occhi, vicino a Karghinsk. Una _taranta_ ci seguiva, tirata da cinque
cavalli, che i tafani avevano imbizzarriti fino alla pazzia, e cui il
postiglione apostrofava col suo linguaggio più energico, pregando nel
tempo stesso Dio e il diavolo di aiutarlo a contenerli. Ad un tratto,
udiamo un grido formidabile di disperazione. Ci fermiamo a guardare: la
taranta, il postiglione, i viaggiatori, trascinati dai cavalli, avevano
abbandonato il sentiero e vagavano di fianco a traverso il palude.
Vedemmo da prima un solco moventesi in mezzo allʼerba, seguìto da un
nugolo nero dʼinsetti, poi le erbe cessarono di ondulare, glʼinsetti
piombarono sur un punto come un uragano sibilante, il movimento si
estinse, il silenzio successe: taranta, cavalli, uomini erano stati
assorbiti dallo stagno, ed i feroci dipteri spigolavano i rimasugli
della strage.
A Sektinskaia, uscimmo dalla Baraba, che avevamo traversata per
cinquanta ore. La contrada non divenne però più gaia. Noi volavamo
sempre in mezzo a quella steppa immensa, ove eravamo entrati a
Novozaimsk, non vedendo unʼanima che desse indizio di vita fra quelle
macchie nere, quelle brughiere e giunchi grigiastri. Arrivammo a
Kolivan a mezza notte, e fino a Dombrovino, ove traversammo lʼObi sur
una chiatta, la strada conteggiò gli stagni. Qualche figura dal tipo
mongolico, qualche casolare popolato di Tartari apparvero qua e là:
miseria, lordura, scoraggiamento, impotenza, rassegnazione... Ecco
tutto ciò che esprimono quegli uomini, quelle donne, quei fanciulli,
coperti di pelli di montoni, cui lʼEuropa si è abituata a considerare
ed a temere con una specie di terrore misterioso.
La Russia è abilissima nel dar le traveggole.
Il paesaggio non cangia fino a Tomsk. Questa piccola città avrebbe una
fisionomia affatto europea, se non fosse la collezione completa di
tipi siberici, Bouriatti, Kalmuki, Khirghisi, che si incontrano nelle
strade. Il quartiere tartaro, allʼest, giace sul Toru, che taglia a
mezzo la città.
Io finivo di prendere il mio pasto nella stazione e rimontavo nella
kibitka, quando la strada fu invasa da una gaia partita di nozze, la
quale entrava nella casa dirimpetto. Lo sposo era un Russo, appaltatore
di lavatoj dʼoro e di platino; la giovane sposa, una Polacca, figlia di
un esule. Un curioso dimandò al gendarme chi io mi fossi. La Polacca
udì la risposta. Ella si distaccò come un lampo dal braccio del manto,
si slanciò su di me, e mi baciò. Poi strappò dal suo collo un piccolo
cuore di oro, e me lo porse, dicendo:
—Vien di laggiù.... era di mia madre!
Il marito andò a cercare del pane e del sale, e me lʼofferse sur un
desco, soggiungendo:
—Dio vi consoli, fratello!
Le mie guance si bagnarono. Non potei rispondere una sola parola.
E la kibitka fendè lo spazio come uno sparviere. Il fiume Tchoula, ad
Atchiusk, separa la Siberia orientale dallʼoccidentale. A Krasnoirk
termina la steppa, che percorrevamo da sei giorni. Anche questa
città ha un aspetto completamente europeo. Un bellissimo giardino,
specchiandosi nellʼIenisei, presenta uno splendida panorama. Poi,
carrozze, donne eleganti, ricche e pittoresche livree, musica militare,
passeggio, caffè, sale da ballo: un insieme prospero. Non un giornale!!
Vʼè alcuno qui che pensi esservi nel mondo una cosa, che si addimanda
libertà, per la quale tanti popoli soffrono e tanti pensatori muoiono?
