—Guardatemi, signora, continuò Zoliwski. Non ho un pollice della mia

pelle che non sia lacerato. Non ho un muscolo che non sia straziato;

non ho più un osso al suo posto; non ho più un organo che funzioni

altrimenti che per darmi gli spasimi più atroci. Le ore della mia

spaventevole agonia sono contate. Abbiate pietà di un cristiano,

signora; abbreviate, poichè lo potete, il mio terrore: io assisto alla

mia distruzione.

La madre non diceva nulla. Ella abbracciava sempre i piedi della mia. E

mia madre, profondamente scossa, pareva convinta, benchè esitasse.

—Sarebbe un omicidio! esclamai io.

—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io

sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse....

Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia,

signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un

uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il

vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.

—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.

Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre

per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di

acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.

—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi

strapperebbe più questo.

Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i

carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio

di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula

fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla,

era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski

lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le

preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla.

La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio.

La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile.

Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo Czar Niccolò. Io non

sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia

madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski

si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre

cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la

mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski

gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si

precipitò sul suo figlio.

Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non

respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò.

Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo

stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del

colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La

cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso

il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il

figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a

bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta

... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu

un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.

Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non

si ritorna più!»

La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio

racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la

commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra,

in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori

forzati in Siberia.

V.

Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la

degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo

il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me collʼistruzione e col

lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso.

Pure, siccome lʼapplicazione della pena non principiava che dal giorno

del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora deʼ due privilegi

della nobiltà russa: lʼesenzione dai castighi corporali, e il non esser

condotto in Siberia per _convoglio_.

Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati

di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche

Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o

col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si

fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da

Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dellʼufficiale che

li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due

se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.

Quando io ebbi udita la mia sentenza e lʼebbi sottoscritta, mi

denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui

vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono

levate le manette, che mʼavevano chiuso i polsi durante un mese.

Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più

inebbriante.

Mentre si procedeva a questa operazione, lʼispettore della prigione

mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due

borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere.

Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno,

i funzionarii sono venali. Lʼispettore mi rimetteva quel denaro di

nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per

le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei

stivali. Era quella unʼarma di salvezza. Lʼindomani, a cinque ore, mi

trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.

Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito

addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello,

ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto

per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due

gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì,

senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia

verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai

che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi

tenesse il broncio. Mʼingannavo. Rannicchiata dietro lʼangolo di una

casa, mi vide passare, e svenne.

La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta

col destino.

Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al

governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora,

ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più una

volontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di

gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.

Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri allʼora, che aumentò, anzi

che diminuire, fino a Nertscinsk.

La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La

tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si

rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi

accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco

disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla dʼaffabile nei

miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si

rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e

mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza

legale e di rivolta, se lʼoccasione mi avesse favorito. La natura

esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non

ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente.

Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo

aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka

si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che

perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano

detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir,

che traversammo in mezzo alla nebbia dellʼalba, mi parve desolata.

Nijni–Novogorod aveva lʼaspetto di una decorazione dʼopera. Sospesa

quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra unʼaltura ove alcuni

precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La

città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in

comunicazione il Baltico col Caspio, lʼaorta della Russia, ove la sua

vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a

vela, barche dʼogni sorta sʼincrociavano, venendo dal nord o dallʼest,

o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono,

al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni

delle razze e semi–razze dellʼEuropa e dellʼAsia, dal Parigino fino

ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai

Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari

... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto

e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che

io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli

condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle

tappe successive.

Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla

Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è

accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la

via ordinaria.

Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa

animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari dʼaltronde

pel tipo, i costumi e le abitudini deʼ suoi abitanti. Tutte le varietà

del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si

scorgono i resti di quelle orde venute dallʼAsia, la cui origine è

nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da

quella grande linea.

