salvatore. Esso regolò il suo andare ad una specie di galoppo, che un
vincitore di Derby non avrebbe disdegnato. Temevamo di vedere ad ogni
istante il nostro veicolo andare in pezzi. Il pericolo aumentò, alla
discesa nella valle che separa il corso delle acque dellʼIndighirka
da quello della Kolima. Lambivamo i precipizi, ove lʼorso voleva
slanciarsi di partito preso. Metek lo tratteneva con mano di ferro, ed
il collare, stendendosi, lo strangolava. Bisognava allora addolcirlo.
Io uscii dalla slitta e lo carezzai. Cesara fece altrettanto, ad un
passo ove la slitta bilicava sur un baratro, ritenuta unicamente dalla
trazione. Ella osò passare la sua mano sul grugno appuntito dellʼorso.
Ciò fu veramente magico.
—No, sclamò Metek con un grido istantaneo, il vostro giovane fratello
è una piccola sorella.
Stupefatto da queste parole, io non trovai nulla a rispondere. Sorrisi.
—Ciò è una grande fortuna ed un gran pericolo, rispose Metek. Vedremo.
Infrattanto, la corsa dellʼorso si regolava. Solamente, esso fermavasi
di tempo in tempo, e volgeva la testa verso la slitta. A digiuno da
dodici ore, noi osammo allora mordere un biscotto ed un lembo di carne
salata, gelata.
Viaggiammo così due giorni.
Avevamo traversato sempre paludi gelate, boschi cedui quasi
impenetrabili, montagne dalle creste frangiate, burroni irti, fiumi
torrenziali dʼestate, ora gibbosi, e scorgendo di lontano in lontano
qualche _yurta_ affamata. La terribile notte di trentotto giorni
cessava alfine. Eravamo al 28 dicembre, e vedemmo allʼorizzonte una
luce, come lʼalba del mattino, ma così pallida, che lo splendore delle
stelle non era punto affievolito. Queste deboli apparizioni del sole
rendevano il freddo più vivo, senza bandire i _moroki_, o nebbioni
densi, prodotti dai venti del nord. Avevamo avuto rarissime notti
serene. Dinanzi a noi si allineava una formidabile cortina di montagne,
dietro la quale scorre la Kolima. Nella pianura sterminata elevansi
delle colline più o meno alte, più o meno coniche e arrotondate a
foggia di cranio. Il paesaggio non cangiava mai; gli accidenti non
diminuivano. La nostra stanchezza era estrema. Una notte di riposo ci
sembrò indispensabile. Da sessantasei ore non avevamo preso nulla di
caldo.
Facemmo alto a piè dʼun poggio, che ci offriva uno scavato fra due
massi. Distaccammo lʼorso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà.
Mentre io innalzava il _pologhe_ e Metek tagliava le legna pel fuoco,
Cesara dalla slitta teneva la correggia dellʼorso, al quale io aveva
presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. Lʼorso
parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò
il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di
ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.
—Ma! eʼ si lascerebbe baciare, senza far troppo lo schifiltoso, se
glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?
Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta al
_pologhe_. Lʼorso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò
il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti.
Cenammo con una parte dellʼanca dellʼalce, messa sulle brace, che
restavaci ancora. Lʼorso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò
fra le sue zampe enormi lʼenorme osso scarnato, divertendosene come
di un trastullo. Poi feʼ scricchiolar sotto i denti con diletto un
biscotto. Noi bevemmo del thè; eʼ si contentò fiutarlo con curiosità.
Lʼaspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi dʼun
insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. Eʼ si allogò
allʼingresso della tenda, e la sbarrò.
Metek assicurò che lʼorso erasi oramai affezionato a noi, e che non si
avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era
la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io
dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che
Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.
Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un
pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome di _Czar_, e
partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare
alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si
mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo
zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri
allʼora.
Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da
qualche collina. Lʼintensità del freddo cresceva. Certo, se avessimo
avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero.
Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo
colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di
soppiatto, un boccon dʼaria fresca, che ci increspava il petto con
la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di
tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo
restava esposta per un minuto solo al contatto dellʼaria. Gli occhi
sʼinjettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa
nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve,
restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore,
prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una
miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nellʼaria. I laghi
gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che
toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non
potevamo servirci più dellʼaccetta, che sarebbe andata in frantumi al
minimo uso.
Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai
piè dei monti, che chiudono allʼovest la vallata della Kolima.
Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento
per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed eʼ
trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma,
spirando nella medesima direzione—ciò che la gente del paese chiama
la _zastruga_—, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale,
in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del
mezzodì. Stavamo per intraprendere lʼascensione di unʼerta montagna, da
quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando le
_tundras_, allo stretto di Behring. Eʼ fu dunque mestieri ora scalare
o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei
precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta
affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a
mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul
versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dallʼimo degli abissi
come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati
da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se
i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di
cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una
tromba verso le nuvole.