La strada, fino a Kansk, è magnifica. Noi scendiamo al galoppo
la collina, ove accampa Krasnoravsk; valichiamo lʼIenisei, dalle
correnti vertiginose, dalle onde chiare e sonore, largo come un lago;
traversiamo Kansk, assisa sulla riviera; poi Niveondiusk, ove sono
rilegati parecchi dei nostri compatriotti, e passando un fiume dopo
lʼaltro, belle valli, casali piacevoli dai campanili di stagno e dalla
croce dorata, un territorio boscoso, variato, con betulle, pini ed erbe
verdeggianti, la catena degli Oltai a destra e dei Soblonoi di fronte,
arriviamo finalmente a Irkeretsk, la capitale della Siberia orientale,
adagiata sul versante elevato dellʼAngara—a un mese da Pekia.
In questa città, più chiese che case, case a mattoni e tugurii in
legno; il movimento febbrile di una capitale che fa assai; macadam,
marciapiedi in legno, piazze ombreggiate, gore di fango, insegne
francesi, pianoforti a coda, poliziotti, viali sullʼAngara, lampioni ad
olio, milionari: non portinaj nè lacche di montone!
Il governatore è il generale Ionkowski, di cui stavo oramai per
divenire umile suddito, o piuttosto misero oggetto. Il capo della
polizia, Wokoulski, capitò. Egli esaminò le mie carte, ed ordinò ai
gendarmi di continuare la strada. Non si curò nemmeno di dimandarmi
se, avendo percorsi, di un sol fiato, 5000 chilometri, io avessi potuto
aver bisogno di un poʼ di riposo.
Una scena caratteristica venne a distrarmi ed a rattristarmi. Mentre io
aspettava nel corpo di guardia che il capo della polizia avesse letto
la mia filza (_incartamento_), due gendarmi, dallʼuniforme azzurro e
dallʼelmo di rame, spinsero lì dentro un bipede legato ed incatenato
come una bestia feroce. Egli è impossibile figurarsi alcun che di più
orrido. Era un forzato, scappato dai cantieri di costruzione di Okotsk.
Egli avea cancellato, mediante lʼacido fosforico, le lettere fatali
_vor_, ladro, che il carnefice gli aveva impresse sulla fronte e sulle
guance, e si era per tal guisa dato un aspetto mostruoso.
—Chi dunque ha perfezionata così la tua bellezza? gli domandò il
custode del corpo di guardia.
—Caddi, essendo ubbriaco, in un focolaio ardente, rispose il galeotto.
—Povero uomo, sclamò lʼaltro. Ora, sai tu ciò che la bontà dello Czar
ti riserba?
—Ebbene, che dunque? chiese il forzato.
—– Cinquanta colpi di knut, ed il resto, replicò lʼaguzzino.
—Li subirò, disse il vor di unʼaria rassegnata e maligna. Cosa è
ciò? Ma non è dello knut che io mi lamento; gli è del mio onore che
sʼinsulta, dicendo che io sono un vor corretto.
—Sopporterà desso i cinquanta colpi di knut? dimandai al mio gendarme.
—Prima del ventesimo, eʼ sarà crepato. Pertanto quel mariuolo potria
bene andare fino a venticinque, se il carnefice non serra troppo il
dito mignolo.
—Ecco ciò che mi aspetta, pensai io, se me la scapolo malamente e
se mi riprendono! Grazie allo Czar, tra quellʼuomo e me non vi è più
alcuna differenza: siamo entrambi forzati!
—Andiamo, gridò il mio postiglione; io sono pronto.
Un colpo di frusta, e Irkutsk restò alle nostre spalle. Saliamo sempre,
contornando la splendida valle dellʼAngara, il livello del lago Baikal
essendo più alto di quello della pianura. LʼAngara, più larga del Reno,
scorre tra due sponde alte a moʼ di _falaise_, rimboscate di pini e di
cedri. La corrente è forte; il colore dellʼacqua è turchino. Il paese
è coltivato, alla sinistra del fiume; a destra, sono gole profonde e
nere e foreste di abeti. LʼAngara, allo sboccare del lago, larga più di
un miglio, si precipita fra due montagne a picco, allogate lì come i
due pilastri della sua porta. Lo spettacolo fa impressione, sopratutto
se il sole al tramonto lambe ed increspa questa massa immensa dʼacqua
limpida e mugghiante.
