di larici e di betulle era ad una mezza versta a sinistra, a piè di
una prominenza; Metek ed io prendemmo le renne per la correggia, e,
sprofondando nella neve fresca, che cadeva come una sabbia di punte
di aghi e ci trapassava, tagliammo la via verso questo ricovero.
Lo raggiungemmo. Legammo la slitta, che girava come una trottola,
e distaccammo le renne. Non bisognava pensare a spiegare la nostra
piccola tenda o accendere il fuoco. Dovemmo contentarci del pesce secco
e del biscotto e bere un sorso di acquavite. Non avevo termometro, ma
sono persuaso che il freddo toccava i 38 o 40 gradi; perocchè il legno
era divenuto duro come ferro, e lʼaccetta sarebbe andata in pezzi come
vetro, se non lʼavessimo adoperata con grande precauzione.
I monti che circondavanci, come pure le boscaglie, avevano dei gridi
di laceramento: macigni che si fendevano e precipitavano, alberi che
schiattavano, rami che si spezzavano nella battaglia, sotto la potenza
che li lanciava gli uni contro gli altri. Noi non tremavamo neppure
più: eravamo agghiadati, irrigiditi. Metek, egli stesso, pigiava il
suolo, e faceva scambietti per darsi un poʼ di caldo. Seppellita
sotto una montagna di pellicce, Cesara sembrava un pezzo di ghiaccio.
Questa terribile calcitrata del verno durò ventisei ore. Infine si
calmò alquanto. Le nostre renne, che accollate lʼuna allʼaltra,
accovacciate vicino alla slitta, non avevano osato andare in busca
di una bocconata di crittogama sotto la neve, si allontanarono. Noi
spiegammo la tenda, ed accendemmo un immenso braciere. Il thè caldo,
qualche pezzo di cacciagione restatoci, un poʼ di _pemmican_ sciolto
nellʼacqua bollente, che ci diede immediatamente un brodo squisito, ci
rifocillarono e richiamarono a vita.
Non ostante, eʼ non occorreva pensare a partire per quel dì. La gola
della valle, quantunque assai larga, era ostruita dalla neve accumulata
e profondamente agitata ancora. Le nostre renne restarono assenti
per più lungo tempo del consueto. Io cominciava perfino ad esserne
inquieto, perchè udivamo lʼurlo dei lupi risvegliar tutti gli echi
delle boscaglie vicine. Ora, quale non fu la nostra sorpresa, quando,
udendo un poʼ di rumore presso la tenda, misi fuori la testa, ed in
luogo di tre, vidi cinque renne! Tutto indicava che desse avevano già
servito, e che, per una ragione o per unʼaltra, avevano disertato
lʼantico padrone. Metek non perdette un istante. Uscì dalla tenda, e
mise una sbarra ai nuovi ospiti onde non si allontanassero di nuovo.
Infatti quando partimmo allʼindomani, noi li aggiogammo tutti al nostro
veicolo. Avventuroso rinforzo! cinque giorni dopo, entrammo nel letto
dellʼArga. La sera, accampammo sul confluente orientale del fiume, in
una yurta di cacciatore Jakuto con la sua famiglia.
Questa famiglia componevasi di cinque individui. Egli è impossibile
imaginare alcun che di più miserabile, di più screpolato, di più
stomachevole di questa dimora e di questi individui. Il cacciatore
aveva avuto il suo cane divorato da un lupo. Le sue lunghe corse
erano dunque adesso spessissimo infruttuose. La piccola cacciagione,
rarissima ancora, non poteva bastare a nudrir quella gente. Le
giovanette portavano una specie di astuccio di pelle dʼorso in lembi.
La madre, scarna, squallida, cogli occhi stralunati di fame, somigliava
a bestia feroce, anzi che a donna. Lʼuomo soccombeva sotto il peso
della rassegnazione, delle privazioni, dei gemiti di questi esseri
affamati. Io diedi loro un poʼ di pesce secco. Metek sospettò di quegli
sventurati, cui la fame poteva cangiare in assassini. Eʼ fumò tutta la
notte, fuori della yurta, a guardia delle renne e della slitta. Il dì
seguente, cominciammo a discendere lʼArga.
