fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La
sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno
al _sciuuvale_ fiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla
nostra porta.
Hurrà! era Metek, che arrivava con due _narte_, di cui una tirata da
ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa,
quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!
Ecco di che trattavasi.
Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la
curiosità dellʼ_esaule_, il capo della truppa di Verknè–Kolimsk, il
quale faceva le funzioni di delegato di Srednè–Kolimsk. Era stato
mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La
strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼ _gascon_ che
Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente
esageratori—parvero sospetti allʼ_esaule_. Eʼ non volle permettere il
reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò
una _narta_ per condurci a Verknè, e mandò due dei suoi cinque Cosacchi
per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli
stesso dei nostri apparecchi.
Se Metek avesse portato di che nudrire la nostra muta di ventiquattro
cani per due mesi, egli è certo che mi sarei sbarazzato dei due
Cosacchi in un modo o in un altro, ed avrei continuato il mio viaggio.
Ma, senza scorta, noi non potevamo marciare che un giorno e poi restare
seppelliti nelle tundras. E le zanzare ci avrebbero succhiati vivi
lʼestate. Bisognò dunque fare buon viso, avvegnacchè il cuore battesse
con violenza.
Partimmo allʼindomani, una delle _narte_ tirando al rimorchio la
slitta, ove Cesara ed io ci tenevamo.
Tre dì più tardi arrivammo a Verknè–Kolimsk, miserabile borgo, ove evvi
un piccolo ostrog, esile fortezza in legno, circondata di palizzata e
grossi tronchi. Lʼostrog, cadendo in ruina, ricoverava male i cinque
Cosacchi che lʼoccupavano per dare mano forte allʼoffiziale del bailo
nella esazione del _yusak_ nel distretto.
Lʼ_esaule_ era un Russo, invecchiato nel paese, lupo un dì
formidabilmente affamato, ora un poʼ addimestichito.
Presi immediatamente con lui unʼaria insolente ed in collera, lo
minacciai di portare i miei lamenti al governatore della Siberia
orientale. Lʼesaule non si mostrò però troppo turbato, e mi chiese il
mio passaporto. Io glielo presentai. Ei lo lesse e rilesse, lo voltò e
rivoltò nelle sue mani, mi guardò in maniera sospettosa, mi squadrò con
insolenza.
—Il passaporto è in regola, disse egli alla fine. Vediamo adesso la
lettera di commissione dellʼAmmiragliato di Pietroburgo.
—Ciò non vi riguarda, risposi io; il vostro officio si limita alla
visita del passaporto.
—Ciò è vero, replicò lʼ_esaule_.
—Nondimeno, soggiunsi io, non ho alcuna difficoltà a mostrarvi il
dispaccio del ministro della marina.
—Vi chieggo scusa, mormorò lʼ_esaule_, leggendo la lettera
dellʼAmmiragliato. Ma il governatore di Jakutsk ci ha segnalato la fuga
di un Polacco deportato, col quale, per disgrazia, voi avete qualche
tratto di somiglianza.
—Ciò non mi stupisce: io sono dellʼUkrania.
—Dʼaltronde, perchè, in una stagione come questa, vi scostate voi
dalla strada ordinaria?
—Gli è semplicissimo, risposʼio. Io sono incaricato dal
generale Ozerof di fare uno studio geologico della catena degli
Stanovoy–Grebete, ove prendono la sorgente lʼIndighirka, la Kolima e
lʼOmolone. E siccome io ritorno in Russia pel Kamtsciatka, imbarcandomi
a Petropaolowki, così non potevo osservare queste montagne che
costeggiandole il più dʼappresso possibile.
—Avete voi questa commissione in iscritto?
—No: nè ciò era necessario.
—Eppure! disse lʼ_esaule_. Poi, perchè avete voi un passaporto datato
da Jakutsk, mentre la commissione del ministro della marina viene da
Pietroburgo?
—Per la ragione che io mi trovava ad Olekminsk, quando la commissione
mi è giunta, e che Jakutsk è, mi sembra, più vicino di Pietroburgo per
farmi dare questo passaporto.
—Per unʼaltra strana coincidenza, continuò lʼ_esaule_, il Polacco
fuggito è accompagnato da una giovinetta, i cui connotati corrispondono
a quelli di vostra sorella.
—Che posso farci?
—Voi, niente. Ma io debbo fare ciò che la prudenza esige in queste
circostanze: io vi arresto, e scrivo al governatore di Jakutsk per
domandargli delle istruzioni.
