discende verso lʼOby e lʼaltro verso la Volga. Queglino
che accampavano sullʼOby, e formavano lʼObdoria o lʼUgoria discesero,
verso lʼXI secolo, alla volta del bacino del Danubio, e costituirono
la razza dominante dei Maggyari in Ungheria. Queglino che guardavano
la Volga, andarono a formare la Bulgaria o Volgaria. Questa corrente
dʼinvasione settentrionale, sul fuoco centrale della razza slava, si
opponeva alla corrente meridionale, la quale, trascinando seco dei
brani della razza mongolica, partiva dallʼOriente e dalle sponde del
Caspio. La sede dellʼimpero, Costantinopoli, trovavasi così allogata
fra due osti.
Carlomagno, avendo distrutto gli Avari, residui di razze asiatiche, gli
slavi restarono liberi. Gli Ugri Maggyari si spiegarono nel mezzodì
fino al di là delle Alpi e nellʼItalia. I Normanni, scandinavi,
svilupparono la loro supremazia sulla razza slava del Nord e fondarono
lʼimpero Russo—sulle contrade occupate un dì dai Goti—sotto il nome
di Polanieni, o abitanti della pianura—appellativo conservato di poi
da uno dei rami della razza slava quando essi si separarono.
Con un istinto ammirevole, fin dai suoi incunabili, questo impero
russo ebbe coscienza del destino che lo spingeva e guidava. La sua
aspirazione è lʼOriente. Il suo centro, Costantinopoli. Esso abbraccia
il cristianesimo bizantino e mantiene i legami naturali tra i popoli
conquistati ed i popoli della medesima razza slava annessi. E quando
Costantinopoli, al XV secolo, cadde in potere dei Turchi, lʼidea
morale, i frantumi tradizionali e materiali dellʼimpero di Oriente, si
trovano agglomerati in lui. Lʼunità orientale fu così rappresentata
dallʼimpero russo in faccia dellʼoccidente sbocconcellato. Questa
posizione, queste tendenze assorbenti, sarebbero di già esse sole
bastate per svegliare la rivalità delle nazionalità nascenti della
medesima razza: lʼUngheria, la Polonia, la Svezia.
Gli Stati slavi dellʼEuropa centrale però non si fondarono con la
medesima facilità e con la medesima celerità! La Polonia, la Boemia,
lʼUngheria, la Prussia, la Transilvania, la Lituania, la Moravia
avevano la medesima costituzione politica—vale a dire, il principio
elettivo dei popoli primitivi sfuggiti alle strette di Roma. Essi
avevano la stessa legge del suolo e dei costumi; e quindi una
vicissitudine tempestosa di principati locali e passaggeri.
La Boemia, cittadella dellʼindipendenza slava, legata agli slavi per
la razza ed ai Germani per glʼinteressi, sempre irresoluta in fra i
due, attaccata dagli uni quando la si collegava agli altri, non seppe
padroneggiare la situazione e profittare della sua civiltà brillante
e precoce. Sotto Ottocaro III, la Boemia rifiutò lʼImpero e lo fece
passare nella casa dʼAustria. Sotto Carlo IV, al momento di divenire
il centro della potenza imperiale, ripugnando, a causa della sua
natura slava, da tutte le combinazioni artificiali, la Boemia ricadde
nellʼirresolutezza e divenne la preda dellʼinflessibile ascendente
austriaco.
Una sorte eguale, per le medesime cause, toccò allʼUngheria. Centro,
sotto Attila, della dominazione delle razze asiatiche, essa fu sempre
un punto di attrazione per questi popoli. I maggyari, slavi, ma della
famiglia semi–asiatica delle razze dellʼUral e della Volga, dominarono
la razza slava indigena. Poscia, organizzati a casta conquistatrice e
guerriera, respinsero le invasioni asiatiche. Essi avrebbero potuto
dirigere, in luogo della Russia, lo slavismo dellʼimpero orientale; ma
il cattolicismo che avevano abbracciato, li tenne a parte e li condannò
allʼinferiorità politica.