A Listvenitchnaia, piccolo porto sul lago, lasciamo la Kibitka, e
montiamo sur un battello a vapore, che solca il lago per cinque mesi
dellʼanno; in ottobre comincia a gelare.
Questo lago è forse il più grande del mondo: 600 chilometri sur una
larghezza variabile di 30 ad 80 chilometri. Gli è un cratere vulcanico
spento, la cui profondità non ha potuto essere scandagliata. Le rocce
obrupte, che lʼinquadrano, hanno unʼaltezza, in qualche parte, di circa
1200 piedi, le une coperte di boschi, le altre nude, dallʼaspetto
fantastico e basaltico. Lʼacqua è dolce ed azzurra; lʼondata ha
lʼincesso ed i furori di quella del mare. La rena delle sponde è
bianca. Qui, i fiotti si frangono contro picchi perpendicolari; là essi
dormono, e si affusolano di foglie di piccole ninfacee, delle foglie
lunghe e strette dei potomagetoni, delle punte dei miriafilli, e dei
fiori rossi della poligonia delle paludi. I palmipedi di ogni specie vi
fanno gazzarra e galloria. Delle caverne inesplorate, sui fianchi irti
dei balzi del Chamerdoban, giammai senza neve. Lʼeco sempre sveglia. Si
direbbe che il Baikal è un pozzo gigantesco, dai margini merlati.
Sbarcammo a Passolsk, sulla riva orientale. Uno dei gendarmi andò a
cercare un _telega_ per continuare il nostro viaggio. Avremmo potuto
fare il giro del lago al sud per terribili ed impraticabili montagne,
poichè la strada postale da Irkoutsk a Selenguinsk non era ancora
terminata; ma si volle risparmiarmi questo sopraccarico di disagio.
Il viaggio fu così abbreviato di parecchi giorni. Le contrade che
percorremmo, avendo continuamente sotto gli occhi, a sinistra, le vette
radianti dei monti Vablonoi, variano di tappa in tappa: ora sterili,
ora ben coltivate, ora lande rossigne, ora praterie di un verde
azzurrognolo.
Passammo la Selenza in chiatta, a Verineoudinsk, ove sembianti polacchi
circondarono la mia slitta, mentre si cangiavano i cavalli. La riviera
è larghissima. È dessa, certo, fra le riviere del mondo quella che
ha il corso il più lungo; perocchè, sotto nomi diversi, le sue acque
sʼimmettono nel mare Artico, dopo aver percorso una distanza di 1300
leghe e tagliati ventisei paralleli di latitudine.
Prima di giunger a Tchita, il nostro telega si ruppe. Continuammo
la via a piedi fino a questa città. Alla mia destra, si stendeva la
Mongolia, culla dei compagni di Tchinghiz–Khan; alla sinistra, le rive
del Baikal. Poi, le tribù nomadi dei Buriati, cui i Russi si sforzano
invano di fissare; ed a qualche centinaio di verste, la frontiera
cinese. Silenzio e solitudine ovunque: lʼinverno cominciava. Lʼaquila
ed il caimano, essi stessi, emigravano verso lʼalto Gobi, abbandonando
i deserti chiaro–azzurri del cielo, il deserto della terra non offrendo
loro più prede. Il suolo non ha più vita...
Infine, eccoci a Nertscinsk.
Avevo percorsi ottomila chilometri di un solo fiato. Ero spossato.
Avevo visto poco del mondo che fendevo a tiro di ala. Avevo vissuto di
una vita interna: fino ad Omsk, del passato; a partir dallʼannunzio
della mia sentenza, dellʼavvenire. Ora, eccomi solo, ma risoluto, in
faccia al destino.