Da questʼAsia pittoresca, che si traversa, si casca in una città

assolutamente europea, Kazan, ove cʼè museo, università, ginnasio,

osservatorio, vescovato, teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò

che una città incivilita può offrire di _confortable_, di fastoso, di

aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia

anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo

lʼaspetto dʼun tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che

nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime

prove. Ondʼè che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso

verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione

del resto, che ronzavano a me dʼintorno, sia che io restassi nella

kibitka, o che cercassi ravvivare un poʼ le gambe indolenzite negli

uffizii delle tappe. I gendarmi mʼinformarono allora che mio

fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti

gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche

ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi,

essi mormoravano: «Suo fratello è lʼaiutante favorito del Granduca

Costantino; chi sa dunque?» Non occorreva di più.

Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io

non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella

della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dellʼarte, faceano

poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle

corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di

notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano

fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per

contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama

non acquista una bellezza affascinante che allʼalba ed al tramonto,

quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo

forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera

avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i

minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e

le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni

della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma

non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed

eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella

cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale;

dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste

secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i

torrenti sonori e... la Siberia: lʼindefinito e lʼinfinito.

Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno

della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè:

il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva

rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un

banco, e mi addormentai.

Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario,

la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad

Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di

borghi, o piuttosto _stabilimenti_, come li chiamano, proprietà in

parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti

sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli.

Si estrae il ferro, il rame, anche lʼoro, il platino, lʼargento,

e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le case e gli

abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han

lʼaria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le

rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale

ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che,

durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo

nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già

si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di

nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha

ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti;

le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio

albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio

fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi

voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare

il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo

negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali

di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno unʼanima

sola—unʼanima che sfida lʼaudacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che

inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!

Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante

opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia!

La città ha qualche bellʼedifizio: la zecca, lo stabilimento della

direzione delle mine, lʼarsenale ove si fondono cannoni e fabbricano

armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale:

forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj dʼoro e di

platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più unʼanima.

I lineamenti del Siberiano sono regolari, ma pallidi. Non si resta

chiusi impunemente per otto mesi dellʼanno in camera riscaldatissime,

poco o punto aereate.

Poi di nuovo la pianura. Passiamo lʼIsset, poi la Tura, sulla quale si

stende Tiumen. Mi disponevo a discendere dalla kibitka per pranzare,

mentre si cambiavano i cavalli, quando scôrsi alla porta dellʼalbergo

della posta parecchi uffiziali russi. Mi vi assisi. Essi osservavano i

miei movimenti, e chiesero ai gendarmi chi mi fossi.

—_Uno sventurato_, risposero i gendarmi, un Polacco condannato

politico.

Quegli uffiziali appartenevano ad un reggimento, che era stato parecchi

anni di guarnigione in Polonia. Lo avevano balzato in Siberia per

punirlo, non volendolo sterminare. Il capitano si avvicinò, e mi pregò,

coi modi più dilicati e squisiti, di andare a pranzo con loro. Mi

sentii commosso: lʼinvito era così imprevisto, inatteso, contrario al

corso delle mie idee.... Accettai. Dieci mani si stesero per aiutarmi a

discendere. Sʼintuonò lʼaria di Dombrowski: _No, la Polonia non perirà!_

Io non so se il pranzo fu buono, o cattivo. Credetti cullarmi in

un sogno. Era io a tavola con uffiziali russi, o in un club di

repubblicani? Un motto sopra tutto mi colpì: questo motto è tutto un

programma, forse il programma dellʼavvenire.

—Non è contro la Russia che i Polacchi debbono insorgere, ma contro lo

Czarismo, disse il capitano. Allora, invece di esser nemici, noi saremo

fratelli dʼarme. Prima di essere Russo o Polacco, gli è mestieri esser

uomo.

Lo Champagne scorse a fiotti. La Russia è il paese ove si consuma più

di questo vino, autentico o apocrifo che sia.