Io era fulminato. Nonostante feci uno sforzo su me stesso, e risposi:
—Voi compirete il vostro dovere come lʼintendete. Ma nel medesimo
tempo che il corriere porterà le vostre lettere al governatore di
Jakutsk, egli porterà altresì la mia protesta contro la violenza che mi
fate, e i miei dispacci al ministro della marina, in cui gli racconterò
gli ostacoli che un esaule si permette di opporre ai suoi ordini. Non
vi sarà che un anno perduto e qualche migliaio di rubli sciupati pel
Governo; ma, al postutto, io mi riposo.... ed avrò lʼonore di fare il
vostro ritratto.
Lʼ_esaule_, a sua volta, mi sembrò perdere staffa. Io aveva aperta la
breccia; perciò continuai:
—Infrattanto, mentre il vostro corriere si reca a Jakutsk, io vi
consiglio ad occuparvi dei preparativi pel mio viaggio—di cui intendo,
del resto, compensarvi largamente. Vorrei arrivare allo stretto di
Behring prima del mese di giugno, onde non essere per via divorato dai
tafani.
La venalità dei funzionarii russi è proverbiale in Europa, a causa
dellʼimpudenza chʼessi vi mettono. La parola ricompensa suonò dolce
allʼorecchio dellʼ_esaule_.
Eravi nella stanza ove parlavamo un vecchio prete, che, senza lo
strepito e la iattanza dei missionari cattolici, converte ogni
anno, allʼepidermide egli è vero, numerosi Tungusi e Jukaguiri al
cristianesimo, e fa ogni anno un viaggio di 2500 verste a cavallo
per visitare i suoi catecumeni. Lʼ_esaule_ parlò qualche minuto
allʼorecchio del prete, il quale gli rispose, mi sembrò, con vivacità.
Da quel colloquio segreto risultò questo:
—Io comincio ad occuparmi da domani, disse lʼesaule, per procurarvi
una buona narta e la migliore muta di cani, che sarà possibile riunire
in questa stagione. Resterete in casa mia. Io farò partire, fra un
giorno o due, un Cosacco per Jakutsk, che porterà il mio rapporto al
generale Ozerof e le vostre lettere per lʼAmmiragliato. Saremo così
in regola tutti due, e, se ho fatto male arrestandovi, ne subirò le
conseguenze.
Io sospettai un tranello in questa risoluzione. Quindi risposi
alteramente:
—Sta bene. I miei dispacci saranno pronti fra un paio di ore.
Solamente, siccome il carceriere ed il prigioniere non potrebbero
vivere insieme in un eccellente accordo, così pregovi di assegnarmi
unʼaltra dimora, fosse anche nellʼostrog, come conviensi ad un forzato
fuggito dal Bagno. Non domando alcuna concessione, alcuna transazione
al vostro dovere che vʼimpone un sospetto, pel quale mettete
impedimento agli ordini dello Czar.
Questo linguaggio lo scosse. Il colloquio dellʼ_esaule_ e del prete
ricominciò. Côlsi in aria questa frase del prete: Chi lo saprà?
—Lʼostrog è inabitabile per persone come voi e vostra sorella, rispose
lʼ_esaule_. Restate qui per oggi. Domani procurerò di avere una
casipola per voi.
Io non dimandava di meglio che restare, onde compiere la compera del
mio uomo.
Per ben rappresentare la mia parte, sollecitai a scrivere al
ministro della marina, e la sera, prima di pranzo, diedi il mio plico
allʼ_esaule_, sollecitandolo a far partire il corriere. Eʼ si mostrò
poco pressato. Al contrario, esagerò la pena che doveva darsi per
somministrarmi i mezzi di viaggio. Avevo detto che io non infliggeva
alcuna prestazione forzosa ai poveri e poco numerosi indigeni, e che
pagherei—imprudenza da mia parte, essendo ciò insolito agli uffiziali
del Governo! Questo però allettò lʼ_esaule_. Eʼ poteva esigere una
commissione dalle persone cui impiegava. In breve, io passai a
Verknè–Kolimsk tre giorni in una viva ansietà quantunque constatassi
che il corriere non partiva, e che gli approvvigionamenti pel mio
viaggio si eseguivano. Ebbi una nuova conversazione collʼ_esaule_,
nella quale mi lamentavo delle sofferenze che avrei a subire in un
viaggio di primavera, a causa della sosta che si metteva alla mia
partenza.
—Il bel vantaggio, soggiunsi io, quando saprò che sarete stato
severamente punito per il vostro abuso di autorità! Ciò mi risparmierà
forse una sola puntura di zanzara, un tundras, lo scioglimento del
ghiaccio delle riviere, le difficoltà infinite della via, che, la
contrada essendo gelata, sono in parte rimosse in questo momento?