Il cattolicismo non è simpatico alla natura slava; e là stesso ove
lo si è impiantato, esso ha cangiato di carattere. Sradicata senza
sforzi, presso gli Scandinavi, alterata nel suo spirito in Polonia,
in Ungheria, in Boemia, la dottrina cattolica ha contribuito alla
caduta di questi Stati sotto la pressione dellʼinvasione tedesca e
dellʼascendente russo, mentre che dessa paralizzava la loro influenza
sullʼimpero dʼOriente. Gli è al cattolicismo altresì che la Polonia
deve le sue vicissitudini ed una parte delle sue sventure.
In uno Stato di quasi anarchia per parecchi secoli sotto i suoi dodici
woivodi o palatini, la Polonia si presenta col nome di regno al XIV
secolo e forma uno stato, mediante la sua riunione con la Lituania,
sotto il dominio dei Jagelloni. La sua rivalità colla Russia comincia
alla sua culla e riempie la sua storia—passando per le medesime
fasi della lotta che sʼimpegna tra lʼInghilterra e la Francia. E
forse questa rivalità avrebbe finito in una fusione violenta sotto
lʼinvasione degli antichi Unni di Attila, divenuti i Tartari di
Gengis–Khan, se un baratro profondo e fatale non li avesse divisi
per sempre, il cattolicismo, alimentato dallʼinfluenza astuta ed
interessata della corte di Roma.
Il ritorno degli Asiatici arrestò per lungo tempo lo slancio della
civiltà slava.
La razza slava ha dovuto lottare perpetuamente contro i popoli
nomadi, arrivando dalla medesima direzione, ma non essendo sempre
della medesima razza, puramente asiatica. La razza bianca occupò
originariamente tutta quella parte dellʼAsia che guarda lʼEuropa,
ove la presenza della razza gialla è recentissima: la Siberia, il
Caucaso, le contrade della Transoxiana e del Caspio.... quelle contrade
insomma che la Russia conquista adesso lʼuna dietro lʼaltra, con
grande spavento della Turchia, della Persia, e dellʼInghilterra,—la
quale vede le sue possessioni indiane separate dalle russe, nellʼAsia
Centrale, unicamente dal Punjab. Le sabbie che sterilirono paesi un dì
fertili, e lʼindebolimento consecutivo di queste popolazioni, incapaci
di difendersi contro le invasioni asiatiche, determinarono il ritorno
della razza bianca nellʼOccidente dellʼEuropa.
Questi popoli—Sciti degli antichi—per gli slavi e gli orientali
ora i Petscienequi, i Torqui ed i Polovtzi, ora i Turcomanni ed i
Tartari, erano una varietà della razza bianca europea, che reagivano su
questa, in virtù della legge dellʼaffinità. Il nome di Tartaro è stato
attribuito ora alla razza mongolica che lo porta ancora al presente—e
che, al contrario, distrusse la potenza dei Tatari con i quali li si
confonde. I Tatari avevano molestato la razza slava. Sotto la pressione
delle orde mongoliche, i differenti rami degli slavi si collegarono,
si fusero. Le regioni lasciate vuote dai Tatari furono occupate dai
Cosacchi dellʼUkrania, del Don, e dellʼIaik—un miscuglio di soldati,
di avventurieri e di cacciatori, che ebbero lʼincarico di difendere
questa frontiera contro gli stabilimenti fissi dei Tatari della Crimea
e delle orde formidabili dei Kan del Kaptsciac o dellʼOrda Dorata.
La razza mongolica si scatenò contro la Russia con una ferocia senza
mercè. La divisione dei popoli slavi favoriva la sua invasione; ma
lʼinvasione provocò, per controcolpo e per necessità di difesa, lʼunità
slava e la creazione affatto asiatica dellʼautocrazia dello Tzar.