Il vento era violento. Eravamo al 15 dicembre. Il freddo si era un poʼ
calmato. Il letto del fiume, ora incassato fra due alti margini, ora
a fior di terra, in una steppa immensa che saliva verso il nord, non
offriva accidenti insormontabili. Avanzavamo quindi in media da sette
ad otto chilometri lʼora. Ad un sito, ove il fiume faceva gomito, ci
arrestammo per lasciar pascere le renne e preparare il nostro desinare.
Noi facevamo due pasti caldi al dì: lʼasciolvere, prima di metterci
in cammino, e la cena la sera. Nel mezzo del dì, rosicchiavamo un
biscotto, e strappavamo coi denti un lembo di carne salata. La tenda
era affumicata e rischiarata ad un tempo dal fuoco dei ginepri verdi
che bruciavamo. Io aveva disteso uno strato di piccoli rami rotti
sul ghiaccio, e vi spiegavo sopra le molte pellicce della slitta per
preparare il letto di Cesara, quando udimmo un rumore intorno al nostro
accampamento ed un bramito straziante nel lontano profondo della
foresta. Prendemmo le nostre armi, ed uscimmo. Le nostre tre renne
tremavano, e si avanzavano dietro la slitta per cercarvi un ricovero;
le altre due renne non vi erano più.
—Qualche belva le divora, gridò Metek: andiamo in loro aiuto.
Penetrammo nel boschereccio a gran pena. La neve, meno esposta sotto i
rami degli alberi, perciò più cedevole, ci affaticava. Le branche dei
salici ci opponevano una siepe fitta, come il traliccio di un paniere.
Rompendo questi ostacoli, strisciando a carponi, saltando, brancolando,
facemmo qualche versta dalla parte ove il grido delle nostre povere
compagne aveva risuonato; ma non potemmo trovar nulla.
—Ritorniamo, dissi io, le renne sono state sbranate, e noi non
arriveremmo neppure a tempo per istrappare ai lupi od agli orsi la
nostra parte delle vittime.
Continuammo la nostra strada. Il paesaggio non cangiava. Noi guizzavamo
come ombre in mezzo a questo aere perso, carico di brina, pesante,
cieco, su questo suolo, di cui la stanchevole bianchezza aumentava la
tristezza. Di vita, punto. Senza la demenza degli elementi ed il guaito
delle foreste, un silenzio assoluto ci avrebbe circondati. Le belve
stesse tacevansi, di disperazione forse, forse per non dare lʼallarme
alle prede, che esse cacciavano con rabbia e non trovavano. Lʼorso e
lʼaquila, assiderati, restavano in uno stato letargico. Il volo dei
rari uccelli era corto, trascinantesi, timido. Il corvo solo ci seguiva
pesantemente, lentamente, lasciando dietro a sè un trascico di vapore,
che si allungava come un filo. Infine, dopo parecchi giorni di viaggio,
sboccammo nella Yadighirka, al punto ove la si confonde con la Moma.
Lʼimmersione, o piuttosto la discesa da una corrente dʼacqua in
unʼaltra, fu penosa. Allʼimboccatura dellʼaffluente eravi una barra
di rocce, che formavano una cascata di otto o dieci metri di altezza.
Lʼacqua gelata e la neve soprapposta cangiavano la cascata in un piano
inclinato assai rapido, per non dire a picco. Fu mestieri distaccare
le renne e farle saltare a parte, poi alleggerire la slitta e farla
scivolar giù, ritenendola per di dietro con le corregge delle renne;
poi operar la discesa, o piuttosto lo sdrucciolo, di Cesara, il mio e
quello di Metek. Ciò ci prese lungo tempo, ma ci procurò un ricovero
per la notte. Noi eravamo come al fondo di un pozzo, salvo il corso
immenso della riviera, che si apriva dinanzi a noi come un viale a
perdita dʼocchio. Il vento, che spirava in questo corridoio di granito,
era intollerabile. Dico corridoio, perchè le due sponde del fiume
erano bastionate di rocce merlate. La tenda fu spiegata, il veicolo
raggiustato. Faceva un freddo di 35 gradi, almanco.