—Che posso farci adesso? rispose lʼ_esaule_, con accento significativo?
—Non far nulla, per Dio! non saper nulla, non veder nulla, e....
Apersi il portamonete, facendo vista di cercarvi alcun che.
—Sia, riprese lʼ_esaule_. Non manderò corriere. Ripartite domani.
Obliate tutto. Schizzate il ritratto di mia moglie, stasera.... Tutto
è in punto onde partiate domani.
Infatti, partii allʼindomani. Una narta, carica di viveri, di pesce
secco per i cani e di una parte delle nostre provvigioni, ci precedeva.
Era tirata da dieciotto magri cani di Siberia, dalle orecchie rotonde
come gli orsi. La slitta, allestita con otto altri cani, seguiva la
narta. Cesara ed io conservavamo il nostro veicolo.
Viaggiammo con celerità incredibile.
I pattini delle vetture erano guarniti di osso di balena; e siccome
le asperità dei paludi gelati che traversavamo occasionavano qualche
ritardo, così si feʼ uso dei pattini di ghiaccio—vale a dire, si
versava dellʼacqua sui pattini, la quale, gelando la notte, li copriva
di una crosta di solido cristallo, che sdrucciolava celere e diminuiva
lo stropiccio. Io aveva indossato un abito di pelliccia più caldo, per
mettermi al coperto dal freddo, e Cesara era, alla lettera, seppellita
sotto pelli di orso, di volpe polare e di renna. Qualche giorno dopo,
arrivammo alle sponde dellʼOmolone, al sito ove la Knodutuna sbocca
nella riviera.
Percorrevamo una solitudine di neve. Il salice cessa di vegetare
allʼOmolone. Fummo assaliti dalle medesime bufere di neve, le quali
divenivano tanto più veementi, inquantochè la contrada non era più
frastagliata di alte catene di montagne. Era una rete di prominenze ora
nude, ora gremite di sterpio, nelle spaccature, di cedri nani, la cui
piccola bacca saporosa forma la delizia degli orsi, degli scoiattoli e
deglʼindigeni. I lupi ci dettero ancora una caccia vigorosa; ma questa
volta non lasciammo loro il tempo di formarsi in battaglione: quando ne
vedevamo tre o quattro riuniti, tiravamo sopra di loro. Ogni tre giorni
facemmo sosta per cacciare e far riposare i nostri cani, che soffrivano
molto pel freddo. Avevamo dugento verste da percorrere ancora, prima
di arrivare allʼAvadyr.
Il paese abitato dai Tungusi e dai Jakuti restava indietro. Eravamo
già nella regioni dei Kosiaki e dei Tsciuktscias, tribù indipendenti,
gelose della loro libertà, sospettose, feroci, viventi di caccia, di
pesca, delle loro renne, e, quando possono, di furto. Avevamo avuto la
buona ventura di cansar lʼincontro dei banditi, vale a dire i forzati
evasi, che percorrono le foreste vivendo di brigantaggio e mettendo a
ruba le yurte sparpagliate ed i villaggi. Avremmo noi questa cattiva
sorte, traversando steppe inesplorate e inospitali? Parlavamo di ciò
con Cesara, quando un giorno, verso il mezzodì, entrando in una gola
di colline, la nostra guida, che conduceva la narta, fece osservare a
Metek delle tracce di racchette da neve, che mostravano la loro riga
cristallizzata sulla neve della notte precedente.
—Tenete le armi in ordine, mi disse Metek, sporgendo la testa nella
slitta; ci va dinanzi un selvaggiume, che potria essere pericoloso.
—Che selvaggiume?
—Ma, che so io! I Tsciuktscias forse, i Kosiaki, peggio ancora, i
_vors_ scappati da Okhotsk o da Ayan.... qui non si è sicuri di nulla.
Malgrado lʼallarme, viaggiammo il giorno intero senza accidenti,
trovando sempre però le orme dei pattini da neve dei viaggiatori che
passano per la contrada.
Eravamo nel febbraio 1866. Il tempo era orribile: il vento e la neve
ci davano battaglia. Non avevamo potuto percorrere più di cinquanta
verste. Uomini e bestie cadevano di spossamento. Il conduttore della
narta aveva scôrto un sito sotto una sporgenza di roccia, ai limiti
di una steppa di spine, di parecchie decine di verste, cui avevamo a
traversare, ed erasi vôlto a Metek per dimandargli se non gli sembrasse
conveniente di accampar quivi la notte. Di un tratto, udimmo un sibilo
seguìto da un grido. Il sibilo era prodotto da una freccia: il grido
partiva dalla nostra guida, che sclamava:
—Sono morto!
