cominciano a fondere. Le paludi sono unʼimboscata ad ogni passo;
perocchè non si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare
in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si
mangia allora che le bacche raccolte: lʼairella rossa, la camerina
nera (_empetrum nigrum_), il lampone rosso, lʼuva orsina ed il frutto
della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in
permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce,
matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde
approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli
per otto mesi dellʼanno.
Io mʼebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati
nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto
vidi, mi formai il criterio dellʼepoca che avevo a scegliere e della
strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di
cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk
secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due
canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma,
siccome queste armi dovevano essere lʼistrumento di mia salvezza, così
io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.
Feci, durante lʼinverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due
o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo
in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo
abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo
poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere
in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature,
le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di
picchetto. Il generale mi trattava con affabilità, ma io non obbliai
giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per
avventura mi permettessi o lasciassi prendere un poʼ di dimestichezza.
Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino
qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk.
La _siberienne_, al suono del _gausli_, specie di salterio, ci mise
sovente in vena di _cancan_. Ma io non condussi giammai Cesara con me.
Chi avrebbe creduto chʼessa non mi fosse altro che una sorella? La
feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni
dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse,
perchè lʼuno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri
per lavorare ai miei apparecchi.
Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra
partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto
calcolato, lʼinverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A
quellʼepoca dellʼanno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie
degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto
una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire
i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di
rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gli _ostrogs_—posti di
Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo
alle nevi—senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti
sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico
serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.
In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi
a me due vie: discendere la Lena fino alla foce dellʼAldan, rimontar
questo fiume fino alla foce dellʼUtsciur, risalire questo corso di
acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad
Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea;
ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i
boschi e le tribù dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei
feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di
Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno
pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse
soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica,
tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste
difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe
ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono
frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno
in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo
e dalla Compagnia russo–americana, ed il naviglio europeo ed americano
bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono
più numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il
capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa
risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi allʼopera.
Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco
desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk.
Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi
viaggiatori che fanno cattivi affari, ma eʼ sobillava ciò dallʼorecchio
allʼorecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi
principii politici. Egli continuava a fabbricare cappellini da donna
con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna,
che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei
comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a
pani, insegnava la mazurka ed i _lanciers_ e perfino gli sgambetti
di Chicard, commetteva dei _calembours_, e componeva le liste dei
desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice
di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.
Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte
da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi
confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e
che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo
Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono
bellamente. Durante lunghe sere dʼinverno, che non passai dal
governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella
ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta
la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai
accuratamente di pelli dʼorso e di cuscini di piume, e vi adattai un
mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito
di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva
dalla testa ai piedi, a moʼ dei Jakuti, un _chest–protector_ di pelle
di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo,
bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi.
Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro
lunghi stivali tuffati essi stessi entro dei _chiravar_ di pelle di
orso, compievano lʼabbigliamento.
Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti lʼuno
allʼaltro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella
una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la
corteccia dellʼontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di
pelle dʼorso camosciata, col pelo dentro anchʼessa: sopra tutto ciò due
pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle
dʼorso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era
lʼessenziale. Se trovavamo per via delle _yurte_ dʼindigeni, potevamo
poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se le _yurte_
mancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita
contro tutte le intemperie, o sotto la _pologue_—piccola tenda in
pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io
avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto
del veicolo, due abiti di state. Lʼestate precedente avevamo avuto un
caldo di 34 gradi Réaumur.
Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a
dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare.
Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470
cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla
la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi di
_pemmican_, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per
nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce
secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi,
perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare
ad una buona provvigione di acquavite. Presi un poʼ di farina, del
sale, del biscotto, del tabacco, e sopratutto del thè. Poi due accette,
una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno
spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed
accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.
La costruzione della slitta ed il suo approvvigionamento si fecero
lentamente, nascondendo il tutto dietro lʼalcova di Cesara. Io contavo,
al peggio andare, sul viaggio di un anno, restando, bene inteso, nei
recessi di un bosco nei mesi di giugno, luglio e agosto, ovvero dal
mezzo maggio al mezzo settembre. Io credevo potermi dispensare di una
guida e camminare dritto davanti a me, orientandomi colle stelle. Ma,
dopo nuove informazioni prese e storie udite, risolsi di assoldare
un Jakuto che il signor Jodelle conosceva da anni, e di cui aveva
sperimentato la sagacia, la fedeltà e le cognizioni esatte delle steppe
che io aveva a traversare nella Siberia del nord fino allo stretto
di Behring. Il mio Jakuto aveva fatto il mestiere di cacciatore e di
_promichleniks_, cercatore di denti di mammuth, per venti anni, ed
abitava Killaem, a due _hoes_ e mezzo (50 verste) al nord di Jakutsk,
sulla Lena.