VI.
Nertscinsk è un borgo di 2000 anime, sulla sponda sinistra della
Schilka, al confluente della Nertcha, ornato di un Osservatorio e di
una scuola delle miniere. La direzione e lʼamministrazione dello scavo
delle miniere di oro, di piombo argentifero, di stagno, di mercurio, di
rame di queste regioni, sono concentrate in questa piccola squallida
cittadina, ove si versano tante lagrime, ove esplodono tanti ruggiti.
Le miniere propriamente sono a 300 o 400 verste ancora al nord–ovest,
fra i monti Sablonoi, nella vallata della Schilka, e al di là del
confluente della Schilka e dellʼArgun, lungo lʼAmur. Io non avevo
dunque raggiunto ancora esattamente il mio destino.
Ricevei quel giorno stesso la visita del capo della polizia. Eʼ mi
squadrò con una persistenza fredda, che mi rivoltò internamente;
sfogliò il mio incartamento, e non mʼindirizzò affatto la parola.
Allʼindomani fui chiamato appo il direttore delle miniere. Era un uomo
adiposo, dallʼocchio vivo, di origine tedesca, dallʼaspetto gradevole
ed esperto.
—Siete dunque venuto di un sol tratto da Varsavia a qui? mi chiese
egli.
—Sì, signore.
—Avete lʼaria malata ed assai delicata; perchè non avete voi dimandato
di riposarvi un giorno o due a Omsk, a Yrkutsk? Ne avevate il diritto.
—Perchè ho avuto paura me lo rifiutassero, dissi io abbassando il capo.
Il direttore tacque, e mi osservò più attentamente; poi soggiunse:
—Vi resta ancora trecentoquaranta verste a percorrere, prima di
arrivare alla mina di Ukbul, ove dovrete lavorare. Avete qualche cosa a
dimandarmi?
—Sì, se lʼosassi, non sapendo se ciò sia nelle vostre attribuzioni.
—Osate.
—Ebbene, vorrei essere liberato delle mie catene. Sono circa tre mesi
che non ho levato i miei stivali.
—E poi ancora?
—Oh! sclamai io, con un vivo slancio di riconoscenza, potreste voi
cangiare la mia destinazione? Quelle miniere di verderame....
—Ciò, no. La pena è fissata dal governatore generale della Siberia
occidentale, il quale, peraltro, non ne aveva il diritto, poichè voi
venivate nella Siberia orientale. Gli è dunque il governatore generale
della Siberia orientale, che può revocare la sentenza, ovvero il
concessionario delle miniere del Governo, il signor Astatchef, che può
derogarvi. Bisognerà fare una domanda e farla appoggiare dal direttore
della miniera di Ukbul.
—Mi rassegno.
—Le vostre catene vi saranno tolte, e partirete fra tre o quattro dì.
Non sovvenitevi troppo di ciò che foste, signore; la fierezza non può
che peggiorare la vostra condizione, di già sì trista.
Eʼ chiamò, e dette degli ordini. Unʼora dopo, ero sgravato dei ferri, e
passeggiavo per la città.
Ecco la Russia, ed ecco la causa dei giudizi contradditorii che si
portano sopra di lei: un funzionario vendicativo aveva aggravata
esorbitantemente la mia pena a Omsk; un funzionario umano lʼaddolciva
più che non avrebbe potuto, perocchè io avrei dovuto conservare le mie
catene fino ad Ukbul!
Incontrai molti Polacchi, che mi diedero utilissimi ragguagli. Mi
comperai dei vestiti caldi, dei grandi stivali di pelle di cane di
mare, un berretto a pelli, che scendeva fino alle spalle e mi copriva
il viso, non avendo che piccoli fori per la bocca e le orecchie.
Cangiai un centinaio di rubli, e cucii il resto in una specie di
legacci, che attorcigliai alle mie gambe, sotto le mie calze—e
compresi lʼutilità di questa precauzione ad Ukbul, quando mi misero
affatto ignudo, fino alle anche, per verificare i miei connotati presi
a Varsavia. Mi munii di un poco di chinino, cui nascosi pure nei
risvolti dei miei stivali. E sei giorni dopo, ero alle miniere.
