Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si

offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio

vi erano calde ancora: il che significava che lʼabitante era assente,

o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò

di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro,

arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della

nostra presenza: Metek le rassicurò. Lʼuomo loro cacciava, e non

arriverebbe che a sera. Vicino alla yurta stavano due piccole slitte.

Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto

delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di

Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse

vedute da noi qualche giorno innanzi.

Volendo ad ogni costo parlare allʼabitante di quel luogo, cacciammo,

aspettando lʼora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due

corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade.

Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per

parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li

cacciai sotto la neve, che assorbì lʼumidità e me li rese secchi come

se uscissero di un forno.

Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che lʼindigeno

dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del

tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dellʼacquavite di cui noi

mancavamo affatto. Eʼ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe

potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire

ad 800 verste allʼovest. Lʼindomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a

vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi

due la vigilia.

Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio

domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle

munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a

continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il

Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume.

Ora, noi avevamo cani e fucili. Lʼindigeno cacciava colla picca, colle

frecce, e venne armato del suo _batase_—una lama di ferro in cima di

una lunga asta.

Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando

tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta,

tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di

scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta

una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse

stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio.

Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non

guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di

orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa

nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un

argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito

nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del

vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi

giunse allʼorecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.

—Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata

al suolo.

Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, eʼ si raddrizzò, e si

scagliò sopra di me, colla _batase_ alla mano. Era stato ferito alla

guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io

rinculai fuori della tenda, ed afferrai lʼaccetta. Avevo il fucile:

avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come

avevo fatto dellʼorso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo;

ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il

selvaggio aveva il vantaggio dellʼarma, io quello della ginnastica e

della scherma. Per buona ventura, eʼ non si avvisò di servirsi del

revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così

le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con

acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi

avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara

uscì, e gridò:

—Guárdati, guárdati!

Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi il _batase_ nel

ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio

in due, e lo rovesciò fulminato.

Metek sopraggiunse.

Voi comprendete il resto.

Io ripresi il revolver rubato a Cesara, e mi impossessai delle renne e

della slitta dellʼindigeno.

Aggiogammo, come potemmo, cani e renne, e partimmo la notte stessa.

Unʼaurora boreale ci aiutò a tirarci dal letto dellʼAnadyr, per evitare

lo sdrucciolo a picco di una delle sue cascate gelate.

Il resto del viaggio si compiè senza accidenti umani, ma le difficoltà

naturali ci opposero ancora mille ostacoli. Li superammo tutti

finalmente, ed il 7 di marzo 1866 ci arrestammo allʼimboccatura della

Krusnaia, uno degli affluenti dellʼAnadyr, a 300 verste dal mare.

Ci riposammo in quel sito. La contrada era divenuta sempre più

selvatica. Gli alberi erano interamente scomparsi, la selvaggina presso

a poco. Tenemmo consiglio. Bisognava continuare, od aspettare quivi lo

scioglimento dei ghiacci?

Dopo aver bene riflettuto, pesate tutte le probabilità, considerati

tutti i casi, ci decidemmo ad avanzare fino al filo, ove lʼAnadyr cessa

di essere fiume e diviene la baia di Onemene. Il 13 marzo, infatti,

eravamo nel paese abitato dagli Tsciuktscia–Onkiloni, Tsciuktscias

sedentari, mentre i nomadi, i Tsciuktscias a renne, sono accampati

nella parte montagnosa della contrada, al nord–ovest del mar Glaciale.

Per quale considerazione mi era io deciso a recarmi in questa contrada,

piuttosto che sulle sponde del mar Pacifico, o nella Cina, traversando

il deserto?

Per le seguenti principalmente:

Io dovevo incontrare meno agenti russi sulla mia via; questa via, nel

verno, era quasi sempre letto di fiumi e superficie di laghi gelati;

arrivato nel golfo di Anadyr, io aveva tre probabilità di salvamento:

o traversando durante lʼinverno, in slitta, gli ottantaquattro

chilometri che separano lʼAsia dallʼAmerica, il capo Orientale dal

capo del Principe di Galles, vale a dire lo stretto, come fanno ogni

anno gli Tsciuktscias, che si dedicano al commercio; o, traversando lo

stretto durante lʼestate, approdare allʼisola delle Spezie, e recarmi

di là nellʼAmerica russa, come fanno nelle loro cattive baydares gli

Tsciuktscias, intrepidi marini; ovvero io poteva, arridendomi la

fortuna, trovare un baleniere americano od inglese, venuto alla pesca

della morsa, dellʼorso bianco, del vitello marino e della balena,

abbondantissimi in queʼ paraggi alla rottura dei ghiacci.

Questa parte della costa nord–est dellʼAsia è più popolata,

precisamente perchè gli anfibi e le balene la frequentano di più.

Avrei potuto avventurarmi nellʼAmerica russa e nelle regioni dai

Samoiedi, quando lʼavessi voluto, in due giorni; ma ciò era quello che

mi conveniva meno. La mia speranza era proprio dʼinstallarmi a bordo

di una baleniera e di toccare così un porto dellʼArcipelago del re

Giorgio, dellʼArcipelago del principe di Galles, nel nuovo Norfolk,

nella nuova Cornovaglia, nel nuovo Hanovre, in qualche porto del mare

di Hudson, allʼisola Vancouver, o infine in un porto del territorio di

Washington.