Io aveva dati tanti passaporti agli altri, in nome del governatore,
potevo dunque bene appropriarmene uno alla mia volta, sotto nome
russo. Feci anche di più: mi detti, per ogni ventura, una commissione
del Governo di Pietroburgo: studiare e tracciare i piani della costa
del golfo di Anadyr ed altri punti nello Stretto, richiedendo,
allʼoccorrenza, lʼaiuto e la protezione degli uffiziali dello Czar.
Nulla mancava alla lettera di commissione: lʼavevo calcata sur unʼaltra
simile, che avevo trovata negli archivi della cancelleria. A dir vero,
mi vergognavo di questa falsità; ma la tirannia ingenera logicamente
e fatalmente il delitto. Contavo, del resto, non valermi giammai nè
dellʼuna nè dellʼaltra di queste carte. Cangiai quattrocento rubli
di oro in biglietti da cinque e dieci rubli. Insomma, presi tutte
le precauzioni, previdi tutti gli avvenimenti e le venture.... Non
sospettavo ancora che la fatalità prendesse tanta parte nel destino
umano, e che, se lʼuomo si agita, Dio lo mena.
Lʼinverno passò gaiamente. Alla primavera, le figlie del generale
vollero provarsi a dipingere il paesaggio preso dalla natura, e facemmo
lunghe corse in slitta nelle superbe praterie che si stendono lungo
la Lena—quando questo fiume non ne fa dei paludi—e nelle splendide
foreste. Alice cacciava, mentre Elisabetta dipingeva. Nella state,
accompagnai il generale nelle sue escursioni attraverso la provincia di
suo governo, ed ebbi lʼoccasione di studiarne un poco la topografia e
segnare i punti più vicini di Jakutsk, che dovevo evitare. Lʼautunno,
pescammo e cacciammo di nuovo, facendo progetti per lʼinverno; perocchè
io aveva definitivamente acquistato la stima e lʼamicizia del generale,
e lʼuna delle sue figliuole pregava Iddio di tutto cuore—se pur mai
pregasse—che il permesso del mio matrimonio con Cesara non arrivasse
giammai.
Il 1.º novembre spuntò. Il cielo mostrava talvolta il suo sole freddo
e giallastro, e spiegava la notte le stelle del suo mantello turchino.
La tempesta, lʼuragano, le trombe di neve scorrevano lʼaere sbrigliate.
Lʼora suonò.
Io pregai Jodelle di comperarmi tre renne e di far venire il
suo Jakuto, a notte fissa, al sito designato. Jodelle comprese
probabilmente il mio progetto, poichè a bella prima sclamò: Viva la
repubblica! Poi, ravvisatosi nel mio interesse, eʼ mi fece delle
osservazioni indirette sulla sorte terribile che pesava sui deportati
che tentavano fuggire. Io tagliai corto. Tre giorni dopo, eʼ mi
annunziò che tre magnifiche renne erano a mia disposizione, e chʼei
mʼaccompagnerebbe fino a Killaem per mettere il Jakuto al mio servizio,
avendolo già prevenuto di tenersi pronto a partire. Io domandai al
generale il permesso di andare a caccia dellʼorso. Per fortuna, Alice
era indisposta. Questo permesso mi venne accordato, ed io staccai dalla
panoplia dei generale una carabina appropriata a questa caccia: buon
rinforzo, bellʼarma inglese, di cui feci poscia rimborsare il prezzo al
signor Ozeroff, che è restato mio amico.
Il 7 novembre 1865, a mezza notte meno dieci minuti, la slitta fu
tratta fuori dallʼalcova di Cesara per volare sulla strada di Killaem.
La notte era scura, la neve cadeva a polvere gelata, non una voce
nellʼaria, non una creatura vivente svegliata; io udiva il cuor di
Cesara palpitare. Le detti il secondo bacio, dopo il primo che le
presi, quando suo padre me la confidò come sorella. Non proferimmo
una parola. Solo, a due o tre verste fuori di Jakutsk, Jodelle
cantarellò: _Malbrouk sʼen va–t–en guerre!_ La mia iliade, una delle
più drammatiche della vita di un uomo, cominciava.
VIII.
—Padrone, _toyone_, mi dimandò Metek, il Jakuto, ove bisogna dirigerci?
—Al golfo di Anadyr.
—Quale via volete seguire, la più corta o la più sicura?
Se io fossi stato solo, non avrei esitato un secondo a rispondere: La
più corta. Ma io era risponsabile della vita di Cesara. Risposi:
—La più sicura, ma altresì la più corta possibile.
