—Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar,

fosse lʼimperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro

villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.

Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel

bruto mi sembrò sconcertato.

Lʼinverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi

sempre allʼaria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto.

Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o

per unʼaltra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad unʼaltra

occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a

minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una

baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo

a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante

di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io

prendeva delle misure per svignarmela.

Lʼevasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che

a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dellʼAmour,

ove comincia la frontiera cinese—la Mandchuria. Formai i miei piani;

tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese

di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma lʼintensità del freddo è

diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto

delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini,

sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi.

Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a

percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde

del mare del Giappone. Insomma, io mi abituavo a considerare la mia

deportazione in Siberia come una partita di piacere, unʼoccasione

singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza

venne a tagliar corto alle mie visioni.

Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il

concessionario delle miniere, arrivò.

Eʼ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato,

quando io uscii dallʼanticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la

scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito

con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva

interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità

con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il

signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro

a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul

aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al

capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece

chiamare.

—Signore—mi disse egli, guardandomi con attenzione,—percorrendo

il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie

settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri,

e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho

lʼabitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che

posso. Lʼuomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella

linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e

nellʼavvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.

Le parole erano sensate e dure; ma egli aveva il sorriso sulle labbra,

la benevolenza nella voce. Che rispondere?

—Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho

fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere

risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.

—Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più.

I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno

raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate

rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando

la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi

rammentate troppo.

—Ma....

—Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra

missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso

solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le

moschettate. Mio padre ne tirò non male contro i Francesi, i quali

vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro

di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e

che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io

di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque lʼoccupazione che io

posso darvi? Cosa sapete fare?

—Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il

francese, lʼinglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte

codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica,

il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii,

un uomo che diceva: bisogna imparare dapprima le cose utili per sè

e per gli altri—ed ei mʼinsegnò la storia naturale, la botanica,

la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche,

lʼeconomia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi

chiamò.

—Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non

servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia

giusto. Abbandonerete la miniera. Eʼ mi sembra impossibile che il

governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi

fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della

signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi

prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da

mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar.

Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete

economista, geologo e botanico.....

—Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.

—Lo ritoccherò io. Dʼaltronde non si tratta di suppliche. Io era un

semplice mercante di Tomsk, e col lavoro e lʼindustria ho guadagnato

qualche milione, e ne fo guadagnare per centinaia al Governo. Ho avuto

lʼoccasione di vedere, di osservare, di riflettere molto. La non può

durare così in Siberia. Ci mandano qui, tutti gli anni, diecimila

condannati in media, senza contare gli anni ubertosi delle rivoluzioni

polacche; i matrimoni non scarseggiano; la vita non è punto cara: al

contrario; il suolo produce tutto, malgrado gli otto mesi di verno

terribile che pesa su noi; abbiamo dei corsi di acqua magnifici; uno

strato di _humus_ fertilissimo sopra un letto di ghiaccio eterno;

le comunicazioni sono facili; la terra non costa quasi nulla.... e

nondimeno, la Siberia è il soggiorno della desolazione e della miseria.

No, la non può durare così. Vi è un vizio radicale nel sistema. Io

non pretendo averlo scoverto, ma avrò il coraggio di segnalare almeno

qualcuno dei difetti secondarii.

—Fate attenzione, gli dissi: codesto coraggio potrebbe divenirvi

fatale.

—In Russia non vi è di fatale che la verità politica. Del resto, non

vi è a mutar nulla. Noi saremo un giorno assai fortunati di avere i

Cosacchi per imporci la libertà! Il male che io segnalo è di natura

affatto economica: gli è lo sciupìo delle forze. Si aggioga un elefante

per trasportare un foglio di carta! Non vi è proporzione tra lo sforzo

ed il prodotto. Si distorna lʼattività umana dalla produzione utile,

durevole,—lʼagricoltura,—per la produzione effimera e minima,

comparata agli strumenti che si usano, le miniere... Ma parleremo di

ciò. Ci siamo dunque intesi. Partiremo fra unʼora. Siate pronto.

Rimasi atterrato. Questo cangiamento di posizione rovesciava il mio

avvenire. Bisognava ricominciare il progetto della mia liberazione sur

un altro piano, scegliere forse unʼaltra via. Se fossi stato sicuro

almeno di restare ad Yrkutsk!....

Due mesi dopo, il governatore di Yrkutsk mi nominava professore di

lingua francese in uno istituto di fanciulle, magnifico stabilimento

consacrato alla educazione ed allogato sotto la protezione, sʼintende,

dellʼimperatrice, rappresentata dalla moglie del governatore. Coprivo

inoltre lʼalbum della signora Jukowski di paesaggi e caricature,

suonavo le contradanze, come Astatchef lʼaveva bene indovinato, e

giuocavo agli scacchi col generale. Tutto ciò per 100 rubli al mese!