La spiegazione di questo avvenimento non si fece attendere. Di dietro i
macigni, vicino alle steppe, sbucarono come un turbinio dodici uomini
vestiti di pelle di renne, che si precipitarono sopra di noi. Un
nugolo di freccie fischiò allora intorno a Metek, che saltò di botto
dalla predella della slitta, e prese il fucile. Io pure uscii fuori.
Cesara si alzò, tenendo in mano i due revolver muniti di capsula per
passarceli. I due colpi di Metek ed i miei partirono insieme. Quattro
briganti caddero supini. Gli altri non pensarono a continuare la lotta:
si gettarono sulla narta ancora attaccata ai cani, e scomparvero. Noi
scaricammo sopra di loro i revolver, ne ferimmo forse taluno, ma il più
chiaro della disgrazia era questo: avevamo perduta la narta, caricata
della parte più considerevole delle nostre provvigioni.
XI.
La perdita era irreparabile. Non avevamo salvo che il pemmican, e
fortunatamente il calderino, la lamina di rame, lʼaccetta... ed altre
piccole provvigioni nel fondo della slitta. Ma che dar a mangiare ai
cani?
—Ho di che nudrirli per tre giorni, mormorò Metek. Noi cacceremo.
Siamo in un paese che abbonda di renne selvagge, argali, orsi, che
stanno per isvegliarsi presto e ci daranno, se Dio vuole, non poco
travaglio. Frattanto giungeremo alle sponde de lʼAnadyr.
—LʼAnadyr non è una città, dissi io. Ed una volta colà, abbiamo ancora
circa mille verste di fiume da discendere. Quanto ad Anadyrskoi–Ostrog,
non voglio approssimarmivi.
—Nondimeno, soggiunse Metek, noi non possiamo restar qui. Saremo
inseguiti. Questa notte bisogna viaggiare.
—Ma i cani sono sfiniti.
—Vado a regalarli, disse Metek.
Io vidi allora, con forte fremito, chʼegli, preso il coltello, andò a
tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri
dei briganti. Egli lʼaccatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta;
poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne
gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un poʼ
addomesticati si davano ad una vera orgia, Metek accese il fuoco. Ben
presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui
stemperammo un poʼ di farina di segale. Nientʼaltro; ma era un liquido
caldo, e ci rifocillò.
Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.
La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di
luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida
e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un
selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno
dieci o dodici verste allʼora, oltrepassavano in questo momento le
quindici verste—il massimo della loro velocità. Unʼora e mezzo dopo,
li lasciavamo respirare per una mezzʼora; poi la corsa ricominciò. Due
giorni dopo, eravamo allʼAnadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue
foci.
Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo,
del resto, liberi dallʼinseguimento degli assassini.
Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.
Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.
—Egli è impossibile raggiungere il golfo dʼAnadyr col nostro
equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti,
hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.
—Che fare allora?
—Anzi tutto li calzerò di stivaletti, e continueremo con essi fin dove
potremo. Ma è mestieri pensare ad altro.
—Per esempio?
—Per esempio, cacceremo alle renne, ma non col fucile, col laccio.
Queste bestie se la svignano verso il mare Glaciale a primavera,
onde sottrarsi al calore ed alle zanzare, e ritornano nelle foreste
della pianura il verno per trovarvi un poʼ di caldo. Le steppe dei
_torendras_, della sponda sinistra dellʼAnadyr, ne formicolano.
Lʼimmensa contrada che principia allʼOmolone e si stende fino allo
stretto di Behring, tra la via sinistra dellʼAnadyr ed il mare
Glaciale, è abitata dei _Tsciuktscias a renne_. Arriveremo quindi a
procurarci una muta, il cui nutrimento non ci costerà nulla, e la cui
forza e lʼabitudine di soffrire sono superlativi. I nostri cani ci
serviranno a cacciare le renne. Imperocchè non basta di giungere alla
baia dʼOnemene, nel golfo; ma bisognerà forse risalire verso il nord, o
costeggiare il mare allʼest per...
Metek si tacque. Aveva egli indovinato il mio segreto, al pari
dellʼ_esaule_ di Verknè–Kolimsk? Io penso che sì...