—In questo caso, bisogna seguire la strada del Governo, riprese
Metek, per Verkho–Jansk, Baralasse, Jobolask, Zakiversk, Saradakhsk,
Srednè–Kolimsk.
—No no. Io amo visitare lʼinterno della contrada, poco esplorato, poco
noto.
—Sta bene, ma siccome non abbiamo sufficienti provvisioni, siccome
non troveremo ogni dì una volpe, una renna, un orso, un uccello di
buona volontà che voglia servire ad accomodarci un desinare; siccome
le notti sono _fresche_, ed i lupi potrebbero provare una troppo forte
tentazione alla vista delle nostre belle renne, così noi non volgeremo
il dorso, quando si può, alla _yurta_ dellʼindigeno, che ci offre
lʼospitalità.
—Questo è pure il mio avviso. Ho visto tante facce russe e cosacche,
che sono assetato di contemplare dei buoni volti mantsciù.
—Avete ragione, _toyone_. Possiamo dunque partire.
—Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.
—Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e
ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per
le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e
dessa è eccellente.
—Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica
altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...
—Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte
montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!
Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.
I primi giorni passarono a meraviglia. Cʼintromettemmo per una
cinquantina di verste nellʼinterno della contrada, poi cominciammo
a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto
cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta
praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie
spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto
dellʼAnadyr—cinquemila chilometri! Incontrammo qualche _ulus_, o
gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se
il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di
ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il
paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate,
di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era
bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini.
Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo
uno di forma ovale, il Sibeli.
Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso lʼest,
incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate
da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un
fiume che si getta nellʼAldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni
dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non
volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su
campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei
corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per
scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che
partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che
il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse dʼinseguirmi.
Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.
Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o
in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino,
avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna
come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta
bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La
rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dellʼalce, essa vola
sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita,
nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa
trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa
si affeziona allʼuomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in
quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha
fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterrare sotto la neve e
pascere un poʼ di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita,
viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa
al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol
fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo
riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto
la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.
Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi
cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso,
faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la
farina ed un poʼ di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata
prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo
a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca
apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara
dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek
non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava
un quarto dʼora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La
neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di
viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche
povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che
ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da
attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non cʼincomodava ancora.
A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente.
Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.
La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore.
Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la
prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e
miserabile. I cinque individui, che lʼabitavano, portavano il vestito
di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel
mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di
argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un poʼ di scorza di larice
grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro
ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò, e la mise allo spiedo,
che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella
slitta: lʼaria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le
renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso
nelle vicinanze.
Allʼindomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e
partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una
notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dellʼAldane.
Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto
dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne
sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo,
noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le
renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate
alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice,
di salice, dʼalberella, che corrono lungo le sponde dellʼAldane, si
urtavano sotto i buffi dellʼuragano. Metek cacciava o fumava il suo
_ganzi_, una specie di pipa cortissima.
Lasciando lʼAldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente,
a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero
difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di
monti. Il corso delle riviere, andando allʼinsù, era particolarmente
arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a
terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate.
Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue
rive che presentava minori ostacoli. Talʼaltra, a piè della montagna
ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la
valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra
tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un
precipizio, mentre che, aggruppati allʼaltra metà, noi ne equilibravamo
il peso, e le renne spossate la tiravano.
Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask
nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra
si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena
delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle
dellʼIndighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano
coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei
precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi
di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dellʼintensissimo
freddo.
Appena avevamo spiegato il nostro _pologue_ ed acceso un allegro fuoco,
noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con
una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna.
La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava
la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con
inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate
dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi
delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col
cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara
non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne
crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce
stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:
«Dimmi, piccola colomba,—Dimmi colomba dalla piuma nera:—Ove
hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?—Io
li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,—Sulle bianche
_torose_[3] dellʼOceano.—Gli è là chʼessi hanno scoverto una
bellʼisola!—Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso
il mare turchino,—Per dire al mio amante—Che tu hai visto la sua
amica versare lagrime amare».
Facemmo alto un dì allʼimboccatura della valle, ove lʼArga raccoglie
una parte delle sue acque. Fummo assaliti da un _caccia–neve_, che
faceva dar le volte alla slitta ed alle renne. Per fortuna, eravamo
nella pianura.
Dal 22 novembre era cominciata una notte, che durò _trentotto giorni!_
La forza della rifrazione, la smagliante bianchezza della neve—non
avevamo ancora avuto aurore boreali—temperavano lʼoscurità. Ma quando
lʼuragano di neve batteva la campagna, non si vedeva più ad un metro di
distanza.