Il direttore, o piuttosto lʼispettore, al quale il mio gendarme rimise
le carte che mi riguardavano, venne. Mi fece spogliare, e, colle carte
in mano, verificò la mia identità. Poi ordinò dʼiscrivermi al registro
dei forzati, sotto il numero corrente, e di condurmi ad una specie di
_yurta_, cui due altri minatori già occupavano. Cessai dʼallora di
essere un individuo, e non fui più che _il numero_ 367.
Allʼindomani mi condussero alla miniera.
I pozzi della miniera erano in un precipizio della montagna, uno
screpolo perpendicolare, largo un chilometro ed alto duemila piedi.
La state, una magnifica cascata, prodotta dalla fusione delle nevi
dei Sablonoi, metteva in movimento una ruota idraulica al servizio
della miniera. Lʼinverno, quella cascata si cangiava in una gittata
di cristallo sulle pareti grigie e rossastre della roccia. La fessura
della montagna aveva delle asperità, ove si accoccavano dei ciuffi
di lichene, degli arbusti e degli albericciuoli, che, lʼinverno,
assumevano lʼaria di sgorbi geroglifici sur un foglio di carta bianca.
Il vertice della montagna restava accappellato di neve tutto lʼanno;
gli spaldi, coperti di abeti e di betulle, prendevano per quattro
mesi un bellʼornamento verde cupo. Ora, di già ottobre, lʼinverno era
cominciato, la neve era caduta, il vento soffiava: non più foglie, nè
erba, nè uccelli; un sole squallido di freddo, che si coricava alle tre
e mezzo; un cielo sovente splendido, la notte, chiaro il giorno, ma
rischiarando poco; o lʼuragano di neve, che polverizzava ed aguzzava ad
aghi la brina della vigilia. Una tristezza infinita succedeva ad una
fatica snervante.
Io aveva visitate, nei miei viaggi, le miniere dellʼInghilterra,
del Belgio, dellʼAllemagna, perocchè io aveva studiato la geologia
e la mineralogia. Non avevo fatto, del resto, che studii utili—e
perciò molto poco di scienze morali e punto di metafisica. Le miniere
della Siberia non mʼoffrirono alcuno di quei progressi che facilitano
lʼesplorazione, raddoppiano la produzione, garantiscono la vita e la
salute del minatore. Quindi, non pompe idrauliche per lʼestrazione
dellʼacqua e la trazione del minerale, non ferrovie nellʼinterno
delle gallerie, non _men–engine_, come si chiama in Inghilterra, o
_fahrkunst_, come si addimanda in Germania, per salire e discendere i
minatori; non lʼassisa salubre del minatore inglese e la candela al
cappello che lo rischiara.
Il pozzo dellʼUkbul aveva 430 metri di profondità, ad asse inclinata.
Bisognava discendervi per una scala interminabile, con rare panche
di riposo,—operazione che prendeva unʼora e mezzo, e due ore per
salire, e dava agli operaj delle anemie, di cui infine morivano. Alcuni
preferivano a questa fatica, quando il potevano, il paniere a minerale,
così pericoloso.
Dugento cinquanta minatori lavoravano allʼopere diverse dellʼinterno,
sorvegliati da caporali, sorvegliati essi pure da un capitano, e tutti
sotto la direzione dʼun intendente. La miniera aveva degli strati di
rame e di stagno. Io era stato destinato al traforo delle gallerie.
La miniera aveva parecchie gallerie laterali e parecchi pozzi negli
strati, ove ci recavamo, sospesi ad un pezzo di fievole corda avvolta
ad un verricello. Lʼinfiltramento dellʼacqua, durante lʼinverno,
diminuiva moltissimo, e lʼacqua gelava appena messa in contatto
dellʼaria nel serbatoio. La si tirava su allora nel paniere a minerale.