Corremmo immediatamente a rialzare lʼorso, che era lì per fracassar
tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia
del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo
raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una
mano, avvinghiandosi collʼaltra agli sterpi, oscillanti essi stessi
sotto la bufera.
Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i
macigni. Lʼuragano durò ventiquattrʼore. Il freddo, malgrado il fuoco
enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e cʼimpediva di uscir fuori
della tenda. E noi avevamo a nutrir lʼorso! La carne dellʼalce e della
renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la
fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo
preziosa per destinarli ad alimentar lʼorso, che divorava due o tre
chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte
sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda,
allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo
qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e
lʼacquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican....
Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco lʼorso, che lo seguì con
molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si
rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava
presso a poco per lo Czar: era lʼessenziale. Infine, la bufera si
calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!
Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro
ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il
vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio.
Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami
degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla
solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio
infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e
sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche.
Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto
doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della
società, dellʼagiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore.
La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte
a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle
sovrapposizioni stravaganti.
Allʼindomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask, che saltella di
roccia in roccia sugli spalti della montagna.
Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui
avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo
a cavarcela, a poco a poco, grazie ad unʼaurora boreale, che ci
rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è
meno splendente che in novembre e dicembre. Unʼiride appena colorata
spuntò dapprima verso il nord–est. Poi delle colonne di fuoco si
slanciarono allʼorizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora
rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli
immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una
benda, ora verde–azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute
si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo
bleu–nero profondissimo della notte.
Due giorni dopo, ci fermammo allʼimboccatura della Stolbovayask nella
Kolima.
Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che
io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e
provvedere ai nostri bisogni.
Adagiammo il _pologhe_ al ricovero in unʼimboccatura di basalto,
vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri,
costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la
rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un
vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla
metà del verno nelle vallate della Kolima e dellʼAniuy. La temperatura
cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di
caldo.
Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre
ventiquattro ore per cacciare lʼintera giornata con una fortuna
mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti.
Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il
sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il
mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso
libero, affinchè eʼ cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei
sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato,
e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed
ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.
—La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a
correre verso il nostro accampamento.
Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce
lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui.
In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!
Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve,
dibattendosi contro lʼorso, che la scalpitava e la leccava orridamente.
Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo
stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira
lʼorso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a
ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde
supina in tutta la sua lunghezza.
Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.
Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai
le vesti della povera creatura, e la richiamai alla vita. Dio lʼaveva
salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?
Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò allʼistante, e le
successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra
slitta!
X.
Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò
su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo
senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri
un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una
fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri
lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un
deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei
suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o
tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di
fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma
forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una
spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek
dimandò:
—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?
—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara,
coricata sotto le pelliccie.
—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si
deve lottare contro la morte.
—Conoscete voi bene la contrada ove abbiamo naufragato?
—Perfettamente. Siamo a centocinquanta verste da Verknè–Kolimsk,
il solo sito, nel giro di mille o millecinquecento verste, in cui
potessimo trovare un aiuto qualunque.
—Bisogna recarvisi a piedi, risposi io. Se noi cadiamo spossati, voi
vi salverete.
—Non si tratta di noi, vale a dire voi e me, padrone. Gli uomini della
nostra tempera muoiono sotto la mano di Dio, di raro sotto i colpi
della sventura. Ma vostra sorella?
—Ah! sclamai io, che fare?
—Ebbene, proviamo, disse Metek. Le yurte sulla Kolima erano altravolta
numerose; ora lʼepizoozia, la miseria le hanno deserte. Non ne
troveremo una ogni sera al termine della nostra marcia, ma ne troveremo
ancora, senza dubbio, per riposarci un giorno, di tempo in tempo. La
giovane padrona può percorrere sei o sette verste al dì?
—Ne dubito.
—Lo posso, rispose Cesara, che ascoltava la nostra conversazione,
rialzando la testa; senza la neve ed il freddo, potrei camminare anche
di più.
—Allora proviamo. Chi ci dice che non troveremo in una di queste yurte
una _narta_ con una muta di cani?
—Io sarò pronta fra due giorni, disse Cesara. Non domani: sono troppo
affranta.
—Ci occorre questo tempo, riprese Metek. Noi non trascineremo certo
dietro a noi tutto ciò che possediamo. Prenderemo dunque quanto potremo
di viveri, ciascuno secondo le sue forze, qualche pelliccia, le nostre
armi, lʼaccetta, il calderino...... e seppelliremo il resto sotto la
neve, per venirlo a prendere quando avremo cani o cavalli. Bisogna
sottrarre il nostro tesoro alla ricerca dei lupi: i Jakuti non sono da
temere.
—E voi pensate che troveremo cani o cavalli?