Scalammo la ripa a sinistra, la più bassa, ed andammo a cercar dei
bruscoli. Le renne ci seguivano. Mentre che Metek trasportava il
legno ed allumava il fuoco, e che Cesara si occupava del desinare, io
restai per sorvegliare le renne e cacciare. Rimuginando nel selvatico
dai cespi intrecciati di ginepri e salici, scoversi sul nevischio
gelato della notte precedente una pesta, che mi arrestò. Era il
piede di un animale della famiglia dei cervi, che aveva gironzato
per là:—forse—mi dissi—una delle nostre renne perdute. Presi a
seguire la traccia. Ben presto, Metek mi raggiunse. Era difficilissimo
procedere; il chiarore insufficiente limitava la portata dello sguardo.
Ma le peste si seguivano. La speranza di una bella preda ci diede lo
slancio. Penetrammo sempre più nella macchia, Metek avanti, io dietro a
lui. A un tratto, Metek fermossi, e per di dietro fecemi segno colla
mano di fermarmi altresì. Guardammo. A un tratto, un alce sbuca da
una specie di cespuglio di rododendri e di piante fanerogame, di cui
sbioccolava i tralci gelati. I nostri due colpi partirono ad un tempo.
Lʼalce cadde.
Questo bello antilope è al presente rarissimo in questa contrada. Una
provvigione così inaspettata e felice ricolmocci di gioia. Ci mettemmo
a modo di trascinarlo allʼaccampamento. Ma come caricare le nostre
povere renne di questo soprappiù di peso? Esse avevano già tanta pena a
camminare, sia per il freddo, sia per lʼinsufficienza del nutrimento.
Bisognollo nondimeno. Solo, procedevamo più lentamente.
Ci fermammo due giorni per far riposare la nostra muta, regalandoci
della carne squisita dellʼalce. Poi rimontammo la Moma; e dopo un
giorno di viaggio voltammo la corrente a sinistra.
Dinnanzi a noi spiegavasi, a perdita di vista, a destra ed a sinistra,
una bastionata di montagne, della forma presso a poco simile alle
mezze lune delle piazze forti. Il versante ovest rizzavasi quasi a
picco davanti a noi, in distanza, mentre i versanti nord ed est si
abbassavano, e disegnavano come delle vallate alberate. Risalivamo
la corrente. La superficie della neve gelata era increspata sotto
il soffio del vento, che lʼaveva agitata quando cadeva. Procedevamo
quindi con infinito disagio. Una burrasca secca, che sollevava la neve,
ridotta ad un polverio di punte acuminate, ci tagliava la faccia, e
percuoteva i fianchi. Le renne non ne potevano più. Io apriva ad ogni
momento le store della slitta, perocchè avevo notato una specie di
inquietudine sul sembiante di Metek, il quale si volgeva, e guardava
indietro. Egli incoraggiava più che mai le renne a correre, col suo
lungo scudiscio armato di spuntone.
—Cosa cʼè dunque? dimandai io, alla fine.
—Guardate! rispose Metek.
Sporsi il capo fuori della slitta, e vidi tre lupi, a due trecento
metri di distanza, seguirci tristamente. Avevano le code abbattute, le
orecchie tese in avanti, la testa bassa, e seguitano la striscia che
lasciava il nostro veicolo.
—Ebbene, sclamai io, se ci fermassimo per dimandar loro notizie dello
Czar?
—Oibò! rispose Metek. Stamane era uno solo che ci teneva dietro.