Io non obblierò giammai la prima impressione che mi colpì.
Erano le otto del mattino, quando misi il piede sul primo piuolo della
scala del pozzo. Le poche lucerne, che fumigavano nei buchi del muro,
servivano a constatare, anzi che rischiarare le tenebre. Sul mio capo,
delle ombre che si sprofondavano nel baratro; sotto i miei piedi, degli
spettri, ai quali la poca luce, che filtrava dallʼalto, esagerava i
cenci selvaggi e le proporzioni difformi. Ciascuno si vestiva di ciò
che poteva; di brani di pelle di vitello marino o di montone, di lembi
della casacca del galeotto. I sembianti erano divenuti orridi. Ogni
compagnia era seguita dal suo caporale, armato di scudiscio. Queglino
che avevano raggiunto il fondo del pozzo lavoravano già, ed io udiva i
colpi del martello, il rumore metallico del punteruolo risuonante sulla
roccia. La banda, di cui io faceva parte, si fermò ai tre quarti della
scesa, ad una galleria traversale che si prolungava.
Si lavorava già ad un pozzo interno scavato nel filone. Si praticava
un buco di mina, battendo lʼun dietro lʼaltro sullo scalpello, cui un
terzo minatore sosteneva. Il macigno era duro, e scintillava sotto
lʼaddentar dellʼacciaio. In una galleria vicina, si trasportava il
minerale abbattuto fino al sito dellʼestrazione. Il luogo era schiarato
appena. Lʼaria mancava, e la respirazione ne soffriva. Benchè più calda
che alla superficie del suolo, lʼaria era ancora pizzicante e viziata
in quel dedalo inestricabile, ove si affondava e circolava. Il terreno,
che scavavamo per profondar le gallerie, si sbricciolava, quando non
incontravamo il piperno: quindi due pericoli, due catastrofi, che si
rinnovellavano ogni settimana—degli sfondamenti imprevisti, talvolta
provocati a disegno, che sotterravano i minatori; ovvero lʼesplosione
a contratempo di un cavo di mina, che li acciecava, li sfigurava o li
uccideva. Il minerale, sminuzzolandosi, degenerava in fine polvere:
arsenico, se era minerale di stagno; verderame, se era rame. Noi
respiravamo dunque del tossico a piene sorsate. Se la stanchezza ci
guadagnava, il caporale, sempre cupo e silenzioso, scaricava per
di dietro un subisso di colpi. Se si cadeva spossati, lʼintendente
tratteneva i pochi kopeki di mercede, che lʼintraprenditore della
miniera accordava per vivere. Imperciocchè il Governo non somministra
ai condannati che due _pound_ di farina di segala—33 chilogrammi—e
cinque franchi al mese, con che bisogna nudrirsi, alloggiarsi, tenersi
in essere. I minatori possono inoltre disporre di una settimana sopra
quattro a loro talento. La giornata di lavoro era di dieci ore.
Dappoichè la mia vista si fu abituata alle tenebre, io rabbrividii
allʼaspetto dei dannati fra i quali mi trovavo. Degli uomini a lunga
barba, dalle lunghe zazzere orribilmente irte e luride, dal color quasi
nero, le guance ed il fronte stigmatizzati dal ferro rovente, che vi
aveva impresso la sinistra sillaba vor; cogli occhi stralunati di
collera concentrata e di disperazione, quasi nudi o peggio che nudi,
con cenci infami, lʼalito fetido, la pelle scagliosa o screpolata,
bestemmiando o lamentandosi di aver fame... ovvero, se erano
condannati politici come me, dei sembianti squallidi, scarni, tisici,
dei corpi affranti, esalando lʼanima, alitando, ferendosi ad ogni colpo
di vanga, uccidendosi di lavoro per non esser battuti....