Il destino definitivo dei deportati è fissato dalla Commissione che

siede a Tobolsk, quando condannati vi arrivano per convoglio. Io

arrivava in kibitka. Gli era dunque il governatore generale della

Siberia occidentale, residente a Omsk, che doveva statuire sul mio

stabilimento. Partimmo dunque diritto per questa capitale.

A Novozaimsk, dopo Yalontorowsk, entrammo nelle steppe, cui percorremmo

per parecchi giorni, molto al di là di Tomsk. Le strade sono cattive,

il cielo grigio e basso; il silenzio sarebbe assoluto, se i campanelli

dei cavalli non lo interrompessero. Passiamo lʼIchim presso Abatskaia,

e cominciamo a trovare dei blokhaus di terra e di legno, di distanza in

distanza sulla strada, ma abbandonati, dappoichè le tribù dei Kalmuki e

dei Khirghisi si sono sottomesse definitivamente.

La Siberia pesava già sopra di me: la tristezza mi opprimeva. Nelle

vicinanze di Omsk, un barcone ci prese a bordo per farci traversare il

Yenisei, uno dei più larghi fiumi della Siberia. Le acque fangose si

frangevano con impeto contro la barca. Ed eccoci a Omsk.

La kibitka si fermò innanzi la fortezza per dare avviso del mio arrivo

al comandante, ed i gendarmi mi depositarono nel corpo di guardia,

vicino al palazzo del governatore, il generale Duhamel. Unʼora non era

scorsa, che avevo già ricevuto la visita del comandante della fortezza

e del commissario di polizia, e chʼero chiamato alla presenza del

governatore.

La sala dʼaspetto, ove mi fermai, era riccamente mobiliata e zeppa

di funzionari e sollecitatori. Mi guardavano tutti con attenzione,

qualcuno con tenerezza. Io mi assisi in un angolo, e presi a

contemplare i ferri dei miei piedi.

La signora Duhamel era polacca; il generale suo marito si chiudeva

quindi in un riserbo austero, quando trattavasi di condannati politici

polacchi. Eʼ lasciava fare al Consiglio, e non ne alterava giammai le

risoluzioni.

Uno dei consiglieri uscì dal gabinetto del generale per vedermi. La

fisionomia, lʼetà, la costituzione, le maniere del condannato hanno un

peso considerevole sulla decisione del Consiglio, la quale può essere

un decreto di morte a breve scadenza. Mi alzai. Il consigliere mi

squadrò dal capo ai piedi, con quellʼaria scrutatrice degli scozzoni,

che esaminano un cavallo che voglion comprare. Questo esame durò

parecchi minuti. Io abbassai gli occhi, reprimendomi. Infine eʼ dimandò:

—_Tu_ sei dunque malato?

Senza essere orgoglioso, io aveva sempre avuto dei modi così

circospetti, una gravità sì vera ed assoluta, che mio fratello stesso,

dallʼetà di quindici anni, non mi aveva più dato dal tu. Quel tu,

scoccato come uno schiaffo da uno sconosciuto, da un uomo che non era

nè della mia casa nè deʼ miei amici, mi parve un vivo oltraggio. Alzai

dunque la testa con arroganza, fissai sul consigliere uno sguardo vivo,

e gli dissi:

—_Voi_ vʼingannate: io sto benissimo.

Un nugolo si stese sul volto del mio uomo: la sua fronte si corrugò. Eʼ

non rispose. Volse le spalle, e si ritirò.

La mia risposta, il mio atteggiamento gittarono la costernazione fra i

Polacchi che lavoravano nellʼuffizio del generale. Essi sclamarono ad

una voce: Disgraziato!

Scorse unʼora, unʼora di tortura.

Il consigliere riapparve.

—_Signore_, mi disse con aria troppo pulita, il Consiglio vi destina

al lavoro della mine del verderame, a Nertscinsk.

Nertscinsk è la Caina di Dante, vale a dire la cerchia più spaventevole

dellʼinferno del forzato in Siberia.