—Non so se ne troveremo, che vogliano adattarsi a seguirci fino al
mare di Behring. Ma non dubito punto che ne troveremo per una parte
almeno della via. Dormiamo adesso. Lʼuomo non è padrone del suo domani;
è dunque inutile preoccuparsene.
Due giorni dopo, eravamo in cammino, sopraccarichi, coi piedi armati
di pattini. Non avevamo fatto una versta, che il tempo ci dichiarò la
guerra. Uno spaventevole caccia–neve ci avviluppò. Il turbine ci prese
nel suo grembo: noi giravamo sopra noi stessi, acciecati, soffocati, ci
sentivamo innalzare dal suolo storditi.
—Faccia a terra, gridò Metek, che ci apriva la strada, dandoci
lʼesempio.
Noi ci lasciammo cadere lʼuno accosto allʼaltro, col viso contro
lʼimmensa nappa di neve. Qualche minuto dopo, eravamo seppelliti. Per
avere un poʼ di aria e respirare, elevavamo il braccio alla superficie
dello strato di neve che ci copriva. Quando il fardello diveniva troppo
pesante, noi ci sollevavamo di un grado. Faceva caldo. Udivamo stridere
sul nostro capo come milioni di seghe di giganti, che addentassero il
granito. Impossibile dire o far intendere una parola. Ci toccavamo
la mano, sotto un metro di neve, per farci deʼ segni. Ciò durò sette
o otto ore. Quando il turbinio si acquetò, noi uscimmo dalle nostre
tane, ed il freddo intenso che incontrammo alla superficie, allʼaria
aperta, cʼirrigidì di un colpo come una verga di acciaio. Ci rimettemmo
in cammino per ripigliare un poʼ di calorico; ma il cuore era più
ghiacciato ancora che il corpo.
Facemmo così cinque verste; poi Cesara cadde sulla neve. Cercammo
un ricovero sotto un cespuglio di spine, ed a forza di grattare,
sbarazzammo il sito fino alla superficie del suolo: vi posammo la
nostra lamina di rame, secondo il solito, ed accendemmo il fuoco.
Il caldarino, pieno di neve, cantò; il pemmican ci offrì un brodo
rifocillante. Ma come passare la notte? Non avevamo più la tenda.
Scavammo, dietro un ciuffo di pini nani, un tunnel sotto la neve,
assicurandoci bene chʼessa era solidamente gelata, affinchè la vôlta
non ci cadesse sopra; poi ci calammo sotto quellʼarcata, a moʼ dei
Samojedi, coi piedi verso il fuoco, bene avvolti nelle nostre pellicce.
Poco dopo, avevamo, per così dire, troppo caldo.
Viaggiammo in questa guisa tre giorni, e facemmo circa venti verste. Al
quarto giorno, Cesara cadde ai miei piedi, e sclamò:
—Uccidimi, e salvatevi. Io non posso andare più oltre.
Mi sentii annientato. Mi lasciai piombar sulla neve, e gridai alla mia
volta:
—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.
Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il
silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a
traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori
frenetici. Infine Metek si levò, e disse:
—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre
giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella
difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza.
La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e
mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè–Kolimsk, e vi condurrò una
narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni
al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼ_ispravnik_—il
commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a
Srednè–Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in
piedi, ovvero lʼ_esaule_, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè.
Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e
protezione?
In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta
per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi
dissi a Metek:
—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione
forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di
dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani
per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e
piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.
—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in
questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti
per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.
—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.
Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro
dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso
non era enorme, e noi procedevamo più spediti. Due giorni dopo,
arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda,
le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese
circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo
la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a
rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami
intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua,
che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta
fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi
feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.
Metek calzò le sue _lija_—pattini da neve—e partì il dì seguente.
Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli:
più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al
meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio.
Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella
giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono
Polacco: dunque cattolico.
Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne,
lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso
ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli,
del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai
qualche _salmone larareto_, che tagliai a fette sottilissime, le quali,
gelate, ci somministrarono una squisita _struganina_. Presi, nei cavi,
dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici di _sanguis–orba_ e
di _rubus chamemorus_, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara
si rimise della sua immensa stanchezza e della terribile emozione che
le aveva cagionato lʼorso. Che scena!
Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla
neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si
dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio
nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi
Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente,
e brontolando una specie di _ruru_ lamentevole e modulato. Cesara,
terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale,
sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e
cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro
martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel
fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida
della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania
di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva
fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto
fine a quella orribile scena e salvato Cesara.
Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla
refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri
e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate,
ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai
mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno,
una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo,
sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile
firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con
un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno
dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.
Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostra _isba_—se
mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si
affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la
parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita
nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.
E dire che il Governo russo esige da questi affamati il _yosak_, ossia
tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!