Più tardi ne ho veduto un altro sbadigliare alla vetta dellʼargine,
e poi si è messo alla coda del compagno. Più tardi ancora, un terzo
si è congiunto alla compagnia. E... guardate, _toyone_, essi sono
già quattro! Eʼ si fermano quando noi ci fermiamo, e conservano la
distanza con rispetto. Se facciamo alto per andare a presentar loro le
nostre palle devotissime, potrebbe darsi che qualcuno dei loro amici,
nascosto dietro quei ginepraj, profittasse della nostra distrazione per
precipitarsi sulle nostre renne e scannarle. Continuiamo dunque per la
nostra via. Vedremo, alla sosta di stasera, ciò che abbiamo a fare.
Mi arresi a questa ragione. Procedemmo, ma io sporgeva di tratto in
tratto il capo fuori della slitta. Il corteggio aumentava. Bentosto
i quattro lupi divennero sei, poi otto, poi dieci, poi dodici, poi
venti: infine, non potevamo più contarli. La situazione aggravavasi in
modo sinistro. Le renne, non so per quale presentimento, acceleravano
la corsa. Gli stivaletti, che Metek aveva fatti loro, si erano
lacerati, e noi scorgemmo sulla neve la traccia rossa del sangue
dei loro piedi. Gli era appunto questo sangue che allettava i lupi
e li incocciava ad inseguirci. Essi meditavano un attentato, o si
rassegnavano ad aspettare una catastrofe.
La banda dei lupi prendeva, frattanto, proporzioni terribili. Metek
diveniva livido. Il crepuscolo si ottenebrava. Le renne volavano,
saltando sugli ostacoli, di cui il letto della Moma era gremito: quarti
di macigni, alberi, banchi di ghiaccio sovrapposti, formanti torri,
barricate, bastioni. Noi ci trascinavamo dietro un corteggio di almeno
dugento lupi. Riempivano il letto del fiume, marciando parecchi di
fronte, e permettendosi oramai di tempo in tempo un ululato, cui lʼeco
ripercuoteva e moltiplicava. Era un appello. Suonavano la carica. Bande
dietro bande dalla foresta accorrevano: le volpi dietro i lupi; i corvi
sullʼinsieme.
Noi percorrevamo per lo meno quattordici verste allʼora.
Infine raggiungemmo la gola dei due monti, ove la Moma attinge la
sua sorgente. A un tratto le nostre renne caddero al suolo: esse non
potevano andar più oltre.
Eʼ fu come se un generale avesse gittato il grido: Allʼassalto!
Metek, io, Cesara stessa, armata di revolver, ci schierammo intorno
alla slitta.
I primi lupi, che avanzarono, furono fulminati. Noi tiravamo nel
mucchio: non un colpo era perduto. Una montagna di cadaveri ci fece
presto una barricata; un ruscello di sangue colava intorno a noi. Nulla
valse: eravamo circondati da gole formidabili, armate, spalancate,
affamate, livide, gettanti urli che ci atterrivano. Cesara caricava
i fucili; col coltellaccio alla mano, noi sventravamo i lupi che si
avvicinavano. Nulla valse: no, nulla valse.
Mentre lottavamo da un lato, altri lupi si precipitavano sulle nostre
sventurate renne, e, con un colpo di zanna, aprirono loro la jugulare.
Esse gittarono un bramito lamentevole, che ci lacerò il cuore.
Giammai in vita mia, in alcuna circostanza, io ho risentito un dolore
più dilaniante. La banda intera si scagliò allora sulla preda. Noi
mietevamo le teste come spighe. I brani di carne volavano allʼaria....
A un tratto, un grugnito formidabile risuonò di fianco a noi, sul
limitare della selva. Erano due orsi, uno bruno ed uno grigio.
—Ah perchè non siete arrivati prima—gridò Metek con una voce di
rimprovero, arringando gli orsi—briganti.... vigliacchi...
E non continuò la sua frase...
IX.