La sentenza mi colpì al cuore, ma non abbassai lo sguardo. Il brivido

non durò, del resto, che un istante; mi ricordai che quel sito era

il più vicino alla frontiera cinese ed allʼOceano Pacifico—due

porte della speranza. Uscii. Nel tempo stesso entrava Astatchef, il

concessionario delle mine del Governo, ed io intravidi i funzionari

polacchi serrarsi attorno a lui e favellargli con calore. Giù mi

attendevano unʼaltra kibitka ed unʼaltra scorta, quella che doveva

accompagnarmi fino al termine della mia deportazione.

Era il 17 settembre 1863. Avevo impiegato venti giorni per arrivare ad

Omsk, viaggiando dì e notte—in media 14 chilometri lʼora.

Partimmo allʼistante.

Traversai Omsk, ma non la vidi: io entrava nellʼestasi del sogno della

liberazione!

Il paese, per cui passiamo, ha lʼaspetto selvaggio e monotono; ma è

solamente un poco innanzi la stazione di Turumoff che sʼentra nelle

paludi della Baraba.

Il postiglione di questa stazione mi domandò se io avessi una maschera;

imperciocchè, quantunque i primi buffi di vento dellʼOceano glaciale

avessero cacciato via qualcuna delle specie delle zanzare, restavano

ancora troppi di questi dipteri succhiatori per divorarmi vivo prima

della fine della traversata. Comperai da lui una maschera di crini, e

feci bene.

Queste paludi hanno 325 chilometri nella loro parte meno larga—una

specie dʼimbuto in fra gli altipiani più elevati dellʼObi e del

Irtitsc. Le acque non hanno scolo, ed il sottosuolo argilloso, che

le riceve, non le assorbe. Da ciò gli stagni ed i pantani fetidi e

micidiali. Gli abitanti rarissimi di queste contrade desolate le

fuggono. Non vi sʼincontra che qualche pastore Ostiako, squallido,

tremante di febbre, e trascinantesi dietro ad armenti pieni di vita,

che pascolano unʼerba fresca e succulenta.

Gli era infatti un mare dʼerba, che ondulava sotto il vento, ed ove

migliaia di uccelli acquatici svolazzavano. Impossibile di asciolvere a

Bulatova. Io galleggiava in mezzo ad un nugolo di zanzare, di tafani,

di moscherini, di maringuini, di tipole grosse come una testa di

spillo, che mi trafiggevano attraverso la maschera ed attraverso il mio

gabbano da forzato. I cavalli grondavano sangue dʼogni poro, pugnalati

da tafani lunghi un pollice, armati di trombe e lancette formidabili.

A Kamsk, assiso vicino ad un gran fuoco, mi avventurai a prendere una

zuppa di rape. Ma non appena servita, era immediatamente coperta da uno

spesso strato di questi insetti, che vi si precipitarono alla stordita.

Kamsk è al centro della Baraba. Gli abitanti avevano tutti emigrato a

Kolivan od a Omsk.

La strada che segue, fino a Karghinsk, è quasi sempre nellʼacqua. Per

indicarla, mettono dei tronchi di abeti per traverso, li ricoprono di

argilla, specie di lastrico poco solido e poco durevole. Il terreno

oscilla sotto le ruote del veicolo, lʼacqua si agita, il vapore si

sprigiona da quelle alte erbe verdeggianti che tremolano; i rami

dʼabete, denudati dellʼintonaco argilloso, rassomigliano a tibie umane

in un carnaio. Una caligine grigia limita il paesaggio, e si dondola

lentamente prendendo forme fantastiche. Delle mappe di acqua giallastra

dietro a mappe di acqua verdastra; delle praterie torbose coperte di

erbe mostruose, alte sei piedi: giunchi, ginestre, piante paludacee

a foggia di canne, fiori selvaggi molto splendidi, gigli, achillee,

iridi, ledracocefale... un orrore splendido, che allʼalba ed al

tramonto vi riempie di ammirazione e di terrore misterioso! La natura

vi celebra le sue nozze della creazione per mezzo della distruzione!

Le notti degli emigrati a Londra · 第 9 / 23 段