Le tribù del golfo di Anadyr non sono cattive, ma sospettose, ladre ed

interessate. Io voleva avere con questi indigeni il meno di attinenza

possibile. Quindi mi stabilii nellʼinterno delle terre, non lontano dal

fiume, per aspettare il mese di giugno e lʼarrivo delle baleniere. Se

questa buona fortuna mi falliva, io avrei preso allora una risoluzione

definitiva. Infrattanto, mandai Metek alla costa, nella baia di

Onemene, per pigliar lingua, ed io mi diedi a cacciare ed a pescare.

Per pescare, forai il ghiaccio del fiume e vi cacciai dentro la

rezzuola. Le renne se la cavarono da sole, come potevano, poveramente,

leccando il muschio o scavando il lichene, questʼultimo dei vegetali

che copre lʼultima delle terre, come dice Linneo. Ma diveniva quasi

impossibile nudrire i cani. Non potevo, pertanto, lasciarli morire di

fame. Il più prezioso e il più raro oggetto del nostro mantenimento

però era il legno. Lʼho detto: non incontravamo più selve; bisognava

andare alla ricerca dei tronchi trasportati dai flutti, che arrivano

persino dalle coste di America.

Metek ritornò dopo sei giorni di assenza, seguìto da un Kamakay, il

capo di una tribù di Tsciuktscias, della baia di Notchene, e da due

altri indigeni, in due slitte. Mi portarono in regalo una foca. Metek

li aveva completamente rassicurati sulle mie intenzioni pacifiche,

confermate, del resto, dalla mia posizione. Egli aveva detto loro che

io non veniva per assoggettarli o cacciarli da quella contrada; che io

era un inviato dello _Czar bianco_; che i ladri ci avevano spogliati

delle nostre narte, ove erano le provvigioni ed i regali di tabacco e

di vetrerie, che io portava loro; che la mia missione era di disegnare

il paesaggio di queste coste desolate.

Ora, eʼ non avevano compreso questa singolare missione. Venivano quindi

ad assicurarsi coi loro occhi della verità del racconto di Metek. Il

Kamakay si chiamava Ethel.

Non volendo espormi ad uccidere altri Tsciuktscias, nè esporli

a rinnovare lʼattentato infame che avevo punito, ricevei i miei

visitatori fuori della tenda, dicendo che mio fratello era molto

malato. Il Kamakay sembrava imbarazzato. La nostra storia, i nostri

disegni non gli parevano troppo chiari. Per cancellare ogni cattiva

idea dalla sua mente, io entrai nel pologhe, e ne uscii con un album e

delle matite. Mentre io parlava, e Metek gli spiegava bene o male le

mie parole, io schizzai il paese che ci circondava ed il ritratto di

Ethel, perfettamente riesciti. Gli mostrai il foglio.

Quando egli vi ebbe gittati gli occhi, divenne livido e come preso da

terrore: mi prese per uno _sciaman_, che gli gittasse un sortilegio. Lo

rassicurai. E gli promisi di dargli lo schizzo contro cinque vitelli

marini, dieci narte di legno galleggiante, ed una tenda più larga in

pelle di renna, il tutto trasportato nel sito che io glʼindicherei

bentosto. Ethel sembrò incantato del negozio. E se ne andò quasi

in estasi, quando gli dissi che lo Czar bianco, _figlio del sole_,

non potendo recarsi in quelle contrade, voleva avere le immagini dei

Kamakay suoi amici, e chʼessi tutti passerebbero sotto gli occhi dello

Czar, il quale manderebbe ad ognuno dʼessi un Kamley in panno rosso.

Non ebbi mestieri aggiunger altro ed occuparmi di altro. Tutti i

Kamakay del paese, a quattrocento verste intorno, accorsero per avere

il loro ritratto e mi portarono regali. Ebbi tutti i ragguagli che

volevo; ma sventuratamente, non affatto di mia soddisfazione.

I balenieri visitavano queʼ paraggi molto irregolarmente, nè ogni anno,

nè ad epoche fisse; lo stato del mare e la fortuna della pesca sopra

altre coste decidevano dei loro viaggi.

Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi

determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra

dellʼAnadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più

vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a

scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un

poʼ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non

fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino

al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi

nellʼincognito dellʼAmerica russa se non allʼultimo estremo.

Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo,

verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione

in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una

delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi–Kamen, tra la baia di

Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias

si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivano

Paulowski—a circa _quattordici mila chilometri_ da Varsavia!

La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza

a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di

roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e

che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante.

Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sullʼaltro

versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al

torrente, si abbelliva nellʼestate di piante, e di poche bacche di un

verde–giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule del _protococcus_

cominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a

fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in

partite di piacere. Vi si pescava un poʼ lo _sterlet_, la _nelma_, il

_mauksune_ e lo _tscir_—tutti grossi pesci della specie della trota

e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano

la state a raccogliere un poʼ di frutti del _vaciet_ di montagna,

quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa della

_makarcha_, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli

orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con

una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.