I lupi, incomodamente interrotti nel loro festino da quei parassiti
intrusi, che venivano ad imporsi al banchetto senza aver sostenuta la
battaglia, fecero voltafaccia allʼistante. Gli orsi retrocessero di
qualche passo, e si addossarono ad un macigno, onde avere le spalle
sicure; poi si assisero sulle lacche, sporgendo la gola aperta ed
incrociando sul petto le loro zampe anteriori. I lupi si spiegarono
in mezzo cerchio intorno ai loro nemici, alla distanza di tre quattro
metri. Noi restammo indietro, spettatori attoniti, in mezzo a
quellʼimmenso macello. I combattenti dei due campi si squadravano: i
lupi invitando gli orsi a prender lʼiniziativa, provocandoli coi ringhi
quasi beffardi; gli orsi aspettando con pazienza che la flemma dei loro
nemici si esaurisse. Non erano essi padroni del tempo e dello spazio?
Un nugolo di corvi calò sui rami degli alberi, e sembrava incoraggiare,
collʼorrido gracchiare, la collera sorda dei combattenti. Una doppia
fila di volpi si costituiva spettatrice in distanza, senza muoversi,
neutrale. Gli orsi tennero fermo. I lupi, aizzati forse dalia fame o
più esasperati, perdettero la pazienza. Qualcuno dei più arditi saltò
sui due pilastri di carne e di pelle, che li sorvegliavano. Invece di
fare gomitolo e scagliarsi di un balzo sugli orsi, i lupi si avanzarono
alla spicciolata, e si spiegarono a ventaglio. Questo fu il loro errore
e la nostra salvezza.
Gli orsi cominciarono ad agitare le loro zampe come una clava di
acciaio. A destra ed a manca, a manca ed a destra.... ad ogni sgrugnare
si schiacciava un cranio di lupo.
—Andiamo in soccorso dei nostri amici, disse Metek.
Avevamo caricati i nostri fucili ed i nostri revolver. Facendo un
mezzo giro vicino alle volpi, giudici del campo, andammo a collocarci
a fianco degli orsi. Il nostro intervento inaspettato, non sperato,
cagionò un momento di sorpresa in mezzo ai due campi. Ma lʼattacco
essendo principiato, era oramai impossibile di rimettersi in guardia.
I lupi si sbrancarono in massa. Noi non avevamo ad occuparci dei
nemici onesti e franchi che si facevano avanti, colla testa alta, e si
trovavano per conseguenza alla portata delle zampe o dei denti degli
orsi. Noi sorvegliavamo i traditori, vale a dire quelli fra i lupi che
strisciavano e miravano al ventre, poco difeso, dei loro nemici. Noi
facemmo fuoco su questi vigliacchi. Gli orsi esitarono un momento,
udendo dʼaccosto a loro quellʼesplosione di cui non comprendevano
lʼintenzione. Ma, come videro i lupi fulminati avvoltolarsi ai loro
piedi, essi si persuasero dellʼimportanza del nostro intervento, e
divennero meno cauti.
Io non saprei dipingervi questa mischia. I lupi, lanciati da tutti i
lati, piovevano a cinquanta metri in circolo, schiacciati, lacerati,
sventrati, col cranio fracassato, cadevano sotto le nostre palle, senza
neppur gettare un urlo. Essi rincularono nella loro prima posizione.
—Se ne andranno? domandai io.
—Eh! non ancora, rispose Metek; essi hanno troppa fame.
Infatti, ritornarono alla carica, ma con minore ardore, e solamente,
si sarebbe detto, per lʼonore della bandiera. Sicome io non voleva
sciupare la mia polvere, ora che vedevo la vittoria quasi assicurata,
mi accontentai di appoggiare la canna del mio fucile al fianco
dellʼorso che era dal mio lato e proteggere la sua epa. Metek, che
comprese la mia manovra, fece altrettanto. Gli orsi, dʼaltronde, non
avevano più bisogno di noi. Essi sostennero il secondo assalto con la
medesima bravura e la medesima fortuna. I lupi retrocessero: gli orsi
caricarono alla loro volta. Era finita. Dieci minuti dopo, non restava
più intorno a noi che delle carcasse. Ma la mia disperazione non aveva
limite.