Questi spettri circolavano in gallerie nere, si calavano in buchi,
disparivano nelle viscere della terra per pozzi tenebrosi: zampillavano
dal suolo lʼun dopo lʼaltro come apparizioni dellʼinferno, o
sprofondavano nelle ombre, come se il moto li avesse assorbiti. Credevo
sognare. Quando la sera rivenni alla superficie della terra, presi a
dimandarmi se non avessi avuto delle lunghe ore di delirio. La febbre
mi assalì. La notte non potei chiuder palpebre. Per ventura, uno dei
miei compagni della _yurta_ era anchʼegli condannato politico—un
Russo, che da Minusink avevano trasferito a Nertscinsk per punizione, e
che vi era giunto appena da una settimana. Lʼaltro coabitatore della
_yurta_ era un brigante Tonguso, il quale aveva rubato ed ucciso.
Nessuno dei due non aveva avuto ancora il tempo di costruirsi una
capanna, ed il Governo li alloggiava nelle sue _yurte_.
A capo di una settimana, la disperazione sʼimpossessò di me. Non
avevo più forza per lavorare, meno ancora per intraprendere la mia
evasione. Udivo la frusta del caporale sibilare alle mie orecchie, e
non mi riposavo mai onde non essere battuto; ma ciò accelerava la mia
morte. Non mangiavo più. Il sangue mi si agghiadava nelle vene. Risolsi
finirla.
Lavoravo da tre giorni a scalzare un macigno. Mi proponevo di
allogarmivi sotto, quando cadrebbe, e lasciarmi schiacciare. Due giorni
ancora di lavoro, ed acquistavo la libertà! Io scavava dunque con una
specie di rabbia tutto il dì. Una fibra della mia vita se ne andava ad
ogni colpo di zappa, ma io persisteva. Ciò mi spossò. Allʼindomani, non
potei più levarmi. Il medico, chiamato dal mio compagno russo, venne.
Avevo febbre e delirio. Mi fece trasportare allo spedale.
Quando ripresi i sensi, quarantʼotto ore dopo, mi trovai in uno
stabilimento in legno, disposto a guisa di interiore di nave. Ogni
cabina conteneva dieci malati, cacciati entro scanzie, basse e strette,
sovrapposte lʼuna allʼaltra, non lasciando fra le due file che lo
spazio necessario al passaggio di un uomo. Impossibile di dar volta
su quelle nude panche; il compartimento superiore schiacciava quello
di sotto. Lʼoscurità vi era quasi completa; lʼaria putrida. I meno
ammalati assistevano gli agonizzanti. Il medico non osava penetrare in
quel carnaio; i forzati convalescenti rinculavano dinanzi lʼofficio di
infermiere. Mi sentivo morire. Rinvenni nei sensi però, come qualcuno
a cui si fa respirare un alcali in uno svenimento. Apersi gli occhi,
cercai ricordarmi, riconoscermi, ritrovarmi; potei infine distinguere
gli oggetti in mezzo a quella notte.... Orrore! Sopra due degli
scaffali di contro a me, giacevano due cadaveri in putrefazione. Mi
lasciai cadere dal mio giaciglio, e mi trascinai, a carponi, allʼaria
libera, deciso di morire sotto la mia _yurta_ come un cane, anzi che
sapermi sotterrato vivo in quel sepolcro omicida. Per fortuna, il mio
Russo, Clemente Balardine, veniva a visitarmi. Eʼ mi raccolse, e mi
portò nella _yurta_....
Tre settimane dopo, ritornavo alla miniera. Il capitano, vedendomi sì
magro e pallido, mi collocò in una compagnia che lavorava al di fuori,
alla trazione del minerale. Quel capitano era al postutto un bravo
uomo, malgrado le apparenze severe e rigide: era anzitutto giusto.
—Chi diavolo ha potuto mandarvi a crepar qui, mi disse egli: che
delitto avete voi commesso?
—Sono polacco, risposi io.
—Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; lʼuovo
che sʼincaparbia a schiacciare il martello!
—Capitano, sapete voi che cosa è la patria?
—Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando
mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata lʼinfanzia, ove ho
lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il
diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.