Le ripe dellʼAnadyr sono molto erte a destra, appiattate in parte a
sinistra. Da un lato si osserva la catena degli Stunovoi, che comincia
là verso il mare di Okhotsk, e prolunga i suoi picchi fino al mare
di Behring. Dallʼaltro lato, sono stagni frastagliati da piccoli
laghi, numerosi torrenti e fiumi, e parecchie colline del paese dei
Tsciuktscias. Vi è ancora a destra qualche selva, ma lontana, e non
raggiunge nè i torendras a sinistra nè le rive del mar Glaciale. Il
corso dellʼAnadyr è seminato qua e là di isole, e riceve un gran numero
di affluenti. Gli ostacoli, che sbarrano il suo letto, si rinnovellano
di frequente, ma non sono insormontabili. Incontrammo tutti i pericoli,
tutte le sofferenze, tutte le fatiche che avevamo affrontate fin
qui: freddo, guerra di elementi, privazioni, inseguimenti di bestie
affamate, la vista di qualche orso bruno, che ci fiutava con una
voluttà sibaritica; poi un silenzio spaventevole dappertutto. I cervi
stessi ci accompagnavano come se avessero seguìto un funebre corteggio.
Il cane siberiano ringhia ed urla, ma non abbaia.
Siccome diveniva sempre più urgente di dar la caccia alle renne—due
dei nostri cani sanguinavano già ai piedi—così ci fermammo al sito,
ove il Kholole si precipita nellʼAnadyr, il sito sembrava propizio.
Un cespuglio di arboscelli si prolungava quasi fino alle sponde. La
spaccatura delle rocce ci presentava una grotta, che aveva servito,
prima di noi, a non pochi orsi, ma che al presente trovavasi vuota. I
cani digiunavano da trenta ore. Issammo dunque la slitta sul margine
destro del fiume, ed accampammo nella grotta.
Il freddo era feroce, benchè in febbraio. I cani ci aiutarono a
cacciare. Fummo tanto fortunati, da uccidere un lupo ed una volpe per
il desinare, atteso da così lungo tempo dalla nostra muta. Ma non una
renna, neppure una lepre si presentò ai nostri sguardi. Bisognò, per
quel dì, contentarci di due o tre Karaki, smarriti in queʼ paraggi.
Allʼindomani, lʼistessa mala ventura; ma trovammo la traccia delle
renne. Questa traccia però, andando dallʼest allʼovest, ci consigliò a
cacciare sulla riva sinistra del fiume. Facemmo dunque gli apparecchi
pel dì seguente.
In fatti, verso il mezzodì, la vista nellʼaria di qualche aquila ed
altri uccelli da preda, che si librano sempre sulle gregge di renne
che emigrano, ci segnalò la vicinanza di queste bestie. Continuammo ad
andare nella medesima direzione, e, poco dopo, un branco di renne si
offerse al nostro sguardo.
Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda
era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza
convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe
fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava
dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre
piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i
rimettiticci più teneri. Il capo–renna, che dirigeva il piccolo branco,
il _vojati_, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come
un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il
segnale della partenza.
—Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek,
esse hanno avvicinato però lʼuomo. Ci sarà quindi facile forse di
strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.
Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io
mʼincaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a
carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse
guardavano con attenta curiosità quellʼessere ravvolto in una pelle
simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E
Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo
approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a
portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia,
quando una freccia fendè lʼaria con un sibilo lamentevole, ed andò a
conficcarsi nel cuore della renna–capo. Essa gettò un bramito lacerante
e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati.
Immediatamente, di dietro unʼaltra macchia si mostrò un Jukaghir, che
aveva abbattuto il selvaggiume. Ei sʼincontrò faccia a faccia con Metek.
Il Jukaghir rassomiglia un poʼ al Russo: capelli ed occhi quasi neri,
viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle,
ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti
il violino o la _balalayka_, o mandolino.
Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male
immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un
grido di gioia, e cʼinformò che a 50 verste più lontano, allʼest, quasi
sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata
da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci
cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di
rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo
un eccellente desinare colla lingua della renna.
Partimmo allʼindomani alla ricerca della yurta. Ellʼera, del resto,
sulla nostra via.
Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva
essere—Metek aveva presi dei ragguagli precisi—, ci fermammo. La
giornata era stata orribile. Avevamo seguìto una valle profonda, nella
quale lʼAnadyr scorre, nellʼestate, quasi incassato fra due argini
fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.
Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava
forme bizzarre alle rupi. Dallʼalto di questi picchi, colle cime
fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese
dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse
di diamante. La crosta del fiume presentava una superficie fortemente
aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò
sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere
il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani
sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un poʼ di pemmican.
Un poʼ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove lʼAnadyr si
precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili
del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve,
ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.
Sollecitavamo lʼarrivo dellʼalba per metterci alla ricerca del casolare
indicato.
Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura
si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito dʼitterizia si avventurò
allʼorizzonte.
Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la
tenda a qualche pilastro di ghiaccio—non vi erano più alberi—, ed
accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo,
ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò
presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più
rare.