La morte delle nostre renne era la nostra morte. Noi non osavamo
neppur parlare. Non avevamo più freddo, non avevamo più fame: Dio ci
schiacciava. Il ritorno degli orsi venne a formar diversione alla
nostra agonia.
Essi non sembravano avvedersi di noi. Si misero senzʼaltro a divorare i
loro nemici morti.
Lʼorso, in questa stagione, si trincera di ordinario nel campo
fortificato, chʼeʼ si prepara per irrigidirsi nella sonnolenza
e restare così sino alla primavera, senza mangiare, pacifico,
inoffensivo. Perchè questi due orsi si trovassero così sulla nostra
via, era stato mestieri che qualche cacciatore li avesse stanati e non
uccisi. Gli urli dei lupi li avevano attirati al sito della zuffa.
Arrivavano dunque terribilmente affamati ed esasperati da un digiuno
di due mesi. Noi restammo a considerarli, ma sotto le armi. Li avevamo
soccorsi, perchè i lupi li avrebbero infallibilmente divorati, dopo
aver mangiato le due renne—tanto poca cosa allo spaventevole loro
appetito—, ma non eravamo punto rassicurati sulle buone intenzioni dei
nostri alleati. Certi alleati sono più a temere che i nemici stessi—e
noi Polacchi ne sappiamo qualche cosa. Lʼorso bruno si rimpinzava di
carne con voracità. Lʼorso grigio sceglieva i suoi bocconi, li mangiava
più lentamente, più pulitamente, con una certa voluttà. Esso era
immenso. Quando lʼorso bruno fu sazio, sbadigliò, volse le spalle,
e sʼinselvò nelle macchie. Lʼorso grigio, invece, si sedè sulle sue
lacche, e cominciò a dondolarsi, guardandoci. Si sarebbe detto che,
alla frutta, esso avesse voglia di chiacchiere.
Voi sapete che lʼorso grigio si nutre di vegetabili, e di pesce,
anzichè di carne; non è feroce, al punto che gli Ostiaki della Siberia
occidentale, al principio dellʼinverno, li menano a Berezoff in
branchi considerevoli, e la carne loro si vende ai beccaj mentre la
pelle è destinata al commercio delle pellicce. Lʼorso grigio è dolce,
intelligente, socievole, e sopratutto, quando è sazio o quando qualcuno
sʼincarica di nutrirlo, esso può divenire un animale domestico molto
utile. Il nostro orso grigio aveva probabilmente ronzato attorno alle
_yurte_ degli indigeni, ed erasi familiarizzato allʼaspetto dellʼuomo.
—Noi stiamo per giocare la vita, mi disse Metek basso allʼorecchio:
ma, se Dio ci aiuta, siamo forse salvi.
Eʼ si mise allora a cantare il _lied_ siberiano seguente:
«Non mi occorre nè penna nè inchiostro per scrivere la mia
lettera:—Una lagrima bruciante basterà!—Questa colomba a gola rossa
e violetta sarà il mio messaggiero.—Gentile colomba, fa presto,
parti, e spicca il tuo volo verso Jakoutsk, la bella città.—Tu
caccerai la mia lettera sotto la sua porta, o la lascerai cadere sotto
la sua finestra».
Metek, si tacque e guardò lʼorso. Questo continuava a dondolarsi,
spensieratamente, in cadenza, e quasi sonnecchiando.
—Diavolo! disse Metek, esso è difficile a contentare. Eppure io non
gli ho cantato uno dei nostri _andiltehinè_ guerrieri, ma il più soave
dei nostri lai femminili. Ciò non lo tocca. Su, presto, fategli udire
la voce più infantile del vostro giovane fratello.