Me ne andavo in brodo di giuggiole. La mia fuga diveniva una certezza.

La frontiera toccava per così dire la mia porta. La città di Kiakhta è

a tre o quattro giorni, per _slitta_, nellʼinverno, e là comincia la

Cina. Pekino non è che a 360 leghe.

Rimisi dunque il compimento del mio progetto al prossimo inverno.

Infrattanto, per abituare il mondo alla mia disparizione, feci

dimandare al generale Jukowski, da sua moglie, il permesso di andare a

caccia. E lʼottenni.

VII.

Un incidente complicò il mio destino.

Evvi a Yrkutsk un numero considerevole di esiliati polacchi. I

deportati del 1862 sgomitano queglino del 1848, questi i deportati del

1831, e tutti salutano i vecchi avanzi del 1825. Tutti costoro, bene o

male allogati, esercitano unʼindustria, occupano un posto, riempiono

una funzione; e ciò tanto più facilmente, che taluni degli emigrati

delle epoche che ho ricordate, han potuto ritornare ai loro focolari,

dopo quellʼequivoca amnistia del 1855. Il colonnello Niemcewski

apparteneva alla categoria del 1831. Io aveva udito più di una volta

mia madre parlar di lui come di un amico intimo di mio padre. Fui

felice di apprendere chʼegli abitava Yrkutsk; imperciocchè egli non era

stato compreso nellʼamnistia. Mi recai immediatamente da lui.

Eʼ dimorava nel sobborgo, in una casipola di legno, vivendo

poverissimamente della piccola pensione di proscritto del Governo e

delle limosine dissimulate dei suoi compagni di sventura. Una fanciulla

di quindici a sedici anni, di una grande bellezza, sua figlia, venne ad

aprirmi la porta, e mi annunziò al vegliardo.

Il colonnello aveva poco più di sessanta anni, ma pareva ne avesse

ottanta. Cieco da dieci anni, eʼ si teneva accovacciato sur una

seggiola, e si bagnava al sole che filtrava dalla sua finestra. I suoi

lunghi capelli bianchi, ben pettinati, gli cadevano sulle spalle. I

suoi vestiti, bottonati fino al collo, frusti ma lindi, lo serravano

militarmente. Un cane gli teneva luogo di sgabello.

—Sareste voi per avventura parente del mio amico Taddeo Lowanovicz,

signore? mi dimandò egli, udendo il rumore dei miei passi.

—Sì, colonnello; sono il suo primogenito, risposi io.

Eʼ si alzò, e mi strinse fra le sue braccia. Tremava in tutta la sua

persona. Delle lagrime scorrevano sulle sue guance. Si accasciò quasi

sulla sedia; poi, cercando la mano di sua figlia e mettendola nella

mia, cui egli continuava a premere, sclamò con voce profondamente

commossa:

—Lʼonnipotente Dio sia benedetto! Cesara, io posso morire senza

disperarmi adesso; Dio ti ha mandato un fratello.

Io era inginocchiato da un lato della seggiola del vecchio, Cesara

dallʼaltro. Ci levammo con un simultaneo sentimento istintivo, e le

labbra di Cesara e le mie si toccarono.

—Ve lo giuro sul patibolo di mio padre, colonnello, sclamai io, io

sarò un fratello per la figliuola vostra, un figlio per voi.

Allʼindomani, aiutato da un falegname, cominciai ad aggiungere una

stanzuccia alla capanna del colonnello. Due settimane dopo, io aveva

un focolare. La consolazione entrò nella famiglia. Cesara vi spandeva

talvolta la gaiezza: ella cantava con voce meravigliosa i nostri vecchi

inni polacchi. Io non parlava più di evadermi, o piuttosto ne parlavamo

come di un progetto aggiornato ad unʼepoca indeterminata. Perchè? Ho

bisogno di dirvelo?

La primavera, la state passarono senza incidenti. Io aveva conquistato

la stima del generale Jukowski, lʼaffezione della parte femminina della

sua casa, la benevolenza dellʼistituto ove insegnavo, e la simpatia

di tutta la città, senza mettervi gran che del mio, conservando una

dignità molto vicina alla fierezza. Vivevamo nellʼagiatezza. Il signor

Astatchef mi aveva regalato 500 rubli per la memoria che io aveva

redatta sulle sue note, completandole, e che egli aveva trovata di

pieno suo gusto ed aveva già indirizzata al Governo, a Pietroburgo. I

miei 1000 rubli erano quasi al completo. Sgorbiavo ritratti, che mi si

pagavano, e dei bozzetti di paesaggio o caricature per gli album delle

dame di Yrkutsk, che io offriva quando elleno me li dimandavano. Due

avvenimenti vennero ad offuscar questo cielo radioso.