Lʼunità inghiottì la libertà.
In questi scompigli, Kief, la culla religiosa e civilizzatrice delle
razze slave, perdè la sua superiorità. Si era visto, del resto, i
sovrani russi, per una preveggenza politica particolare, trasportare
successivamente la loro capitale su i punti ove il progresso del
loro dominio sembrava richiedere la loro presenza. Allʼorigine, essi
avevano abbandonata Novgorod, la città della civiltà scandinava, per il
soggiorno di Kief, che inoculò alla razza slava lo spirito bizantino.
Souzdal li mise, in seguito, in contatto diretto con gli Tsciudi
della Permia e dellʼUral; Volodimir, con quelli della Volga; Moskou
divenne infine la testa di ponte della razza slava, che salvò lʼEuropa,
respingendo gli urti delle razze asiatiche. Pietroburgo ebbe il suo
torno quando la Russia si rivolse verso lʼOccidente, provocata dalla
Svezia: e Varsavia è una tappa verso Costantinopoli.
La caduta di Novgorod aprì il passo allʼordine Teutonico, il quale, col
nome di conversione religiosa, applicò un feudalismo feroce ai popoli
slavi del Baltico. La ripulsione grondante odio, che questi cavalieri
religiosi incontrarono, li fece sottomettersi alla Polonia. Essi
salvarono così la conquista ma compromisero la potenza protettrice.
Lʼunione scandinava non ebbe effetto, perchè fondata sopra elementi
diversi. La Danimarca e la Norvegia erano attirate verso lʼInghilterra,
a causa delle loro affinità cimbriche. La Svezia, dopo la rottura del
trattato di Colmar, spinta dalla sua natura slava, si avanzò verso le
Provincie slave del Baltico.
Avendo abbracciata la Riforma, la Svezia ne ricavò una grande
importanza militare, intervenendo in Alemagna sotto Gustavo Adolfo
nella guerra dei Trenta–anni. Carlo XII volle anche egli spiegare la
sua ascendenza sulle province slave, ma si trovò in presenza della
Russia. Questa lo retrospinse, si distolse così dalle guerre oscure
dellʼAsia e si rivelò allʼEuropa stupefatta.
La Russia si rivelò avendo i piedi sulle tre sue rivali: la Turchia,
la Polonia e la Svezia. Si rivelò, avendo alla sua testa un principe
riformatore, dʼorigine germanica, che sopraponeva la civiltà
occidentale alla civiltà slava, cui nè la Prussia, nè lʼUngheria, nè
la Polonia, nè la Russia essa stessa, non avevan potuto realizzare. La
civiltà di Pietro il Grande, eterogenea e superficiale, non neutralizzò
la pressione, cui nellʼinteresse slavo le facevano, e fanno, le masse.
Essa mantiene quindi la Russia in un eretismo continuo ed in lotta con
il movimento che si sviluppa nel resto dellʼEuropa. Ma ciò appunto
crea sordamente una rottura irreparabile tra lo Tzarismo, istituzione
asiatica germanizzata, e la razza slava.
Contro lo spirito di questa razza lʼAustria tenne il patibolo rizzato
in permanenza per sei mesi in Ungheria; chiamò, più tardi, lo Tzar per
schiacciare i Maggyari; consacrò la servitù della Boemia per supplici
rinnovellati. Contro lo spirito di questa razza, le tre potenze che
possedevano popoli slavi, si divisero la Polonia—tra le quali potenze
la meno colpevole fa sicuramente la Russia, che obbediva alla sua
natura slava e che covava dei lunghi odi e delle gelosie implacabili.
Ma lʼanima slava è restata inconcussa. Lo spirito occidentale della
dinastia dei Romanof è adesso la pietra dʼintoppo della razza
slava—par gli uni, perchè lo trovano eccessivo, per gli altri, perchè
non lo trovano abbastanza audace.
III.