È noto che lʼorso ha lʼudito durissimo. Ma, per una stranezza della
natura, questo bruto, che non percepisce neppure il terribile muggito
del tuono, il fragore delle valanghe ed il ruggito del mare in furore,
resta estatico al gorgheggio di certi uccelletti.
Cesara poteva appena articolare qualche sillaba, accompagnandole sempre
con un _crescendo_ di tosse. Come poteva ella trovare una nota di canto
nella sua gola? Nondimeno la nostra salvezza era a questo prezzo.
Ella fece dunque sopra di sè uno di quegli sforzi della disperazione
che divengono miracoli, e si mise a mormorare con voce lamentevole e
sommessa questa dolce _denka_ polacca:
«Mi mandarono in una foresta, in una piccola foresta, per cercarvi
le coccolle selvagge e cogliervi i fiori della stagione; ma io non
raccolsi le coccolle, non colsi i fiori. Mi riposai sulla collina
solitaria, vicino alla tomba di mia madre, e piansi caldamente la sua
perdita.
«—Chi piange per me lassù? chi passa sulla collina?
«—Son io, madre mia amorosa, io abbandonata in questo mondo, io
orfana miserevole. Chi pettinerà oggimai le mie lunghe trecce? Chi
laverà le mie guance? Chi mi dirà una parola carezzevole di amore?
«—Torna alla tua dimora, figliuola mia; là unʼaltra madre, più felice
di me, ornerà la tua fronte coi tuoi capelli, spanderà lʼacqua sul tuo
bel sembiante; là un giovane sposo ti sussurrerà delle tenere parole
che calmeranno il tuo dolore».
Lʼeffetto di questo canto fu magico. Forse fu anche la potenza
magnetica dello sguardo, di cui i Siberiani attestano lʼefficacia
infallibile sullʼorso. Il fatto è, che il bruto cessò di dondolarsi, si
avvicinò passo a passo, quasi strisciando, verso la cantatrice, e fregò
il suo muso alle pellicce di Cesara.
Ciò si fece come in un lampo.
Metek passò al collo dellʼorso un collare delle nostre renne, lʼannodò
alla slitta, caricò i due quarti di dietro delle nostre povere bestie
sui pattini della predella, ove egli appoggiava i suoi piedi, e
punse lʼorso, incitandolo a mettersi in cammino. Non era il momento
di pensare al riposo, nè al pranzo, nè al freddo, nè a che che sia.
Bisognava profittare dellʼammaliamento del difficile melomano. La malìa
però non durò lungo tempo.
Lʼorso, sentendo il suo collare e la puntura dello zenzero, si rivolse
con aria costernata e stupefatta verso Metek. Questi lo fissò con
tutta la potenza dei suoi occhi vivi e grigi, e, scuotendo le redini
e rinnovando il pungimento, emise un suono gutturale che risuonò
nello spazio. Lʼorso fece qualche passo, saggiò il peso che aveva
a tirare—non gravissimo per lui—si rese conto del suo destino, e
fermossi. Per buona ventura, eʼ non pensò a rivoltarsi. Io lo teneva,
del resto, sotto la mira del mio fucile. Fu questa vista che lo decise?
Non so. Il fatto sta che dietro un novello invito di Metek, più
urgente, più determinato—lo punse colla punta del suo coltello—lʼorso
si rimise in cammino.
Esso andò dapprima con un passo maestoso, come un giudice o un
vescovo; poi perdè la pazienza, forse in vista di liberarsi del suo
fardello, e cominciò a correre. Noi salivamo una vallata fra due
montagne. Lʼascensione era ardua; ma la neve indurita ci sosteneva
bene, ed addolciva le difficoltà del passo. Però, blocchi immensi di
piperno ci ostruivano talvolta la via. Lʼorso, fremente di collera
concentrata, dava colla testa in giù contro questi ostacoli, e si
precipitava negli anditi che gli sʼaprivano dinanzi. Eravamo scossi
terribilmente.
—Lʼandrà, lʼandrà, disse Metek, e si mise a cantare.