Alla fine di agosto, il colonnello morì subitamente, di unʼaneurisma al

cuore.

Nel mese di settembre, arrivò il generale Ozeroff, governatore di

Jakutsk.

Questo generale, aspettando lʼasciolvere, si mise un mattino a

sfogliare lʼalbum che io aveva regalato alla signora Jukowski, esposto

in vista sur una tavola nel salone. Egli fece i suoi complimenti a

questa dama, da uomo galante, sulla ricchezza del suo album. Io entrava

proprio allora per parlare al generale. Madama Jukowski mi presentò al

suo ospite, il generale Ozeroff....

La scattò come una palla, e fu accordato su due piedi per un movimento

irreflessivo, ma irrevocabile: il generale Ozeroff mi chiese al suo

collega per dare delle lezioni di disegno alle sue figliuole! Il

generale Jukowski mi consegnò, da una mano allʼaltra, come una delle

curiosità cinesi dei suoi stipi. Madama Jukowski non ebbe neppure

il tempo di gridare: «E le mie polke! chi dunque suonerà i miei

_Lanciers?_» Io aveva cangiato di proprietario. Non restava più che una

piccola formalità di cancelleria da compiere per mutare il mio numero,

e tutto era in ordine. Non si diedero neppure la pena dʼinterrogarmi,

di chiedere il mio avviso, benchè io mi fossi presente!—Eʼ non si

trattava più di un uomo.

Essi mi avevano non pertanto fulminato.

Dopo la morte del colonnello, lʼamor mio per Cesara aveva acquistato

lʼintensità di una passione irresistibile. Nel rantolo dellʼagonia,

il padre mi aveva supplicato di proteggere sua figlia. Io lo aveva

promesso.

—Voi la sposerete! fu lʼultima parola del vegliardo.

—La sposerò! fu lʼultima parola che egli potè udire sulla terra.

Che promessa avevo io fatta!

Il deportato in Siberia non si può ammogliare che nella classe la più

infima e la meno rispettabile della società. Se egli vuole contrarre

altri legami, il concubinaggio, per esempio, egli è libero. Ma, se

vuole sposare una giovinetta di condizione elevata, o anche nella

posizione di Cesara, eʼ bisogna dimandare ed ottenere il permesso dello

Czar. In un modo e nellʼaltro però, i suoi figli restano egualmente

servi della Corona. Se egli è amnistiato, i suoi figliuoli non possono

accompagnarlo: eʼ sono esclusi dallʼamnistia, e non cessano di esser

servi.

Lʼukase dellʼemancipazione ha migliorato un poʼ le condizioni di questi

miserabili.

Potevo io dunque tenere la mia promessa?

Dʼaccordo unanime, Cesara ed io, aggiornammo la nostra unione, la quale

non poteva essere benedetta che sur una terra libera. Infrattanto,

accelerammo i preparativi della fuga.

Essendo ad Yrkutsk, e non volendo esporre Cesara alle avventure di ogni

sorta di una traversata del deserto, inevitabile per recarsi a Pekino,

io aveva risoluto che avremmo provato di arrivare al mare di Okhotsk,

sul Pacifico, costeggiando i contrafforti del Baikal e dei Sablonoi, e

che avremmo cercato imbarcarci sur un naviglio europeo.

Questo itinerario, gremito altresì di pericoli, lungo, irto di

difficoltà, era un atto di disperazione. Nondimeno, non andavamo a

tentare Dio.

Lʼordine della partenza per Yrkutsk si abbattè sulle nostre speranze, e

le stritolò.

Cosa fare? Scrissi la dimanda allo Czar per isposar Cesara, e la

portai al generale Jukowski. Gli confessai il mio amore. Gli parlai

della promessa che avevo fatta al padre. Gli dipinsi la situazione di

questa giovinetta restata sola. Madama Jukowski si trovava presente.

Lʼavevo prevenuta ed interessata in mio favore. Ella ottenne da suo

marito e dal generale Ozeroff che la mia fidanzata mi accompagnasse a

Yakutsk. Rividi il cielo aprirsi sul nostro capo.

Incaricai uno dei miei compatriotti di vendere la nostra casetta ed i

pochi arredi e mobili che non potevamo trasportare, ed affagottai il

resto.

Partimmo da Yrkutsk il 17 settembre 1864.

Percorremmo dapprima unʼassai bella strada, fiancheggiata di rododendri

e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne

triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dellʼAngara. A

Katsciugsk, cʼimbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.

Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal,

e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240

leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque

sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di

isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga

nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese

dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù.

Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: lʼOrlenga, la Kuta; dei

laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata

della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati

orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelle _toundras_ di questi laghi

che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi, che

Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede allʼAccademia di

Pietroburgo.

Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli

argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste,

il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente.

A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se

ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust–Kutsk,

scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena

descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini,

la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk,

cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui

dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la

coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui

le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde

pallido.

La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk,

ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso

più triste ancora dallʼaspetto dei Tungusi: grosse teste difformi,

coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle

donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi

enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le

rocce della sponda destra sʼinnalzano a picco. Un poco più innanzi,

ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e

rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti

dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50

verste da Yakutsk, cessa la dimora del contadino russo, e comincia il

paese dei Yakuti.

Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza

pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.

La Lena correggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate

ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.

Alle tre, era notte.

Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del

governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come

lʼinverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di

musica, e più tardi le lezioni dʼinglese e di piano, e la partita di

scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era

un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.

—Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto

gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di

essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il

disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia.

Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi lʼonore

dʼinsegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.

Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto

ed onesto, sorrise, e soggiunse:

—Per il favore che dimandate e che vi accordo, mi farete bene il mio

ritratto, spero bene?

—A piedi ed a cavallo, generale, risposi io: ci siamo intesi.

Il generale, vedovo adesso, aveva due figliuole: la primogenita,

Alice, un cotal che di cosacco, di venti anni, alta, violenta, col

naso allʼinsù, le labbra carnose e frementi, gli occhi neri, ardenti,

altieri, audaci, provocatori.... un turbine! Lʼaltra, Elisabetta,

una piccola miss inglese, di dieciotto anni, dolce, carezzevole,

bellissima, ipocritissima, ghiottoncella, dai capelli cenere,

dagli occhi grigiverdi.... il languor sano! Elleno governavano il

governatore. E non debbesi che a me, se io non ne governai almen una.

Ma io avevo il cuore preso altrove.

Fui ricevuto dalle due damigelle come la confettura sul pane. Elleno

avevano infine un uomo, un giovane di assai buon lignaggio, per

diventare il loro cavaliere di compagnia; non molto brutto, divertevole

per ordine, pieno di riserbo, che aveva molto viaggiato, ed era

abbastanza atto a sostenere il loro cicalìo nelle interminabili sere

dʼinverno. Il mio solo torto, forse, era di amare qualcuna. Ma, chi

sa? gli uomini sono così volubili! Non era che da due anni soli che le

signorine Ozeroff abitavano Yakutsk.

Prima di entrare in funzione, dimandai due giorni di congedo per

installarmi. Affittai una piccola casa in legno, allʼestremità della

città, sulle sponde di un ramo della Lena. Io mi misi subito a

costrurre un nuovo mezzano di tavole alla bellʼe meglio, per staccarne

una stanzuccia, unʼalcova per Cesara. Noi non eravamo ancora maritati.

In Siberia, i letti sono un arnese incognito, perfin nelle case dei

governatori, che giungono di Europa. Si dorme tra due strati di

pelli o di tappeti, e vi si dorme assai bene e assai caldamente. Io

aveva portati da Yrkutsk gli oggetti i più costosi del mobilio del

colonnello. Comperai qualche utensile indispensabile, e fummo bentosto

in famiglia.

Ma era provvisorio.

La nostra evasione restava ferma più che mai, sotto il desío della

libertà ed il soffio ardente dellʼamore.

Eravamo in novembre. I giorni non avevano che tre ore, e due di

crepuscolo. In decembre e gennaio, il sole non si vede affatto più: la

notte è eterna.

Un funebre lenzuolo di neve copriva il mondo a perdita di vista. E ciò

per otto mesi dellʼanno. La neve si accumulava fino allʼaltezza delle

case, cui essa talvolta schiacciava. La violenza del vento gittava per

terra le più solide. Un freddo di 30 a 40 gradi sotto lo zero (Réaumur)

tagliava la respirazione, e provocava un impeto di tosse ad ogni parola

che si tentava pronunziare. Per fortuna, le legna costavano poco. La

contrada è circondata di selve, ove un cane non si aprirebbe il passo.

Glʼindigeni risentono appena questa inclemenza della natura, e non si

lamentan guari di questo cielo di ferro. Essi vivono di caccia, battono

un mare di neve di parecchie centinaia di miriametri di circuito

per uccidere delle renne, dei zibellini, degli alezani morelli,

onde pagare il loro tributo allo Czar; poi delle volpi dalla gola

scura, delle volpi rosse, delle volpi dei ghiacci, degli scoiattoli,

degli ermellini, degli orsi bianchi e neri. Nei due mesi di state si

vive di pesca; perocchè le numerose correnti di acqua ed i laghi di

queste contrade sono ricchi di _salmo nelma_, di _salmo lavaretus_,

di storioni, di ablette, di sterleti, di amuli ed altri pesci, che

mangiano putrefatti e crudi.

Le notti degli emigrati a Londra · 第 11 / 23 段