Io non era lontano dalla costa, ove sʼincontrava qualche _casipola di

rifugio_ per i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del

mare e darmi _ai miei studii topografici_. Potevo andare alla caccia

dellʼisatis bianco o turchino, dellʼorso bianco, dellʼargali, della

volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù

degli uccelli viaggiatori ed acquatici, e dei quadrupedi che fuggivano

innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio

rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano

delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano

un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.

Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io

non avevo a passar lʼinverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Ma _chi sa?_

Dʼaltronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.

Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando

per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di

Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara allʼaccampamento ed ero partito

con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia

dellʼorso bianco e della foca. Lʼaria sembrava pura; ma eravamo appena

in cammino che il vento nord–ovest ci scatenò su un nebbione denso

e nero come il fumo, chiamato _morok_. Noi non vedevamo il compagno

assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano dʼistinto.

Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un

torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza

onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud–est, e

come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so

dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.

Era il mare?

Figuratevi la Svizzera vista dallʼalto di un pallone aerostatico, a

mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di

Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove

spazia lʼaquila, ed avrete appena unʼidea di quel magico spettacolo.

Dei milioni di guglie dʼogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate

a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dellʼaria! Un campo

interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo

gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente

impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di

minareti! Qui la forma dellʼorso, dellʼelefante, più giù la forma

del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la

partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri

antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo

antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei

mostri della primavera del mondo—i mammuth, i pterodattili, gli

archeopterix, glʼichtyosauri—tutta una creazione di delirio ammalato.

Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi;

un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in

piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli

altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo di _torose_ di

formazione recente—è questo il nome dei blocchi di ghiaccio—avendo

ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una

spalancata _polinas_—crepaccio—che li inghiotte lʼuno dopo lʼaltro.

Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno allʼincontro lʼuna

dellʼaltra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono,

sʼinabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in

tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in

marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di

brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, un seguito di

balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una

bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco

lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo

circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai

per schizzare un abbozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.

Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di

colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad

unʼora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I

Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda

ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, unʼ_oukha_ succulenta

di _tscir_ alla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva

dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di

balena.

Percorrendo il _tundras_, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva

trovato una _sayba_—o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di

pietre—contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna

o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella

Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi

onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero

sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne

di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano

gli indigeni....

Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.

La miseria deglʼindigeni della Siberia, ho potuto constatarlo,

è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma

lʼimprevidenza, lʼinesperienza, lo spirito di fatalismo, lʼincapacità

dellʼuomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deve

essere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta

la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando

quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto,

lʼagilità, la volontà, lʼenergia, lʼingegnosità europea, ei faceva

miracoli.

Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume;

egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo,

al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e

le strappavamo di che vivere. La caccia dellʼargali, della renna,

dellʼorso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le

achillee _millefolium_, spuntavano di già. Di già si intravedeva il

grazioso _cornillet_ dai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un

cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata

qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in

giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza

ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì

che la radice del _boursault_ rampante era un eccellente condimento

alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un

certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal

gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con

un cavolo marino—_crambe maritima_—che ci dette un _stchi_, o zuppa

saporitissima. Prevedendo lʼignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma

la fusione dei ghiacci cominciò per bene.

Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare

le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla

moda deglʼindigeni, aveva accomodate dʼogni banda, cifrandole con un

segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il

progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio,

lʼimmobilità, lʼuniformità maestosa e religiosa che sʼincontra per

migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dallʼaltra

banda, era lʼOceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era

lʼebbrietà vertiginosa della vita.

A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di

vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di

diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve

eterna, o niellati di fili di argento brunito—i ruscelli. Il sole

lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed

animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve,

la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole

nevose, che impregnavano lʼaria, lanciavano sul fondo vaporoso una

miriade dʼarchi–baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava

il paesaggio. Lʼeco dei baratri ripercoteva gli urli del vento.

La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano,

turbinavano, davano lʼassalto al cielo. Di fronte era lʼOceano che

rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi

di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, sʼincontravano e si

precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il

masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua

schiuma furibonda; ma poco dopo eʼ risaliva a galla, lordo di limo

verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al

contatto dei fondi desolati. Lʼimmensa stesa immobile entrava, a sua

volta, anchʼessa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un

sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava,

si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul

loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come

raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo

lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed

invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva,

polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva

un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un poʼ sul

ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi

allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva

dallʼasfissia. Lʼorso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si

torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dellʼonda,

sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le

forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della

battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili

ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in

lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e

gittassero lungi di fuori le montagne che correvano lʼuna sullʼaltra.

Il sole restava adesso in permanenza allʼorizzonte—per cinquanta

giorni—ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo

disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne

abbagliati. Verso lʼora che doveva essere la notte, esso si abbassava

un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sullʼorizzonte, tanto

più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un

sorriso fecondo.

Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.

Le notti degli emigrati a Londra · 第 16 / 23 段